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venerdì 31 gennaio 2014

Il tempo della solitudine per il lettore

Era il 1925 e già Virginia Woolf ammoniva su quanto fosse difficile leggere un romanzo. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti e le difficoltà - non solo per i romanzi ma per i libri in genere - sono cresciute come montagne. Non ultime, logicamente, quelle legate all'uso dilagante di nuove tecnologie che sembrano indirizzare verso una lettura rapida, superficiale, estemporanea.

Però c'è da riflettere anche sulla difficoltà di cui recentemente ha parlato Valerio Magrelli su Repubblica, in La solitudine del lettore, titolo particolarmente eloquente. Solitudine, certo, si capisce in un mondo in cui viene meno la propensione alla lettura. Ma quella di cui parla Magrelli è anche un altro tipo di solitudine, legata alla scomparsa di figure di riferimento che indirizzino alla lettura, che selezionino e consiglino le buone letture.

Vale anche per la musica, dove è finito il tempo dei musicologi e gli ascolti casomai sono influenzati dalle scelte dei dj (ovvero dei disc-jockey, notare la parola jockey, in inglese fantino: ovvero chi cavalca la musica, verso le vette delle classifiche). Allo stesso modo non ci sono più critici letterari, casomai testimonial che, con meccanismi più vicini alla pubblicità che ai discorsi della letteratura, fanno in modo che i best-seller diventino best-seller.

In effetti, sono tra coloro che non rimpiangono molti i critici di un tempo e che hanno trovato e trovano noiose e superflue tante recensioni, quasi fossero presidiate più dal piacere della critica che dall'amore della lettura. Eppure il pericolo segnalato da Magrelli è reale:

Il rischio, insomma, è che, con la scomparsa di librai e critici, abbiano la meglio i fast-book, ossia quei testi che richiedono solo un contatto rapido e sbrigativo. Se ciò si avverasse, il nostro paesaggio intellettuale risulterebbe impoverito come dopo un bombardamento di defolianti.

E certo questa solitudine deve rimpiangere anche altre assenze. Si comincia dagli editori che non sono più editori - e non lo sono se sono a pagamento, ma anche se rinunciano a una loro proposta culturale  - e si arriva per forza alle librerie che non ci sono più o sono solo di catena e magari finiscono per trattare il libro come un capo di abbigliamento. Ce ne sarebbe di che discutere.

mercoledì 17 aprile 2013

Il libro che quella notte salvò Primo Levi

Era l'11 gennaio 1945, nel lager di Auschwitz. Una notte di gelo, con l'Armata rossa che si stava avvicinando e i nazisti che avevano appena annunciato il trasferimento di tutti i reclusi per il giorno dopo, presumibile anticamera della morte.

Primo Levi, proprio lui, era ricoverato in infermeria. Sapeva bene che il giorno dopo per lui avrebbe potuto essere l'ultimo. E se non il giorno dopo forse il giorno dopo ancora. Un medico passò davanti alla sua cuccetta. Cn un gesto che forse non era nemmeno di pietà gli gettò un libro: "Tieni, leggi, italiano".

Cosa successe dopo, lo ha recentemente raccontato sulle pagine di Repubblica il poeta Valerio Magrelli, uomo che conosce a fondo il valore delle parole e il dono che esse possano rappresentare:

Cominciano così dieci giorni che Levi trascorre sprofondato in quel libro, il primo dopo tanto tempo, leggendolo e rileggendolo, finché avviene il miracolo: i tedeschi non c'erano più.

Primo Levi ne parla in Se questo è un uomo. Non mi ricordavo di questa pagina, lo confesso, però è una storia che mi commuove. E che mi convince, ancora una volta, che i libri possono essere perfino salvezza.

Per curiosità: il libro in questione era La tempesta di Roger Vercel (in queste settimane ripubblicato dall'editore Nutrimenti): pagine in cui si parla di un capitano di rimorchiatore che, insieme ai suoi uomini, salva all'ultimo momento coloro che stanno per essere sommersi.

I sommersi, come I sommersi e i salvati di Primo Levi. Come quel libro che, all'ultimo, forse è stata la spinta per la sua salvezza. 



lunedì 11 febbraio 2013

Quale futuro per il popolo dei poeti

Non c'è più posto, nell'Italia di oggi, per chi voglia scrivere versi? Davvero la poesia è migrata altrove?

Così si interrogò tempo fa un grande poeta come Valerio Magrelli. Per poi snocciolare alcune cifre che, nel bene e nel male, mi hanno decisamente impressionato.

E dunque, si calcola che circa un milione e mezzo di italiani avrebbe composto durante la sua vita almeno una raccolta di versi (tra di essi almeno un giovane su tre nell'età compresa tra i 15 e i 20 anni). Si stima anche che i "poeti praticanti" (non so bene, in effetti, cosa si intenda con questa espressione) siano tra i 15 e i 20 mila. Niente male, no?

