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lunedì 28 gennaio 2019

In Svizzera il detective che usa i mezzi pubblici

"Un detective che usa i mezzi pubblici." Francesca sorrise con dolcezza. "Che cosa c'è di più autenticamente elvetico?"

Elia Contini non è un mostro di empatia e come investigatore privato è piuttosto improbabile. Del resto non sembra che sia una professione con molte opportunità nella quieta e ordinata Svizzera. Contini, poi, è un uomo svagato, distratto, a disagio con le tecnologie che oggi sono imprescindibili. Ama starsene per i fatti suoi: e questo, in effetti,  è anche di altri investigatori. Però la sua principale qualità è la pazienza: annota i dettagli, ragiona adagio, adopera la lentezza.  Ci sta bene, in una storia svizzera che è anche una storia di montagna.

Elia Contini l'ho scoperto con Gli svizzeri muoiono felici - già il titolo è intrigante - ovvero con l'ultimo romanzo (Guanda editore) di Andrea Fazioli, scrittore di Bellinzona che già ha ottenuto importanti riconoscimenti. 

Il personaggio è come una di quelle persone che sembra facciano apposta a schivarti, ma alla fine riescono a occupare un posto nel cuore. La trama, poi, è sorprendente, rovescia le convenzioni della detective story. Gioca a carte scoperte, col delitto raccontato in presa diretta fin dalle prime pagine. 

Ma sono gli umori, le atmosfere, le traiettorie esistenziali che contano davvero. Sono le parabole dei personaggi che intrecciano le cime delle Alpi ai deserti dell'Africa. Fanno di questo noir un noir diverso dagli altri. Non la storia di un uomo chiamato a risolvere un caso, ma la storia di culture diverse che viaggiano e si incontrano. Da leggere, merita. 

sabato 8 dicembre 2018

L'ambiente non annoia più, con l'ambasciatore delle foreste

Poco importa che si tratti di catastrofi che riguardano tutti, ogni volta che sente parlare di ambiente l'autore comincia a sbadigliare, preso dalla noia. A molti succede così. 

Un giorno un collega gli regala un libro che parla di tale George Perkins Marsh, primo ambasciatore in Italia degli Stati Uniti, nominato da Abramo Lincoln. Fa le fotocopie, le mette via, solo dieci anni più tardi capisce di chi si tratta: è l'uomo che, nel secolo del progresso e dell'industria, prima ancora che esista la stessa parola ecologia, capisce cosa sta succedendo al mondo. Il primo che parla di cambiamenti climatici e di foreste da salvare. 

Ne nasce un viaggio dalle foreste del New England alle foreste del nostro Appennino, passando per i deserti dell'Africa. Ma soprattutto comincia un viaggio intorno a una persona dimenticata - pensare che dall'altro lato dell'Atlantico Marsh è considerato il padre di parchi come Yellowstone - che ci regala un nuovo sguardo sugli alberi, sulle montagne, sulla stessa nostra civiltà. 

Non c'è più noia, con questo personaggio stravagante, che frequenta a malincuore la corte dei Savoia, ma si appassiona alle saghe di Islanda e coltiva l'idea di portare i cammelli nelle praterie degli Stati Uniti. 

E chi è che parla, alla fine? L'autore o l'ambasciatore delle foreste?

(Dal risvolto di copertina del nuovo libro del sottoscritto: L'ambasciatore delle foreste, Arkadia editore)

venerdì 23 novembre 2018

Il sorriso della ragazza venuta dall'Africa

C’è l’incredibile sorriso di quella ragazza somala, colto in mezzo a una manifestazione di razzismo di piazza, quel sorriso capace di disarmare un’intera folla animata dal peggio di questi tempi grami. E c’è quell’altro sorriso che è un ricordo, un’assenza, forse anche un rimorso: quello di un’altra ragazza arrivata in Italia al termine di un viaggio che è l’inferno in terra.

Chi è Sahra? Qual è stata la sua vita prima e dove è svanita ora, dopo aver abbandonato il centro di seconda accoglienza? E perché è sparita? Quali rughe segnano il suo sorriso?

Sono queste le domande che accompagnano l’ultimo ottimo libro di Carmine Abate, Le rughe del sorriso (Mondadori): uno di quei libri che prima di tutto sono uno sguardo necessario su ciò che oggi molti provano a non vedere. E che allo stesso tempo sono viaggio, si fanno viaggio, il viaggio più terribile, il viaggio dei nostri tempi. 

E c’è quel continente da cui arrivano uomini, donne e bambini. C’è la Somalia devastata dai signori della guerra, ma riscattata dal coraggio e dalla tenacia di chi sa che anche salvare un orfano è una finestra sul futuro. E c’è la Calabria, da cui un tempo si partiva e dove oggi si arriva, la Calabria di Rosarno, ma anche quella di Riace.

Questo ci racconta Carmine Abate, da scrittore par suo, con la consapevolezza che il racconto è possibilità o almeno premessa di salvezza. 

