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giovedì 30 dicembre 2010

Sulle tracce degli scomparsi nell'Europa dell'Est

Che cosa sia davvero, non importa: biografia o reportage, libro della memoria o libro di viaggio.

Non importa, non importa davvero, perché più che in altri casi al cospetto de Gli scomparsi di Daniel Mendelsohn (Neri Pozza editore) sento davvero l'insufficienza e anche l'inutilità di ogni classificazione.

Non ne sento il bisogno. Per me, più semplicemente, questo è un libro necessario. Un libro in cui tuffarsi senza paura, senza pregiudizio. Senza farsi spaventare dalle sue dimensioni, dalle sue 722 pagine che un impegno senz'altro lo reclamano.

Con un libro così si inizia con una certa riluttanza - e con la cautela di chi parte per una maratona - ma poi non si ha più voglia di mollare, si arriva in fondo e quando ci si lascia l'ultima pagina ci si sente orfani di qualcosa di importante.

E dunque questa è la storia dello stesso autore - importante critico letterario americano di origine ebraica - che un giorno decide di saperne di più sulla sparizione di un ramo della famiglia completamente inghiottito dalla macchina dello sterminio nazista. Famigliari di cui ormai rimangono solo fotografie sbiadite, nomi riportati in qualche elenco, ricordi vaghi e compromessi dalle amnesie e dagli imbarazzi dei sopravvissuti.

Ma quello di cui si fa carico Mendelsohn non è solo un viaggio della memoria... è una vera e propria Odissea, un ritorno alle proprie radici, là dove le radici sono state brutalmente strappate, in quell'Europa dell'Est dove un intero popolo, con la sua lingua, le sue tradizioni, i suoi villaggi, è stato annientato e oggi è come non fosse mai esistito.

E' un libro straordinario, Gli scomparsi. Insieme tenero ed epico; coinvolgente - come un grande noir - e sconvolgente - perché ancora capace di raccontarci qualcosa di nuovo e terribile sugli orrori di cui l'uomo è capace.

Sono convinto che leggendolo rimetterete al giusto posto anche Le benevole di Jonathan Littel, grande libro, certo, ma che si sostiene con troppi "effetti speciali".

E poi c'è una frase che mi ha colpito, una più di tutte nelle 722 pagine di Mendelsohn, una frase che, nel mio piccolo, mi rammenta cosa anch'io ho provato a fare raccontando la storia della professoressa Enrica Calabresi in Un nome (un nome, appunto, a cui restituire qualche brandello di vita).

E' quando l'autore capisce che in ballo non c'è più solo la comprensione del quando, del dove, del come sono morti i suoi famigliari:

Mi resi conto di aver seguito la pista sbagliata - voler scoprire com'erano morti invece di come erano vissuti

E da queste righe, esattamente a pagina 217 - Gli scomparsi diventa assai di più di un libro sulla scomparsa. Diventa un libro sulla vita che altri uomini hanno voluto cancellare.

Un libro che consiglio di cuore, per comprendere esattamente di cosa si parla quando si parla di dovere della memoria.

giovedì 4 marzo 2010

L'ufficiale delle SS che "fece il suo lavoro"


Mamma mia, che dire di un libro come questo? Tutto e il contrario di tutto, come è necessario per un libro insieme disturbante e ipnotizzante, spaventosamente crudele eppure poetico, vero nella sua follia e nello stesso tempo tradito dalla sua stessa letterarietà. Perché tutto questo è Le benevole di Jonathan Littel.

Mi ha fatto paura fin dalle prime righe, questo romanzo fluviale di quasi mille pagine fitte fitte. Ho fatto mie tutte le critiche che a esso sono state rivolte, a più riprese ho provato risentimento e irritazione. Quasi tutte le sere ho avuto la tentazione di abbandonarlo, per poi riprenderlo sempre. Magari centellinandolo, assumendolo a dosi controllate, unico modo per non esserne travolto. Poi ieri sera l'ho terminato, dopo quasi due mesi che incombeva dal mio comodino. E oggi già mi manca.

Mi resterà a lungo dentro, Maximilian Aue, l'ufficiale delle SS che racconta in prima persona la follia criminale dello sterminio degli ebrei e della guerra nazista. Dentro, con la sua efferatezza, la sua spiazzante lucidità, il suo granitico rifiuto di ogni interrogativo morale, la sua incapacità di chiedersi semplicemente perché, il ribollire di pulsioni e istinti che accompagnano l'orrore.

"Non ho alcun rimpianto: ho fatto il mio lavoro, tutto qui". E quel lavoro Littel lo ricostruisce con un'attenzione a ogni particolare che toglie il respiro, proprio perché la sua parola non si limita a raccontare, e nemmeno a mostrare, fa di più, scaraventa dentro l'orrore. E' facile indovinare dietro tutto questo un pazzesco lavoro di documentazione, spinto fino allo studio del più piccolo tassello della macchina della morte.

Ma poi, detto questo, il fascino di questo libro è esattamente agli antipodi. Littel ci porta oltre la storia, arriva dalle parti del mito, il più orrendo e devastante dei miti. Il suo romanzo diventa tragedia a tutti gli effetti, tragedia della discesa all'inferno, tragedia che non si nega niente, nemmeno l'incesto, il massacro dei genitori, l'attrazione sessuale per il corpo di una impiccata.

E si possono perdonare gli eccessi verbali e qualche effetto speciale che fa un po' scuola di scrittura. Sono abbondantemente ripagati dall'incubo dei capitoli che descrivono le esecuzioni di massa degli ebrei nell'Europa orientale oppure l'assedio di Stalingrado. Che voglia di dimenticarmene, che voglia di rileggerlo.

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  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...