E allora, la prima cosa che viene in mente è che è una gran bella cosa, questo esercizio diffuso della poesia. Forse siamo un popolo di poeti, e non solo di santi, eroi e navigatori....  Ma la seconda cosa è una domanda che mette il dito nella piaga: ma insomma, dove finisce questo bisogno di poesia?

Perché la realtà è anche questa: si scrive ma non si legge; le vendite dei libri di poesia restano irrisorie e magari limitate ai grandi che si studiano a scuola e a pochi altri; nella nostra cultura lascia più il segno un testo di una canzone (che può essere poesia, beninteso) che una grande raccolta di versi.

Ed è evidente che non è un problema di ora, che non è solo la concorrenza dei cantautori. Già Dino Campana, rinchiuso in manicomio, scriveva righe così:
 
La mia vita scorre monotona e tranquilla. Leggo qualche giornale. Non ho più voluto occuparmi di cose letterarie stante la nullità dei successi pratici ottenuti. Il mercato librario in Italia è assolutamente nullo per il mio genere

Forse in qualche misura il problema è connaturato alla stessa poesia. Magrelli stesso, per esempio, sottolinea una sorta di paradosso della poesia, che è capace di negarsi alla mercificazione quotidiana della parola, ma proprio per questo poi ha difficoltà a farsi acquistare:

Ma se la poesia rappresenta la negazione dell'oggetto di consumo, come ampliare il consumo di poesia? Come ampliare, cioé il consumo di negazione?

Qui il discorso si fa difficile, però mi sa che si può fare comunque di più, per dare luce e visibilità al "popolo dei poeti".

Oggi abbiamo anche una possibilità in più, la Rete, con il suo esercito di siti, blog, gruppi di discussione. Possiamo permetterci qualche goccia di ottimismo: ai tempi di Campana era perfino peggio.

martedì 7 giugno 2011

La "vicevita" che corre via sul treno

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"Chi sta in treno, è segno che vuole andare da qualche parte, e lo fa sempre e solo in vista di qualcos'altro... La nostra vita pullula di queste attività strumentali e vicarie, nel corso delle quali, più che vivere, aspettiamo di vivere, o per meglio dire, viviamo in attesa di altro... Sono i momentio in cui facciamo da veicolo a noi stessi. E' ciò che chiamerei la vicevita"

Comincia così, con questa sorta di premessa, La vicevita di Valerio Magrelli, poeta importante che questa volta presta la sua penna e la sua ispirazione all'esperienza del viaggio in treno.

E' curioso, ma senza nessuna esplicita volontà questo piccolo libro, pubblicato nella collana Contromano di Laterza, mi è capitato tra le mani appena terminato le pagine di Paolo Cagnan sulla Transiberiana, un'opera dedicata insomma proprio a questa esperienza. Cosa che mi conferma che se anche non ci sono progetti consapevoli di lettura, ci sono richiami, corrispondenze, percorsi da una pagina all'altra che sono come le pietre su cui si salta per attraversare un torrentello (attenti agli scivoloni, però).

Proprio la lettura di Cagnan è un buon modo di dissentire dalle prime righe - e anche dal titolo - di Magrelli. Perché per me il viaggio in treno, benché sia sempre ovviamente uno spostarsi verso qualcos'altro, e quindi anche un'attesa di qualcosa che ora non c'è, beh, è vera vita, vita piena.

Alla fine il treno fermerà nella mia stazione, io prenderò con me il mio bagaglio, scenderò, mi guarderò qualche attimo intorno, e poi mi incamminerò, con fretta maggiore o minore secondo le circostanze. E sarà certo qualcosa di diverso.

Eppure se mi guardo indietro il viaggio in treno è sempre stata per me esperienza di straordinaria intensità: che io guardi dal finestrino il mondo che passa mentre in realtà sono io che passo, che legga un libro finalmente sganciato da qualsiasi altra incombenza, o che puri curiosi negli sguardi e nei gesti dei miei compagni di viaggio.

C'è molta poesia nell'andare treno e per questo è giusto che un poeta, per cui il treno è stato pendolarismo più che viaggo, abbia sentito la voglia di raccontarcelo.

Su diverse altre cose dette da Magrelli non mi sono trovato d'accordo. Ma questo non era necessario. L'importante era ed è lo sguardo poetico che sostanzia queste pagine di riflessioni, piccole storie, incontri fugaci.

Serve questo sguardo per educarci anche noi a questo sguardo. Per attingere al pozzo della poesia anche quando c'è solo lo sferraglio delle ruote sui binari. E magari l'aria condizionata nemmeno funziona.

lunedì 16 agosto 2010

Che fine ha fatto il popolo dei poeti?

Non c'è più posto, nell'Italia di oggi, per chi voglia scrivere versi? Davvero la poesia è migrata altrove?

Così si interroga un grande poeta come Valerio Magrelli sulle pagine di Repubblica di qualche giorno fa. Per poi snocciolare alcune cifre che, nel bene e nel male, mi hanno decisamente impressionato.

