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martedì 13 giugno 2017

Quando la storia del Mediterraneo è appassionante come un romanzo

E meno male che era considerato solo il grande storico del Mediterraneo del Cinquecento e del Seicento, di altre epoche non si sa. Meno male che lui stesso aveva dubitato di quello che stava facendo, tanto che il manoscritto, dopo alcune vicissitudini editoriali, non era stato pubblicato, anzi, era rimasto in un cassetto per i dieci anni successivi alla sua morte. Cosa avremmo perso se alla fine non avesse trovato la strada della pubblicazione.

Memorie del Mediterraneo di Fernand Braudel (Bompiani) è assai più di un ottimo saggio storico. Non è l'opera di uno specialista per specialisti. Si raccomanda per la lettura a tutti coloro che sentono il richiamo di un mare che - come indica lo stesso nome - è spazio tra terre diverse dove tante civiltà hanno conosciuto prosperità e declino.

Lettura buona per chi ama capire cosa rimane oltre i singoli eventi e per chi sa che c'è una storia oltre l'odore della salsedine, la rosa dei venti, le merci accatastate sui moli e i sapori delle cucine: di più, che proprio queste cose fanno la storia.

E la storia che Braudel racconta abbraccia con un poderoso colpo d'occhio i secoli e i millenni. Parte dall'inizio, dal mare che non è ancora mare, per raccontare poi i tanti popoli che questo mare lo hanno solcato, dai cretesi ai fenici, dagli etruschi ai greci e ai romani.

E quante sorprese in queste pagine, quanti punti fermi che lo storico fissa a uso e consumo del nostro presente.

Per esempio, sullo spazio e sul tempo, perché il Mediterraneo, spiega Braudel, non si è mai rinchiuso nella propria storia, ma ne ha rapidamente superato i confini: a ovest verso l'oceano Atlantico; a est attraverso il Vicino Oriente... Oltrepassato l'ultimo olivo, la vita e la storia del Mediterraneo non si interrompono solo per far piacere al geografo, al botanico, allo storico.

E poi il Mediterraneo è mare di scambi, di mescolanze, di appartenenze sfumate e confuse, a volta esse stesse fonte di equivoci. Allo stesso modo con cui la vela triangolare che noi chiamiamo latina ci arriva dall'oceano Indiano ed è regalo dell'Islam.

Il Mediterraneo è storia di potenti flussi migratori - mica solo ora  - è storia di popoli che hanno passato il mare e hanno cominciato un'altra vita su un'altra sponda, come i coloni delle città greche in Sicilia e in Calabria. Carestie, invasioni, massacri, ma poi una storia che si distende, dopo la tragedia.

E' mare dove le civiltà più belle e affascinanti - a volte anche le più misteriose - sono state quelle più aperte allo scambio, meno tenacemente dedite al mestiere della guerra. Dagli ittiti che non manifestano la crudeltà guerriera di tutta un'epoca ai minoici di Creta, con i loro palazzi senza difese, agli etruschi, con i sorrisi enigmatici della loro arte.

Ci sono simpatie, ci sono emozioni, in questo libro appassionante come un romanzo. Non le nasconde, Braudel, le rivel,a ci gioca, se ne fa forte:

Queste passioni contraddittorie sono la fiamma di cui si nutre la storia, quella che ci viene raccontata e quella che a nostra volta cerchiamo di comprendere. Come si potrebbe non soffrire, o non entusiasmarsi cammin facendo, anche se è un peccato contro le sacrosante regole dell'imparzialità?

 Concordo. E anch'io, in queste pagine, mi sono sentito ittita, cretese, etrusco, nomade del mare

lunedì 14 novembre 2016

Riscoprire il Mediterraneo con le stelle di una volta

Questo è il racconto di un viaggio. Parla di barche, di mare e di coste; di città antiche e di metropoli moderne, di porti ormai scomparsi e soprattutto di un tempo lontano quando le stelle orientavano il cammino.

Ecco il libro che non ti aspetti da uno storico: e lo dico con tutta la considerazione possibile per chi la storia la esercita. Non te l'aspetti, perché ci sono dentro molte cose che in un libro di storia, soprattutto se italiano, raramente ci sono. C'è buona, anzi ottima narrazione. C'è capacità di prendere per mano il lettore e di accompagnarlo dentro un tempo. C'è bisogno di immedesimazione, che non fa mai male. C'è persino immaginazione, che sembra che non c'entri niente con il mestiere dello storico,  e invece no, credo che per lo storico ci voglia anche l'immaginazione, purché onesta e ben alimentata dagli studi.

C'è tutto questo in Quando guidavano le stelle di Alessandro Vanoli, pubblicato dal Mulino. Libro di uno storico, appunto, ma soprattutto libro di viaggio, gran libro di viaggio. Anzi, di viaggio sentimentale, come recita il sottotitolo: anche se poi ogni viaggio, se è importante, evoca i sentimenti e con essi si misura.

