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martedì 6 agosto 2019

In cammino per ritrovare il pittore dell'Appennino

Ci sono sentieri che non si limitano a oltrepassare un crinale, ci sono passi che non puntano solo verso una località segnata sulle carte. Soprattutto in certi cammini si va avanti anche per misurare la profondità del tempo, a volte addirittura per inseguire quanto di una vita trascorsa ancora rimane. Quello che ci ci racconta Oreste Verrini in Madri (Fusta editore), il suo ultimo libro, è senz'altro uno di questi cammini.

E dunque, prima di tutto c'è un viaggio a piedi lungo una settimana - la più strana della mia vita preannuncia Oreste già nelle prime righe - un viaggio sull'Appenino meno conosciuto e frequentato Tra Emilia e Toscana. C'è una montagna bella e ruvida, con i suoi toponimi che messi in fila sembrano una preghiera in una lingua di misteri, una montagna che è una trapunta di storie sospese tra passato e presente. Ma soprattutto c'è un pittore che arriva da un altro secolo, da quel Quattrocento in cui l'arte italiana ha riemptto cataloghi e pinacoteche del mondo intero.

Si chiama Pietro da Talada, non è tra i grandi che hanno lasciato un segno vistoso, è già molto che il suo nome si sia sottratto all'oblio. Lavorava per chiese di paese, non per il Papa a Roma o per i signori di Firenze e Milano. Eppure anche lui possedeva il dono della bellezza e ce l'ha donata a sua volta, lasciandocene testimonianza in luoghi che non raggiungono le comitive dei turisti.


E' questa la vita che Oreste insegue con i suoi passi, quest'uomo che come oggi Oreste allora si spostava da un versante all'altro dell'Appennino, là dove poteva sfamarsi con la sua arte. Appennino Tosco-Emiliano, qualche decennio prima della scoperta dell'America: e mi sembra una storia da romanzo russo, capace di esprimere l'anima di un popolo attraverso le vicende di uno di quei monaci che affrescavano le pareti dei monasteri in tempi difficili.

Le Madonne di Pietro da Talada parlano ancora al cuore: e meritano il cammino di un uomo dei nostri giorni. Meritano un libro con cui condividere il miracolo del cammino e della bellezza.



venerdì 29 luglio 2016

Paradiso e inferno nell'Islanda che fu

Era negli anni in cui probabilmente eravamo ancora vivi.

Comincia così questa storia aspra e poetica, che appartiene profondamente all'Islanda, ai suoi mari tempestosi, alle sue montagne magnifiche e inospitali, e che pure sa andare alle cuore dei misteri della vita che sono di tutti.

Paradiso e inferno di Jon Kalman Stefansson, ex professore e bibliotecario di Reykyavik, di cui molti si stanno accorgendo, anche grazie a questo romanzo, da molto considerato tra i migliori della letteratura islandese degli ultimi anni. Meno male che in Italia Iperborea non ha mancato di farcelo scoprire.

Pochi elementi, essenziali come la natura di questa isola dei ghiacci e allo stesso modo potenti. Un ragazzo segnato dalla solitudine, un pescatore di merluzzo innamorato dei libri. Un comunità di pescatori di tempi in cui si esce in mare con la forza dei remi e non si sa mai se un'onda finirà per rovesciare la barca e frantumarla sugli scogli.

Un giorno tra le mani del pescatore capita tra le mani un libro - il Paradiso perduto di Milton - che è allo stesso tempo raro, complesso, splendido. Inseguendo le parole che uniche sono in grado di consolarci e asciugare le nostre lacrime, sciogliere il ghiaccio che ci stringe il cuore, il pescatore andrà incontro al suo destino.

Parole che aiutano a illuminare il buio dell'universo e del cuore, parole che a volte possono essere anche letali. La bellezza, il mistero, il destino. E in questa danza di vita e morte, il cerchio che si chiude, il viaggio che si completa.


mercoledì 27 luglio 2016

I misteri della vita nei giardini di Italia


Non ho parole per descrivere la bellezza del mondo...