E dunque, si calcola che circa un milione e mezzo di italiani avrebbe composto durante la sua vita almeno una raccolta di versi (tra di essi almeno un giovane su tre nell'età compresa tra i 15 e i 20 anni). Si stima anche che i "poeti praticanti" (non so bene, in effetti, cosa si intenda con questa espressione) siano tra i 15 e i 20 mila. Niente male, no?

E allora, la prima cosa che viene in mente è che è una gran bella cosa, questo esercizio diffuso della poesia (non a caso l'intervento di Magrelli ha per titolo Un popolo di poeti). Ma la seconda è una domanda che mette il dito nella piaga: ma insomma, dove finisce questo bisogno di poesia?

Perché la realtà è anche questa: si scrive ma non si legge; le vendite dei libri di poesia restano irrisorie e magari limitate ai grandi che si studiano a scuola e a pochi altri; nella nostra cultura lascia più il segno un testo di una canzone (che può essere poesia, beninteso) che una grande raccolta di versi.

Ed è evidente che non è un problema di ora, che non è solo la concorrenza dei cantautori. Già Dino Campana, rinchiuso in manicomio, scriveva righe così:
 
La mia vita scorre monotona e tranquilla. Leggo qualche giornale. Non ho più voluto occuparmi di cose letterarie stante la nullità dei successi pratici ottenuti. Il mercato librario in Italia è assolutamente nullo per il mio genere

Forse in qualche misura il problema è connaturato alla stessa poesia. Magrelli stesso, per esempio, sottolinea una sorta di paradosso della poesia, che è capace di negarsi alla mercificazione quotidiana della parola, ma proprio per questo poi ha difficoltà a farsi acquistare:

Ma se la poesia rappresenta la negazione dell'oggetto di consumo, come ampliare il consumo di poesia? Come ampliare, cioé il consumo di negazione?

Qui il discorso si fa difficile, però mi sa che si può fare comunque di più, per dare luce e visibilità al "popolo dei poeti".

Oggi abbiamo anche una possibilità in più, la Rete, con il suo esercito di siti, blog, gruppi di discussione. Possiamo permetterci qualche goccia di ottimismo: ai tempi di Campana era perfino peggio.

martedì 15 dicembre 2009

Con Magrelli la "vicevita" sopra i treni



"Chi sta in treno, è segno che vuole andare da qualche parte, e lo fa sempre e solo in vista di qualcos'altro... La nostra vita pullula di queste attività strumentali e vicarie, nel corso delle quali, più che vivere, aspettiamo di vivere, o per meglio dire, viviamo in attesa di altro... Sono i momentio in cui facciamo da veicolo a noi stessi. E' ciò che chiamerei la vicevita"

Comincia così, con questa sorta di premessa, questo libriccino di Valerio Magrelli, poeta importante che questa volta presta la sua penna e la sua ispirazione all'esperienza del viaggio in treno. Ed è curioso, ma senza nessuna esplicita volontà mi è capitato tra le mani appena letto un altro libro, quello di Paolo Cagnan sulla Transiberiana, un libro dedicato insomma proprio a questa esperienza. Cosa che mi conferma che se anche non ci sono progetti consapevoli di lettura, ci sono richiami, corrispondenze, percorsi da una pagina all'altra che sono come le pietre su cui si salta per attraversare un torrentello (attenti agli scivoloni, però).

Proprio la lettura di Cagnan è un buon modo di dissentire dalle prime righe - e anche dal titolo - di Magrelli. Perché per me il viaggio in treno, benché sia sempre ovviamente uno spostarsi verso qualcos'altro, e quindi anche un'attesa di qualcosa che ora non c'è, beh, è vera vita, vita piena.

Alla fine il treno fermerà nella mia stazione, io prenderò con me il mio bagaglio, scenderò, mi guarderò qualche attimo intorno, e poi mi incamminerò, con fretta maggiore o minore secondo le circostanze. E sarà certo qualcosa di diverso.

Eppure se mi guardo indietro il viaggio in treno è sempre stata per me esperienza di straordinaria intensità: che io guardi dal finestrino il mondo che passa mentre in realtà sono io che passo, che legga un libro finalmente sganciato da qualsiasi altra incombenza, o che puri curiosi negli sguardi e nei gesti dei miei compagni di viaggio.

C'è molta poesia nell'andare treno e per questo è giusto che un poeta, per cui il treno è stato pendolarismo più che viaggo, abbia sentito la voglia di raccontarcelo.

Su diverse altre cose dette da Magrelli non mi sono trovato d'accordo. Ma questo non era necessario. L'importante era ed è lo sguardo poetico che sostanzia queste pagine di riflessioni, piccole storie, incontri fugaci.

Serve questo sguardo per educarci anche noi a questo sguardo. Per attingere al pozzo della poesia anche quando c'è solo lo sferraglio delle ruote sui binari. E magari l'aria condizionata nemmeno funziona.

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