Raccontare, dunque: cominciando da ciò che c’era prima, da quel passato rimosso, da ciò che restituisce volti e nomi. Così come ci diceva Alessandro Leogrande, prima di andarsene troppo presto, dopo aver condiviso con Carmine molte parole anche su questo libro, che per noi è come un passaggio di testimone: 
 
 Bisogna farsi viaggiatori per decifrare i motivi che hanno spinto tanti a partire e tanti altri ad andare incontro alla morte.

martedì 9 gennaio 2018

Di là dal mare, per scoprire il nostro futuro

A volte bisogna andare molto lontano per scoprire ciò che è vicino. Affrontare miserie e  ferite antiche per capire cosa sarà di noi domani. O forse cosa è già oggi. Bisogna attraversare il mare e guardare dall'altra sponda la nostra sponda.

Abitanti di un mondo in declino, trepidiamo soltanto per la nostra ricchezza, proprio come i popoli vecchi, le civiltà al tramonto. E non ci accorgiamo che nelle nostre tiepide città, in cui coltiviamo la nostra artificiale solitudine, vi sono già alveari ronzanti, di rumore e di colore, di preghiera e furore.  Il mondo di domani.

Così Domenico Quirico - uno degli ultimi grandi giornalisti italiani che il mondo lo girano e lo raccontano - conclude il suo Esodo (Neri Pozza), che non è solo libro autentico, è libro forte, toccante, spiazzante, è lobro che non offre quiete ma rimescola la coscienza, libro che sfugge a facili definizioni - è insieme reportage, atto di accusa, riflessione morale e molto altro - libro che non si dimentica.

Sull'altra sponda, dall'altra sponda. Dove ci sono villaggi assediati dalla sabbia e spopolati da chi si è mosso per speranza e per disperazione. Dove il primogenito sente in dovere di partire per alimentare una possibilità di futuro per la sua famiglia, e se non ce la fa si prova con il secondo e il terzo figlio. Dove ci si consegna a usurai, aguzzini, schiavisti, mercanti di carne umana per attraversare il deserto e poi il mare.

Sull'altra sponda, dall'altra sponda. Dove ci sono le carneficine della Siria e molti altri orrori la cui geografia non riusciamo a tenere a mente.

Polvere, sete, torture, violenze. Corpi ammassati in cassoni di camion che attraversano il deserto e in barconi che non si sa per quale miracolo o legge della fisica rimangano a galla. Eppure malgrado tutto questo la Grande Migrazione va avanti. C'è e continua, con i suoi tempi e le sue rotte, come per gli uccelli migratori: e migratore, in realtà, da sempre è anche l'uomo, più nomade che stanziale nella sua storia.

Più che i proclami serve capire. Servono giornalisti, ma prima ancora uomini come Domenico Quirico, che non si sottrae allo sguardo, alle voci delle persone che si sono messe in movimento. Uomini che si fanno viaggiatori - nel tentativo di spartire un'esperienza che non sarà mai la stessa - perchè solo nel viaggio si può intendere prima ancora del nostro presente il futuro davanti a noi. Storia del nuovo millennio, appunto, come recita il sottotitolo.

sabato 8 ottobre 2016

In compagnia di Erodoto, primo reporter della storia

Ryszard Kapuscinski, si sa, è stato un grande giornalista, un grande reporter, ma anche molto di più, perché ci ha insegnato il viaggio come stupore, come modo per perdere le proprie certezze confrontandole con quelle altrui.

La sua è la storia incredibile di un uomo nato in una sperduta cittadina della Bielorussa, che per le combinazioni della vita diventa l’unico corrispondente in Africa dell’agenzia di stato polacca. E comincia così uno straordinario cammino di libertà e scoperta.

Una volta provò a definirsi non giornalista, ma traduttore: traduttore non da una lingua all’altra ma da una cultura all’altra.

Diceva che ogni suo libro era un atto di riconoscenza per un destino che gli aveva permesso di vedere, sentire, toccare con mano tante cose.

Dopo Ebano, qualche tempo fa mi è capitato di riprendere in mano In viaggio con Erodoto, un altro libro di questo grande "giornalista viaggiatore" che è insieme una finestra sul mondo, una lezione di etica, una dichiarazione di amore per la varietà delle storie e delle culture, un dialogo con se stesso. Ma anche un confronto con il compagno di viaggio che ha accompagnato il nostro fin da quando, giovane senza arte nè parte cresciuto nella grigia Polonia socialista, ha avvertito impellente la necessità di guardare cosa c'era oltre la frontiera: Erodoto, appunto.

Già, perché questo antico greco non fu solo e semplicemente uno storico, fu l'uomo che non si accontentò di quanto gli dicevano altri, che piuttosto volle andare a vedere e toccare con mano.

Erodoto, primo reporter della storia. Erodoto al fianco di Kapuscinski e di quanti, ancora oggi, sono consapevoli che "se non si va, non si vede".

lunedì 29 febbraio 2016

Un libro sul Congo che è un miracolo (di Massimiliano Scudeletti)

 l'Africa in maniera non convenzionale.
Congo, il libro  di David van Reybrouck vincitore del premio Terzani 2015, uscito per Feltrinelli nel 2014, è un maledetto miracolo.