Così afferma nell'introduzione del suo nuovo libro Tiziano Fratus, poeta, scrittore, ma soprattutto cercatore di alberi, viaggiatore nei misteri e negli incanti della natura. Più che manifestazione di modestia credo si tratti di consapevolezza delle possibilità comunque limitate della lingua che abbiamo a disposizione, di fronte agli spettacoli della natura e di certi lavori. Ma in ogni caso le parole le usa e le usa bene in L'Italia è un giardino (Laterza), serie di passeggiate in alcuni dei più straordinari luoghi di bellezza della nostra penisola.

Come era prevedibile per un uomo che nei paesaggi cerca le connessioni spirituali e negli alberi dei maestri di vita, è tutt'altro che una semplice guida. Piuttosto un vero libro di viaggio, con suggestioni particolari, come l'indicazione di un brano musicale per ognuno dei luoghi visitati (per esempio la Suite numero 1 per violoncello di Bach per il giardino di Boboli o il Requiem in re minore di Mozart per la reggia di Caserta).

Nulla più delle ore passate a contatto in giardino mi ha avvicinato alla comprensione delle leggi della vita o, dal mio punto di vista, ad accettare il suo mistero, ha scritto Gian Lupo Osti, appassionato di camelie e autore del De senectute in horto.

Fratus ci prende per mano con questa stessa visione. In ciascun luogo che ha raccontato in questo libro, confessa, ha provato a mettere alla prova il bambino che gli si nasconde dentro. Ha mischiato gioie e nozioni, passi e contemplazioni. E come l'adulto ha ritrovato il bambino, così nelle stagioni e nell'età delle piante dei giardini ha scovato gli indizi e forse anche il senso del tempo che tutto consuma.

lunedì 18 aprile 2016

La bellezza che affiora nel romanzo che non ti convince

Mi è piaciuto o no? Mi ha deluso oppure mi ha convinto?

Ci sono anche i libri che ti lasciano così, in questa sospensione del giudizio, in questa incertezza che poi per certi versi è anche salutare, perché con la domanda che rimane per aria anche il senso di quella lettura non viene archiviato una volta per tutte.


L'amore, un estate di William Trevor (Guanda edizioni) per me è stato uno di questi libri.

E certo, già porsi domande del genere non è il massimo. Eppure, a pensarci e ripensarci, ne sono sicuro: anche in queste pagine trovo del bello. Come no.

Per esempio: questa Irlanda di almeno mezzo secolo fa, pascoli e pub, chiacchiere e moralismo all'ennesima potenza; questa relazione che non si sa se c'è, se inizia, se terminerà prima di iniziare, in una nube di incertezza, di indeterminazione, che spesso è come va davvero la vita; questo senso di attesa di qualcosa che dovrà pur succedere e non succede mai: e certo spesso la vita è anche questo, un'attesa che non si scioglie, qualcosa che si attende all'orizzonte del nostro Deserto dei Tartari, e quasi sempre è solo un miraggio.

E poi questo giovane senz'arte né parte, che ora tenta di fare il fotografo e ora non crede più né a se stesso né alla fotografia.

Ma soprattutto la casa dove abita, una bella vecchia casa che fa tanto campagna inglese (anche se siamo in Irlanda), questa casa che era dei suoi genitori e che ora, dopo la loro morte, si trova a vendere, vendendo con essa anche le sue radici, il suo passato, le testimonianze e gli affetti.

Magari la bellezza di un libro si trova dove non si cerca, nella direzione opposta e contraria alla quale sembra portarti.

lunedì 27 ottobre 2014

Il poeta in carcere che scrive con l'acqua della ciotola

Ogni giorno scrive poesie sul pavimento di pietra, bagnando un dito nella ciotola dell'acqua che beve....

