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martedì 25 febbraio 2020

Libri che sono voce per rendere migliore la vita

C'è Michail, un quindicenne alle prese con le sorprese e gli ormoni della sua età. C'è Hanna,  donna dagli occhi azzurri e dalle poche parole, che inizia al sesso quel ragazzino, che ha la metà dei suoi anni. C'è un mistero, che solo dopo molte pagine acquisterà forme e consistenza, evocando i crimini peggiori del Novecento. E c'è la Germania appena uscita dalla guerra di Hitler, macerie disseminate nelle città e nei cuori, sentimenti di colpa e tentazione di oblio.

Il lettore di Bernhard Schlink (Neri Pozza) tiene insieme molte cose, è memoir e romanzo a tutto tondo, incrocia Storia e storie private, mette insieme educazione sentimentale, responsabilità morale di fronte al bene e al male, possibilità di riscatto. Si interroga sulle ragioni che fanno approdare a una scelta piuttosto che a un'altra, sul peso che il passato esercita sul presente, sui segreti di cui ognuno può essere depositario. Incredibile che io sia arrivato a leggerlo a distanza di tanti anni, anche dopo il film che ne è stato tratto, ma questa constatazione in realtà è un guizzo di speranza, quanti libri belli che ancora mi attendono. 

Chi è quella donna che esercita un'attrazione formidabile ma non si sa bene da dove viene e cosa ha fatto? E ci può essere un altro segreto oltre a quello terribile di quei giorni ad Auschwitz?

Un giorno, quando molta acqua sarà passata sotto i ponti, quando le loro strade si saranno radicalmente separate, Michail scoprirà che Hanna è analfabeta. E allora per lei sarà voce che legge, biblioteca vivente con i  capolavori della letteratura, serie di nastri incisi e fatti recapitare in carcere. 

Perché poi è questo che rimane, che rimarrà almeno a me: sì, anche la sollecitudine per una persona che è stata importante, malgrado tutto, però soprattutto la possibilità che la lettura possa fare di noi persone diverse, migliori. 
 

venerdì 29 novembre 2019

Se ti ritrovi compagno di cella del boia nazista

Se ben ricordo - dissi, inserendomi in quel tranquillo flusso di parole - a quel tempo, sui territori di Leopoli e di Ternopil' esistevano degli agglomerati di ebrei raccolti in ghetti e cammpi di lavoro. Se ne è mai occupato personalmente?

Stroop storse la faccia e parve lievemente agitato ma, quando ripetei la domanda, rispose affermativamente.

Giornata di pioggia, giornata uggiosa. Su Repubblica ho appena finito di leggere delle indagini su un tentativo di costituzione di un partito neonazista in Italia. Non riesco a togliere gli occhi dall'intervista a uno dei protagonisti, madre di famiglia e impiegata in uno studio contabile, che pare ci tenga a proclamarsi sergente di Hitler. Per lo meno non grida all'equivoco. Ad Auschwitz - pontifica - c'erano piscina, teatro, cinema. Non è andata come la raccontano.

Giornata uggiosa, giornata di brutti pensieri. Per levarmi di torno questa intervista sono finito dentro un libro che è stato dimenticato troppo alla svelta. Conversazioni con il boia di Kazimiers Moczarski (Bollati Boringhieri). Non fatevi depistare dal titolo e tanto meno dal nome dell'autore: è una lettura appassionante. Strano che, a quanto almeno mi risulta, non ci abbiano tirato fuori un film. 

E' anche una storia incredibilmente vera. Durante la guerra Moczarski ha combattuto i nazisti, solo che l'ha fatto militando in formazioni non comuniste. Una volta sconfitto Hitler la storia in Polonia ha girato velocemente e anche lui è diventato un nemico. Il tribunale socialista lo ha condannato a morte e ora attende il suo destino. Ignoro se per caso o per una qualche singolare volontà si trova a dividere la cella con un criminale nazista: Jurgen Stroop, organizzatore dello sterminio di 550 mila ebrei galiziani e di 71 mila prigionieri del ghetto di Varsavia.

 Vincendo il suo disgusto troverà il modo di farlo parlare. In seguito, liberato e riabilitato, dedicherà la sua vita a scrivere questo libro, che è assai di più di una potente testimonianza. 

Leggerlo mi ha lasciato scosso e sbigottito non meno del processo ad Eichmann nelle parole di Hannah Arendt. Non so se tirare in ballo la banalità del male, concetto per certi versi scivoloso. So che attraverso queste pagine nel male mi sono addentrato. E non appartiene al passato se si ritrova ancora persino nella testa di un'impiegata.

giovedì 14 marzo 2019

Piccola autobiografia nel ricordo di Shulim

Sono nato su un treno mentre la città bruciava...

Ecco, comincia così, con queste parole che già spingono dentro i crimini del Novecento, la Piccola autobiografia di mio padre di Daniel Vogelmann, piccolo grande libro che è la storia di un secolo e di una famiglia, di una vita scampata ad Auschwitz e di una ferita che non si è mai rimarginata, di una casa editrice a cui in tanti vogliamo bene e di una speranza consegnata al futuro, malgrado tutto, perché ciò che è stato non deve avere l'ultima parola.

Quante cose davvero in queste poche pagine, scritte senza cercare effetti speciali, ma distillate attraverso la memoria e il sentimento. Non deve essere stato facile, la sfida è già tutta nel titolo, il figlio che presta la sua voce al padre, la prima persona attribuita a un altro che scardina la logica del memoir famigliare.