Settecento pagine di storia, (di questo si tratta anche se nell'edizione italiana manca il sottotitolo Una storia) dalla nascita dello stato coloniale africano ai giorni nostri,  raccontate con lo stile del reportage mescolando le voci di circa 500 intervistati. Un affresco corale che fuoriesce con la stessa potenza del fiume Congo che dal suo estuario intorbidisce le acque dell'oceano per chilometri e chilometri. Ma si sbaglierebbe a considerarla un opera di nicchia o riservata agli amanti dei reportage di viaggio: mezzo milione di copie vendute sono lì a testimoniare un successo di pubblico, vasto e trasversale. 

Anche la critica, solitamente ingenerosa con i successi commerciali, è rimasta muta: perché il libro è inappuntabile sul piano della scrittura, delle fonti, dell'apparato bibliografico e si legge bene, maledettamente bene. Le recensioni entusiastiche oramai si sovrappongono, ed è comunissimo trovarne citazioni in articoli e reportage che abbiano per oggetto, fateci caso, non solo l'Africa centrale, ma l'intero continente. D'altronde, perché spremersi a dire qualcosa d'intelligente quando altri l'hanno già fatto?

Quando partiamo per leggere Congo, ci aspettiamo di risalire verso il cuore di tenebra dell'Africa con tutti i protagonisti che abbiamo conosciuto o immaginato. Non ne manca nessuno, allineati lungo il fiume della narrazione di  Reybrouck. Ecco Stanley, sì proprio quello de "il dottor Livingstone suppongo", e Leopoldo II del Belgio che ebbe il Congo come sua proprietà privata. I funzionari belgi e la loro polizia, i contadini vessati e torturati dalla sete infinita dell'occidente per il caucciù, per l'oro, i diamanti e tutto il resto. E poi Mobuto e Lumunba, prima amici e poi l'uno il carnefice dell'altro, descritti in un'incredibile corsa in motorino che vale l'intero libro. E la guerra fredda,  il post colonialismo e il saccheggio continuato di un paese troppo ricco per essere felice sia che si chiami Zaire o Congo. E ancora i conflitti razziali giunti a noi, l'altro mondo, con il suono dei machete dato che hutu e tutsi proprio in Congo ebbero le loro basi per colpire in Ruanda. Gli stessi hutu e tutsi che portarono sui loro scudi il nuovo padrone del paese: Kabila. E poi, l'oggi con le sue incertezze, tra il gigante cinese che fornisce a caro prezzo strade e infrastrutture, mentre la guerra per bande delle multinazionali usa i signori della guerra e i loro eserciti di soldati bambini per garantirsi l'approvvigionamento di tutte quelle materie preziose che da sempre l'occidente pretende.

C'è tutto il Congo e quindi gran parte dell'Africa centrale accompagnate da musica - una su tutti Indipendence Cha Cha Cha -, sapori e centinaia di storie tragiche, insanguinate, ironiche, allegre. Ma c'è di più ed è un vero miracolo in un epoca in cui l'originalità è merce rara, più del coltan.

Reybrouck ha un 'idea chiara, non convenzionale, del colonialismo e non la nasconde: L'occidente ha delle colpe terribili, ma la storia africana, a cinquant'anni dall'indipendenza, non è solo una reazione all'azione dei bianchi. Ci sono nobili cose ed enormi errori tutti africani: Lumunba, per esempio, osannato padre della nazione scelse, secondo l'autore, una via troppo rapida all'indipendenza, quando il paese non aveva ancora una struttura politica, economica e militare autonoma. Provocatorio denigrare un martire, padre della patria? Certo, ma non si ferma lì e ci descrive Mobuto non solo come il più longevo e sanguinario tra i dittatori, com' è stato in effetti, ma anche come lo statista che ha dato un'identità ad  una nazione grande come un continente(1). Sarebbe sbagliato leggervi in controluce una critica di un conterraneo di valloni e fiamminghi, ai vani sforzi della Comunità Europea di creare un sentimento di comune appartenenza in tutti questi anni?

Ma dove Congo lascia il segno è nello smontare la dialettica arcaico/moderno, africano/europeo tramite la strada più difficile, quella che passa per i conflitti interetnici. Proprio  quelli in cui anche l'occidente più liberale ha sempre visto una traccia selvaggia, tutta africana, direttamente collegata ad un oscuro tribalismo. 

Quando Reybrouck ce li descrive, nelle loro terribili manifestazioni, ma con le loro cause squisitamente economiche, scioglie l'inganno che vede quei conflitti come arcaici,- dettati quasi da una differente umanità - e quelli europei "le contrapposizioni identitarie", come moderni (è sufficiente parlare di Balcani, di Ucraina o dell'egoismo odierno dei paesi europei?).
E questa è forse la descrizione più tenebrosa che Reybrouck ci lascia cadere nel piatto, un mondo "uguale" dove gli stessi fattori (stati in grave difficoltà economica, corruzione, leadership immature o miopi, circolazione delle armi e ricerca del profitto ad ogni costo), portano allo stesso risultato, né antico né moderno, solo spietato.