Come un antico poeta del Giappone, che sa che la bellezza è tanto più bella quanto è effimera. Perché ciò che conta è la creazione, non ciò che di essa rimane. Allo stesso modo dei fiori di ciliegio, i cui petali cadono subito. Bellezza che svanisce, bellezza che evapora, come quelle parole tracciate con l'acqua.

Tutto molto bello, ma non è la bellezza, almeno, non è solo la bellezza, che tutto questo richiama Liu Xiaobo: il poeta che scrive con i polpastrelli bagnati nella ciotola, perché non ha più carta e inchiostro. Perché quella ciotola d'acqua è l'unica cosa che in carcere gli rimane.

Liu Xiaobo, il poeta che hanno condannato al silenzio; il dissidente nella Cina che non ammette nemmeno l'idea del dissenso. Premio Nobel per la Pace, in una cerimonia in cui spiccava la sua poltrona vuota.

Liu Xiaobo, forse un imbarazzo per il regime, il giorno del Nobel. Oggi non più. Non fosse per qualche articolo - come qualche giorno fa quello di Giampaolo Visetti su Repubblica - appena un vago ricordo. Facilmente esorcizzato in Cina e anche fuori dalla Cina, da quel mondo che con la Cina ha smania di fare affari, figurarsi se ha tempo da perdere con quegli scocciatori degli attivisti dei diritti umani.

Vorrei che la bellezza delle parole scritte con le dita bagnate indugiasse tra noi. Vorrei che quelle parole resistessero anche dopo essere evaporate, solo per il fatto di esserci state per un istante. Vorrei che si trasformassero in grido di indignazione. Il nostro grido: ce la faremo?


venerdì 24 ottobre 2014

La bellezza malgrado tutto, questo è il Cardellino

Prendete un ragazzino di tredici anni in una New York che sembra svelare il suo volto migliore, quello delle case e delle gallerie d'arte raccontate in qualche commedia più o meno brillante. Mettete un terribile attentato che a quel ragazzino porta via l'unica persona che veramente conta, sangue e macerie laddove prima c'era solo la bellezza dell'arte. E poi andate avanti, con quel che resta, con quello che la vita può ancora riservare.

Con quel boato terrificante, già alle prime pagine, potreste anche ingannarvi, pensare che sia un romanzo sul terrorismo, un legal thriller o una spy-story, comunque un libro classificabile in qualche genere. Invece no, è qualcosa di completamente diverso, Il cardellino di Donna Tartt, scrittrice americana che distilla le sue opere in tempi lunghi, segnati dalla ponderatezza e dalla meticolosità.

Pensate, questa è una storia segnata dalla morte della madre ma anche da un quadro, lo stesso titolo del libro e l'immagine in copertina, che è il capolavoro di Carel Fabritius, uno dei maestri del Seicento olandese. Quindi un libro sull'assenza, sul dolore di chi rimane, sulla solitudine, ma anche sulla bellezza, sull'arte che è leggera e indispensabile, che è prima di tutto consolazione.

E per dire, pensate a come si chiama il protagonista: Theo, come il fratello delle indimenticabili lettere di Vincent Van Gogh. Pensate a Fabritius, appunto, anche lui, come la madre di Theo, morto in una drammatica esplosione a Delft. Pensate a quanto c'è di Dickens e per la verità anche di Salinger in questa storia.

C'è perfino troppo, in questo romanzo lungo, sterminato, direi fluviale. Un libro in cui tuffarsi, per riemergere solo all'ultima pagina. 

domenica 10 novembre 2013

L'addio di Seifert: ho amato questa lingua


Ai milioni di versi del mondo
ho aggiunto solo un paio di strofe.
Non sono state più sagge del canto dei grilli.
Lo so. Perdonatemi.
Sto finendo.

Non sono state neppure le prime orme
sulla polvere della luna.
E se qualche volta hanno brillato,
non era la loro luce.
Ho amato questa lingua.

