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mercoledì 29 aprile 2015

Giacomo Leopardi e l'enigma della felicità

Quest'uomo che è un concentrato di dolore e che pure ci accompagnerà tutta la sua vita con le sue lune silenti, i dolci naufragi nell'infinito, i ricordi della fanciullezza. Quest'uomo debole e incerto eppure dalle mente inflessibile, direi spietata. Quest'uomo che amava le illusioni e che faceva di tutto per squarciarne il velo. Quest'uomo che fa paura da quanto ha sofferto e che pure ora conosco anche per come sapeva conversare amabilmente, con il dono della leggerezza, o per come trovava irresistibile, da gran goloso, i dolcetti napoletani.

Ovvero Giacomo Leopardi, che mi porto dietro dai tempi della scuola, tra i pochi autori che i programmi ministeriali non mi hanno inflitto, piuttosto mi hanno consegnato come un regalo da conservare con attenzione.

Dopo diverso tempo finalmente ho letto il Leopardi di Pietro Citati (Mondadori), libro che mi piaceva tenere in bella vista, non fosse altro che per la copertina con uno dei miei quadri e uno dei miei pittori preferiti - Le scogliere dell'isola di Rugen di Caspar David Friedrich, inquietudine ed enigma dell'infinito - ma che mai avevo osato affrontare. Libro impervio in effetti, per mole e densità, impervio ma bellissimo: di quelli che, alla fine, procurano la stessa soddisfazione di una montagna una volta che sei sulla cima.

Biografia ma anche rilettura dell'intera opera di un grandissimo che non sentiamo come poeta sul piedistallo, ma come uomo che, magnificamente, ci parla cuore a cuore. E che ci consente di riconoscerci, proprio grazie alle sue parole.

Citati entra dentro la vita Leopardi, vi partecipa, ce la rivela. E incanta, anche quando il suo discorso vola alto: indugiate, per esempio, sulle pagine in cui ci racconta dell'importanza della luna nella visione poetica di Leopardi.

Vola alto, ma per ritrovare sempre l'uomo che, estraneo ai tempi moderni quasi per definizione, meglio di tutti ha saputo esprimere la condizione di noi moderni. E per spingerci di fronte alla questione delle questioni: esiste la felicità? E se esiste, dov'è?

venerdì 3 gennaio 2014

La parola che restituisce vita a Katherine

Pensava a Cechov. Aveva identificato il proprio destino con quello di lui, che ebbe la sua stessa malattia, errò come lei tra le camere d'albergo, scrisse racconti che invidiava, e giunse, anch'egli, ad amare la vita dopo essere uscito dall'incubo della morte. Avrebbe voluto parlargli: in una stanza un po' oscura, tardi nella serata.

Ecco, solo un piccolo assaggio di un libro che è un gioiello, un goiello ancora più bello perché scovato per caso su una bancarella su cui avevo posato uno sguardo distratto. Vita breve di Katherine Mansfield, opera di Pietro Citati di parecchi anni fa, oggi sostanzialmente dimenticata.

Titolo umile, che induce alla sottovalutazione. Cosa sarà se non una biografia di questa scrittrice neozelandese che all'inizio del Novecento ci ha regalato alcuni dei racconti più belli dell'intero secolo?

E no, questa non è una biografia, così come non è un saggio critico, non è nemmeno un romanzo. Forse è solo l'ennesima conferma della potenza della parola, così incredibilmente capace di evocare la vita. Fosse anche il volto di questa giovane donna dai capelli bruni e dagli immensi occhi neri. Fosse anche il suo enigma e perfino la meraviglia di una possibile felicità conquistata nel quartier generale di un corpo presidiato dalla malattia.

E si legge, questo libro di poche pagine e molte suggestioni, si legge così come promette la quarta di copertina di una vecchia edizione della Rizzoli:

Nessuno che abbia cominciato questo libro potrà più abbandonarlo; e passerà insonne la notte chiedendosi chi sia mai stata Katherine Mansfield.

mercoledì 11 dicembre 2013

I racconti che ronzavano nella mente di Katherine

In questi ultimi anni aveva la mente gremita di racconti, come un alveare è pieno di api: ronzavano proprio lì sulla soglia, aspettando di venire distesi sulla carta; e appena ne aveva lasciato entrare uno movendo la mano, ecco apparirne un altro, che fino allora era rimasto appartato nell'ombra, in attesa della sua occasione.