(1) molto chiara in questo senso l'intervista di Guido Caliron all'autore per il Manifesto del 2/10/2014

Massimiliano Scudeletti

domenica 10 gennaio 2016

Philip K. Dick e la guerra vinta dai nazisti

Mettete che il presidente Roosevelt sia uscito di scena assai prima di Pearl Harbour e che a succedergli siano stati presidenti incapaci di tenere testa Hitler. Mettete che Rommel non abbia perso la campagna di Africa, che a Stalingrado non sia andata come è andata e che nella guerra del Pacifico si siano imposti i giapponesi. Mettete tutto questo e tuffatevi nelle pagine de La svastica sul sole di Philip K. Dick (Fanucci editore), libro che ho colpevolmente ignorato per tanti anni, forse catalogandolo come letteratura di genere, roba da consumatori voraci di fantascienza.

Perché poi fantascienza? Anche se i tedeschi, nuovi signori del mondo, oltre a risolvere il "problema slavo", oltre a cancellare i popoli dell'Africa, hanno già trovato il modo di organizzare spedizioni per la colonizzazione di altri pianeti, questa non è fantascienza, casomai fantastoria, meglio ancora ucronia: un'altra possibilità della storia, tra le tante.

Ma no, non è nemmeno questo. Forse temevo di trovarmi dentro un film americano di serie B. Tipo gli ultimi patrioti americani che lottano contro il gigante del male e tengono accesa la fiamma della speranza, rendendo possibile l'impossibile. Libro tutto d'azione, potenza di fuoco e morti a grappoli.

In queste pagine, invece, morti non ce ne sono. Ce ne sono stati fin troppo prima. Ma sono ormai passati diversi anni dalla fine della guerra, i tedeschi hanno in pugno il mondo, il controllo dell'America semmai è conteso con i giapponesi, ma non c'è niente di simile a una resistenza. Piuttosto si tratta di adeguarsi a ciò che di pretende da un popolo sottomesso.

C'è solo una verità alternativa, che non è una verità, ma un sogno contenuto in un libro proibito, che racconta ciò che non è successo: dice che alla fine i nazisti hanno perso la guerra con gli americani.... E' possibile sognare? E' possibile che la narrazione possa riscrivere la realtà?

E così questo libro - che avevo preso così sottogamba - diventa anche una formidabile occasione di riflessione sul potere dei libri. 

mercoledì 20 novembre 2013

Domenico Quirico: chi ha viaggiato in Africa può capire

Chi ha viaggiato in Africa può capire: Lei ti batte nel petto e tiene desti tutti i tuoi demoni, quando torni a casa il cuore non riesce a riabituarsi al quotidiano, ci metti mesi a decidere chi vuoi essere.

Non puoi mai dare per finito un libro di viaggio, ed è questo che fa battere così forte la mia anima quando chiudo Frobenius.

Forse, come lui, non tornerò più a quelle savane, ai fiumi belli e terribili, ai duri deserti assolati.

Ma so, come lui, che viaggiare ti allunga la vita, la riempie di volti e di paesaggi, di canti di suoni, di leggende e di orizzonti che ignoravi.

Le tue vecchie idee crollano e ne nascono di nuove.

Viaggiare in fondo è scoprire che tutti sbagliano, quando viaggi le tue convinzioni cadono con la stessa facilità degli occhiali, solo che è più difficile rimetterle al loro posto con un semplice gesto. 

(Domenico Quirico, da Che menzogna l'Africa dei selvaggi, su Tuttolibri della Stampa)

martedì 12 novembre 2013

Mankell, non solo noir: un ponte per l'Africa

Anni fa ho scritto una piéce intitolata Lampedusa.

Non capisco perché ci vogliano centinaia di morti prima che qualcosa cambi davvero, prima che si rifletta seriamente sull'immigrazione.

Quella di Lampedusa non è una questione italiana, ma dell'Europa tutta. 

Dove sono gli intellettuali? Dove sono i giovani? Vogliono solo diventare idoli della tv? Perché fino a oggi c'è stato silenzio? 

La cosa migliore che potremmo fare in questo momento è costruire un ponte che si colleghi all'Africa.

(Henning Mankell, da un'intervista di Dario Pappalardo su Venerdì di Repubblica)


sabato 28 settembre 2013

Se il terrorismo ammazza il poeta della dignità

Ai viaggiatori diamo il benvenuto.
Tornatevene a casa
sul nuovo battello fatto 
col legno appena tagliato
dell'albero che rimane in piedi

Sono parole del poeta ghanese Kofi Awoonor che, ho scoperto grazie a un ricordo di Tahar Ben Jelloun su Repubblica, è tra i morti dell'attacco al centro commerciale di Nairob nei giorni scorsi. Era un militante dei diritti umani e in Africa era conosciuto come il poeta della dignità umana. Il terrorismo ha spazzato via la vita di un uomo che ha combattuto solo con le parole, per tagliare le radici dell'odio.

