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domenica 15 settembre 2019

In viaggio con le anime baltiche

E' bello scegliere un libro come compagno di viaggio e scoprire che sì, è stata la scelta giusta, quel libro non ha fatto solo il suo dovere -  la sera prima di dormire o su una panchina prima di ripartire - ha fatto molto più, ha dato senso, profondità, anima ai luoghi del tuo viaggio. Questo mi è successo con Anime baltiche di Jan Brokken (Iperborea): il mio compagno di viaggio in queste mie settimane in Estonia, Lettonia e Lituania. 

Erano anni che lo avevo in casa, sistemato nelle pile dei libri in attesa, quelli per cui mi sono impegnato con me stesso: sì, un giorno, prima o poi. Da anni, perché per l'appunto attendevo di portarmelo con me, nelle repubbliche baltiche. Da libro su cui scommettere, confidando su altre cose che di Brokken ho letto - raccomando Nella casa del pianista, sulla vita di Youri Egorov - e anche sui giudizi di alcuni amici, che prima di me hanno fatto ciò che io solo ora sono riuscito a fare. 

E' venuto con me e non ha tradito le aspettative, che erano alte. A Riga, nella via dei palazzi Jugendstill immaginati e disegnati dal padre di Sergei Eisenstein, come a Vilnius, nei luoghi che furono di un bambino ebreo che si chiamava Roman Kacev e aveva una madre che gli aveva chiesto di diventare ambasciatore di Francia: io un giorno l'avrei letto e amato con il nome di Romain Gary. Ma anche sotto le mura di Tallinn, tra le strade sovietiche di Daugavpills, per i castelli di Curlandia. E quante splendide storie ci racconta Jan Brokken, si tratti di uno straordinario pittore come Mark Rothko, di una filosofa come Annah Arendt, di un musicista come Arvo Part, oppure di una ragazza come Loreta, che nella vita voleva solo danzare ma finì sotto i carri armati russi all'alba dell'indipendenza lituana. Senza dimenticare Tomasi di Lampedusa - incredibile, anche lui - che sposò un'aristocratica di queste terre e cominciò a scrivere il suo capolavoro guardando al declino dell'aristocrazia tedesca del Baltico. 

C'è qualcosa nel Baltico che lo fa mare di storie, non meno dell'Egeo. Storie che forse gli uomini si raccontano di generazione in generazione e che in qualche modo entrano nella cultura, nello spirito dei luoghi. Solo di tanto in tanto trovano un grande scrittore: questo è uno dei rari casi. 


lunedì 12 novembre 2018

Germania anno zero, il bravo giornalista dopo Hitler

Il giornalismo è l'arte di arrivare troppo tardi il più in fretta possibile. Io non l'imparerò mai. 

Così scrive, come a giustificarsi, Stig Dagerman. E in realtà non ne avrebbe bisogno: nella raccolta di articoli pubblicati da Iperborea con il titolo Autunno tedesco dimostra di essere nel tempo e nel luogo giusto per raccontare un passaggio della storia che mette a nudo questioni di sempre e di tutti.

Germania, anno zero dopo la sconfitta della follia criminale di Hitler. Il paese è in macerie, il popolo alla fame. E' il momento della resa dei conti e di un presente sospeso tra gli orrori che si sono consumati e il groviglio degli alibi, degli opportunismi, dei rimpalli di responsabilità.

Abbondano i giornalisti inviati dal resto del mondo per raccontare la Germania vinta e distrutta. Ma la voce di Dagerman - un giovane inviato svedese con simpatie anarchiche e allergia per i luoghi comuni -  si stacca da quella di ogni altro.

Non generalizza, non astrae, non guarda solo dove vuole guardare. Si muove tra le macerie di Amburgo, Berlino, Colonia. Sale su treni stipati di senzatetto, scende in cantine popolate di disperati, prende nota di genitori che vedono i figli morire di stenti, di ragazzi che rubano patate, di ragazze che si accompagnano ai soldati vincitori. 

E' consapevole che la fame è una pessima maestra di democrazia. E' altrettanto consapevole dell'ipocrisia con cui si sta portando avanti il processo di denazificazione, lasciando a galla i peggiori per rifarsi sui più piccoli. Allo stesso modo, del resto, la guerra ha tolto di più a chi aveva meno, perché si bombardano le case, non i conti in banca.

Sosteneva Alain Finkielkraut:

Non cè bisogno della letteratura per imparare a leggere. C'è bisogno della letteratura per sottrarre il mondo reale alle letture sommarie.

Questo ci insegna Stig Dagerman, giornalista malgrado se stesso, soprattutto uomo che prima di tutto si è assunto la responsabilità dello sguardo, senza prescindere dal cuore. In questo simile a un altro grande del giornalismo che guarda al mondo e che al mondo si mescola. Quel Ryszard Kapuscinski che mi ha insegnato che il bravo reporter deve essere prima di tutto una brava persona. 

Ecco, è questo che ho trovato, nelle terribili storie della Germania del 1946.

lunedì 4 giugno 2018

Sulle tombe dei poeti, cercando di ascoltare

Ho fatto loro visita perché sono parte della mia vita, perchè la mia vita l'hanno accompagnata nei modi più diversi e in diversi momenti.