(Jaroslav Seifert, E addio)

sabato 2 febbraio 2013

Mandate a memoria anche solo pochi versi


A questa generazione vorrei dire:
mandate a memoria anche solo pochi versi
di verità o di bellezza.

Mio marito non ebbe nulla a che fare
con il fallimento della banca - era solo cassiere.
Il crac fu dovuto al presidente, Thomas Rhodes,
e al suo fatuo consiglio senza coscienza.

Però hanno mandato in prigione mio marito,
e io sono stata abbandonata coi bambini,
da nutrire e vestire e dargli un'istruzione.

E io l'ho fatto, e li ho avviati nel mondo
tutti puliti e forti,
e tutto per merito della saggezza di Pope, il poeta:
"Fai bene la tua parte, sta lì tutto l'onore"

(Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River -  Sig.ra George Reece)


venerdì 18 gennaio 2013

Un uomo di libri grazie ai ragazzi della Via Pal

E' il più grande libraio italiano, ha passato la vita tra libri, librerie, editori e naturalmente anche lettori. Un uomo che ha fatto una professione della sua più grande passione, pensate che bellezza.

Di Romano Montroni ho letto in passato altri libri, mi manca il suo ultimo I libri ti cambiano la vita (Longanesi). Rimedierò: a giudicare dall'intervista pubblicata sul sito www.gliamantideilibri.it merita davvero.

Anche l'intervista merita e mi piace riportare questo brano, che racconta come tutto cominciò.

Da ragazzino sono stato un’estate a fare il fattorino in una libreria a Bologna, il datore di lavoro era Amadori, un libraio di vecchio stampo, il quale mi disse “tu non hai mai letto un libro? Te ne voglio dare uno” e mi diede “I ragazzi della Via Pal” di Molnar. Quando sono arrivato a casa con il libro i miei genitori erano molto stupiti, non era mai successo. La mia curiosità nel leggere è nata proprio attraverso la storia di quei personaggi, mi riconoscevo, mi ritrovavo, mi immedesimavo perfino. In particolare mi aveva colpito Nemecseck, un ragazzino fantastico, costruito in maniera tale da rimanerti dentro. Penso che se durante le feste dei libri gli autori andassero nelle scuole a leggere le loro storie molti ragazzi si entusiasmerebbero. Sentire leggere è come ascoltare la musica, ti appassiona, ti entra dentro.

E non riesco a togliermi dalla testa quel bambino che non aveva mai letto un libro, quel libraio all'antica che gliene offre uno e l'incantesimo che si sprigiona dalle pagine e che non lo ga più mollato.

Pensate, tutto questo grazie ai Ragazzi della Via Pal.


domenica 16 dicembre 2012

La bellezza e il burocrate dei mari

La bellezza ci fa uscire da un mondo di fantasmi tutti uguali, ci apre a un'abbondanza incommensurabile e imprevedibile che ci stupisce e ci rinnova.

Se dimentichiamo la bellezza, invece, il rischio è di perdere il contatto con la concretezza della vita. 

In una storia di Kafka, il dio Poseidone (Nettuno) è sempre il dio dei mari, ma è un burocrate. L'amministrazione dei mari gli dà un gran da fare, e lui rimane incollato al suo tavolo.

Essendo coscienzioso, non vuole delegare il lavoro ai suoi assistenti. E quindi non riesce mai a fare quello che gli piacerebbe più di ogni altra cosa: un bel giro di tutti i mari per vedere come sono, e poi una bella nuotata. 

Anche noi corriamo quel rischio: di vivere nella burocrazia della realtà, anziché nella realtà.

(Piero Ferrucci, La bellezza e l'anima, Mondadori)

lunedì 10 dicembre 2012

Il Po e la bellezza di sedersi sull'argine

C’è il Po, il grande fiume che scorre placido dandoti un’illusione di eternità.

E c’è la pianura che il Po attraversa, con le sue distese dove puoi lanciare lontano lo sguardo, le sue nebbie e i suoi contorni sfumati, le sue stradine che seguono il fiume come un ospite dimesso.

