Visualizzazione post con etichetta Gabriele Romagnoli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Gabriele Romagnoli. Mostra tutti i post

lunedì 21 gennaio 2013

Se la prevalenza del cretino diventa grande narrativa

Ne avevano parlato Fruttero e Lucentini nel loro La prevalenza del cretino e il tema non era stato estraneo anche a un altro raffinato intellettuale come Carlo Cipolla, col suo Le leggi fondamentali della stupidità umana, però forse su questo terreno mancava ancora la grande prova di narrativa e ora sembra che sia arrivata. Sembra perché ancora non ho avuto modo di leggere Mille cretini di Quim Monzò, uscito in questi giorni per Marcos y Marcos.

Non lo perderò - anche perché mi affascina la figura retorica del cretino - ma intanto mi sono goduto quello che del libro (e della cretineria diffusa e dilagante) ha scritto su Repubblica Gabriele Romagnoli, sotto il titolo La fiera della stupidità (titolo che mi viene da confondere con La fiera della vanità: spesso trattasi della stessa cosa).

Afferma Romagnoli:

Nel catalogo di Monzò cretineria é: barattare l'amore con la pietà (tanto la passione brucia), avere nostalgia di un immaginifico ieri (quando non c'era la televisione, quando c'era la televisione e non il computer), non fermare una spirale quando inizia il suo corso (finché i maestri saranno irrisi da discepoli ignoranti). Così come lo è credere alla più trita delle proemsse elettorali, riempire un vuoto con una bolla di vanità, assuefarsi a tutto questo, dipingendosi sul volto il riso degli sciocchi che assistono al talk show più cretino del secolo.... 

E via di seguito per un elenco ovviamente opinabile, parziale, ampliabile pressoché all'infinito (regola quasi matematica), ma per cui vale senz'altro la conclusione di Romagnoli:

Da sempre uno degli scopi della letteratura è segnalare in modo scientifico il danno che si verifica nelle menti. Quim Monzò rileva con soavità, a tratti con qualche indebita tenerezza, che stiamo rincretinendo.

lunedì 6 agosto 2012

Un buon libro per rapirti dal mondo

E' un libro che non ho letto, di un autore che non mi piace particolarmente, ma davvero non importa. Quella che qualche giorno fa ci ha regalato Gabriele Romagnoli sulle pagine di Repubblica non è una recensione, è un'esperienza di lettura. Il titolo - Quando la voce di un libro ti rapisce dal mondo - tdice già tutto.

Racconta Romagnoli di avere acquistato Il senso di una fine di Julian Barnes non per caso, e nemmeno per scelta, piuttosto solo grazie al caldo suggerimento di un libraio capace di vincere qualche sua  diffidenza. Cosa che, per inciso, mi inviterebbe ai soliti miei discorsi sulle care vecchie librerie, che niente e nessuno potrà decentemente rimpiazzare. Ma questo è un altro discorso.

Racconta Romagnoli che quella sera aveva una cena prenotata, solo che verso le sette si era sdraiato sul divano e aveva attaccato il libro. Più tardi il telefono aveva cominciato a squillare, invano.


Non potevo ascoltare nessuno: avevo trovato una voce.

Quella sera Romagnoli non uscì. Saltò la cena. Era stato davvero rapito dal mondo, anche se presumibilmente il mondo era in quelle pagine.


Era notte quando ho finito di leggere. Il telefono aveva smesso di suonare. La tavola a cui non mi ero seduto era stata sparecchiata. Mi sono alzato e sono andato alla finestra.

E mi piace anche questo movimento, che anch'io ho fatto altre volte, finito un libro. Andare alla finestra, come se in questo modo si dicesse al mondo: ci sono, sono tornato.

Auguro a tutti voi di trovare tante voci così, questa estate. Di sparire al mondo e riaffacciarvi solo dopo un po' alla finestra.




sabato 17 settembre 2011

Edmondo e il suo tiro mancino

Un libro sullo sport, dunque? Non preoccuparti, "pavido" editore. Questo è un libro sui pretesti

Mi sa che ha ragione Gabriele Romagnoli, in una  recensione che non è una recensione, che piuttosto è anch'essa un pretesto, uno splendido pretesto, soprattutto per parlare di un grande della nostra cultura che troppo presto ci è venuto meno, Edmondo Berselli.

Il più mancino dei tiri è un libro di pretesti, di allusioni (e illusioni?) ambulanti, di nostalgia canaglia. E' un frullato di citazioni e rivelazioni, di collegamenti scoperti e rivendicati, di evasioni e dissacrazioni.

Un libro dove le punizioni di Mariolino Corso (le foglie morte dell'Inter degli anni mitici) evocano i fatali amori di Juliette Gréco, dove gli autogol annunciati di Comunardo Niccolai scatenano una riflessione sulle possibilità dell'autoprofezia, dove le preoccupazioni di un portiere come Enrico Albertosi - non si sa dove andiamo a parare, non male per un portiere - diventano occasione di riflessioni sulle pagine errabonde di Sterne o Musil.

E poi ci sono Bob Dylan e Karl Kraus, la Divina Commedia e i presocratici, Giulio Andreotti e Walter Matthau.... e a proposito, era quest'ultimo che, nella parte di giudice della Corte Suprema in Una notte con vostro onore sentenziava:

Diffidate di chi ha la scrivania sgombra. Di sicuro è uno che nasconde tutto nei cassetti. E se non ha niente neanche nei cassetti, a che diavolo gli serve una scrivania?