Scrive Tahar Ben Jelloun:

Il caso a volte è tragico. Certo, chi l'ha ucciso non lo conosceva: è morto per mano di analfabeti che non sanno neppure quello che fanno.

La sua ultima raccolta di versi uscirà postumo, il prossimo anno. Il titolo mi sembra ancora più significativo: Promessa di speranza.

giovedì 11 luglio 2013

Sempre vi furono e sempre vi saranno le migrazioni

Gli anni passano, oggi come ieri, passa l'estate e le foglie cadono, e presto tutto verrà ricoperto dalla neve. Ma in primavera il Dnepr convoglierà di nuovo allegramente le sue acque, attraverso questa terra di morti, fino al mare, fra i canti e le danze dei vivi.

Gli anni si succederanno. Chi potrà contare gli uccelli migratori o i raggi del sole che si spostano da est a ovest, da nord a sud? Chi potrà pronosticare quali popoli migreranno, e dove, nei prossimi cento anni, così come ha migrato la nazione serba? Chi potrà contare i semi di frumento che germineranno nella prossima primavera in Europa, in Asia, in America, in Africa?

Tutte cose impossibili per la mente umana.

Là dove gli Isakovic e il Soldatenvolk serbo arrivavano portandosi dietro, come le chiocciole, la loro casa sulle spalle, non c'è più traccia di loro, tranne due o tre nomi di località.

Sempre vi furono e sempre vi saranno le migrazioni, così come vi saranno sempre le nascite a continuare la vita.

Le migrazioni esistono.

La morte non esiste!

(Milos Crnjanski, Migrazioni, Adelphi)

giovedì 3 gennaio 2013

Walter Raleigh, una vita dalla gloria al patibolo

Più che vera letteratura è uno scritto di propaganda, o se volete un tentativo riuscito di apologia. Però La vita e le imprese di Sir Walter Raleigh è un altro di quei libriccini che, pubblicati da Sellerio nella sua inconfondibile collana blu, riesce a regalarci due ore di piacere e riflessione.

Propaganda piuttosto che letteratura, però attenzione all'autore: Daniel Defoe, il padre letterario di Robinson Crusoe c'è tutto.

C'è in questa manciata di pagine che raccontano la vita straordinaria, dalla gloria al patibolo, di colui che è stato definito l'ultimo elisabettiano.

C'è nelle imprese di questo uomo che, prima di finire giustiziato a casa sua, riuscì ad abbracciare terre pressoché ignote e orizzonti che si schiudevano ai più intraprendenti degli europei: dall'America - e fu proprio Walter Raleigh a fondare la prima colonia inglese, la Virginia - all'Africa.

C'è nella fame di mondo che fu anche di Defoe: una fame da placare non con gli eserciti, ma con le scoperte, i commerci, gli affari (più o meno decenti, questo è vero).


E dunque non sarà un capolavoro, questo libriccino: ma qui dentro c'è tutta un'epoca, c'è tutto un sogno che, con questa intensità e anche con questa coerenza, non è più toccato in dono all'uomo.

martedì 9 ottobre 2012

Il pitone l'uomo senza nessuno dentro

Forse basterebbe una frase come questa:

 So anche che esistono amori reciproci, ma io non vado in cerca del lusso. Qualcuno da amare è un genere di prima necessità.

O anche come questa:

Lei non ha capito, perché non sempre si vive nel medesimo sogno, e mi ha guardato un po' stranita.

Oppure questa, più lunghetta ma anche più spiazzante, anche nel senso più fisico del termine, visto che si parla di ciò che significa "sentirsi a casa propria":

Devo però confessare che il significato di tale espressione mi sfugge, visto che non mi sento a casa mia neppure a casa mia, mi sento invece a casa di qualcuno che non c'è, il che, beninteso, crea tra noi un vincolo fraterno di assenza reciproca ma rende quantomeno difficile frequentarsi. 

O qualche altra frase prelevata in qua e là - c'è solo l'imbarazzo della scelta. Mi fermo qui, perché è solo da leggere Mio caro pitone di Romain Gary (Neri Pozza), storia di un tale che pare scomparire dietro i numeri che maneggia ogni giorno nel suo lavoro di statistico, uno che forse è un uomo con nessuno dentro, come sostiene il suo capoufficio, o forse no, forse vive solo in un altro pianeta, oppure è la terra quale si conosce che ultimamente ha avuto dei problemi, fatto sta che un giorno questo tale torna da un viaggio in Africa con un gigantesco pitone che si mette in casa come un amante.

Finalmente avrà qualcuno con cui convivere e di cui occuparsi.

