Studiava i cieli, ma non era un uomo con la testa per aria, uno di quei tipi strampalati e sognatori che associo alla più indolente e poetica delle attività, guardare le nuvole che passano. Studiava le nuvole, ma era un uomo con i piedi ben piantati per terra. Lavorava come meteorologo, ma soprattutto serviva la rivoluzione: e se le nuvole hanno certo a che vedere con i sogni e le fantasie, mai si sarebbe immaginato che un giorno sarebbe stato la rivoluzione a ucciderlo.
E' una storia di nuvole e sangue, di sogni e tradimenti, quella che Olivier Rolin racconta in Il meteorologo (Bompiani). Una storia che pesca un nome tra milioni di altri trucidati nelle purghe di Stalin per non dimenticare l'orrore delle esecuzioni di massa e delle fosse comuni.
Aleksej - lo chiamo solo per nome - era il responsabile dei servizi meteo dell'Unione Sovietica, convinto che fare bene il proprio lavoro fosse utile alla rivoluzione: l'uomo nuovo avrebbe avuto più frutti dalla terra grazie a buone previsioni, avrebbe persino imbrigliato il vento per le sue fabbriche.
Vai a sapere che cos'è che lo spinse verso la rovina. Se l'invidia - e la delazione - di qualche collaboratore oppure la necessità di avere un capro espiatorio per le terribili carestie degli anni Trenta. Però anche quando finì in un campo in Siberia non smise di credere nella rivoluzione e nei suoi uomini. Per anni scrisse a Stalin, convinto che ci fosse un errore. Sarebbe bastata qualche informazione in più, giusto per chiarire. Non sbagliava così, una rivoluzione. L'unica risposta fu il suo nome inserito nella lista delle esecuzioni.
E' un libro triste, intenso, commovente. Un libro sulla rivoluzione che divora se stessa divorando i suoi uomini migliori. Sui sogni a cui si rimane attaccati. Sull'umanità preziosa, insostituibile, unica che si nasconde dietro ogni vittima di un crimine di massa.
Aleksej, il meteorologo. Aleksej, l'uomo che forse solo all'ultimo capì, corpo nudo in attesa della pallottola alla nuca. Aleksej, per me soprattutto il padre che alla figlia piccola - che non rivide mai più - non si stancò di inviare lettere colorate, disegni, indovinelli. Fino a che le lettere smisero di arrivare.
Bene che l'editore le abbia pubblicati, in questa edizione. Dicono più di tante altre parole. Misurano tutto lo scempio che è stato fatto. Aizzano la mia coscienza e mi aiutano a non scordare.
E' una storia di nuvole e sangue, di sogni e tradimenti, quella che Olivier Rolin racconta in Il meteorologo (Bompiani). Una storia che pesca un nome tra milioni di altri trucidati nelle purghe di Stalin per non dimenticare l'orrore delle esecuzioni di massa e delle fosse comuni.
Aleksej - lo chiamo solo per nome - era il responsabile dei servizi meteo dell'Unione Sovietica, convinto che fare bene il proprio lavoro fosse utile alla rivoluzione: l'uomo nuovo avrebbe avuto più frutti dalla terra grazie a buone previsioni, avrebbe persino imbrigliato il vento per le sue fabbriche.
Vai a sapere che cos'è che lo spinse verso la rovina. Se l'invidia - e la delazione - di qualche collaboratore oppure la necessità di avere un capro espiatorio per le terribili carestie degli anni Trenta. Però anche quando finì in un campo in Siberia non smise di credere nella rivoluzione e nei suoi uomini. Per anni scrisse a Stalin, convinto che ci fosse un errore. Sarebbe bastata qualche informazione in più, giusto per chiarire. Non sbagliava così, una rivoluzione. L'unica risposta fu il suo nome inserito nella lista delle esecuzioni.
E' un libro triste, intenso, commovente. Un libro sulla rivoluzione che divora se stessa divorando i suoi uomini migliori. Sui sogni a cui si rimane attaccati. Sull'umanità preziosa, insostituibile, unica che si nasconde dietro ogni vittima di un crimine di massa.
