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venerdì 10 luglio 2015

Il giornalismo al tempo delle bugie

A un dato momento la bugia stampata avrà la meglio su di me.

Questa era l'amara considerazione di Victor Klemperer, studioso del linguaggio tedesco, nella sua opera La lingua del Terzo Reich. Amara considerazione relativa a una verità che si misura con la bugia e che sa che la bugia finirà per prevalere. E' così che funziona: quando le cose finiscono su un giornale, quando iniziano a circolare in rete, quando sono riprese da altre testate, non importa che siano vere, il fatto è che è come se fossero vere.

Di tutto questo parla Luca Sofri, in Notizie che non lo erano. Perché certe storie sono troppo belle per essere (Rizzoli), libro che molto fa pensare e che riesce anche a essere divertente, accompagnandoci in una giungla di equivoci, di sfondoni, di allegre traduzioni e di morti più volte annunciate (su tutti Fidel Castro, il più dato morto dei vivi).

Solo una bella antologia di bufale, come si dicono nel gergo giornalistico? Direi di più, molto di più. Anche perché sfata diversi luoghi comuni. In primo luogo la supposta attendibilità della stampa tradizionale rispetto alle tante cose che circolano in rete. Vero il contrario, piuttosto: di certe cose ci si accorge di più perchè finiscono sul web; e quest'ultimo è piuttosto la cassa di risonanza di ciò che, sventuratamente, finisce pubblicato anche sui migliori dei giornali.

Ma se anche con quest'ultimi non c'è da stare allegri, bisogna solo rassegnarsi alla quotidiana disinformazione?

Forse è a un giornalismo diverso che si può pensare, che metta insieme professionisti e cittadini, nella consapevolezza - lo spiega Jeff Jarvis - che qualunque cosa svolga efficacemente il compito di creare comunità più informate - e quindi meglio organizzate - è giornalismo.

E forse si potrà continuare a fare le pulci - in questo modo mettendo in circolo non un virus letale per il giornalismo, ma vitamine per un giornalismo migliore, più attento e accurato.

O forse potremo semplicemente cavarsela come ci spiega nell'introduzione Craig Silverman:

Muovendoci con diffidenza e sapendo che dovremo arrangiarci, se vogliamo capire cosa sia vero e cosa sia falso in un mondo in cui c'è un sacco di falso, ben stampato. Divertente. 

domenica 2 novembre 2014

Al diavolo, lo scrivo questo libro

Il laico, l'ateo Pertini è un uomo di fede che infonde fede.

Si può ricorrere alle sue parole nei momenti più duri. E se di una retorica ormai tanto lontana dal nostro sentire si può sorridere, la sostanza, quella, non è invecchiata di un giorno.

Ha l'odore del sangue che pulsa nelle vene, della speranza che non si rassegna.

Invita a immergervisi con assoluta devozione. Sa di corpi agili in movimento. E' una sostanza giovane.

Eravamo per quello, dopo tutto, alla manifestazione per l'anarchico Puig. Perché eravamo giovani.

L'arte più sublime è quella di invecchiare senza perdere quello spirito. Almeno un po' di quello spirito.

Al diavolo.

Lo scrivo questo libro.

(da Giancarlo De Cataldo, Il combattente. Come si diventa Pertini, Rizzoli)

giovedì 30 ottobre 2014

Come spiegare chi era Sandro Pertini

Come la storia che un padre racconta al figlio, magari perché non ha saputo farne nient'altro. E chissà se il figlio ci crederà davvero, però, incredibile, lo sguardo è attento, le labbra si stanno schiudendo in una domanda...

E' una storia che fa bene condividere con i propri figli, anche solo per vedere l'effetto che fa, quella che Giancarlo De Cataldo racconta in Il combattente (Rizzoli). Libro di cui la prima cosa che mi ha colpito è il sottotitolo: Come si diventa Pertini. Sottotitolo che fa riflettere e che prende subito le distanze da ogni cedimento retorico, che poi è ciò che fa sì che le persone straordinarie siano piantate sopra un piedistallo: perché è in questo modo che si perdono, e che le perdiamo.

E dunque, cosa dobbiamo ricordare di Sandro Pertini? L'antifascista che non fece un passo indietro e che per questo fu seppellito in carcere? Il vecchiettino con la pipa in bocca che salta in piedi durante la finale del Mondiale di Spagna e regala a tutti un fiotto di tenerezza nel tripudio sportivo? O forse qualcosa che va oltre i luoghi comuni, le istantanee della storia, i giudizi una volta per tutte?

E' bello, questo libro, perché ci restituisce un personaggio a tutto tondo, senza fare sconti alle asprezze del carattere e delle convinzioni. La storia di un uomo che sembra appartenere irrimediabilmente ad un'epoca morta e sepolta - un po' come Enrico Berlinguer - e che invece...