Sulfureo, grottesco, insofferente a ogni regola, della fantasia come della scrittura. E si ride, come no, ma poi dentro si allarga qualcosa che assomiglia a un buco nero di inquietudine e malinconia, e che mi sa abbia a che vedere con un senso di spreco, che non è solo di questo squinternato parigino. Così fuori di testa e così maledettamente vero.

mercoledì 16 maggio 2012

Se con l'altro faccio sia la guerra che gli affari

Sotto quante versioni diverse può presentarsi l'altro da noi? E quanti tipi diversi di relazioni possiamo intrecciare con lo stesso altro, come se in esso convivessero le più svariate identità e possibilità?

Sono le domande che mi accompagnano dopo essermi imbattuto in una storia che Ryszard Kapuscinski racconta nelle sue Conferenze viennesi.

Siamo in Liberia, ai tempi di una delle più terrificanti guerre civili che hanno insanguinato l'Africa. Il grande Ryszard è arrivato sulla linea del fronte, che passa lungo un fiume unito da un ponte. Sulla sponda in mano ai soldati governativi c'è un mercato, sull'altra sponda, quella dei ribelli, solo campi deserti.

Fino a mezzogiorno si combatte, il tempo è segnato dal rombo dei cannoni e dalle raffiche di mitra. Dopo mezzogiorno, scatta la tregua. I ribelli attraversano il fronte, consegnano le armi alle pattuglie, fanno compere al mercato, tornano dall'altra parte con le borse piene.

Il giorno dopo si ricomincia, pronti a combattersi e ad ammazzarsi. L'altro, insomma, è di volta volta il nemico da cancellare e il cliente con cui fare affari.

Afferma Ryszard Kapuscinski:


Sono la situazione, le circostanze, il contesto a decidere se, in un dato momento, vediamo la stessa persona come un nemico o come un partner. Perché l'altro può essere entrambi e proprio in ciò consistono la sua mutevole e inafferrabile natura, i suoi comportamenti contraddittori di cui spesso egli stesso non riesce a comprendere la causa.

Vero, spaventosamente, meravigliosamente vero.

venerdì 16 marzo 2012

L'Africa abitata col cuore di un grande reporter

L'avevo già letto, ma qualche tempo fa lo sguardo mi è di nuovo scivolato sullo scaffale che accoglie i libri del grande Kapuscinski. Prenderlo, sfogliarlo e lasciarmi catturare dalle sue pagine, ancora una volta, è stato un attimo.

Ebano, sono convinto, è il più bel libro di questo straordinario giornalista viaggiatore, di questo uomo che i luoghi della terra non si è limitato ad attraversarli e a raccontarli, perché prima li ha voluto abitare, con il corpo, con il cuore, con l'anima.

Inviato speciale che non frequentava gli alberghi di lusso, le cittadelle del privilegio, gli appuntamenti mondani dove è facile scroccare oppure mettere tutto in nota spese.

Inviato in quanto uomo che viveva la stessa vita di coloro dei quali si intende poi scrivere.

In Ebano c'è tutta l'Africa, c'è tutto questo immenso continente bellissimo e dolente. Sembra avvertirne il canto, sembra cogliere il sangue che pulsa nelle sue vene.

Queste non sono solo parole. Consigliatissimo.

lunedì 27 febbraio 2012

Quanta Africa nella bellezza dell'America

In verità, si viaggia per viaggiare, o per aver viaggiato - e quanti mondi nascono, al ritorno, nelle parole pronunciate, nelle immagini mostrate?

Che libro, La bellezza del mondo dello scrittore bretone Michel Le Bris (Fazi editore), un libro per viaggiare lontano e per perdersi, un libro che è un continente di carta e anche più, un libro che davvero riesce a trasmettere quel brivido che forse davvero può donare solo la bellezza del mondo.

Quella bellezza che dà il titolo a questa storia (molto) romanzata di due straordinari personaggi che hanno segnato l'immaginario americano del primo Novecento.

Lui, Martin Johnson, da ragazzo compagno d'avventure di Jack London, l'uomo che apre la strada ai grandi documentari sui viaggi e sulla natura (una storia che, per dire, arriva a National Geographic).

Lei, Osa, la ragazza venuta dalla provincia americana, quella delle torte di mele e delle feste del Ringraziamento, ma anche di un'epopea della Frontiera che non appartiene a un tempo troppo distante, Osa che a New York diventa una delle più acclamate femmes fatales, Osa che è seduzione e avventura e che nel 1933 ispirerà l'eroina del film King Kong.

E la loro è davvero la storia di una "bellezza" scoperta, attraversata, raccontata, la bellezza di un'Africa che in questi anni non è più solo la terra incognita, la terra oscura e selvaggia dei primi esploratori, che piuttosto sta diventando suggestione culturale, progetto buono anche per Hollywood, moda per un Occidente frastornato dalla Grande Guerra.

E allora non c'è solo il Kenia dei leoni e dei rinoceronti, c'è prima di tutto New York, la New York dei ruggenti Anni Venti, proibizionismo e jazz, gangster e donne decise a dare scandalo.