Non è certo destinato a profondere allegria a piene mani un libro che si intola Tumbas e per sottotitolo Tombe di poeti e pensatori (Iperborea). Eppure Cees Nooteboom, scrittore che ho già inseguito in molti viaggi, questa volta porta ancora più lontano, in un viaggio che attraversa il confine tra la vita e la morte, si interroga sul senso della poesia e sulla precarietà della fama, medita sulle ragioni e sui sentimenti che ci fanno amare un autore o un'opera.

No, malgrado il titolo, questo libro non è una raccolta di epitaffi, non solletica pulsioni nei confronti delle atmosfere sepolcrali, tantomeno suscita sentimenti di devozione o ossequio nei confronti dei morti illustri. Il contrario, semmai: e qui sta il bello di un libro che ci accompagna di tomba in tomba non per trovare i morti, ma per ascoltare i vivi malgrado la morte.

La maggior parte dei morti tace - spiega Nooteboom - Per i morti non è così. I poeti continuano a parlare.

Ed è per questo che gente come me, come molti, quando hanno l'occasione finiscono per recarsi in certi cimiteri e per indugiare di fronte a certe tombe. Anche se la persona sepolta non l'abbiamo mai conosciuta. O al contrario, proprio perché l'abbiamo conosciuta, nella sua opera.

E' quello che cerchiamo, quando ci avviciniamo alle tombe degli scrittori, gigantesca minoranza di appassionati di ciò che si fa da soli - leggere - ma che a volte, in un cimitero come in un festival, sa diventare comunità. Cerchiamo l'opera, che ancora ci parla. Vogliamo richiamare un sentimento, sottolineare un'appartenenza. A volte ci riusciamo solo così.

Scrivere è mortalità rinviata, spega ancora il grande olandese. E ancora: Anche circondato da migliaia di lapidi, non ho mai la sensazione di essere in visita a un morto.

Se vi tufferete in questo libro ne avrete la dimostrazione. E magari anche voi partirete per qualche cimitero, solo per continuare un dialogo interiore con un libro che via appartiene. Per quanto mi riguarda ho già deciso cosa fare, quando avrò spento il computer.

Poco lontano da casa, mi aspetta il Cimitero degli Inglesi, sui viali che avvolgono il centro di  Firenze. Voglio andare a trovare una vecchia amica, Elizabeth Barrett Browning. Ho molto da raccontarle.  E soprattutto molto da ascoltare.

lunedì 16 aprile 2018

Miriam, che non si chiama più Miriam

Immaginatevi anche voi la scena: un compleanno importante di una persona anziana a cui siete molto legati, per esempio vostra madre o vostra nonna.  Secondo la liturgia famigliare, arriva il momento della torta, del brindisi, del regalo. Solo che la festeggiata spiazza tutti prendendo le distanze dal nome con cui è sempre stata conosciuta. Che storia c'è dietro? E' ciò che succede con le persone avanti con l'età o c'è altro?

Ecco, è una frase così, semplice e disorientante, che dà il titolo al bel libro della scrittrice svedese Majgull Axellsson, Io non mi chiamo Miriam (Iperborea). Frase che è soprassalto di memoria e fischio iniziale di una difficile partita tra verità e menzogna.

No, Miriam non è Miriam: per tutta la sua seconda vita, iniziata molto molto tempo prima, ha portato un nome che non è il suo. Non si chiama così questa elegante signora che oggi compie 85 anni.

Nella prima vita Miriam si chiamava Malika e non era ebrea, ma rom. Non cambiava molto dal punto dei vista dei nazisti, che entrambi i popoli provvidero a sterminare nei campi di concentramento. Ma questa è la storia di Malika che nei giorni del massacro, per salvarsi, si spacciò per una ragazza che non ce l'aveva fatta. E benché incredibile - salvarsi prendendo l'identità di una ebrea, in quanto tale destinata all'annientamento - scampò ad Auschwitz e cominciò una nuova vita in Svezia. Per tutti Miriam, sopravvissuta ebrea.

Quante storie che si intrecciano in questo libro. Con questa ragazza rom che diventa adulta ebrea c'è tutta la storia di un popolo - anzi, di due popoli - dai massacri nazisti alle discriminazioni del dopoguerra, persino nella civilissima Svezia. Eppure prima ancora che un libro sulla deportazione e sull'odio razziale questo libro mi sembra un libro sull'identità. Sui nomi che ci plasmano. Sulle bugie con cui a volte impastiamo le nostre vite. Sui tentativi di separarci da ciò che siamo, quasi sempre votati all'insuccesso.

Ho pensato spesso a lei. A Miriam. La persona di cui ho vissuto la vita. Così dice a un certo punto Miriam che non è più Miriam, ovvero Malika che sta riprendendosi ciò che è giusto riprendersi. E in questo dire dopo tanto non dire c'è molto su cui riflettere. 
 

venerdì 26 gennaio 2018

Dalla Svezia al Grand Canyon, storia del pittore vagabondo

Ogni vita umana è un labirinto. Se si trova l'ingresso, ci si può aggirare dentro all'infinito.

A un  certo punto è giusto fermarsi e interrogarsi su quanto si sta facendo. Lo fa anche Fredrik Sjöberg, scrittore svedese per cui la casa editrice Iperborea ha già proposto un paio di libri - uno dei quali, L'arte di collezionare le mosche, raccomando caldamente.

