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giovedì 3 ottobre 2013

Credevo di essermi liberato delle storie di follia...

Credevo di essermi liberato delle storie di follia, reclusione e gelo.

Non che mi aspettassi di mettermi a comporre lodi alla bellezza del mondo e al canto dell'usignolo, con francescana meraviglia, ma almeno pensavo di essermi lasciato alle spalle quelle ossessioni.

E invece ero stato scelto (è enfatico, lo so, però non saprei dirlo in altro modo) da quella storia atroce, senza volerlo mi ero messo sulla stessa lunghezza d'onda dell'uomo che ne era responsabile.

Avevo paura. Paura e vergogna. Mi vergognavo davanti ai miei figli di occuparmi di questa storia.

Ero ancora in tempo per fuggire? O la mia peculiare vocazione era proprio cercare di capirla, di guardarla in faccia?

                                             (Emmanuel Carrère, L'Avversario, Adelphi)

giovedì 31 maggio 2012

Se la paura ci racconta il coraggio in trincea


Finché la minaccia è imprecisata, nello scoppio d'una granata che non si vede arrivare, in una raffica di mitragliatrice o in una scarica di fucileria inaspettata, che possono e non possono colpire, il coraggio riesce ancora facile; ma se la morte è acquattata, vigile, pronta a balzare e a ghermire, se bisogna andarle incontro fissandola negli occhi, senza difesa, allora i capelli si drizzano, la gola si strozza, gli occhi si velano, le gambe si piegano, le vene si vuotano, tutte le fibre tremano, tutta la vita sfugge; allora il coraggio è lo sforzo sovrumano di vincere la paura; allora la volontà deve irrigidirsi, deve tenersi come una corda, come la corda del beccaio che trascina la vittima al macello.

E' questa la paura che racconta Federico De Roberto, in quello che è considerato uno dei più grandi racconti di tutto il Novecento e uno dei punti più alti della letteratura sulla Grande Guerra. La paura, appunto, recentemente ripubblicato da E/O.

Una storia tra le tante del mattatoio. Le trincee del fronte italo-austriaco, i primi colpi che spezzano una lungo periodo di inerzia, quasi una tacita tregua tra i due eserciti contrapposti. Un cecchino nemico, di cui non si saprà mai niente, fulmina uno dietro l'altro i soldati che tentano di raggiungere un posto di vedetta rimasto sguarnito. I comandi si succedono: bisognerà mandare avanti un uomo dopo l'altro, poco importa se lo si spedisce a morte certa: Ce ne mandi tanti finché i caduti formino parapetto! urlano dal comando all'ufficiale sul posto. E tant'è, almeno fino a che un gesto estremo chiederà di rendere conto di questa follia.

Potrei scommetterci: non tirete il fiato, fino in fondo. E' raro trovare pagine così tese, dure, vere, capaci di scavare nella paura come in quel coraggio che non è, non può essere assenza di paura.

E così De Roberto porta nel cuore ferito del Novecento la grande tradizione del verismo italiano, con il suo popolo di vinti senza riscatto. Un filo unisce i Malavoglia a questi soldati, mostrati anche attraverso le tante lingue di un'Italia che in trincea si ritrovava insieme per la prima volta.

E quei corpi abbattuti, colti nell'ultima agonia, sono forse il grido più alto di una letteratura che invoca la pace, senza nemmeno sapersi pacifista.


martedì 24 aprile 2012

Paure e sogni con il bambino di Scurati


C'è un bambino che si aggira nella notte, sonnambulo, e urla che perchè nei suoi sogni si annida la fine del mondo.

C'è Bergamo - ma potrebbe essere una qualsiasi altra città del Nord operoso, opulento, effimero -  scossa dai sospetti che crescono fino a diventare certezze,  peccato che non siano certezze che restituiscono serenità, piuttosto scavano voragini di paura.

C'è una scuola materna travolta dalla psicosi e non si sa più se credere ai maestri o ai genitori, solo i bambini sembrano fragili creature destinate comunque alla sconfitta.

E c'è un circo mediatico che su tutto questo ci va a nozze, perchè se c'è una cosa che riesce bene in tv e che fa vendere i giornali è proprio la violenza. La violenza e il dolore, qualunque sia.

E'  libro complesso, Il bambino che sognava la fine del mondo di Antonio Scurati (Bompiani). Un libro a più registri, che è insieme cronaca e invenzione narrativa, con qualche pennellata autobiografica.

Perché è così che funziona: alla fine il romanzo, quando è genuino, riesce a mettere il dito nelle piaghe che fanno male, più e meglio di tante inchieste giornalistiche.

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...