Tutta una vita, per quanto al figlio è stato dato di sapere. La Galizia orientale, terra scomparsa dalle mappe, con quella città che brucia all'inizio. Vienna, Trieste, coda di un impero alla fine, prima dell'inferno della Grande Guerra. Il trasferimento a Firenze, sulla scia del fratello rabbino, l'incontro con un'altra persona della comunità ebraica importante per la nostra editoria, Leo Samuel Olschki. Il lavoro di tipografo che un giorno, nel lager nazista, lo salverà, prima di entrare nella lista di Schindler. La morte della moglie Anna e della figlioletta Sissel nel campo di sterminio. Quel numero tatuato sul braccio. E poi il ritorno da sopravvissuto, l'immenso dolore dentro, la difficoltà di essere creduto, ma anche un figlio - Daniel - e i libri che tornano a essere stampati.

Ci sono immagini che non se ne vanno via, in questo libro: come la mela donata dal soldato tedesco. Ci sono frasi che sembrano scolpite sulla pietra: come quel Ho sempre amato la vita alla conclusione, malgrado tutto. 

E malgrado tutto, un libro che sa di vita. Libro di memoria, certo, in cui, per quanto mi riguarda, ho ritrovato quel numero sull'avambraccio di cui tanto tempo fa mi parlava mio padre, giovane medico che a Shulim faceva gli esami del sangue: non conoscevo la sua storia, ma forse fu il mio primo contatto con la Shoah. Di memoria, ma anche di presente che guarda al futuro: una casa editrice che nasce e che come titolo propone La notte di Elie Wiesel; il figlio di Daniel che prende il nome di Shulim e che un giorno scriverà un libro. Il titolo? Mentre la città bruciava

Cosicché tutto ritorna, nell'affetto e nel ricordo, persino le poesie per la sorellina mai conosciuta, la piccola Sissel. 


martedì 1 maggio 2018

Mengele, cuore di tenebra dall'Europa al Sudamerica

Questa è la storia di un viaggio che non avrebbe dovuto esserci, ma che andava comunque raccontato. La storia di un uomo - un uomo? - che cambia continente e identità per sottrarsi alle sue tremende responsabilità. E anche la storia di un altro viaggio, che è dell'autore e che deve essere di tutti noi, non tanto negli orrori del Novecento - per i quali non mancano certo i libri - quanto in quel mondo, tra Europa e America del Sud, dove complicità, amnesie e tornaconti vari hanno dato una nuova possibilità ai peggiori criminali.

E' un gran libro, La scomparsa di Josef Mengele di Olivier Guez (Neri Pozza), che ci restituisce la storia del medico che più di tutti ha rovesciato e sporcato il senso della medicina: il macellaio di Auschwitz, il custode della purezza della razza, l'uomo degli sperimenti più criminali sui bambini e le bambine.

Per raccontare non c'è bisogno di passare per i lager, il prima è appunto ciò che è prima, si dà per acquisito. Questo è un libro sul dopo, sulla fuga e sulla nuova vita di Mengele, tra Argentina e Paraguay. Sulle sue sconvolgenti convinzioni che nemmeno il crollo del Reich ha rimesso in discussione, non l'incrinatura di un dubbio, non un sussulto di rimorso. Sui tanti che nell'immensità del Sudamerica, protetti da troppi, hanno ricavato angoli di Baviera nazista, tra nostalgie per il passato e trame per il futuro. Su un mito - quello di Mengele criminale svanito nel nulla - che poche ragioni ha di essere, visto che fino alla sua morte naturale il diretto interessato è rimasto in contatto costante con la famiglia, una volta è anche tornato in Europa.

E meno male che c'è almeno un destino che si compie e che ha il gusto amarognolo di un conto comunque pagato: nell'ultimo lembo di vita, Mendele ormai uomo solo, malato, in guerra con tutti e soprattutto con se stesso.

Per raccontare tutto questo ci voleva una grande penna, ma anche una penna misurata, capace di mostrare il cuore di  tenebra senza effetti speciali. Perché la storia parla da sé se si lascia parlare: ed è quanto Olivier Suez ha fatto, ottimamente.  

lunedì 16 aprile 2018

Miriam, che non si chiama più Miriam

Immaginatevi anche voi la scena: un compleanno importante di una persona anziana a cui siete molto legati, per esempio vostra madre o vostra nonna.  Secondo la liturgia famigliare, arriva il momento della torta, del brindisi, del regalo. Solo che la festeggiata spiazza tutti prendendo le distanze dal nome con cui è sempre stata conosciuta. Che storia c'è dietro? E' ciò che succede con le persone avanti con l'età o c'è altro?

Ecco, è una frase così, semplice e disorientante, che dà il titolo al bel libro della scrittrice svedese Majgull Axellsson, Io non mi chiamo Miriam (Iperborea). Frase che è soprassalto di memoria e fischio iniziale di una difficile partita tra verità e menzogna.

No, Miriam non è Miriam: per tutta la sua seconda vita, iniziata molto molto tempo prima, ha portato un nome che non è il suo. Non si chiama così questa elegante signora che oggi compie 85 anni.