Lo fa ne L'arte della fuga, nel bel mezzo della storia che sta provando a raccontare, non senza esitazioni, anzi, con il sospetto in fondo di essere un ficcanaso, un profanatore di tombe: sentimento che comprendo e condivido anch'io, ogni qual volta uno è alle prese con la vita di una persona. Che cosa si sta davvero facendo?

Ecco, questo mi piace in particolare di un libro che, malgrado il titolo, non si muove sulla scia di un capolavoro di qualche anno fa quale L'elogio della fuga di Henri Laborit. Non è un saggio sui piaceri e le opportunità del cambiar vita e levare le tende. Piuttosto è un modo per dipanare le vicende di un tale Gunnar Widforss, inquieto acquarellista propenso al vagabondaggio e destinato a rifarsi un'altra vita in Nord America. Dimenticato in Svezia e in Europa, ma artista quotato sull'altro continente, è l'uomo che si taglia i ponti alle spalle e punta sull'altrove come un ago magnetico.

Curiosa parabola di vita, quella di Gunnar, che dalle isole di Stoccolma passa alla wildernss dell'Arizona e del Colorado fino a costruirsi una reputazione come il paesaggista per antonomasia dei parchi nazionali americani. Tanto che un giorno il suo nome sarà dato a una delle cime del Grand Canyon.

Curiosa parabola, davvero. E certo, facciamo bene a interrogarsi su quanto si sta facendo, chiedersi se è giusto ficcare il naso in questo modo. Ma è anche un piacere insostibuile divagare rispetto alla nostra vita, balzando così in quelle altrui.

lunedì 2 ottobre 2017

A San Pietroburgo, la città che è uno stato d'animo

Se  San Pietroburgo non fosse esistita, avrei inventato io questa città che sonnecchia sul fiume, come uno stato d'animo che mi corrisponde sempre.

Mi piace come Jan Brokken scrive, mi piace come sa raccontare i luoghi cogliendone l'anima attraverso le storie e le persone e in questo modo raccontando anche se stesso. Senza esibizionismo, senza la presunzione a cui potrebbe cedere un uomo di grande cultura. Con semplicità, piuttosto, la semplicità che sa farsi densità e che è più impresa di tanta complessità.

Nell'ultimo suo libro - Bagliori a San Pietroburgo, sempre per Iperborea - ci prende per mano e ci accompagna in una città straordinaria, che davvero è anche uno stato d'animo.

A ogni passo - dice - mi viene in mente un libro o mi risuona in testa una musica. E' una scoperta continua.

E scoperta continua è anche per il lettore, è anche per il sottoscritto, che tante volte ha frequentato l'arte di San Pietroburgo, magari non sempre riuscendo a collocarla in una mappa della Grande Madre russa.

E via, sfilano le immagini. Anna Achmatova che ogni giorno sosta davanti al carcere che gli ha inghiottito il figlio; Dostevskij che muore mentre si accinge a scrivere il seguito dei Fratelli Karamazov, cercando di recuperare la penna stilografica che gli è caduta sotto la scrivania; Sostakovic che oggi sera alle dieci, l'ora degli arresti, attende che lo vengano a prendere con la valigetta pronta; Rachmaninov distrutto dal fallimento della prima della sua sinfonia; Esenin nell'ultima sua notte all'Hotel Angleterre...

Gesti, immagini, fotografie che fissano un'emozione o che si fanno porta aperta. Glorie e sofferenze in una galleria che mette insieme il principe dandy che scannò Rasputin e fuggì a Parigi con un Rembrandt sotto braccio e le dolenti constatazioni di Osip Mandel'štam sulla poesia in Russia: solo da noi hanno rispetto per la poesia, visto che uccidono in suo nome. In nessun altro paese uccidono per motivi poetici.

Passeggia per San Pietroburgo, Jan Brokken. A volte a colpo sicuro, altre volte lasciandosi guidare dal caso e dalla curiosità. Come si dovrebbe fare in ogni città con le sue storie. O con un libro come questo, che mi ha fatto viaggiare dove non sono mai stato.

Se non con la poesia, i romanzi, la musica. Incontrandola così, nella sua bellezza, nella sua malinconia.

venerdì 7 luglio 2017

Giappone, in questo mondo, un altro pianeta

E' nei luoghi di cui ignoravi perfino l'esistenza che finisci per essere più felice.

Così afferma Cees Nooteboom, grande viaggiatore, grande scrittore. E il Giappone, certo, non è un paese di cui ignorava l'esistenza, piuttosto è un paese che a lungo ha frequentato nei libri dei suoi scrittori, a partire dall'immenso Kawabata. Ma appunto, una cosa è il paese letterario, una cosa è il paese vero: e cosa c'è di più spiazzante, enigmatico, impermeabile del Giappone, anche del Giappone dei nostri tempi?

In Cerchi infiniti (Iperborea) sono raccolti saggi e reportage che Nooteboom ha dedicato al Giappone: e non si parla solo di viaggi, ma di tutti gli incontri, anche a distanza, con questo incredibile paese: comprese una mostra in Europa di Hokusai oppure un'attenta rilettura di quell'incredibile romanzo che è La storia di Genji.

Quali umori, quali sentimenti, da queste pagine? Senz'altro l'incanto per la bellezza che in Giappone si nasconde e si rivela nei modi e nei luoghi più inattesi, anche laddove l'idea stessa di bellezza pare travolta dal cememto, dall'asfalto, dai numeri da capogiro delle metropoli.