Invece fa bene parlare di Sandro Pertini, dopo che il nuovo è avanzato, dopo che ha vinto la politica vetrina, la politica spettacolo, comparsata televisiva e irruzione nei social media, con molta allergia per la sostanza e anche per l'essere semplicemente se stessi.

Fa bene parlarne e fa bene interrogarci: come raccontarlo ai nostri figli? Chissà se gli piacerà, il buon vecchio Sandro.

venerdì 3 gennaio 2014

La parola che restituisce vita a Katherine

Pensava a Cechov. Aveva identificato il proprio destino con quello di lui, che ebbe la sua stessa malattia, errò come lei tra le camere d'albergo, scrisse racconti che invidiava, e giunse, anch'egli, ad amare la vita dopo essere uscito dall'incubo della morte. Avrebbe voluto parlargli: in una stanza un po' oscura, tardi nella serata.

Ecco, solo un piccolo assaggio di un libro che è un gioiello, un goiello ancora più bello perché scovato per caso su una bancarella su cui avevo posato uno sguardo distratto. Vita breve di Katherine Mansfield, opera di Pietro Citati di parecchi anni fa, oggi sostanzialmente dimenticata.

Titolo umile, che induce alla sottovalutazione. Cosa sarà se non una biografia di questa scrittrice neozelandese che all'inizio del Novecento ci ha regalato alcuni dei racconti più belli dell'intero secolo?

E no, questa non è una biografia, così come non è un saggio critico, non è nemmeno un romanzo. Forse è solo l'ennesima conferma della potenza della parola, così incredibilmente capace di evocare la vita. Fosse anche il volto di questa giovane donna dai capelli bruni e dagli immensi occhi neri. Fosse anche il suo enigma e perfino la meraviglia di una possibile felicità conquistata nel quartier generale di un corpo presidiato dalla malattia.

E si legge, questo libro di poche pagine e molte suggestioni, si legge così come promette la quarta di copertina di una vecchia edizione della Rizzoli:

Nessuno che abbia cominciato questo libro potrà più abbandonarlo; e passerà insonne la notte chiedendosi chi sia mai stata Katherine Mansfield.

giovedì 4 aprile 2013

Quando le tangenti si chiamavano "zuccherini"

Annunzio quindi solennemente alla Camera che posseggo dichiarazioni di testimoni, superiori a qualsiasi eccezione, le quali dichiarazioni sono a carico di un deputato nostro collega, e si riferiscono a lucri che avrebbe percepito nelle contrattazione della Regìa dei tabacchi...

Erano gli anni di Firenze capitale e Cristiano Lobbia, deputato garibaldino, prese la parola nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio - allora sede della Camera - per puntare l'indice contro chi si era illecitamente arricchito votando una legge sulla privatizzazione dei tabacchi. Era il primo grande scandalo del neonato Stato italiano ed era evidente che di zuccherini - come allora si chiamavano le tangenti - ne erano circolate a iosa. Ma eravamo all'inizio: e nessuno avrebbe mai potuto sospettare che a rovinarsi sarebbe stato proprio il grande accusatore, pronunciando in aula quelle parole.

Qualche giorno più tardi provarono ad ammazzarlo per strada, in via dell'Amorino. E siccome non ci riuscirono misero in moto la macchina del fango - come tante altre volte dopo. Però con Cristiano Lobbia furono particolarmente fantasiosi: e si spinsero fino a farlo condannare a un anno di prigione per simulazione di reato. Come se quella notte si fosse aggredito da solo e da solo si fosse aggredito.

La gente comune non ebbe mai dubbi sul povero Lobbia. E se oggi il suo cognome indica un cappello è perché così lo cominciarono a chiamare i cappellai di Firenze nei giorni successivi all'aggressione (e andò a ruba, la lobbia). Perché il deputato fosse riabilitato la strada fu invece molto lunga: ci si arrivò soltanto quando lo scandalo fu definitivamente sedato - grazie anche alla provvidenziale morte di cinque testimoni - e quando Lobbia era ormai finito come politico e anche come uomo.

E' una storia maledettamente italiana quella che disseppellisce Gian Antonio Stella  con I misteri di via dell'Amorino (Rizzoli). Una storia che ci racconta perfino con un eccesso di documentazione e di citazioni, invece di dare via libera alla sua penna e alla sua indignazione.

Ma i fatti sanno parlare da soli. E raccontano tutto dell'Italia di oggi, guardando indietro, a cosa successe quasi un secolo e mezzo fa, sulle sponde dell'Arno.

sabato 15 settembre 2012

L'emigrante che piangeva ai film di Charlot

In ogni caso, Diamante non perse neanche un cortometraggio di Chaplin, né lo abbandonò quando Charlot divenne famoso - milionario e vanitoso come un re.

