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venerdì 4 settembre 2020

I pensieri che seguono di soppiatto colui che passeggia


"Ho raccolto fiori solo per deporli sulla mia infelicità?" mi domandai, e il mazzolino mi cadde di mano. M'ero alzato per ritornare a casa: era già tardi, e tutto si era fatto buio

Tutto si è fatto buio, eppure sono frasi come queste che illuminano le pagine di Robert Walser, uno dei più grandi scrittori del Novecento europeo, genio e tormento come un altro grande, Dino Campana, a cui lo accomuna lo spirito del vagabondaggio.

Proprio come Dino anche Robert prendeva e partiva, provava a sciogliere nel cammino le sue ansie, Così stemperava l'inquietudine,  calmierava in qualche modo il male di vivere. Era comunque più forte il suo sguardo sulle cose e sulle persone, la sua capacità di incuriosirsi e sorprendersi. I passi erano cura, possibilità, tregua.

Tutto questo ritrovo dentro La passeggiata (Adelphi), testo breve che lascia emozioni durature, metafora di un nomade nella scrittura e nella vita, allo stesso tempo esperienza reale di un uomo che incamminandosi non volta le spalle al labirinto dei suoi giorni ma sa riconoscerlo come casa da abitare. 

Segretamente - dice Robert - ogni sorta di pensieri e d'idee seguono di soppiatto colui che passeggia.

E anche a me viene di seguirlo di soppiatto, in questa passeggiata nei dintorni di una placida cittadina della Svizzera -  tra le mucche e i tetti spioventi - a cercare la sua compagnia mentre si perde e si ritrova, incontra e si incontra.

lunedì 6 luglio 2020

Pulviscolo di voci nell'unica notte

Mi chiedo se ogni essere umano non sia per caso chiamato a prendere in consegna la voce di almeno un altro essere umano, se ogni vita non debba offrire la propria voce, per quanto flebile essa sia, ad almeno un'altra vita.

Ecco, questa frase è come un relitto che torna a galla dopo il naufragio, nel grande mare di parole che è l'ultimo libro di Paolo Miorandi, L'unica notte che abbiamo (Exòrma editore). Mare che, come tutti i mari, è superficie e profondità, correnti nascoste e riflessi di luce, alghe che si agitano sul fondale. 

Anche una sola voce, anche una sola vita: questo dice la frase a cui mi aggrappo, per rimanere a galla. E non è solo una frase, è qualcosa di cui sono profondamente convinto. Rammento la raccomandazione del Talmud: chi salva una vita salva il mondo intero. Per analogia credo che prendendo in consegna una voce ci si faccia responsabile non solo di quella voce, ma delle altre voci in quella voce. Perché quest'ultima diventa pulviscolo e catena di Sant'Antonio, è sasso che nello stagno provoca cerchi concentrici.

Funziona così la voce che l'io narrante raccoglie: la voce di una vicina di casa conosciuta grazie a un errore postale, le parole che varcano il buio e attraversano la finestra. A volte così leggere da accarezzare le stelle, a volte pesanti più del piombo. 

E quanto ha da raccontare questa voce. Tutta la storia di una famiglia, cent'anni di vicende come gli intarsi di un mosaico, come un groviglio che tale rimarrà, perchè non ci può essere un epilogo, tanto meno un senso da spremere. Solo inseguire le persone, solo passare il testimone, solo viaggiare avanti e indietro nel tempo, cercando sguardi. 

E ci sono violenze, in questa storia, ci sono separazioni e conflitti, ci sono persone che partono e di cui non si sa più niente, persone che è meglio che non tornino, persone ferite e sigillate nel loro dolore, persone che sbagliano matrimonio, ripongono via i sogni oppure si consumano nel bere di osteria. E c'è anche un paese di montagna svuotato di vita, dove resiste solo qualche ricordo. C'è anche una montagna fredda e gelata. 

Ma prima ancora e sempre questa voce, questo buio, questo alveare di parole. In fondo quella stesso sentimento di fragilità che mi sembra di aver colto in un altro gran libro di Miorandi, Verso il bianco, sulle tracce di Robert Walser, talento complesso, talento di scrittore come una cornacchia che si alza in volo dopo una notte di neve. 

Questa voce: complessa, inquieta, ipnotica. Una sfida per il lettore. Da raccogliere: questo è uno di quei libri - di quelle voci - che non svaniscono.

martedì 26 marzo 2019

Verso il bianco, orme e parole sulla neve

La neve è come l'acqua, penso, ma con una differenza. Sai già che se ne andrà, ma per un momento ti dà la sensa zione di poter restare. Le parole sono come la neve. 

Si comincia appunto con la neve, in uno dei paesi, la Svizzera, che più richiama i paesaggi e i sentimenti della neve. Si comincia con le orme che sulla neve sono state lasciate, 14 orme per 7 passi, e più avanti il corpo di un uomo che è stato uno dei più grandi e sottovalutati scrittori del Novecento europeo. Si comincia, ancora, con l'illusione che quelle orme rimangano, anzi, sollecitino ancora passi che calpestino il nostro cuore. E che anche le parole - sì, le parole - siano orme che resistono, magari più di una manto di neve.

Comincia così uno dei libri più intensi che mi sia capitato in questi anni tra i molti che hanno provato a intrecciare  il mistero della scrittura e il mistero dei luoghi: Verso il bianco di Paolo Miorandi, sottotitolo Diario di viaggio sulle orme di Robert Walser, recente proposta di una casa editrice, Exòrma, che difficilmente sbaglia un colpo.

Si comincia, appunto, da quel giorno di Natale del 1956 in cui Robert Walser viene trovato senza vita su un sentiero di montagna e consegnato allì'immobilità di una foto in bianco e nero scattata da un poliziotto. Ma da lì comincia un viaggio a ritroso, o meglio, cominciano più viaggi: intorno a Herisau, nella Svizzera tedesca dove Walser ha vissuto, in manicomio, i 23 anni conclusivi della sua vita; nelle profondità della sua anima e della sua scrittura che non traccia piste, ma cancella impronte (a proposito di orme); nella nostra stessa intimità, perché è a questo che ci richiamano le pagine di Miorandi, cacciatore di stupori e di malinconia.

Ogni volta lascio che la strada mi guidi verso il punto che il mio occhio ancora non vede, dove il silenzio copre le voci.

Così scrive Miorandi, in questo libro in cui il viaggio si fa poesia, emozione dell'istante e del ricordo. Sollecitandomi, tra l'altro, ai miei ricordi di Dino Campana, altro poeta trascurato in vita e consegnato al manicomio, ma capace di attingere a una sorprendente leggerezza nel cammino. 

Così simili, in fondo. Così indispensabili, Robert e Dino. 

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