E poi? Poi c'è altro, soprattutto a partire dal secondo viaggio, quando la sorpresa incalza meno e dentro si fa largo lo spazio per la riflessione. Prevale il senso di esclusione, la sensazione di un mondo a parte rispetto al quale sarai sempre un estraneo: trattato con gentilezza, ma di fatto invisibile. Incompreso e incapace davvero di comprendere. Figurarsi, in un paese dove la stessa lingua è un problema insormontabile e i trasporti pubblici, ancorché inappuntabili, sono un supplizio per l'europeo che deve scegliere e orientarsi.

Può succedere, anche in altri posti del mondo: ma che cosa incredibile che avvenga proprio nel Giappone dei grattacieli, dei treni superveloci, degli immensi centri commerciali. Il nostro mondo e allo stesso tempo un altro pianeta.

Un altro pianeta da cui comunque Nooteboom si sente irrimediabilmente attratto. Si faccia pellegrino come gli antici monaci buddisti o contempli un giardino dove ciò che non c'è è più importante di ciò che c'è.

Se mai potessi avere un'altra vita, dovrebbe essere in un paese con una scrittura diversa.

Così afferma a un certo punto Nooteboom. Frase rivelatrice. Frase che vale per il Giappone, ma che forse va alla radice di ogni viaggio in luoghi distanti non solo per la geografia: luoghi che sono arene dove si combattono il desiderio di appartenenza e l'estraneità.

lunedì 30 gennaio 2017

William Sidis, storia di un genio e della sua vita imperfetta

Vorrei vivere la vita perfetta. L'unico modo per avere la vita perfetta è viverla in solitudine.

Così nel 1914 dichiarava a un giornalista William Sidis, bambino prodigio e genio ribelle che incantò, sconcertò e irritò l'America, prima di scomparire in una voragine di silenzio. Finché, a distanza di molti anni, è arrivato a restituirgli voce Morten Brask, giornalista danese che ha saputo ricomporre le tessere del mosaico di una vita eccezionale per talento e sofferenza.

La vita perfetta di William Sidis, così si chiama appunto il libro uscito per Iperborea. E ovviamente di vita perfetta ce n'è poca in queste pagine. La storia di William Sidis è piuttosto la storia di una vita che il talento non riesce a riscattare. La storia di un mistero e di tanta solitudine.

Ma prima di tutto: non è un personaggio inventato, William Sidis, anche se sembra personaggio più capace di vivere tra le pagine di un romanzo che nell'esistenza di tutti i giorni. Le cronache ce lo segnalano come capace di leggere il New York Times a 18 mesi e di imparare da solo il greco e il latino a quattro anni. Sidis memorizza all'istante ogni libro che sfoglia, parla dieci lingue e ne inventa una nuova, a undici anni è in grado di presentare le sue teorie ai professoroni di Harvard.

Eppure qualcosa si blocca presto, in questa storia che sembra promettere successi accademici, fama planetaria, onori e guadagni di tutto rispetto.
Sarà per l'infame pressione dei genitori, sarà per un amore che rimane un sogno, sarà per le idee socialiste e pacifiste che non trovano posto in quell'America.

O sarà piuttosto che è troppo facile che doti eccezionali finiscano per essere catalogate come uno scherzo di natura.

Perseguitato della stampa, rifiutato dai coetanei, emarginato come altre categorie dei diversi, Sidis finisce nel tritacarne dei sospetti, delle invidie, delle maldicenze e si perderà.

Davvero, è una persona sola, una delle più sole che abbia incontrato nelle mie letture. E tuttavia non abbastanza sola da non aspirare alla solitudine pura, scambiata per vita perfetta.

Personaggio tragico, Sidis: che continua a interrogarci sulla natura del genio e su ciò che l'umanità alla fine perde, per incapacità di ascoltare e accogliere chi è diverso. 




venerdì 30 dicembre 2016

In cima all'Ararat, con parole e storie


Metti una sopra l'altra le sillabe della parola Ararat e ottieni una montagna:

A
RA
RAT

Proprio così, una montagna può non essere solo rocce e dirupi e sentieri che portano in alto. Una montagna può essere fatta anche di parole, di idee, di immagini che prendono forma dai libri letti e a volte danzano per la testa.

Con Ararat (Iperborea) Frank Westerman, scrittore olandese di cui ho già avuto modo di apprezzare El Negro e io, ci prende per mano e ci porta in cima a un monte che non è solo un monte, che è più di un monte, è un monte di storie, miti, leggende.

Quante cose che è l'Ararat. A partire dalla Bibbia che con poche parole ne fa un luogo unico al mondo, lo spartiacque (letteralmente) tra la devastazione del diluvio universale e la rinascita della vita:  
 Nel settimo mese, il diciassette del mese, l'arca si posò sui monti dell'Ararat.

E' questa la montagna sacra che nessuno doveva scalare, nemmeno fosse l'undicesimo comandamento, poco importa che il divieto magari nascondesse solo la possibilità della delusione

(Sorgeva il sospetto che lo zelo con cui i sacerdoti impedivano di raggiungere i loro luoghi sacri fosse dovuto a un solo timore: che lì non ci fosse niente)

La montagna culla di civiltà, inizio della storia. La montagna promessa di terra promessa.