Quando divenne intellettuale, quando smise di far ridere, quando fu processato per le sue esuberanze erotiche e biasimato per la sua inclinazione per le ragazze troppo giovani, quando cominciò a parlare - e perfino quando divenne comunista e cadde in disgrazia negli Stati Uniti. Diamante gli rimase fedele - e fu la sua una fedeltà conclusiva.

Lo seguì come un compagno d'avventura, il misterioso fratello che non aveva mai incontrato. Conosceva a memoria Charlot dentista, Charlot pittore, Charlot alla spiaggia, Charlot nottambulo, vagabondo, pompiere, gentiluomo ubriaco, emigrante, evaso, soldato, vetraio ambulante, cercatore d'oro, disoccupato, clown.

Anche i figli finirono per trovare familiare il vagabondo coi baffetti neri e gli occhi celesti, furbi e sconfitti.

Ma Roberto non aveva capito perché mai, mentre la platea sussultava, squassata dalle risa, suo padre restava immobile, pietrificato nell'oscurità, lo sguardo fisso sullo schermo. Perché mai, alla vista di quel bastone roteante e di quella camminata sghemba, piena di patetico sussiego e di incrollabile dignità, Diamante, così rigido e controllato, che nessuno aveva mai visto piangere e nemmeno emozionarsi - estraesse un fazzoletto da taschino e soffiasse furtivamente il naso.

(Melania G. Mazzucco, Vita, Rizzoli)


mercoledì 25 aprile 2012

Come fanno i libri a passare da una lingua all'altra

Era Italo Calvino a sostenere che l'unica "vera lettura" è la traduzione: e forse esagerava, o forse nel dire così peccava per difetto, non aggiungeva che la traduzione è assai di più, è magia, metamorfosi, opera di pochi eletti capaci di prendere un testo e trasformarlo in qualcos'altro.

E non so se invece a esagerare sono io, però il lavoro (o il lavorio?) del traduttore - in particolare del traduttore di narrativa - mi ha sempre intrigato, destandomi infinite domande. A alcune di esse ho trovato risposta nel libro di Laura Bocci Di seconda mano (Rizzoli).

Un libro che, come recita il sottotitolo, non è nè un saggio nè un racconto sul tradurre letteratura e in realtà non si sa bene cosa sia, però ti porta bene dentro un mondo da cui quasi sempre prescindiamo, come se fosse scontato leggere un autore islandese o sudafricano nella lingua con cui andiamo a comprare il pane.

Al mattino, quando si inizia, è necessario darsi un poderoso colpo di reni, appoggiarsi con forza al bastone del viandante. Impegnare la volontà. Credere fermamente che quelo che si fa è un lavoro utile, indispensabile alla trasmigrazione di una cultura in un'altra, olte che alla nostra materiale sopravvivenza.

Così scrive Laura Bocci, traduttrice dal tedesco, che di cose ce ne spiega molte.  Per esempio che per il vero "corpo a corpo" non è con la lingua da cui si traduce, ma con la lingua in cui si traduce, che è la propria lingua madre. Per esempio che la traduzione è sempre "un inevitabile compromesso", ma questo già me lo immaginavo. Per esempio che chi traduce i "classici" se la vede con difficoltà che non riguardano solo la lingua, riguardano un mondo che non c'è più e che é difficile "mostrare" al lettore.

Beh, sempre meglio essere consapevoli delle difficoltà, che arrendersi con Ortega Y Gasset, per cui ogni traduzione era impossibile.

martedì 22 novembre 2011

Un Don Chisciotte nella Firenze in guerra

Era un grande scrittore e un grandissimo giornalista, Romano Bilenchi, troppo presto dimenticato. Appartiene a un altro mondo e a un'altra epoca, ma tuffarsi nelle sue pagine è sempre un piccolo grande piacere, che prima di tutto ha a che vedere con il piacere di una lingua pulita e densa.

Non solo con la lingua, però. In quetsi giorni mi è capitato tra le mani il suo Amici (Bur Rizzoli), libro che racchiude storie e incontri di un uomo che seppe mantenersi fedele alle sue amicizie. E' una straordinaria carrellata di artisti e intellettuali che animarono la Firenze degli anni Trenta, Quaranta, Cinquanta, da Elio Vittorini a Mario Luzi, da Mino Maccari a Ottone Rosai.

Ma il personaggio più straordinario - meriterebbe un romanzo - non ha un nome e un posto nella storia della nostra cultura. Era un marchese spagnolo - un nobile decaduto che fa tanto Don Chisciotte - che nella Firenze della guerra, per risparmiare, mangiava in una trattoria di quart'ordine frequentata anche dai membri della Resistenza in clandestinità. Aria di grande di Spagna che non riesce a persuadersi alla sua decadenza, poeta molto convinto delle sue liriche dalla scarsa fortuna, era uno che parlava così: "Che era, Bilenchi, quella guapa signora bionda che paseava con voi?", "Era mia moglie, signor marchese".

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...