E poi c’è l’uomo, che su queste stradine cammina, seguendo il fiume, per arrivare dove il mare di terra diventa semplicemente mare.

Verso la foce di Gianni Celati (Feltrinelli) è un altro viaggio sotto casa, impastato di quiete, riflessione e nostalgia, un altro viaggio per dimostrarci che non è dove vai, ma come vai, perché ovunque c’è una frontiera e un orizzonte, una soglia che ti apre un mondo e un incontro che può cambiarti la vita.

Celati, in questo libretto, ci aiuta a capirlo meglio, portandoci anche un altro regalo: la bellezza di gesti semplici, semplicissimi, come sedersi su un argine per rimirare l’acqua che se ne va verso la foce.

mercoledì 21 novembre 2012

Come ci cambia l'esperienza del bello

Ora questa persona è diventata in grado di percepire la bellezza. La domanda allora è: in che modo cambia la sua vita, in che modo cambia la vita di tutti noi quando ci apriamo alla bellezza? E' il tema di questo libro.

Cos'è la bellezza in un mondo che sembra vivere del suo mito?

Di bellezza sono pieni gli spot, la bellezza è quanto si cerca di perseguire a tutti i costi, con prodotti, cure, interventi chirurgici, eppure se n'è perso il senso più autentico. Quello che permette di vedere la bellezza ovunque, non solo in un'auto fuoriserie o in una top model. Quello che prima di tutto è sguardo, capacità di relazione, apertura alle possibilità della vita, cura di se stessi e degli altri.

Non apparenza, ma piuttosto emozione e sentimento che si fa filosofia di vita. In questi tempi di dilagante banalità e conformismo c'era bisogno di un libro come questo di Piero Ferrucci - La bellezza e l'anima. Come l'esperienza del bello cambia la nostra vita (Mondadori) - per riscoprire un'indispensabile medicina dell'anima, capace di rimettere in movimento la nostra vita e di cambiarla in profondità.

lunedì 15 ottobre 2012

La bellezza che è troppo del Padiglione d'Oro

Quando l'ideale non ti alza in volo niei cieli della vita ma piuttosto ti inchioda alla tua miseria.

Quando la bellezza non è un conforto ma, al contrario, un veleno che entra dentro e uccide a poco a poco.

Quando la stessa perfezione è una condanna, uno specchio che riflette quello che sei, senza indulgenza, inchiodandoti a quello che sei e soprattutto a quello che non sei...

Eccolo qui, il dramma che Yukio Mishima mette in scena, con la sua parola fredda come una lama da chirurgo... Un dramma che ci arriva dall'altro pianeta che è il Giappone e che pure appartiene a tutti noi, ci appartiene in quando uomini.

Ce lo sentiamo dentro, questo irrimediabile contrasto... e per questo, proprio per questo, ci porteremo a lungo il ricordo di questo monaco, svuotato, lacerato, irrisolto, deciso a trasformare la sua vita in una torcia accesa per incenerire quel Padiglione d'Oro che è troppo bello, troppo....

sabato 13 ottobre 2012

Se la piazza è la geometria che mi accoglie

Ci sono piazze dove ci si sente di doversi mettere sull'attenti, altre dove ti aspetti un comizio, altre ancora in cui magari ci vai per pagare le tasse.

In questa piazza mi sento accolto e protetto. Sento di trovarmi in uno spazio di grande civiltà e armonia, il contesto migliore in cui posso incontrare altri esseri umani. 

Mi rendo conto di come una piazza non sia un contenitore passivo, ma dia forma alla mia esperienza, a a quello che io sono in quel momento. 

E' una geometria nella quale sono accolto, e sento di poter essere me stesso al meglio.

E mi accorgo ancora una volta che l'esperienza del bello non è un evento che accade e poi finisce, ma una narrazione che continua nel tempo, e la cui eco forse non finisce mai.

