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giovedì 27 dicembre 2012

Per la fame. Siamo venuti giù per la fame

Bello o brutto che sia, questo è il libro per cui sono venuto al mondo. Fin da bambino ho sempre saputo di dover fermare questa storia - le storie difatti non le inventano gli autori, ma girano nell'aria cercando chi le colga - e raccontarla prima che svanisse. Nient'altro. Solo questo libro.

Tanto di cappello ad Antonio Pennacchi per questa dichiarazione di intenti, piazzata prima della prima riga di Canale Mussolini. Tanto di cappello perché quando ci si permette una dichiarazione tanto impegnativa uno pensa a un libro ricercato, magniloquente, carico di effetti speciali, esistenzialmente intricato, invece che questa storia di contadini, di campi sottratti alle paludi, di fatiche e raccolti magri.

Ho letto Canale Mussolini, solo ora, come faccio sempre con i libri che hanno vinto premi importanti e di cui a lungo si è parlato: ovvero dopo aver aspettato che di essi non si parli più e che siano spariti dalle vetrine. Credo che faccia bene, ai libri e ai lettori.

E dunque, questo è il mio consiglio. Non abbiate paura della lunghezza, sopportate qualche pagina di cui certo si poteva fare a meno. E classificate questo romanzo come vi pare, parlandone magari come di una grande saga famigliare, un luogo comune come un altro.

E certo che è giusto interrogarsi su questa Storia dell'Italia tra le due guerre, raccontata dal basso, con uno sguardo originale e discutibile figlio delle bonifiche dell'Agro Pontino, di quei campi strappati alla malaria, delle città sorte dal nulla. Tanto più che le bonifiche e l'idea rivoluzionaria che accompagnò il primo fascismo non nascondono e non giustificano i crimini delle squadracce.

Poi però basta attaccare con il primo rigo:

Per la fame. Siamo venuti giù per la fane, E perché se no?

E arrivare in fondo, pagina dopo pagina.

lunedì 21 febbraio 2011

Antonio Pennacchi e l'operaio che conosce Dante

Antonio Pennacchi è uno che ha lavorato per anni e anni da operaio, e non credo che ci siano altri che sono arrivati a vincere lo Strega dopo aver fatto i turni in fabbrica.

Antonio Pennacchi è uno che per anni e anni ha fatto anche il sindacalista, senza vergognarsene, e ancora oggi a un giornalista - Matteo Nucci sul Venerdì di Repubblica - che lo intervista può dire cose così:

Io, operaio, mi difendo meglio se conosco Dante

Antonio Pennacchi è uno che si è iscritto all'università mentre lavorava in fabbrica e che usava i minuti liberi al lavoro per scrivere.

Antonio Pennacchi ci ha messo otto anni per pubblicare Mammut, il libro che oggi Mondadori riedita con tutti gli onori, e in quegli otto anni il manoscritto è stato rifiutato 55 volte da 33 editori diversi: cosa che può dare speranza anche a qualche altro scrittore che se lo merita.

Antonio Pennacchi è uno che gli si stringe il cuore a pensare che la sua fabbrica ha chiuso dopo tanti anni e che al giornalista dice anche questo:

Io ho voluto lavorare qui! La scrittura invece è stata un dovere

E non so vi piacciono o meno i libri di Antonio Pennacchi. Ma c'è vita vera, c'è dignità, nella sua vita.

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