E poi le cose stavano mutando. L'Afica cominciava a essere alla moda. Non si parlava di uno stile jungle? Dieci anni prima nessuno immaginava che i negri di Harlem avrebbero conquistato Broadway. I tempi cambiavano.

Altre giungle, di luce e grattacieli. Altre distanze. Altri pericoli. Un anelito di libertà e bellezza che non cambia.

giovedì 24 novembre 2011

Carlo Lucarelli e quello che successe in Africa

Ci sono molte, forse troppe cose, ne L'ottava vibrazione di Carlo Lucarelli, che è insieme romanzo storico e quasi-giallo, storia di avventura e forse anche noir. Molte, forse troppe cose, anche se in realtà non penso ai generi e alla loro contaminazione - sempre gradita per quanto mi riguarda.

Penso piuttosto ai mille tasselli della narrazione, alla frenetica successione di personaggi e situazioni che ricordano il montaggio rapido anzi nervoso di un film, penso a una trama corale e complessa, anche se poi i mille torrenti si riuniscono nel grande fiume che ha un solo sbocco possibile, la terribile sconfitta di Adua, la peggiore che un esercito coloniale abbia mai subito in terra d'Africa.

Molte, forse troppe cose, ma poi quello che rimane è in primo luogo una successione di sensazioni: il sole abbacinante di Massaua, le voci e i colori di una città coloniale, il passo delle esercitazioni militari, il silenzio che cala sui morti della battaglia.

Miseria e sensualità, parabole individuali e tragedie della storia. Molte, forse troppe cose: e pensare che Carlo Lucarelli, in appendice, ci accompagna anche nel "retrobottega" di questo libro, scopre le carte in tavola e ci racconta come il libro è nato e cresciuto.

E dunque, un giorno, vicino ad Arezzo, un incontro con l'autore, uno dei tanti. Un lettore che si alza in piedi e gli chiede: cosa sta scrivendo? E lui che forse avrebbe potuto rispondere: forse ancora niente. E che invece si lascia scappare: un romanzo ambientato in Eritrea, prima di Adua.

Mette i brividi pensare che c'è stato dopo, la fatica della documentazione, lo studio, la costruzione dell'intreccio intorno ai fatti della storia.

Io mi ci sono ritrovato un po' a casa, in questa Eritrea, sarà per il lavoro che ho fatto su Odoardo Beccari, scienziato esploratore, che solo una ventina di anni prima ci raccontò queste terre. Ma allora eravamo ancora all'inizio del sogno coloniale. Adua lo avrebbe seppellito, tranne poi scatenare la macchina delle rimozioni e della cancellazione delle responsabilità - il destino cinico e baro, no?

Lucarelli ci aiuta anche a ricordare tutto questo, contro le amnesie che per Adua hanno funzionato, come no, pensare che è una storia italiana, una storia che racconta come siamo stati e cosa siamo ancora.

mercoledì 10 agosto 2011

La diligenza per l'Africa di Curzio Malaparte

Non era messo bene, Curzio Malaparte, quando gli venne in mente di tentare questo viaggio nell'Africa italiana, più precisamente in quell'Etiopia recente acquisizione dell'Impero di Italia. Non troppo tempo prima era stato denunciato da Italo Balbo al famigerato Tribunale speciale. Detto fatto. Era stato arrestato, condannato, spedito al confino. E anche quando dal confino era riuscito a ritornare per un bel pezzo non aveva potuto scrivere o perlomeno firmare sui giornali.

Non so cosa avesse combinato, mi informerò, ma la storia di questo viaggio si inquadra in questo contesto, è frutto del bisogno di Curzio Malaparte di riacquistare meriti di fronte al regime fascista. Ecco allora un buon motivo per partire: "illustare il nuovo criterio stabilito per l'emigrazione bianca in Etiopia, la creazione di un 'impero bianco' in un paese nero".

Per quanto mi riguarda non è un gran motivo, è chiaro. Però poi Curzio parte davvero, il viaggio comincia. E fin dall'inizio cambia tutto. Il suo modo di guardare l'Africa, il senso della sua scrittura. E sono davvero belli questi pezzi scritti per il Corriere della Sera. Conformisti solo in superficie, in realtà con tutta la forza e la schiettezza del Malaparte che abbiamo imparato a conoscere. Bene ha fatto una casa editrice come la Vallecchi a riproporceli nella sua collana di letteratura di viaggio, Off the road.

Originale fin dall'inizio, con l'attacco del primo pezzo, intitolato L'Africa non è nera:

Tra poco la diligenza per l'Africa lascerà il porto.... 

Già, perché Malaparte paragona il suo piroscafo per Massaua a un'antica e bonaria diligenza di paese, di quelle che percorrono le strade maestre fra un borgo e l'altro, fra un mercaro e l'altro, e ogni tanto scompaiono nell'insolente nuvola di polvere e fumo...