Aleksej, il meteorologo. Aleksej, l'uomo che forse solo all'ultimo capì, corpo nudo in attesa della pallottola alla nuca. Aleksej, per me soprattutto il padre che alla figlia piccola - che non rivide mai più - non si stancò di inviare lettere colorate, disegni, indovinelli. Fino a che le lettere smisero di arrivare.
Bene che l'editore le abbia pubblicati, in questa edizione. Dicono più di tante altre parole. Misurano tutto lo scempio che è stato fatto. Aizzano la mia coscienza e mi aiutano a non scordare.


Ci sono libri che nascono da una nota in fondo a una pagina, oppure da uno sguardo distratto a un quadro.
Libri che non hanno alle spalle nient'altro che un moto di curiosità. Pare poca cosa, però è per questo che riescono a procedere lievi. E vanno avanti ad ampie falcate, liberi di scegliersi il loro cammino, senza bagaglio sulle spalle.
Ed è così, Un cacciatore di leoni di Olivier Rolin (Barbès edizioni)
Pensare che l'ho trascurato a lungo, nella pila riservata ai libri da leggere "prima o poi", più poi che prima però, tanto che sarà mai, roba per i patiti di storia dell'arte. Abbandonato lì, per questo pregiudizio e anche per un difetto di memoria. A Olivier Rolin, infatti, dovevo già un'altra bella lettura a sorpresa, Port Soudan. Uno di quei libri di cui a distanza di anni serbi un buon ricordo cassando il nome dell'autore, succede anche questo.
E che sorpresa anche questa volta. Questo è un libro che ti fa girare la testa da quanto racchiude. Come un albero carico di frutta matura che non resta che cogliere a piacimento. Prova provata che davvero può bastare quel moto di curiosità, basta per partire, perché poi tutto il resto si trova per strada. E' nell'ordine delle cose: connessioni che non si vedono solo per scarsa immaginazione.
E dunque c'è Edouard Manet, pittore tra i grandissimi del grandissimo Ottocento francese. C'è la Parigi Secondo Impero, decoro e affari, onorificenze e bordelli, colazioni sull'erba e fumi di assenzio. C'è la guerra con i prussiani e il sogno della Comune, le barricate e le fucilazioni. Ci sono albe livide, risvegli difficili, partenze che sono strappi al cuore. Ci sono le colonie di un mondo disegnato a uso e consumo di poche potenze europee, materie prime e riserve di caccia, missionari e avventurieri di ogni risma, ragion di Stato e richiami del basso ventre. E c'è la Patagonia, prima di Bruce Chatwin, anzi, prima ancora che il genocidio delle popolazioni indigene sia portato a compimento con la più grande disinvoltura.
Poi c'è questo Eugène Pertuiset, il soggetto del ritratto, l'uomo che attraversa tutte le storie. Il sedicente cacciatore di leoni. L'uomo che insegue la fortuna e si appiglia a quello che trova. Il fanfarone. L'uomo che vorrebbe fare la storia e si accontenta di tirare avanti. Come può. Senza troppi scrupoli di coscienza: i conti semmai li farà più tardi, come si fa a fine mese col negoziante sotto casa.
Manet ascolta, divertito, queste inezie gonfiate. Peccato, pensa, che non si possano dipingere i discorsi. Non potendo dipingere le parole, dipingerò un giorno la bocca che le proferisce
Ci riesce benissimo, il pittore. Poi arriverà Rolin e lo dipingerà con le parole, quest'uomo il cui lignaggio non è nobile, ma antico sì, perché mi porta dalle parti del Plauto e del suo miles gloriosus.
Quest'uomo che forse è addirittura un po' migliore di come si presenta, perchè l'arte, almeno l'arte l'ha annusata. Ha incrociato le vite degli artisti come un elefante in un negozio di porcellana, in realtà senza nemmeno sapere cosa sia l'arte, ma ha comunque avuto abbastanza sensibilità da ammirarla, da lontano, come chi contempla un paesaggio.
Insolito balordo a cui mi sento più vicino di quanto vorrei.
Brava la casa editrice Barbès, bravo il curatore e traduttore Tommaso Gurrieri, per il coraggio e l'intelligenza con cui ci hanno proposto queste pagine.