Ma anche la montagna frontiera, la montagna che è separazione, confine di eserciti contrapposti. Prima linea della guerra fredda. E da sempre i turchi da una parte e gli armeni dall'altra.

E tutto questo è anche il viaggio di Frank Westerman. Viaggio di letture e suggestioni, prima ancora che ricerca di altezze e aria rarefatta. Un viaggio che è bello fare anche noi, scivolando per queste pagine.

lunedì 19 dicembre 2016

Una moglie giovane e bella per resistere ai segni del tempo

Poche pagine per una lettura di qualche ora, eppure non c'è una parola in più che aggiungerei. Poche pagine e c'è tutta la parabola di un uomo che per un pezzo si inoltra nella vita con la falcata del vincitore per poi finire risucchiato nelle sabbie mobili di una sconfitta senza appello.

Romanzo breve - Una moglie giovane e bella di Tommy Wieringa (Iperborea) - romanzo breve che proprio nella sua brevità rasenta la perfezione. Allo stesso modo di certi libri di Philip Roth, ma anche di Arthur Schnitzler, solo per cambiare epoca e continente. 

La stessa sensazione che è proprio così che si doveva scrivere, non in qualsiasi altro modo. Lo stesso piacere della lettura. La convinzione di una storia che c'è tutta, senza amnesie o ridondanze.

E dunque ecco Edward, quarantenne in carriera che sa cogliere le opportunità che si spalancano alla sua professione di virologo  con la diffusione di una epidemia quale l'Aids. Uomo ambizioso e poco abituato alla sconfitta anche in campo sentimentale, dove è l'eterno ragazzino che passa di conquista in conquista. Ecco Ruth, giovane e bella, la metà dei suoi anni e una bella dose di idealismo che Edward, se aveva, ha già perso per strada.

Il loro incontro è una folgorazione. Trionfo della passione e inizio di una nuova vita. Per Edward non conta lo scarto di età: anzi, Ruth è la possibilità da cogliere per arrestare il declino che la vita gli annuncia, per sentirsi ancora giovane.

Sposerà Ruth e per un pezzo il matrimonio sarà la medaglia al petto di un generale che già accarezza nuove imprese. Di colpo l'aveva capito: avere una moglie giovane e bella era tollerabile solo prendendo un'amante ancora più giovane. Stratega di relazioni che è ancora convinto di poter dominare, povero illuso.

Come andrà a finire, non ve lo racconto. Dovrete inseguire Edward e il disastro che attende lui e tutti coloro che provano a convincersi che il tempo non lascia segni, che il tempo si può domare e non semplicemente assecondare. Ma se avete bisogno di un libro che vi riconcili con la lettura, con il suo piacere, annotatevi il nome di Tommy Wieringa.

lunedì 26 settembre 2016

Lombrichi e uva passa per una vita di talento

Ecco tutto quel che occorre, magari insieme a una certa serenità e al dono di sapersi rallegrare delle piccole cose, qualche volta anche proprio di niente.

Mi aveva già stregato con L'arte di collezionare mosche, Fredrik Sjoberg, ora si ripete con un altro libro dal titolo improbabile, Il re dell'uvetta, proposto ancora una volta da Iperborea. Con lui sembra proprio di uscire di casa con un retino per la caccia alle farfalle, non sapendo bene cosa succederà davvero. Magari quel retino si userà solo per provare a catturare la luce che sorprende le cose e le rende più incantevoli.

Entomologo, scienziato affabulatore, collezionista di insetti con lo spirito dell'artista, uomo catturato da sogni quali la possibilità di scrivere la storia naturale delle notti d'estate, questa volta il nostro ci spinge a inseguire la vita di tale Gustaf Eisen, personaggio oscuro e multiforme vissuto a cavallo di Ottocento e Novecento tra Svezia e California.

Eisen era uomo di grande talento, messo al servizio di singolari passioni. E anche uomo capace di inventarsi più volte la sua vita. Da zoologo è stato uno dei più grandi studiosi di lombrichi - e come dimenticare la vocazione allo studio delle mosche di Sjoberg? Però è stato anche grande viaggiatore, consulente di Darwin, amico di Strindberg, pioniere della coltivazione dell'uva passa in California, collezionista di tessuti maya del Guatemala, ecologista che per primo ha evocato la necessità di tutela delle sequoie, sedicente scopritore dell'oggetto che più di tutti ha destato fantasie e ossessioni, il Santo Graal... Basta?

Genio ed eccentricità, questo è stato Eisin e questo è ciò che ci racconta Sjoberg, che parlando di Eisin, parla spesso anche di se stesso e delle sue passioni. Bizzarre e marginali, ma capaci di abitare un cuore, magari fin dall'adolescenza.

Tanto quello che conta è starsene fermi ad aspettare le storie. Prima o poi - dice - tutto sembra far parte di uno stesso puzzle. Tanto la felicità può celarsi dove meno ci si aspetta, dove c'è il niente piuttosto che il tutto.

venerdì 29 luglio 2016

Paradiso e inferno nell'Islanda che fu

Era negli anni in cui probabilmente eravamo ancora vivi.