Nella prima vita Miriam si chiamava Malika e non era ebrea, ma rom. Non cambiava molto dal punto dei vista dei nazisti, che entrambi i popoli provvidero a sterminare nei campi di concentramento. Ma questa è la storia di Malika che nei giorni del massacro, per salvarsi, si spacciò per una ragazza che non ce l'aveva fatta. E benché incredibile - salvarsi prendendo l'identità di una ebrea, in quanto tale destinata all'annientamento - scampò ad Auschwitz e cominciò una nuova vita in Svezia. Per tutti Miriam, sopravvissuta ebrea.

Quante storie che si intrecciano in questo libro. Con questa ragazza rom che diventa adulta ebrea c'è tutta la storia di un popolo - anzi, di due popoli - dai massacri nazisti alle discriminazioni del dopoguerra, persino nella civilissima Svezia. Eppure prima ancora che un libro sulla deportazione e sull'odio razziale questo libro mi sembra un libro sull'identità. Sui nomi che ci plasmano. Sulle bugie con cui a volte impastiamo le nostre vite. Sui tentativi di separarci da ciò che siamo, quasi sempre votati all'insuccesso.

Ho pensato spesso a lei. A Miriam. La persona di cui ho vissuto la vita. Così dice a un certo punto Miriam che non è più Miriam, ovvero Malika che sta riprendendosi ciò che è giusto riprendersi. E in questo dire dopo tanto non dire c'è molto su cui riflettere. 
 

lunedì 2 aprile 2018

Ma voi che ne sapete della Polonia?

Come quella sera con i miei amici, al pub di sempre, innumerevoli birre e disquisizioni a non finire. 

Ma voi che ne sapete della Polonia? 

Domanda che vai a sapere perché mi era transitata per la testa. Solo che una volta data in pasto all’allegra combriccola provocò gran dibattito. E chi rammentò Chopin più un paio di scrittori, chi buttò lì la vodka, chi tirò fuori il colpo di stato di un generale con gli occhiali come fondi di bottiglia. Chi si contentò di Auschwitz o del Papa di Cracovia – troppo facile così. 

Certo c’era anche il cinema, con pellicole non solo per incalliti cinefili. E quella squadra che nei mitici Mondiali del 1974 aveva incantato il mondo, tra l’altro facendo fuori una modesta Italia: una formazione dai nomi impossibili che un paio di noi, incredibile, sapevano ancora recitare come una sorta di mantra. E poi le polacchine. Non intese come fanciulle, ma come comode scarpe un tempo in gran voga, ora non so: e vai a capire perché si chiamino così e cosa c’entrino con la Polonia, io non ci sono riuscito.

Ecco, non molto di più. E ora che la Polonia la sto attraversando a bordo di questo pullman, quella stessa domanda me la rigiro in bocca.

Per me, non per altri: ma cosa so io della Polonia?

(da Paolo Ciampi, Che ne sai della Polonia, Fusta editore 2018)

domenica 7 maggio 2017

Lungo i confini, per capire l'Europa che è e forse sarà

Comincia con un mappamondo in precario equilibrio nella stanza del figlio, assediato da pastelli colorati e da tante domande, ma diventa presto un lungo viaggio, anzi una sequenza di viaggi, non in Europa, ma intorno all'Europa.

Comincia interrogandosi sulla frontiera perduta - illusione di tutti coloro che, come il sottoscritto, hanno pensato a un'altra Europa dopo la caduta del Muro di Berlino - ma inevitabilmente si ritrova a fare i conti con i confini che da allora si sono persino moltiplicati e spesso sono anche diventati muro e filo spinato.

Ed è lì, ai margini dell'Europa, in luoghi che fino a qualche tempo fa era facile ignorare, che si può comprendere meglio cosa l'Europa è diventata, cosa siamo diventati noi.

Che bel libro che è Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere di Marco Truzzi, pubblicato da Exòrma, casa editrice che difficilmente sbaglia un colpo. Nonostante il titolo, che odora di saggio, è un libro di viaggio, un gran libro di viaggio. Dall'Europa che è in Africa, nell'enclave spagnola di Melilla, dove preme la disperazione di un intero continente, all'Europa che si sottrae all'Europa dell'ordinata e indifferente Svizzera. Dal nord della Scandinavia, dove davvero non è tutto oro quello che luccica e dove anzi il gioco delle identità e delle esclusioni si è fatto complesso, fino ai luoghi della disperazione di Calais e Idomeni. Lungo frontiere nuove e vecchie, confini dimenticati e poi ritornati di attualità, per raggiungere alla fine il luogo che non è frontiera segnata sulle mappe, ma che più di tutti è frontiera, anzi frattura, taglio netto tra un prima e dopo, luogo dove l'Europa è morta e da lì ha provato a rinascere: Auschwitz.

Bello, bello davvero questo libro, che sa sfuggire alle tentazioni del discorso autoreferenziale, delle tesi precostituite, della dimostrazione di ciò che si voleva dimostrare. Che si fa occhi che non si stancano di guardare, dita che cercano su una carta una destinazione che non si era messa in conto, domande alimentate da una salutare curiosità.

E l'autore - insieme all'amico Angelo, fotografo e compagno di viaggio - non si tira mai indietro. E nella scrittura c'è con tutte le emozioni che in viaggio del genere può destare. Non solo infinita tristezza, ma anche capacità di raccontare e raccontarsi con umorismo. Se non ci credete, leggete le pagine sui due dispersi in una qualche strada di una Svezia che è quasi Norvegia: con la Volvo in panne e le renne che forse sono alci.....