Inizia così e poi continua con molte altre pagine di grandissimo valore. Pagine anche discutibili, per l'assenza di qualsiasi scrupolo morale, per l'accettazione senza incrinature della "missione" imperiale, della supremazia dell'uomo bianco.

Malaparte è così, va preso o lasciato, magari lasciato e poi ripreso. E sono davvero da leggere le sue pagine sulla Romagna d'Etiopia, tentativo dei coloni italiani non di adattarsi a un altro paese, ma di ricostruire in Africa un lembo di campagna italiana. Follie della storia.

A proposito, ci sono anche pagine che mi hanno decisamente divertito. L'appendice, per l'appunto. Ovvero la corrispodenza tra Malaparte e il direttore del Corriere, il grande Aldo Borelli. Lo scrittore fu svelto a intascare gli anticipi per le corrispondenze, ma ce ne volle prima che si decidesse a scrivere anche solo il primo pezzo. Sparito in Africa, solo al suo rientro cominciò a far avere qualcosa, tra infiniti solleciti, minacce e pretesti, malattie più o meno autentiche, ulteriori trattative.

Un notevole tira e molla che è simpatico andare a rileggersi. E a me piace immaginarmelo, Curzio Malaparte, appena sbarcato in Africa e subito ben disposto a incantarsi e a perdersi. Il Corriere della Sera? E che sarà mai?

lunedì 11 aprile 2011

L'africano che al mistero diede del tu



E Agostino, il grande Agostino, il filosofo, il teologo, il maestro dello spirito, il vescovo di Ippona.


Agostino era africano. E già questo qualcosa lo dice. Comincia così il suo ritratto di Agostino la storica e scrittrice Silvia Ronchey, nel suo straordinario Il guscio della tartaruga (Nottetempo), galleria di vite più che vere ricostruite attraverso la trama delle loro citazioni.

Bello, davvero bello: uno sguardo sbilenco e curioso, la capacità di cogliere il corpo vivo, pulsante, sotto il guscio della tartaruga, appunto.

E Agostino, allora. Agostino che ebbe un'anima turbata e una prosa incantata. Che da ragazzo si imbestialì in amori diversi e tenebrosi. Che divenne un grande enigma a se stesso e prese a domandare alla sua anima perché fosse così triste.

Agostino che capì che la tristezza si consuma perché perde ciò che desidera nel momento in cui lo possiede. E che il piacere, dunque, non potrà mai scindersi dal suo contrario, il dispiacere, come due lati della stessa medaglia.

E forse fu proprio per questo che Agostino divenne Agostino, colui che oggi conosciamo o diciamo di conoscere.

Al mistero Agostino diede del tu

Lo cita Silvia Ronchey, che io cito, nello stesso libro in cui ci racconta di Charles Baudelaire.

martedì 5 aprile 2011

Ci vogliono uomini buoni per il buon giornalismo

(Dal mio I due viaggiatori, Mauro Pagliai edizioni)

Africa, Africa. L’Africa del buon giornalismo. Lo avevo già letto e amato, ma l’altro giorno rincorrendo Emilio redattore della Nuova Arena lo sguardo mi è scivolato sullo scaffale dove tengo tutti i libri del grande Riszard Kapuscinski. Mi sono fermato sulla costola di Ebano, è stato un attimo prenderlo, sfogliarlo, lasciarmi catturare dalle sue pagine ancora una volta.

Per me è il più bel libro di questo straordinario giornalista viaggiatore, di questo uomo che i luoghi della terra non si limitò ad attraversarli e a raccontarli, ma prima li volle abitare, con il corpo, con il cuore, con l’anima.
Inviato speciale, ma inviato che non frequenta gli alberghi di lusso, le cittadelle del privilegio, gli appuntamenti mondani dove è facile scroccare oppure mettere tutto in nota spese.

Inviato come uomo che vivrà la stessa vita di chi intende poi scrivere.

Kapuscinski mi ha insegnato davvero il viaggio come stupore, come immedesimazione, come rivelazione in cui si smarriscono le proprie certezze per confrontarle con quelle altrui.

E in Ebano c’è tutta l’Africa, c’è tutto questo immenso continente bellissimo e dolente. Sembra avvertirne il canto, sembra cogliere il sangue che pulsa nelle sue vene.

E da qui mi riesce facile  tornare a Emilio, alla sua Africa raccontata dalla redazione, confondendo le acque dell’Adige con quelle del Nilo e del Congo.

È evidente che non è la stessa cosa. Però mi sa che in un posto si può entrare  in molti modi e che preparazione e onestà sono un buon punto di partenza.

Bisogna tenersi stretto quello che una volta affermò Kapuscinski:

Credo che per fare del buon giornalismo si debba innanzitutto essere degli uomini buoni. I cattivi non possono essere buoni giornalisti. Solo l’uomo buono cerca di comprendere gli altri, le loro intenzioni, la loro fede, i loro interessi e le loro tragedie. E di diventare subito, fin dal primo momento, una parte del loro destino.

Ecco, queste non sono solo parole. Bisogna essere uomini buoni per essere buoni giornalisti.

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...