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sabato 5 maggio 2012

L'immigrato, il giornalista e una vita che bastava

Sono arrivato da clandestino e ho imparato a confondermi con il paesaggio e il mio paesaggio è la città immersa nel traffico. 

In Manuale di sopravvivenza per immigrati clandestini c'è una storia che c'era bisogno di raccontare, come tante altre del resto, quella di Joan Lovinescu, immigrato rumeno, la sua vita disastrata tra mense della Caritas e baracche di lamiera, un presente che non potrà mai fare davvero i conti col futuro, un presente che è solo una mano tesa per l'elemosina e un'altra giornata da arrangiare.

C'è Piero Colaprico, l'autore, grande giornalista che con il suo lavoro ha già illuminato molte pieghe oscure dei nostri tempi e che ora sa accendere un cono di luce su una delle tante esistenze che, soprattutto in una città come Milano, sono polvere facile da nascondere sotto il tappeto.

E c'è una terza persona, immaginaria, che sta dentro il romanzo, non nella realtà di ogni giorno, questa strana figura di ex poliziotto che ha giocato la sua vita sui tavoli sbagilati e ora sta pagando un conto salatissimo, solo che ancra può tentare di dimenticarselo, impegnato com'è a pedinare Joan Lovinescu.

Di questa terza persona e di tutta la storia costruita intorno, lo dico francamente, si poteva fare a meno. Bastavano la prima e la seconda, bastava questa vita allo sbando, questa Milano degli ultimi e degli accampamenti nelle peggiori periferie, bastava un grande giornalista deciso a raccontare tutto questo.

domenica 24 ottobre 2010

Quando verrai, il libro che spiazza

Ti spiazza, Quando verrai di Laura Pugno (Minimum Fax), perché è uno di quei libri che sembrano fatti apposta per sgretolare le aspettative con cui lo hai attaccato.

Lo comincia e ti scaraventa subito in un mondo marginale, dove le case sono malandate roulotte e vivere è arrangiarsi, lontani dal cuore della città ma anche dalle strade che portano davvero verso orizzonti lontani. Fai presto a classificarlo come una storia di periferie e illegalità varie, iniezione di crudo realismo, che fa certamente bene, sempre che la lucidità dello sguardo riesca a farsi anche buona letteratura.

Poi però diventa qualcos'altro, storia di appetiti e morbosità, romanzo di formazione, trama che si insedia nei paraggi della letteratura fantastica.

Pagine che staccano gli ormeggi e vanno altrove. Non che nemmeno questo regali la gioia della libertà, sia ben chiaro. Il cielo sospeso su questa storia rimane livido. E perfino Eva, la ragazzina protagonista, inchiodata a una vita che non pare nemmeno vita, mi sa che appartiene a un altro pianeta.

Libro scritto benissimo (di Laura Pugno, che non conoscevo, voglio leggere anche Sirene, di cui dicono un gran bene), libro gelido, libro da cui mi sono congedato con un senso di vuoto.

A volte c'è bisogno anche di questo.

sabato 23 ottobre 2010

Quel viaggio in seconda classe per la Sicilia

Cerco di immaginarmi come possa essere diversa l'alba a Marsala per chi a Marsala ci è nato e vissuto:l'alba dei panettieri, l'alba dei giornalai, l'alba di chi lavora nelle cantine e di chi ad agosto si alza dal letto per andare a vendemmiare. L'alba dei pescatori e l'alba dei militari, l'alba dei pasticceri e l'alba dei baristi. Di sicuro anche per loro c'è stato un giorno in cui da bambini si sono svegliati tanto presto la mattina e hanno pensato che la luce dell'alba rendesse Marsala ancora più splendente e meravigliosa che mai

E dunque, che Sicilia, o cara (Felitrinelli) non sia un capolavoro (e che nemmeno pretenda di esserlo) è evidente. Che da Giuseppe Culicchia ci si possa aspettare di più, pure. Però con questo liberatevi della zavorra delle critiche e dei luoghi comuni. Semplicemente, tuffatevi in queste pagine, con la naturalezza dei gesti che vengono da lontano.

Allora la Sicilia esce dai depliant degli uffici del turismo, abbandona le cronache dei quotidiani, diventa grumo di affetti e memorie, legame che non ha bisogno di giustificazioni, diventa odori, colori, sciabolate di luce.

Culicchia la racconta attraverso il suo primo viaggio fatto da bambino: uno di quei viaggi che appartengono agli anni Sessanta e Settanta, il ritorno a casa per l'agosto, i bagagli stipati dentro l'utilitaria oppure caricati sulla vettura di seconda classe, il treno che dalle periferie operaie del Nord porta ai mari del Sud, la strada dell'emigrazione presa a contrario.

Il primo viaggio vero, fatto di tempo e sudore, di attesa e di saluti. Ma quanti viaggi prima, con i racconti del padre e le tante storie che si intrecciano intorno a una tavola, le parole come un tappeto volante che porta lontano, ma allo stesso tempo può riconsegnarci all'origine.

E prendetelo così, questo libro, non come un libro sulla Sicilia, ma un libro su un ragazzino che fantasticava sulla sua Sicilia e poi su un adulto che vuole tenersi stretto quel ragazzino.

Ps: Due anni fa sono stato anch'io a Marsala, città che prima per me era solo lo sbarco di Garibaldi e un ottimo vino. E Culicchia racconterà la sua Sicilia di adolescente, però grazie a lui sono ritornato a quei giorni, la pellicola di quel viaggio ha cominciato a girare...

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