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giovedì 14 aprile 2016

Sangue e petrolio, in quella frontiera che è il Texas

Rispetto a JFK, non era rimasta sorpresa. Nell'anno in cui morì c'erano ancora in vita dei texani che avevano visto i genitori scotennati dagli indiani. La terra era assetata. Conservava qualcosa di primitivo.

Benvenuti in Texas, con la sua storia epica e tragica: la guerra con i messicani, la terra strappata agli indiani, le armi che si regalano anche ai bambini e che spuntano ovunque. Frontiera e allevamenti sterminati. Sangue e petrolio.

Tutto questo ci racconta Philipp Meyer in Il Figlio (Einaudi), gran libro che ci porta in luoghi degli Stati Uniti meno frequentati dalla grande letteratura e che pure forse dicono di più - o almeno altrettanto - di questo paese che tanti romanzi ambientati a New York o a Los Angeles.

E' una saga familiare che attraversa tre generazioni, nascita e declino di un impero familiare, fino alla partita finale con il destino. Come quel classico che è i Buddembrook di Thomas Mann, solo in salsa chili. Qui non c'è la buona borghesia di Lubecca, questa è una terra spietata, violenta.

Attenti ai piccoletti, in Texas; devono essere dieci volte più cattivi per sopravvivere in questa terra di giganti.

E spietata, violenta, è anche la trama di questo libro, nel quale però si respira l'aria dei grandi spazi, una singolare libertà. Qui vanno in scena le passioni nel loro stato più puro, senza ipocrisie, senza le lezioni del galateo.

Potenti, i legami del sangue. Solo che può succedere, per le strane traiettorie della vita, che un figlio provi a diventare qualcos'altro. Che siano i libri e non il potere a tentarlo. Che possa persino innamorarsi di una messicana... 

venerdì 23 marzo 2012

Tramonto e polvere nelle distese del Texas

Avevo voglia di un libro come Tramonto e polvere, un libro di quelli che si leggono di un fiato, perché raccontano una storia, perché riescono a metterti sotto gli occhi personaggi e scene nemmeno fosse un film, perché è come se ti prendessero per mano e ti portassero dentro le vicende, e non sarai il protagonista, non sarai nemmeno un comprimario, però ci sei dentro, e finché resterai aggrappato a quelle pagine è come se tutto fosse vero, perfino le peggiori esplosioni di violenza, perfino le possibilità di salvezza.

Non conosco bene Joe R. Lansdale e forse la letteratura americana che frequento di più ha radici che affondano d'altre parti - New York e la Costa atlantica oppure la California. Meglio così, però: per me è stata una bella scoperta.

Siamo nel Texas (Il Texas è uno stato mentale, dice Lansdale), negli anni della Grande Depressione. Ed è inevitabile, mi sa, il confronto con un grande, grandissimo libro che racconta quegli anni, Furore di John Steinbeck.

La c'era la speranza consegnata a un altrove - una famiglia che cerca la fortuna all'ovest - qui non andiamo oltre un villaggio di disgraziati nato intorno a una segheria e ai primi pozzi di petrolio. Là la miseria intravede una possibilità di solidarietà, qui c'è il coraggio di una donna che prova a riscattare il suo destino e a farsi carico di un'intera comunità. Nell'uno e nell'altro libri, comunque, manca ancora un Roosevelt capace di tracciare una nuova strada: e si vede.

Ma questo non è un libro da raccontare. E' un libro da godere, abbandonandosi alla forza dei dialoghi, al susseguirsi dei colpi di scena che non tolgono niente alla potenza descrittiva di pagine che raccontano il Sud nella sua interezza, dal Ku Klux Klan agli appetiti scatenati dal petrolio.

Sì, mi ci voleva proprio un libro così.

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  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...