Ci ho ritrovato tante delle cose che anch'io ho provato a scrivere, magari nei libri con Tito Barbini, da Caduti dal Muro a I sogni vogliono migrare. Ma questo non c'entra, quello che conta è che questo è un libro che fa bene leggere. 

martedì 28 marzo 2017

Un depresso per il libro più antidepressivo del mondo

Quando andai a guardate fuori di notte, era ancora là seduto su quella sedia. Stava giusto cadendo una stella dorata ed era più bella e forse perfino più giusta di tutte le stelle su questa strana terra. 

Prendete un uomo che è nato a Praga, ma non ai tempi di Praga magica, quelli dell'imperatore asburgico e del tirare a campare alla meno peggio. No, un uomo che appartiene a una famiglia ebrea ai tempi dell'occupazione nazista, con diversi familiari che finiranno nei campi di concentramento. Lui si salverà per uno strano caso - pare che si fossero dimenticati di circonciderlo - però la liberazione sarà anche l'inizio dei tempi cupi del socialismo reale, quando c'era ancora un paese comparso dalle carte, la Cecoslovacchia.

Aggiungete che questo uomo, appassionato di hockey su ghiaccio, riuscì a diventare un bravo cronista sportivo. Tuttavia poco più che trentenne una grave malattia mentale lo catturò e non lo lasciò più libero, per i pochi anni che gli rimasero da vivere.

E dunque, quale libro può venire fuori da tutto questo? Auschwitz più pazzia, voi che dite? Lui si chiamava Ota Pavel - il realtà uno pseudonimo. La morte dei caprioli belli è il suo esile romanzo, pubblicato da Keller. E contro ogni pronostico: per qualcuno è il libro più antidepressivo del mondo.

Pensare che c'è molto della sua storia della famiglia - ebrei sotto il tallone della Storia del Novecento. Eppure è chiaro che cosa vi rimarrà impresso di questo libro.

Il babbo di Ota, per esempio, commesso viaggiatore e sognatore, donnaiolo impenitente e impenitente artefice di variegati disastri imprenditoriali, si tratti di un laghetto per la pesca come di un allevamento di maiali. E la mamma, certo, la mamma, così solida e paziente, la parte della famiglia con il buon senso da vendere, ma anche con una stupefacente capacità di rinnovare il sentimento e ricominciare. E poi questo sguardo sulla vita, questa leggerezza, questa capacità di stupore. Questa luce capace di rischiarare anche i giorni più cupi. Di strappare un sorriso malgrado tutto.

Già, il libro più antidepressivo del mondo: o comunque tra i più meritevoli, in questa speciale classifica. Curioso che a scriverlo sia stato un malato di depressione. Ma questo è il potere della scrittura. Questa è la rivelazione di un uomo che lasciò scritto:

Mi piacerebbe guadagnare tanti soldi nella vita da avere sempre qualche spicciolo avanzato per un mazzo di fiori da mettere sulla mia scrivania.

lunedì 17 ottobre 2016

Se la memoria è un canarino nella miniera

Mi perdo. Mi smarrisco a Katowice, eppure questa è la città dove sono nato e in cui ho trascorso la mia infanzia...

Ecco, sono questi i primi passi. E forse bisogna davvero smarrirsi per riannodare i fili. Bisogna davvero divagare con la testa e con i piedi per scoprire e riscoprire. Per rimanere in qualche modo fedeli al proprio passato e allo stesso tempo per guardare meglio avanti, grazie a quel passato. Soprattutto se è un passato doloroso e ingombrante quale può essere quello di una famiglia ebrea nella Polonia del Novecento.

Dopo aver tante volte apprezzato Wlodek Goldkorn sulle pagine dell'Espresso, ora incontro la sua storia in Il bambino nella neve (Feltrinelli), libro importante, profondo, coinvolgente. Libro di viaggio e più precisamente di ritorno, nella sua Polonia. Libro per ricordare ciò che è stato, libro sui destini di una famiglia, ma anche di un paese intero e di un popolo che di quel paese è stato parte importante.

E c'è la Polonia di prima della Shoah, con un mondo ebraico che non era solo quello dei villaggi, reso così diverso dalla nostalgia e dal rimpianto, ora che non c'è più. C'è la Polonia dell'occupazione nazista, di Auschwitz che è il cimitero di famiglia - Una preghiera? Non c'è niente di sacro ad Auschwitz - e dei campi di sterminio quali Treblinka e Majdanek di cui si parla molto meno perché sopravvissuti non ce ne sono stati. C'è la Polonia della rivolta del ghetto e di Marek Edelman, che per Wlodek è stato complicato maestro di vita. Ma c'è anche la Polonia che c'è stata dopo, quella sotto il socialismo, costruita sulle macerie della guerra contro i nazisti, eppure investita da spaventose ondate di antisemitismo: fino al pogrom e poi alla cacciata di tanti ebrei - Avevo quindici anni e diventai uno straniero in patria, un nemico interno, una quinta colonna. Straniero due volte, in un paese dove un mondo era già scomparso.

Da Katowice a Firenze, è stato lungo il viaggio di Wlodek: ancora più lungo, se non si misura con i chilometri, ma con le lacerazioni dell'anima, i disorientamenti della cultura, il lavorio delle emozioni.