(Piero Ferrucci, La bellezza e l'anima, Mondadori)

venerdì 28 settembre 2012

Se il mondo va avanti grazie alla gentilezza

E' tutto molto semplice. Non c'è davvero differenza fra essere gentili con gli altri ed essere gentili con noi stessi. Sono proprio la stessa cosa.

E' un libro per niente scontato, tutt'altro, La forza della gentilezza di Piero Ferrucci, psicoterapeuta e filosofo, discepolo del fondatore della psicosintesi Roberto Assaggioli.

Un libro per niente scontato per una parola che di scontata ha tutta l'aria, perché in fondo che cos'è la gentilezza, cosa si può dire di essa che non sia stato già detto, anzi, che non sia stato già detto ai tempi dei nostri nonni, quando, si sa, la gente era più garbata? Così logora, la parola gentilezza, così poco adatta ai nostri giorni....

E invece no, perché nella gentilezza così come la intende Ferrucci non c'è niente di formale. Altro che galateo, altro che cortesia di distinti signori e buone maniere di ragazzini che dovevano tirare dritto.

La gentilezza è un intero mondo che si schiude, un modo di stare al mondo. E' convivere bene con gli altri e anche con se stessi. Significa persino coltivare un'idea di bellezza - e non spaventatevi per la valanga di zeta.

E c'è bisogno di questa gentilezza, nell'epoca che nei rapporti - certo non nel clima - registra uno spaventoso raffredamento globale. Tranne dover prendere ancora una volta atto che, a ben vedere, e malgrado tutto, il mondo va avanti perché siamo gentili tra noi.






giovedì 9 agosto 2012

Colui che domina gli odori, domina gli uomini

Gli uomini potevano chiudere gli occhi davanti alla grandezza, davanti all'orrore, davanti alla bellezza, e turarsi le orecchie davanti a melodie o a parole seducenti. Ma non potevano sottrarsi al profumo. Poiché il profumo era fratello del respiro.


Con esso penetrava negli uomini, a esso non potevano resistere, se volevano vivere.


E il profumo scendeva in loro, direttamente al cuore, e là distingueva categoricamente la simpatia dal disprezzo, il disgusto dal piacere, l'amore dall'odio. 


Colui che dominava gli odori, dominava il cuore degli uomini

(Patrick Süskind, Il profumo, Longanesi)

venerdì 6 luglio 2012

Il Gorilla e la bellezza come un malinteso

Elena si è fatta un viaggetto all'inferno e ne è uscita, ma tenendosene dentro di sé un pezzetto. Conosco quello sguardo, lo conosco molto bene: è lo stesso che avevo io alla sua età.
Ce l'abbiamo tutti, noi matti che dobbiamo sopravvivere nel mondo dei normali.


Di Sandrone Dazieri finora avevo letto poco e senza molta convinzione. E dunque è stata davvero un piacere inatteso, la lettura di La bellezza è un malinteso (Mondadori), libro bello fin dal titolo, che peraltro gioca una parte non secondaria nella trama.

Bello, ma non tanto per le atmosfere hard-boiled, che nemmeno sono necessarie. Bello perché è un libro che si contiene a stento nel genere, fatto non solo di omicidi e vari colpi di scena, intriso com'è anche di periferie, sonni agitati, crepuscoli, interrogativi che guardano dentro più che alle vicende che capitano fuori.

Bello, perché è bella la figura del Gorilla, il protagonista, che Dazieri ha accompagnato negli anni, fatto crescere e maturare, segnato dall'età, dalle esperienze, dalle scelte di vita. Lui che ora esige una vita tranquilla e che si farebbe bastare il suo lavoro per un'assicurazione. Lui che si è perfino sposato e non vagheggia avventure e bevute.