Comincia così questa storia aspra e poetica, che appartiene profondamente all'Islanda, ai suoi mari tempestosi, alle sue montagne magnifiche e inospitali, e che pure sa andare alle cuore dei misteri della vita che sono di tutti.

Paradiso e inferno di Jon Kalman Stefansson, ex professore e bibliotecario di Reykyavik, di cui molti si stanno accorgendo, anche grazie a questo romanzo, da molto considerato tra i migliori della letteratura islandese degli ultimi anni. Meno male che in Italia Iperborea non ha mancato di farcelo scoprire.

Pochi elementi, essenziali come la natura di questa isola dei ghiacci e allo stesso modo potenti. Un ragazzo segnato dalla solitudine, un pescatore di merluzzo innamorato dei libri. Un comunità di pescatori di tempi in cui si esce in mare con la forza dei remi e non si sa mai se un'onda finirà per rovesciare la barca e frantumarla sugli scogli.

Un giorno tra le mani del pescatore capita tra le mani un libro - il Paradiso perduto di Milton - che è allo stesso tempo raro, complesso, splendido. Inseguendo le parole che uniche sono in grado di consolarci e asciugare le nostre lacrime, sciogliere il ghiaccio che ci stringe il cuore, il pescatore andrà incontro al suo destino.

Parole che aiutano a illuminare il buio dell'universo e del cuore, parole che a volte possono essere anche letali. La bellezza, il mistero, il destino. E in questa danza di vita e morte, il cerchio che si chiude, il viaggio che si completa.


lunedì 25 luglio 2016

Il Grande Nord e i i ricordi che ci guardano

Pensare che sono ricordi di infanzia, raccontati senza sprechi ed effetti speciali, con quella limpidità che volentieri attribuiamo ai cieli del grande Nord.

Pagine semplici, essenziali, pulite. Eppure quante questioni potrebbero porre.

Per esempio se è utile conoscere la vita di un poeta per comprenderne la poesia. Oppure, come ci suggerisce Fulvio Ferrari nella sua nota conclusiva in questa edizione di Iperborea, se non sia piuttosto utile la poesia per comprendere l'autobiografia di un poeta.

Nel caso di Tomas Transtromer - perdonate la dieresi che manca perché non la trovo sulla tastiera - forse è proprio così. E non solo perchè in Italia presumibilmente nessuno aveva mai sentito parlare di colui che è il più grande poeta svedese vivente, almeno fino al conferimento del Nobel per la letteratura.

E' che in Tomas Transtromer c'è una corripondenza potente tra i versi e le esperienze della vita. Anche prima della vita da adulto che per anni ha diviso i suoi giorni tra il lavoro di psicologo e la scrittura.

La vita, soprattutto la vita di un poeta, può essere davvero una scia di luce. Come una cometa che solca il cielo. E di quella cometa la testa non può che essere l'infanzia e poi l'adolescenza.

Gli anni in cui le possibilità emergono e prendono forma, compresa la possibilità della poesia.

E come nel titolo - conciso e bellissimo: I ricordi mi guardano - sono gli anni che guardano il poeta e il suo cammino nella vita.

Che lo guardano e ne svelano il commovente mistero.

venerdì 26 febbraio 2016

Tra giallo e storia sotto il sole di mezzanotte

C'è il sole di Mezzanotte che splende sulle acque dell'Artico. C'è l'inverno e poi l'estate nelle isole che sono la quintessenza del Grande Nord, le Svalbard. C'è la seconda guerra mondiale così come è stato combattuta ai margini dello scacchiere. C'è un assassino spietato, la cui storia affonda in quegli anni ma che è ancora in circolazione. E ci sono molte altre cose ancora, in questo libro che sembra fatto apposta per sollecitare l'immaginazione e tuffarsi un una trama che scorre sotto gli occhi come un paesaggio nordico.

E' una lettura che esalta il piacere della lettura, Operazione Fritham di di Monica Kristensen (Iperborea), scienziata svedese (ma cresciuta in Norvegia) che è anche una delle più note esploratrici polari.

Alle Svalbard lei c'è stata per anni, per studiare le aurore boreali: e trapela da ogni pagina l'amore per queste terre così dure, anzi estreme, con la loro natura maestosa, i ghiacci dei fiordi, le storie che ancora aleggiano sulle città minerarie abbandonate e sui moli dei pescherecci.

Una storia è appunto questa, che si impernia sul ruolo particolare delle Svalbard nel corso della guerra nazista: isole neutrali, ma anche contese tra la Germania di Hitler e l'Unione Sovietica.

Vera anche la cosiddetta Operazione Fritham, il tentativo di riconquista delle Svalbard da parte di un gruppo di minatori norvegesi più due ufficiali inglesi. Spedizione a dir poco temeraria, poco preparata e male equipaggiata, figurarsi, due pescherecci contro la flotta e l'aviazione tedesca.

Ma cosa c'era d
ietro quell'operazione? E chi si nascondeva a bordo? Non dico niente, perché il resto, appunto, è solo il piacere della lettura... 

lunedì 26 ottobre 2015

Collezionare mosche, abbracciare il mondo

Tutti nell'intimo siamo collezionisti di mosche, anche se non ce ne siamo mai accorti.