Un viaggio, anzi quattro viaggi, attraverso il Mediterraneo, il mare ormai lontano, come si ricorda nell'introduzione. E' il nostro mondo, ma anche un mondo che ormai non c'è più.  E' la nostra storia, ma anche una storia divisa, lacerata, oggi perfino più complicata.

Sino a non molto tempo fa - spiega Vanoli - Il Mediterraneo era, a suo modo, anche una scelta di civiltà, l'idea di un'antica matrice comune. Signori della guerra e crociati, pirati e mercanti di schiavi, certo, erano all'opera. Eppure a quel mare appartenevamo tutti, grazie a quel mare ci si mescolava. Solo che tutto questo oggi sta scomparendo: il Mediterraneo è diventato confine liquido, steppa da cui prima o poi arriveranno i barbari.

Bene dunque riprendere il mare, magari scendendo un giorno al Pireo per cercare l'antico porto di Atene con le parole della Repubblica di Platone. Per trovarlo davvero,  nelle fonti della storia e della letteratura, come nelle suggestioni di un viaggiatore moderno. Bene respirare la stessa aria che gonfia le vele, fremere per l'ormeggio che si scioglie. Salutare il molo e scrutare orizzonti più ampi.

Questo libro l'ho divorato negli stessi in cui per lavoro partecipavo al lancio di Mediterraneo Downtown, a Prato, e cominciavo le presentazioni del mio Fibonacci, cioè di un grande toscano che seppe attraversare il Mediterraneo. Non mi paragono a questo libro in cui piuttosto ho ritrovato le sensazioni di altre letture - dalle parti di Braudel e Matvejevic - però ritrovo in queste pagine gli stessi sentimenti: curiosità come minimo. La voglia di andare sull'altra sponda per capire cosa c'è davvero.

E' una bella giornata si sole e le correnti sembrano favorevoli. I libri bisogna avere il coraggio di chiuderli ogni tanto e accettare la sfida e la fatica: i remi fendono l'acqua con lentezza e l'aria ha l'odore del sale. C'è un grande viaggio che ci aspetta e un mare infinito davanti a noi. 

sabato 17 settembre 2011

Edmondo e il suo tiro mancino

Un libro sullo sport, dunque? Non preoccuparti, "pavido" editore. Questo è un libro sui pretesti

Mi sa che ha ragione Gabriele Romagnoli, in una  recensione che non è una recensione, che piuttosto è anch'essa un pretesto, uno splendido pretesto, soprattutto per parlare di un grande della nostra cultura che troppo presto ci è venuto meno, Edmondo Berselli.

Il più mancino dei tiri è un libro di pretesti, di allusioni (e illusioni?) ambulanti, di nostalgia canaglia. E' un frullato di citazioni e rivelazioni, di collegamenti scoperti e rivendicati, di evasioni e dissacrazioni.

Un libro dove le punizioni di Mariolino Corso (le foglie morte dell'Inter degli anni mitici) evocano i fatali amori di Juliette Gréco, dove gli autogol annunciati di Comunardo Niccolai scatenano una riflessione sulle possibilità dell'autoprofezia, dove le preoccupazioni di un portiere come Enrico Albertosi - non si sa dove andiamo a parare, non male per un portiere - diventano occasione di riflessioni sulle pagine errabonde di Sterne o Musil.

E poi ci sono Bob Dylan e Karl Kraus, la Divina Commedia e i presocratici, Giulio Andreotti e Walter Matthau.... e a proposito, era quest'ultimo che, nella parte di giudice della Corte Suprema in Una notte con vostro onore sentenziava:

Diffidate di chi ha la scrivania sgombra. Di sicuro è uno che nasconde tutto nei cassetti. E se non ha niente neanche nei cassetti, a che diavolo gli serve una scrivania?

La scrivania, mi sa, Edmondo Berselli ce l'aveva. Però per  questo libro non si fa sforzo a pensare una scrivania senza carte sopra di essa, oppure nei cassetti. Almeno è questo che che Berselli rivendica: conta solo la divagazione, secondo i venti e le correnti del grande oceano di carta; conta solo ciò che si ricorda.

Perché poi la pagina più fantastica è quella di Fernand Braudel, il grande storico francese, che prigioniero durante la seconda guerra mondiale riesce a scrivere niente meno che lo straordinario Civiltà e imperi del Mediterraneo nell'età di Filippo II. Nella baracca di un campo, senza poter consultare niente.

E a modo suo anche Berselli, sospinto dagli elisei della memoria e del piacere affabulatorio: ci sia Gianni Rivera o Marcel Proust. Solo ciò che si ricorda conta nella vita.

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  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...