Lui, soprattutto, che non è solo lui, perché è ormai abituato a convivere con il suo Socio: quel doppio che peraltro non è mica raro, solo che quasi sempre viene ignorato, e nel caso, detestato e combattuto. Quando invece, tutto sommato, ci si può anche convivere. Fino a farla franca, un'altra volta ancora.

giovedì 26 aprile 2012

Isherwood e l'inspiegabile bellezza di un libro

Capita anche questo, che dobbiate inchinarvi alla bellezza di un libro che pure non è riuscito a catturarvi. Tranne poi interrogarvi sulle ragioni di tutto questo e tradire qualche piccolo senso di colpa nel momento stesso in cui riponete via proprio quel libro.

E dunque, non so se ho letto Un uomo solo con lo spirito giusto. Non so se sono stato distratto e frettoloso, se mi sono fatto condizionare da altri libri di Cristopher Isherwood che portandomi magari dalle parti di Berlino (Addio a Berlino) mi hanno lasciato senza molti punti di riferimento questa volta, benché la costa della California letterariamente l'ho frequentata come la Versilia, come no.

Non so se semplicemente è stato un libro arrivato nel momento sbagliato.

In ogni caso di esso mi rimane poco, se non il senso di una straordinaria capacità di scrittura, peraltro molto inglese. Oppure lo sguardo attento, davvero cinematografico, se non anatomico, di Isherwood.

Però che strepitosa esplosione di bellezza nelle ultime pagine di un libro che sta tutto nella giornata di un anziano professore omosessuale, bellezza che gioca con la morte, che si mescola con la morte per diventare ancora più bella.

Non mi aveva preso, quel libro. Eppure me lo porterò a lungo con me.

E a proposito, chissà cosa mi sarebbe successo, se negli scorsi mesi Un uomo solo lo avessi visto anche al cinema, con il film diretto da Tom Ford... Esperimento mancato.

venerdì 6 gennaio 2012

Adriano, imperatore responsabile della bellezza

Ancora una volta mi risuonano quanto l'imperatore Adriano di Marguerite Yourcenar affermava  in uno dei passi più belli di tutte le Memorie.

Ciascuno la sua china; ciascuno il suo fine, la sua ambizione se si vuole, il gusto più segreto, l’ideale più aperto. Il mio era racchiuso in questa parola: il bello, di così ardua definizione a onta di tutte le evidenze dei sensi e della vista. Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo


Sentirsi responsabile, questo è già qualcosa di straordinario. Ma sentirsi responsabile della bellezza del mondo, sentirsi responsabile e tradurre questa responsabilità nella vita delle nostre città, dei nostri quartieri, della piazza e del condominio dove viviamo: questa è una delle poche speranze a cui è necessario non rinunciare.

Come vorrei guardarmi intorno e ritrovare questo senso della responsabilità.

venerdì 30 settembre 2011

Se la pittura entra in carcere

Quando la pittura abbandona i musei, le gallerie, i salotti. Quando non si vergogna di entrare nei luoghi della punizione e dell'esclusione. Quando sa riconoscersi linguaggio universale, da cui nessuno può essere escluso.

E' soprattutto questo, Caravaggio in galera. L'esperienza di un critico d'arte come Stefano Zuffi, che sa bene che l'arte  non è cosa da addetti ai lavori, che tutti devono avere la possibilità di godere della bellezza e crescere con essa. Una serie di incontri nel carcere di San Vittore. Gli sguardi dei detenuti che attraverso alcuni quadri famosi si spingono ben oltre le pareti delle loro celle per abbracciare il mondo.

In queste pagine non ci sono lezioni sull'arte come a scuola. Non ci sono nemmeno lezioni. Piuttosto c'è il tempo a cui l'arte restituisce significato, nello spaventoso spreco di tempo che è una condanna al carcere.

C'è la capacità di volare lontano attraverso uno sguardo che non chiede di oltrepassare una finestra a sbarre ma indugia a lungo su un quadro. C'è la parola condivisa, la bellezza della conversazione tra uomini che non hanno titoli. C'è la bellezza che orgogliosamente grida la possibilità del conforto e del riscatto.

Il senso di un futuro ritrovato.

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