Ma in questo viaggio - e questo è un grande libro di viaggio, nello spazio e nel tempo, non un diario o un memoir - c'è modo per crescere, per capire, per allargare lo sguardo, perfino per trovare le parole giuste. Per far sì che la memoria serva davvero al nostro presente.

Si dice che una volta si portavano nelle miniere i canarini, uccelli sensibili ai gas. I canarini avvertivano i minatori quando la catastrofe era imminente. Ecco, per me la memoria significa essere un canarino nella miniera, dare l'allarme quando sento l'acre odore del razzismo.

Non per vendetta, non per vivere con le spalle voltate indietro. Ma per il nostro sentirsi uomini oggi. 

mercoledì 27 gennaio 2016

Nel Giorno della Memoria, ricordando Margherita Hack e la professoressa Enrica

L'ho vista cacciare dalla scuola da un giorno all'altro a causa delle leggi razziali. Questo mi ha aperto gli occhi su cosa può fare una dittatura.

Ecco, Margherita Hack, la grande astrofisica, ricorda così la sua professoressa al liceo, donna innamorata di scienza che ha tanti ha trasmesso l'amore della scienza.  La professoressa Enrica Calabresi. Una donna minuta e taciturna, segnata profondamente dal dolore. Una scienziata cacciata dalla ricerca e dall'insegnamento perché ebrea.

Della sua professoressa - la cui storia racconto in Un nome (Giuntina) - Margherita Hack ha parlato diverse volte, con una fedeltà che trovo commovente. Lei, la scienziata affermata. Vi segnalo in particolare una conversazione con Daniela Gross pubblicata su Pagine ebraiche, con un titolo che forse è la cosa più bella: Ho scelto la libertà nel nome di Enrica.

Margherita Hack incontrò per l'ultima volta la sua professoressa in una via del centro di Firenze, quando ormai si era scatenata la grande caccia all'ebreo. Mi parve un animale braccato. Di lì a poco l'arrestarono e si suicidò nel carcere di Santa Verdiana, alla vigilia di quel treno che la avrebbe dovuto consegnare ai forni di Auschwitz.

Di Enrica Calabresi fino a qualche anno fa era rimasto solo il nome, che non era facile collegare nemmeno all'orrore delle persecuzioni razziali. Sono contento di aver scritto un libro su di lei. Sono contento che Margherita Hack ci abbai dimostrato che scrutare le stelle non è un buon motivo per ignorare le storie degli uomini.

I professori che valgono hanno sempre buoni allievi. E viceversa.

mercoledì 26 febbraio 2014

Il comandante di Auschwitz e il suo lavoro ben fatto

Non sarà un capolavoro, però è un libro che ti prende per mano, per accompagnarti attraverso l'orrore più indicibile della storia che abbiamo alle spalle, fino al ciglio dell'estrema miseria e dell'estrema grandezza dell'uomo, là dove sembra di scorgere una possibilità di risposta a ciò che in effetti è resterà sempre mistero, doloroso mistero.

E' questo che succede leggendo Il comandante di Auschwitz di Thomas Harding (Newton Compton), libro che racconta la vita in parallelo del criminale nazista Rudolph Hoss e dell'ebreo tedesco che, con la divisa dell'esercito inglese, alla fine della guerra riuscì a catturarlo.

Storia appassionante, coinvolgente, anche quella del cacciatore di nazisti. Ma come distogliere lo sguardo dal comandante di Auschwitz, dall'abisso senza fondo di un uomo che si è reso responsabile della morte di milioni di altri uomini, senza fare una piega, con la convinzione del lavoro fatto e fatto bene?

Rudolph Hoss, che voleva fare il missionario e finì per arruolarsi nelle SS. Che sognava una fattoria in campagna e volle un orto e un giardino per la sua casa con vista sui forni crematori. Che la sera tornava a casa dalla routine del massacro e leggeva fiabe ai bambini.

Rudolph Hoss, che con le sue confessioni dopo la cattura fornì prove decisive per inchiodare altri criminali nazisti, prima di essere impiccato in Polonia, in quello stesso lager di cui era stato comandante e boia.

Raccontò molto di sé, Rudolph Hoss, ma nessuna parola che possa davvero illuminare ciò che davvero lo ha fatto diventare ciò che è stato.

mercoledì 17 aprile 2013

Il libro che quella notte salvò Primo Levi

Era l'11 gennaio 1945, nel lager di Auschwitz. Una notte di gelo, con l'Armata rossa che si stava avvicinando e i nazisti che avevano appena annunciato il trasferimento di tutti i reclusi per il giorno dopo, presumibile anticamera della morte.

Primo Levi, proprio lui, era ricoverato in infermeria. Sapeva bene che il giorno dopo per lui avrebbe potuto essere l'ultimo. E se non il giorno dopo forse il giorno dopo ancora. Un medico passò davanti alla sua cuccetta. Cn un gesto che forse non era nemmeno di pietà gli gettò un libro: "Tieni, leggi, italiano".

Cosa successe dopo, lo ha recentemente raccontato sulle pagine di Repubblica il poeta Valerio Magrelli, uomo che conosce a fondo il valore delle parole e il dono che esse possano rappresentare:

Cominciano così dieci giorni che Levi trascorre sprofondato in quel libro, il primo dopo tanto tempo, leggendolo e rileggendolo, finché avviene il miracolo: i tedeschi non c'erano più.