Per accorgersene, o almeno per cominciare a coltivarne il sospetto, è consigliatissimo questo libro, uno dei più curiosi, strampalati, indefinibili, affascinanti che mi siano capitati negli ultimi anni. Già dal titolo, che sembra congegnato per mettere in fuga qualsiasi aspirante lettore che non rientri nel novero (immagino ristretto) degli appassionati di entomologia: L'arte di collezionare mosche. Autore lo svedese Fredrik Sjoberg, editore, come al solito per quanto riguarda i piccoli grandi libri che arrivano dal Nord, Iperborea.

Cosa sia davvero questo libro non è facile dirlo. Anzi, non ci sono riuscito nemmeno terminata la lettura: ed è parte importante del suo fascino. Romanzo, saggio, chiacchiera e divagazione.

C'è un'isola meravigliosa dell'arcipelago intorno a Stoccolma. C'è l'autore con il suo vizio di collezionare insetti, anzi, mosche, anzi una specifica famiglia di mosche, i sirfidi, che abbondano su quell'isola idilliaca. E da questi esseri viventi che quasi sempre sono per noi solo una fonte di fastidio se non di disgusto, quali pensieri, quali riflessioni sulla vita e tutto ciò che abbiamo dentro e ci circonda.

C'è grande umorismo, in queste pagine. Ma con la leggerezza ci sono anche tante cose importanti: perché dalle mosche, vai a capire come, si arriva a parlare di paesaggi dell'anima, di lentezza, di poesia dell'attesa. Si vola verso luoghi lontani, che l'immaginazione e la lettura  ci permettono di raggiungere, tanto da arrivare fino a una remota penisola siberiana il cui nome io avevo appreso solo sul Risiko. E ci scoprano tante figure curiose e dimenticate, esploratori e scienziati.

Può bastare? Sono convinto che a rileggerlo ne scoprirò, di altre cose


venerdì 11 settembre 2015

In quella Svezia dove tutto era diverso

Questa non è una religione per fondatori di Stati, è qualcosa di privato, un pensiero; diamo un'idea, se viene recepita da altre comunità va tutto bene, possiamo scomparire, come la foschia del mattino al sorgere del sole.
Non ci siamo più. Ma siamo in tutti voi 


Questo era lo spirito che animava il pastore Lewi Pethrus, questa era la sua volontà. Mettersi in cammino, senza sapere dove sarebbe arrivato. E in quel cammino, rinnovarsi nel profondo. In quel cammino, deporre i semi di un'altra vita.

Fu un lungo viaggio, quello di Lewi, grande riformatore religioso nella Svezia dei primi del Novecento, quando la Svezia non era affatto la Svezia che oggi ci viene in mente, socialdemocrazia e welfare state, Abba e movida scandinava.

Viaggiò in un paese, viaggiò nella storia, viaggiò nel bene e nel male, non per costruire una Chiesa, perché solo il viaggio contava, alla fine. Non per obbedire alla Bibbia, perché anche la Bibbia era un'incompiuta e attendeva di essere rinnovata.

Per Olov Enquist, lo scrittore che noi conosciamo meglio per lo straordinario Il medico di corte, questa storia ce la racconta tutta ne Il viaggio di Lewi, in Italia pubblicato - è quasi scontato - da Iperborea. E ci regala così un altro libro a metà tra la biografia e il romanzo, con qualche dose di memoria personale.

E magari ci si può anche perdere, in questo libro troppo lungo e non sempre coinvolgente. Però che storia che è questa, che attraversa anche le prime lotte sociali in Svezia, i sindacati che cominciano a organizzarsi, la nobiltà e la miseria di un mondo intellettuale.

Poeti che si convertono, religiosi che tradiscono. Umiltà e ambizioni. Visioni celesti e mense per poveri. E alla fine, alla fine, la stessa immagine con cui comincia il libro, quel cimitero - anzi, quel campo di Dio - con le lapidi battute dal vento e le lettere ormai illegibili.

Anzi, con quell'unico epitaffio che ancora si legge:

Era umile, ma fece del suo meglio.

A futura memoria. E anche per ogni giorno che ci viene donato.

venerdì 17 luglio 2015

In Estonia, per scoprire ciò che abbiamo alle spalle

Un piccolo paese lontano, affacciato sul Baltico, uno di quei paesi di cui sa poco e che verrebbe da pensare tagliati fuori dalla Storia. E invece la Storia qui è passata e ripassata più volte, non ha fatto sconti, ha inflitto cara armati e campi di concentramento, ha presentato il conto con invasioni e dittature.

Estonia, un estremo lembo di Europa, un'identità di confine, una possibilità di libertà che si è dovuta fare largo nell'eterna contesa tra Russia e Germania. I tre racconti di Jaan Kross raccolti de La congiura (Iperborea) fotografano altrettanti momenti del secolo delle tragedie, il Novecento.

Tallinn, 1939: i sovietici si apprestano a occupare porti e basi militari, mentre gli estoni di lingua tedesca salgono sulle navi di Hitler. Pochi anni più tardi, l'Estonia è annessa alla Germania nazista. Ma la Liberazione significa solo 6 giorni di indipendenza: Stalin invade e annette. Cambiano i padroni delle carceri, ma nelle carceri finiscono sempre i dissidenti, gli oppositori, quelli che hanno anche solo inconsapevolmente intralciato il cammino.

Jaan Kross, grandissimo scrittore che ci spalanca una finestra su un mondo pressoché sconosciuto, tutto questo lo ha ben appreso sulle sue spalle, visto che è stato arrestato dai nazisti e poi, nel 1946, anche dai sovietici.

