
Quarantaquattro romanzi, praticamente uno ogni anno. L'ultimo
pubblicato nel 1975, pochi mesi prima della morte. Come se Rex Stout,
l'autore, avesse voluto farsi accompagnare fino in fondo dal personaggio
che aveva inventato e che aveva fatto vivere in tante storie.
Nero
Wolfe, quante volte che l'ho cercato. Nei Gialli della Mondadori come
nei telefilm della Rai, con il grandissimo Tino Buazzelli a impersonare
il pachidermico investigatore privato che non si muoveva mai dalla sua
abitazione di Manhattan, burbero e geniale, capace di commuoversi solo
per la buona cucina e i fiori. Uomo di eccessi che di sé diceva:
Prendo i criminali in trappola e cerco le prove per inchiodarli. Sono anche un filosofo, un artista e un attore nato.
E
scusate la modestia. Che vuol dire per uno scrittore farsi accompagnare
da una vita da un personaggio così, ingombrante non solo per la stazza?
Cosa vuol dire seguirlo nelle sue storie? Quanto entra, alla fine,
nella vita di ogni giorno?
Nero Wolfe e Rex Stout. O Rex Stout e Nero Wolfe. Corrado Augias, ne
I segreti di New York
prova perfino a individuare la casa che fu di Nero Wolfe, nel quartiere
di Chelsea, disegna una pianta degli interni, descrive gli arredi e le
abitudini quotidiane.
E Nero Wolfe mi sembra più vero
di Rex Stout, nemmeno fosse quest'ultimo il personaggio, condannato a
un'esistenza effimera. Com'è stato, in effetti: perché poi a rimanere
sono le parole.
Siamo alla fine del 1800, e le persone famose sono note principalmente per quello che fanno e che dicono, e non per le loro sembianze che, solitamente, sono ignote o quasi. Bei tempi
Vogliamo per forza incasellare questo libro nel suo genere? E allora, certo, questo è un giallo, perché c'è un morto, c'è un'inchiesta, c'è evidentemente anche un assassino.
E detto questo? Niente toglie e niente aggiunge al piacere della lettura di Odore di chiuso di Marco Malvaldi, che forse forse può perfino prescindere dall'enigma e dalla sua soluzione.
Non so, a me piace più l'ambientazione, questa alta Maremma Toscana (non lontano dalla Bolgheri di Giosué Carducci), alla fine dell'Ottocento, quando ancora non imperversavano agriturismi per facoltosi tedeschi e vini da enoteca a Manhattan.
E mi piacciono questi personaggi piantati in un'Italia lontana dalle grandi città, più vicina alla malaria che alle scelte della storia.
Mi piace soprattutto l'ardire con cui Marco Malvaldi ha voluto nella sua storia niente meno che Pellegrino Artusi, il sovrano dell'arte del mangiare bene, capostipite di intere generazioni di buongustai e di cuochi televisivi. Che poi era un gran personaggio anche nella sua vita non cartacea, una storia tutta da raccontare dell'Ottocento prossimo al Novecento.
Magari di Malvaldi preferivo i libri con i vecchiettini pisani alle prese con i delitti e le chiacchiere da bar, ma va bene così, va bene, perché era proprio quello che mi aspettavo, un bel blu di Sellerio per divertirmi e magari anche un po' incuriosirmi.
Ps: ma a pagina 150, Gaddo, infuriato rampollo della aristocratica famiglia, spettinato e incazzato come un maiale a gennaio. Lo sapete che continuo a chiedermi perché un maiale debba essere incazzato proprio a gennaio?