Primo Levi ne parla in Se questo è un uomo. Non mi ricordavo di questa pagina, lo confesso, però è una storia che mi commuove. E che mi convince, ancora una volta, che i libri possono essere perfino salvezza.

Per curiosità: il libro in questione era La tempesta di Roger Vercel (in queste settimane ripubblicato dall'editore Nutrimenti): pagine in cui si parla di un capitano di rimorchiatore che, insieme ai suoi uomini, salva all'ultimo momento coloro che stanno per essere sommersi.

I sommersi, come I sommersi e i salvati di Primo Levi. Come quel libro che, all'ultimo, forse è stata la spinta per la sua salvezza. 



giovedì 20 dicembre 2012

A guardare bene, la differenza è tutta qui

A guardare bene, la differenza è tutta qui: in un strada che viene attraversata nel momento sbagliato. 

Perché tutto inizia qui, tutto si conclude qui: esattamente in questi pochi metri che separano un marciapiede dall’altro.
 

Ora che mi sono inoltrato per un ben pezzo, nella storia di questa famiglia, ci penso e ripenso più volte: e ogni volta è un lampo imprevisto, un’esplosione di emozioni che arriva così, non ricercata, non annunciata.
 

Quasi sempre mi succede appena sortito di casa.
 

Il rumore del portone che si richiude dietro di me e poi i primi passi nel reticolo di vie del mio quartiere, giusto per quelle due o tre commissioni da fare. Che so, l’edicola per il giornale, il punto scommesse per la schedina della domenica, il forno dove mi servo da una vita per il pane e la schiacciata…   

Talvolta, non a caso, questo pensiero mi precipita addosso un istante prima di attraversare una strada, fermo a un semaforo in attesa dell’avanti oppure di fronte alle strisce pedonali di un incrocio pericoloso, dove a nessuno salta per la testa di lasciarti passare.
 

Sì, succede soprattutto una frazione di secondo dopo che il passo si è  staccato dal marciapiede per abbassarsi poi sull’asfalto, quasi a sottolineare che non esiste movimento, anche banale, anche impercettibile, che non sia gravido di conseguenze. 
 

E non posso farci niente, quel lampo di pensiero mi lascia lì, obbligato a un riflesso senza volontà, quasi a un tic nervoso.
 

Piegare la testa, scrutare le punte dei piedi, studiare le scarpe pesanti come blocchi di cemento. 

Fermarsi. Esitare. Restare ancora fermo.
 

Più o meno come quando stai per tuffarti nelle acque di una piscina, con il presentimento del gelo che ti aspetta. E c’è quell’istante, quel preciso unico istante che precede l’altro in cui ti stacchi dal bordo, quando non potrai più farci niente. Un istante che non è nemmeno il tempo di uno schiocco di dita, che non dura abbastanza per contenere un gesto o una nuova determinazione. Sufficiente al massimo per un inutile pentimento.
 

Ecco, un istante così. Uno spartiacque, come il sipario che scende tra il primo e il secondo atto. Un istante irrimediabile.
 

Come quell’istante di un giorno del 1943 in cui Anna decide di attraversare la strada.


(da Paolo Ciampi, Una famiglia, Giuntina 2010)

giovedì 26 gennaio 2012

Auschwitz, ho sentito che sei di moda

Auschwitz, ho sentito che sei di moda.
 

Bella gente di te dice grandi cose.
 

Presto ti tappezzeranno tutta di fogli di carta,
 

vi sarà fruscio in te come su neve immacolata,
 

tutto sarà candido, eccetto i caratteri di stampa,
 

reggimenti con la mano alzata e il passo cadenzato.
 

                                                                                               Meir Wieseltier

lunedì 23 gennaio 2012

Auschwitz non è stato solo laggiù

Auschwitz, dunque, è stato non solo laggiù, nella campagna polacca sulla quale la cenere dei forni ha continuato a depositarsi per molto tempo dopo, ancora

Così scrive Elena Loewenthal in suo bellissimo articolo su Tuttolibri di questa settimana - L'Europa non volle vedere il treno per i Lager - un articolo che prima ancora che sul genocidio direi che è sulla responsabilità. Una responsabilità che è troppo facile scaricare addosso sugli aguzzini dei campi di concentramento, sorvolando su tutta la macchina dello sterminio che c'era prima, c'era intorno.

Se Auschwitz è il buco nero della nostra storia, dice Elena Loewenthal, quel buco nero è stato reso possibile anche dai tanti luoghi di mezzo della Shoah.

E forse non c'è niente di più eloquente, quanto a questo, dei treni che solcarono l'Europa, con i loro carichi di morte, anzi, di vita destinata alla morte. Treni in movimento sui binari di un continente, treni che si fermavano nelle stazioni, che sostavano anche a lungo, perché anche il viaggio della deportazione era già pena, raffinata crudeltà del gatto che gioca col topo e non ha fretta.

L'Europa si è fatta attraversare da questi treni come una pista di ghiaccio dove i pattini passano e lasciano una minuscola riga, che subito sparisce.

Sono un dito puntato, quei treni, una tragedia dell'inerzia, una disfatta della responsabilità che è troppo facile liquidare come polvere sotto un treno.