Scriveva i racconti di getto, in poche ore, quasi in preda ad una allucinazione.

Quando le era possibile cercava, come Kafka, di comporli senza interrompersi mai, dalla prima all'ultima parola: nove, dodici, quindici ore di seguito, venticinque pagine in una giornata; velocemente, sempre più velocemente, perchè l'ispirazione non le sfuggisse e la morte non la afferrasse prima di portare il racconto alla posta.

(Pietro Citati, Vita breve di Katherine Mansfield, Bur)

sabato 8 ottobre 2011

Dare nomi, la grande consolazione


(da Paolo Ciampi, I due viaggiatori, Mauro Pagliai editore)

Mi capita anche di ripensare spesso a una bella frase di Elias Canetti:

Dare un nome alle cose è la grande e seria consolazione concessa agli umani
 

Dare un nome: è questo il lavoro di chi lavora alla conoscenza del mondo. Lo fa il naturalista, come il geografo. Lo fa l’esploratore, magari immergendosi nei nomi degli altri, accettando il rischio della differenza e dell’equivoco. 

Cosa, quest'ultima, di cui Odoardo sarà sempre ben consapevole. Su di essa dirà anche cose importanti. Come quando un giorno veleggerà verso Papua, un viaggio terribile, sfibrante, con la febbre alta e la milza a fargli vedere le stelle. Riuscirà comunque ad accorgersi che le carte nautiche riportano due isole, Jackson e Pulo Snapam, che in realtà sono la stessa cosa. 


Viziaccio dei cartografi, questo, di voler ribattezzare i posti con i nomi di generali, santi e principesse, invece che accontentarsi dei nomi sotto i quali sono conosciuti dai nativi. È così che si finisce per prendere lucciole per lanterne. E non è solo accademia, perché ci sono anche sbagli che ti portano dritto su uno scoglio o un banco di sabbia.
 

Dare nomi: cioè scovarli, attribuirli, ripeterli, ascoltarli, lasciarli risuonare. A pensarci è proprio questo che ha fatto anche Emilio, nella sua vita di capitano ormeggiato in biblioteca. Il suo modo di organizzare la varietà e la complessità che c’è in terra.
 

Ha scritto una volta Pietro Citati:
 

Il dono maggiore di Salgari fu proprio quello di credere ciecamente e inconsciamente nella suggestione delle parole che aveva trovato nei vocabolari.

lunedì 27 settembre 2010

Il Leopardi che leggeva e diventava quel libro

La cosa essenziale, dice Leopardi, non è essere uno scrittore, ma un lettore. E lui legge di tutto e diventa ogni volta il libro che ha letto e non c'è fine a questa incessante trasformazione

Che belle queste parole, che Pietro Citati – e dico poco – consegna ad Antonio Gnoli, in una bella intervista in cui presenta la sua ultima impressionante fatica, Leopardi (Mondadori). Libro che mi fa un po' paura, lo ammetto, ma che certamente finirò per comprare e per leggere, intrigato da Leopardi, ma sicuramente anche dalla consapevolezza che un'opera di Citati è sempre una miniera che arriva a profondità insospettate, di sorpresa in sorpresa.

In attesa del libro, quanti spunti in questa intervista su un poeta che è troppo facile confinare ai versi che ci insegnano a scuola e inchiodare ai vari stereotipi dell'infelicità e della solitudine.

Grazia a questo libro riuscirò a saperne di più di questo uomo che ci lasciò detto che le uniche cose sopportabili sono le cose che non sono. Che sapeva essere moderno detestando la modernità. Che diventava tutti i libri che leggeva e per questo si considerava solo uno scrittore di tentativi. Che nella sua sofferenza sapeva anche essere meno ombroso di quanto vorremmo presupporre (leggo nell'intervista che si divertiva anche a dare i numeri del lotto che gli chiedevano in quanto gobbo)

Un uomo che riesce a parlarci ancora, perché, come spiega Citati, da quel lembo di provincia italiana che era Recanati è riuscito a porsi fuori del tempo e quindi a parlare a tutti i tempi.

L'Italia non ha più prodotto nessun altro grande moderno


E con  queste parole a me non rimane altro che meditare su ciò che è veramente moderno.

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  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...