La scrivania, mi sa, Edmondo Berselli ce l'aveva. Però per  questo libro non si fa sforzo a pensare una scrivania senza carte sopra di essa, oppure nei cassetti. Almeno è questo che che Berselli rivendica: conta solo la divagazione, secondo i venti e le correnti del grande oceano di carta; conta solo ciò che si ricorda.

Perché poi la pagina più fantastica è quella di Fernand Braudel, il grande storico francese, che prigioniero durante la seconda guerra mondiale riesce a scrivere niente meno che lo straordinario Civiltà e imperi del Mediterraneo nell'età di Filippo II. Nella baracca di un campo, senza poter consultare niente.

E a modo suo anche Berselli, sospinto dagli elisei della memoria e del piacere affabulatorio: ci sia Gianni Rivera o Marcel Proust. Solo ciò che si ricorda conta nella vita.

lunedì 23 maggio 2011

Se un trasloco dà il senso dei libri che contano

Chi, come me, ha cambiato qualche decina di residenze, riallineato infinite volte Bukowsky e Busi, ricomprato almeno tre volte gli stessi trenta libri, ha infine accettato l'idea che perdere è conservare quello che conta

E' una  bella frase che ho letto l'altro giorno su Repubblica, in una pagina di Gabriele Romagnali sulle librerie degli scrittori. Mi ha fatto venire in mente che il rapporto con i propri libri non è necessariamente quello dell'accumulo. A volte quello che conta non è aggiungere ma sottrarre.

Ben vengano insomma anche i traslochi, se non si tratta solo di inscatolare tutti i libri e portarseli via. Se si tratta di scegliere. Di sacrificare qualche titolo perché ce ne sono altri di più cari, addirittura di insostituibili.

Ben venga, perché è come quella domanda sull'isola deserta. Se vi capitasse di far naufragio e avete solo cinque, o dieci, o venti libri da portare con voi, quali vi portereste? E giù a stilare la propria personalissima graduatoria.

Solo che un trasloco può rendere decisamente concreto ciò che altrimenti è accademia. Assegnare valore. Rimettere in discussione.

Ben venga, e per quanto le apparenze dicano il contrario, è anche un punto di vantaggio su tutti gli adoratori dei libri virtuali.

sabato 21 maggio 2011

Cosa legge lo scrittore, cosa mangia il cuoco

Chiedersi come sia la biblioteca di uno scrittore è come immaginare che cosa mangia un cuoco o come si senta un regista quando va al cinema

Ha ragione Gabriele Romagnoli, che così su Repubblica comincia una sua inchiesta sulle biblioteche degli scrittori. Ha ragione ed è così, anche se tutto sommato tra lo scrittore e il cuoco ce ne corre. O almeno, sul cuoco mi viene meno da chiedermelo, perché immagino che ci possa essere un grande chef che si ciba al fast-food sotto casa, mentre non riesco a concepire un grande scrittore che non sia un grande lettore.

E figuratevi, mi interrogo sulle biblioteche dei miei conoscenti, entro in case che non conosco e spingo subito il mio sguardo verso gli scaffali, ma con gli scrittori la curiosità diventa più che curiosità.

L'altro giorno seguivo un'intervista televisiva di Andrea Camilleri e mi sono incollato allo schermo nel tentativo - riuscito a metà - di decifrare alcuni titoli nella libreria alle spalle. Solo per dire, ma il tema è decisamente intrigante, va davvero oltre la curiosità. Romagnoli lo spiega così:

C'è un rapporto diverso tra la libreria e il suo possessore quando, in altre stanze, altre case, la sua opera può farne parte

E io aggiungo che è vero anche il contrario. Perchè ciò che più mi intriga non sono i libri che lo scrittore riuscirà ad aggiungere alla sua libreria, ma i libri già sugli scaffali che in qualche modo riusciranno a far parte dei libri dello scrittore.

sabato 1 maggio 2010

Perché il romanzo non si farà ammazzare


Che futuro per i romanzi? Cosa gli succederà dopo che per anni e anni sono stati dati per finiti, spacciati, morti, costretti alla ripetizione, alla citazione, all'effetto speciale solo per tirare avanti? (non che ci sia da stupirsi, in effetti, è dai tempi di Flaubert e Tolstoi che si va avanti con questa solfa)

Leggo solo ora le pagine che il supplemento libri di Repubblica ha dedicato a una questione che comunque, negli ultimi anni, è stata complicata dall'irruzione delle nuove tecnologie, dalla minore propensione alle letture lunghe e dai ritmi di quella che Boris Pahor chiama "società della fretta".

Tanti gli spunti di riflessione, ma qui mi piace condividere con voi la riflessione con cui Gabriele Romagnoli finisce il suo articolo. Regalandoci almeno una certezza: che in salute o meno che sia niente potrà ammazzare il romanzo, e in genere il bisogno di storie:

Un romanzo ci seppellirà. Se non altro per una ragione. Volete sapere qual è la frase più seducente che si possa pronunciare nel buio di una qualunque stanza? Se pensate sia "Questo diamante è per te" o "Non porto lingerie", anni di stupidità hanno ammazzato voi, non il romanzo. La frase è: "Adesso ti racconto una storia". E un romanziere è qualcuno solo nel buio di una stanza affollata da milioni di persone che dice quella frase, poi comincia a scrivere

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...