27 gennaio, Giornata della memoria: Auschwitz, certo, ma non dimentichiamo quei treni.

domenica 27 novembre 2011

Quando Anna attraversò la strada sbagliata

Una strada attraversata una volta di più portò all'arresto di Anna Ventura, nel terribile periodo delle persecuzioni razziali in Italia. Pochi metri di troppo, da un marciapiede all'altro, ma anche da una storia all'altra. Passi che la separarono dalla famiglia e la condussero prima a Fossoli e poi ad Auschwitz. E' una storia che ho raccontato in Una famiglia (edizioni Giuntina), ma su cui più e più volte anche in queste settimane sono tornato a pensare. Anzi, non ci riesco a non pensare, e allo stesso tempo a non pensare agli intrecci tra la volontà degli uomini e le circostanze. Inizia così, il capitolo che racconta di quella strada attraversata.


A guardare bene, la differenza è tutta qui: in un strada che viene attraversata nel momento sbagliato. Perché tutto inizia qui, tutto si conclude qui: esattamente in questi pochi metri che separano un marciapiede dall’altro.
Ora che mi sono inoltrato per un ben pezzo, nella storia di questa famiglia, ci penso e ripenso più volte: e ogni volta è un lampo imprevisto, un’esplosione di emozioni che arriva così, non ricercata, non annunciata.
Quasi sempre mi succede appena sortito di casa.

sabato 20 novembre 2010

Ricordando Anna e la strada che attraversò

Penso spesso alla storia di Anna Ventura e a quella strada attraversata una volta di troppo, che finì per consegnarla al viaggio più lungo e terribile, quello per Auschwitz. Ho provato a raccontare quel viaggio con queste parole

 A guardare bene, la differenza è tutta qui: in un strada che viene attraversata nel momento sbagliato. Perché tutto inizia qui, tutto si conclude qui: esattamente in questi pochi metri che separano un marciapiede dall’altro.
Ora che mi sono inoltrato per un ben pezzo, nella storia di questa famiglia, ci penso e ripenso più volte: e ogni volta è un lampo imprevisto, un’esplosione di emozioni che arriva così, non ricercata, non annunciata.
Quasi sempre mi succede appena sortito di casa.
Il rumore del portone che si richiude dietro di me e poi i primi passi nel reticolo di vie del mio quartiere, giusto per quelle due o tre commissioni da fare. Che so, l’edicola per il giornale, il punto scommesse per la schedina della domenica, il forno dove mi servo da una vita per il pane e la schiacciata…  
Talvolta, non a caso, questo pensiero mi precipita addosso un istante prima di attraversare una strada, fermo a un semaforo in attesa dell’avanti oppure di fronte alle strisce pedonali di un incrocio pericoloso, dove a nessuno salta per la testa di lasciarti passare.
Sì, succede soprattutto una frazione di secondo dopo che il passo si è  staccato dal marciapiede per abbassarsi poi sull’asfalto, quasi a sottolineare che non esiste movimento, anche banale, anche impercettibile, che non sia gravido di conseguenze. 
E non posso farci niente, quel lampo di pensiero mi lascia lì, obbligato a un riflesso senza volontà, quasi a un tic nervoso.
Piegare la testa, scrutare le punte dei piedi, studiare le scarpe pesanti come blocchi di cemento. Fermarsi. Esitare. Restare ancora fermo.
Più o meno come quando stai per tuffarti nelle acque di una piscina, con il presentimento del gelo che ti aspetta. E c’è quell’istante, quel preciso unico istante che precede l’altro in cui ti stacchi dal bordo, quando non potrai più farci niente. Un istante che non è nemmeno il tempo di uno schiocco di dita, che non dura abbastanza per contenere un gesto o una nuova determinazione. Sufficiente al massimo per un inutile pentimento.
Ecco, un istante così. Uno spartiacque, come il sipario che scende tra il primo e il secondo atto. Un istante irrimediabile.
Come quell’istante di un giorno del 1943 in cui Anna decide di attraversare la strada.



(da Paolo Ciampi, Una famiglia, Giuntina 2010)

mercoledì 8 settembre 2010

Da Primo Levi a Maus, obbligo di memoria


Ci sono libri, che sono biglietti per il viaggio più difficile che la letteratura può regalarci e a volte obbligarci a fare. Libri che sono ferite aperte: ed è bene che sia così, perché è giusto essere richiamati al dovere della memoria.

Quando penso agli orrori della nostra storia più o meno recente, finisco sempre per tornare a Hitler e a una frase di Art Spiegelman, l’uomo che con Maus ci ha regalato una straordinaria storia a fumetti sulla persecuzione degli ebrei: la nostra civiltà – diceva - dopo Auschwitz, è come un personaggio dei cartoni animati che va avanti nel vuoto del canyon anche quando non ha più terreno sotto i piedi, e va avanti senza accorgersene. Tranne precipitare quando se ne accorge.

Non so se sono parole esagerate, però è sicuramente vero che la memoria è qualcosa di indispensabile, qualcosa che serve a ciascuno di noi, per capire meglio chi siamo e che cos’è l’uomo, nel bene e nel male.

Per la memoria abbiamo bisogno di parole. Di parole vere, di parole importanti. Abbiamo bisogno di persone come Primo Levi.

E parlare di Primo Levi, come degli altri testimoni, significa misurarsi con una domanda che può aggiungere sofferenza a sofferenza: è possibile raccontare? Ci sono parole per spiegare davvero cosa è successo?

Non tutti sanno che Primo Levi per anni non riuscì a pubblicare il suo capolavoro, Se questo è un uomo, poi stampato da una piccola casa editrice e venduto solo in qualche centinaia di copie, anni prima del successo mondiale.