Ma questo libro non è solo autobiografia, assolutamente no. E' anche penna felice, che inventa, racconta, insegue i destini individuali, tenta di riacciuffarli nei buchi neri della storia. 

lunedì 27 aprile 2015

Ascoltando i Beatles in mezzo alla tundra

Palaja, al Nord del Nord, in mezzo alla tundra. Terra immensa che si fa fatica a racchiudere in una pagina dell'atlante, terra di distanze e di vuoto in mezzo. Terra che è facile dimenticare, tanto che vuoi che ci sia laggiù, se non neve e silenzio e manciate di uomini che non si capisce nemmeno bene di cosa vivono.

Palaja, per di più non oggi che certe cose sono più facili, perché si accende un monitor e ci si affaccia su un mondo di cui è evidente che si fa parte. No, Palaja agli inizi degli anni Settanta. Quando hanno appena cominciato ad asfaltare le strade.

Solo che con le strade capita che possa arrivare qualcos'altro. Magari un 45 giri - chi sa oggi cosa erano i 45 giri? - con una canzone dei Beatles o del grande Elvis. Che musica quella musica. Note che hanno attraversato il mondo, saltato ogni confine, attraversato la tundra come un lupo solitario, per arrivare quassù, a Palaja. Per arrivare e prendere domicilio nei cuori di alcuni ragazzi.

Tenero, divertente, spiazzante, anche un po' acerbo, questo Musica rock da Vittula di Mikael Niemi, enorme successo in Svezia, decisamente meno qui in Italia, dove, è chiaro, lo ha pubblicato Iperborea.

Raccomandato a chi non è convinto che la letteratura da export della Svezia debba essere sempre e comunque gialla - ovviamente gialla scandinava. Raccomandato a chi subodora che un romanzo del Nord non debba raccontare solo di coriacei taglialegna, di renne, di vokda a fiumi. Raccomandato a chi lo sa già che una storia di giovani e rock non debba per forza essere ambientata in una periferia di Londra o di Manchester, perché ovunque va bene.

mercoledì 18 marzo 2015

I buoni che non hanno posto nella letteratura

Si sa, e lo testimonia la storia della letteratura, che è difficile rendere interessanti i personaggi buoni e gentili, come sono rari i grandi romanzi che parlano di felicità.

Ed è un fatto, per quanto triste e sgradevole, che i media si crogiolano nelle sventure umane, e sono quelle che la gente ha voglia di leggere.

Quando è stata l'ultima volta che nelle pagine di cronaca si è dato ampio spazio alla notizie di qualcuno che ha fatto qualcosa di buono per il prossimo?

Perché siano le disgrazie, i lutti e il dolore a far aumentare le vendite di libri e giornali me lo sono spesso chiesto, senza trovare la risposta.

Ma di una cosa sono assolutamente sicuro: esistono persone buone, che vogliono il bene degli altri, a volte addirittura a proprie spese, e fanno il possibile per evitare di danneggiarli o ferirli. 

Perché non dovrebbero avere diritto al loro posto nella letteratura?

(Bjorn Larsson, Diario di bordo di uno scrittore, Iperborea)

giovedì 9 gennaio 2014

Parole per entrare nella casa del pianista

Mise le scarpe di vernice nera, slacciò l'orologio e lo posò sul tavolo. Gli ultimi minuti prima del concerto per lui erano massacranti, "in genere sei completamente solo, pensi a tutto quello che può andare storto, e non puoi più fumare, altrimenti rischi che ti tremino le mani".
Un'ultima occhiata allo specchio. "E' ora", gli comunicò la maschera. Gli augurai in bocca al lupo, ma non mi sentì; canticchiava il moderato della Sonata di Haydn e muoveva rapidamente le dita. Le porte della sala si aprirono, in lontananza partì l'applauso.

Sembra di essere alle solite, un'altra storia di genio e sregolatezza, di arte a prescindere e forse anche grazie agli eccessi di ogni tipo. E invece no, è davvero un'altra storia, quella che l'olandese Jan Brokken racconta in Nella casa del pianista (Iperborea). Non fosse altro che in questa storia l'autore c'è stato in mezzo per molti e molti anni, da quando a un concerto rimase folgorato dall'interpretazione degli studi di Chopin proposta da Youri Egorov, astro nascente del pianoforte di cui diventerà amico stretto.

E dunque, c'è questo talento, potente e fragile insieme. C'è questo artista che viveva molte vite che in apparenza non s'intonavano tra di loro. C'è la parabola di questo straordinario pianista esule dall'Unione Sovietica ed eterno straniero, di questo uomo che conquisterà i teatri e si perderà nei locali più equivoci, malato di solitudine e di nostalgia, fino alla fine che arriverà troppo presto.

Ma c'è anche molto altro, oltre a Youri Egorov. Il mondo della musica per esempio. Il lavoro e la fatica di un pianista - e in queste pagine sembra di entrare nella testa di un uomo che deve dare un senso alle note di uno spartito e deve avere cura di ciò che ha di più prezioso, le sue mani. E il lavoro e la fatica di un altro uomo - Jan Brokken, appunto - che con la sua scrittura deve restituire ciò che di vita si può restituire a chi non c'è più.



La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...