Ma non è questo il punto. Il problema era essere davvero creduti.

Essere creduti, tanto più che la verità da raccontare è già una mezza verità, cioè la verità dei sopravvissuti, di coloro che si sono salvati. Non la verità di chi non si è salvato ed è per questo condannato al silenzio, assieme a tutti gli altri “sommersi”, come li chiamava Primo Levi.

Come spiegarlo a chi non c’è stato? Nei lager era proprio questo che i criminali dicevano alle loro vittime, predisponendosi per tempo a ucciderle una seconda volta: nessuno avrebbe loro mai creduto, dicevano così. E più si va avanti con gli anni, più quella lugubre profezia pare diventare vera.

Dicono che Primo Levi un giorno di primavera, più di 20 anni fa, si sia ammazzato gettandosi dalla tromba delle scale. Dicono che tutto questo abbia pesato sul suo gesto estremo.

E sul suicidio, in realtà, qualche dubbio rimane. Però è una cosa è sicura: c’è ancora bisogno di parole, di tante parole, per ricordare Auschwitz come qualsiasi altro mattatoio, dalla Cambogia alla ex Jugoslavia. C’è bisogno di storie, c’è bisogno di vite raccontate.

Primo Levi lo diceva in questo modo:

Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre

Ed è vero: se comprendere è impossibile, conoscere è necessario. Magari con la stessa consapevolezza del premio Nobel Eli Wiesel, che diceva:

Dopo Auschwitz siamo tutti ebrei

sabato 21 agosto 2010

Margherita Hack e la professoressa Enrica

L'ho vista cacciare dalla scuola da un giorno all'altro a causa delle leggi razziali. Questo mi ha aperto gli occhi su cosa può fare una dittatura.

Ecco, Margherita Hack, la grande astrofisica, ricorda così la sua professoressa al liceo, donna innamorata di scienza che ha tanti ha trasmesso l'amore della scienza.  La professoressa Enrica Calabresi. Una donna minuta e taciturna, segnata profondamente dal dolore. Una scienziata cacciata dalla ricerca e dall'insegnamento perché ebrea.

Della sua professoressa Margherita Hack ha già parlato diverse volte, con una fedeltà che trovo commovente. Lei, la scienziata affermata. Torna ora a parlarne in una conversazione con Daniela Gross pubblicata su Pagine ebraiche, con un titolo che forse è la cosa più bella: Ho scelto la libertà nel nome di Enrica.

Margherita Hack incontrò per l'ultima volta la sua professoressa in una via del centro di Firenze, quando ormai si era scatenata la grande caccia all'ebreo. Mi parve un animale braccato. Di lì a poco l'arrestarono e si suicidò nel carcere di Santa Verdiana, alla vigilia di quel treno che la avrebbe dovuto consegnare ai forni di Auschwitz.

Di Enrica Calabresi fino a qualche anno fa era rimasto solo il nome, che non era facile collegare nemmeno all'orrore delle persecuzioni razziali. Sono contento di aver scritto un libro, Un nome appunto, che racconta la storia di Enrica Calabresi. Sono contento che Margherita Hack dimostri ancora una volta che scrutare le stelle non è un buon motivo per ignorare le storie degli uomini.

I professori che valgono hanno sempre buoni allievi. E viceversa.

lunedì 9 agosto 2010

Rileggere Cuore o Lord Jim per non voltare la testa

Dal pugile che a Milano massacra una donna - a caso, la prima che ha incontrato - senza che nessuno dei passanti muova un dito al massacro di Srebenica sotto gli occhi dei soldati olandesi che non fanno niente per proteggere gli inermi.

E noi, nell'uno e nell'altro caso cosa avremmo fatto? Ci chiediamo mai: cosa avremmo fatto se... ? Con quanta indifferenza, o piuttosto, con quanta paura, ci troveremmo a fare i conti?

Mi ha colpito quello che Adriano Sofri ha scritto ieri, sulle pagine di Repubblica. Mi hanno colpito soprattutto le ultime righe - che vi ripropongo qui sotto - in cui tra i tanti consigli che si potrebbero dare offre proprio questo: rimettere in mano ai ragazzi libri come Cuore o Lord Jim.

Solo effetto nostalgia? E se invece pagine come quelle di Edmondo de Amicis o di Joseph Conrad ci aiutassero a seminare di nuovo il senso della responsabilità e persino del coraggio?

A ciascuno di noi, specialmente se ha appena finito di commemorare Srebenica e di dedicare il suo sarcasmo a un ministero olandese, o di commentare l'orrenda storia dell'altroieri a Milano, vien fatto di chiedersi: che cosa avrei fatto se fossi stato un ufficiale olandese, un passante a Milano? E' la domanda che si fa chi legge Primo Levi, soprattutto se è un ragazzo e non è ancora indurito, la domanda per cui Primo Levi e altri che erano tornati da lì non vollero più vivere.
C'è una differenza fra le tante, i cinquant'anni che separano Auschwitz da Srebenica. Le cose infatti continuano a succedere. Si possono ascoltare molti consigli, e andare in palestra, e portare non so quale spray nella borsetta. Però non mi sembrerebbe inutile che i bambini e i ragazzi leggessero qualcosa che somigliasse al libro Cuore o a Lord Jim. O anche alla storia del giovane uomo maschio che si trovò a passare proprio nel punto in cui stavano per lapidare un'adultera.

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...