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lunedì 4 maggio 2020

Cento viaggi con la matita: Guido Gozzano e l'India

E' dai tempi del liceo, quando l'antologia di italiano mi fece planare verso i poeti crepuscolari, che mi piace tornare al suo mondo di care piccole cose, tanto decenti quanto di gusto discutibile, come i soprammobili nel salotto buono di una vecchia zia. 

Guido Gozzano occupa un posto particolare tra le mie letture, con i suoi versi teneri e malinconici. Amo il suo essere poeta con timidezza e imbarazzo, lui che diceva cose così: Dopo tutto la poesia è la cosa meno necessaria di questo mondo. Che in realtà era un modo per ammettere che non ne poteva fare a meno.

Però meritano anche le lettere che scrisse non da uno borghesissimo studio del Piemonte fin di secolo (intendendo l'Ottocento) ma niente di meno che dall'India. Sorprendenti per una persona che non è facile nemmeno immaginarsi che possa partire e andare così lontano. 

Gozzano in India arriva nel 1911, non come uno scrittore in cerca di materiali per un libro, ma come un giovane avvocato torinese malato di tubercolosi, in cerca di chissà che cosa,  forse di un'aria migliore, forse di un'altra vita. Di una guarigione comunque, che chissà forse ha meno a che vedere con i polmoni che con le inquietudini della vita. 

Qualcosa che alla lontana sa di Tiziano Terzani, insomma.

C'è chi ha scritto che Guido Gozzano è il viaggiatore che vede e racconta quasi soltanto se stesso, ma in ogni caso c'è anche l'India, l'esperienza dell'India, in queste lettere prima pubblicate sul quotidiano La Stampa e poi raccolte nel volume Verso la cuna del mondo (oggi riedite da Edt).

Sono belle, anche se ho fatto fatica a riconoscere nel poeta dei salotti dell'Italia giolittiana l'uomo che parla di Bombay metropoli ospitale oppure di Goa, misteriosa e spiazzante.

Però, a pensarci bene, in India c'è già stato: cento volte - ammette lui stesso - con la matita, durante le interminabili lezioni di matematica. Viaggiatore da fermo, come quell'altro esploratore di carta che appartiene agli stessi anni, come a tutti i ragazzi che fantasticano: Emilio Salgari. 

E sì, in questo mescolarsi di sogni e nostalgie, di avventure del cuore e di letture intrepide, io ritrovo il Gozzano poeta, il Gozzano di quei salotti, di quei pomeriggi, di quelle occasioni sfumate.

sabato 11 luglio 2015

Guido Gozzano, viaggiatore della nostalgia

Dopo tutto la poesia è la cosa meno necessaria di questo mondo, scriveva Guido Gozzano, e sarà anche, io so solo che con i suoi versi teneri e malinconici questo ragazzo piemontese ci ha fatto un dono straordinario, che è bene tenersi stretto.

E' dai tempi del liceo, quando l'antologia di italiano mi ha fatto planare verso questo poeta "crepuscolare", che mi tengo stretto il suo mondo di care piccole cose, tanto decenti quanto di gusto discutibile, come i soprammobili nel salotto buono di una vecchia zia. Invece non avevo ancora letto le lettere che scrisse non da uno borghesissimo studio del Piemonte fin di secolo (intendendo l'Ottocento) ma niente di meno che dall'India. Sarà che da uno come lui nemmeno mi immaginavo che un giorno potesse partire e andare così lontano. 

Eppure è proprio così, Gozzano in India arriva nel 1911, non come uno scrittore in cerca di materiali per un suo libro, ma come un giovane avvocato torinese malato di tubercolosi, in cerca chissà di che cosa, forse di un'aria migliore, forse di un'altra vita. Di una guarigione comunque, che chissà, forse ha meno a che vedere con i suoi polmoni che con le inquietudini della vita. Qualcosa che alla lontana sa di Tiziano Terzani, insomma.

C'è chi ha scritto che Guido Gozzano è il viaggiatore che vede e racconta quasi soltanto se stesso, ma in ogni caso sono belle le sue lettere dall'India, prima pubblicate sul quotidiano La Stampa e poi raccolte nel volume Verso la cuna del mondo (oggi riedite da Edt). Belle anche se ho fatto fatica a riconoscere nel poeta dei salotti borghesi l'uomo che parla di Bombay metropoli ospitale oppure di Goa, peraltro, all'Emilio Salgari, già visitata con la fantasia, cento volte con la matita, durante le interminaboli lezioni di matematica. 

Poi però ho trovato queste righe, sulla nostalgia: e ho ritrovato davvero Guido Gozzano:

E per la prima volta, dacchè sono lontano dalla patria, sento in cuore una trafittura leggera, appena percettibile, ma insistente e importuna come il primo rodìo del dente cariato: è la nostalgia!... La nostalgia, il male tremendo e indescrivibile fatto di sentimenti indefiniti simili all’ansia e al rimorso!

mercoledì 5 novembre 2014

Il viaggiatore nel mondo del turismo

Poi arriva quella mattina a Hong Kong, appena fuori dalla sontuosa stanza dell'albergo, a un piano altissimo di un grattacielo. Ti fermi davanti a uno degli ascensori da film di fantascienza, magari già pregusti una colazione non meno sontuosa. Ed ecco che ti arriva un signore cinese che sgrana gli occhi e ti scambia per Nicolas Cage. Ma come? Cosa c'entri con Nicolas Cage? Non gli assomigli nemmeno un po'.

Ed è a questo punto che scopro la questione terribile che vive tra le righe di quel che ha immaginato il cinese. Che non è vero soltanto che per gli occidentali i cinesi sono tutti uguali, ma è vero anche il contrario. Anche per i cinesi gli occidentali sono tutti uguali.

E' solo la prima delle sorprese che ci racconta Francesco Piccolo in Allegro occidentale. Anzi Mister Piccolo: scrittore a cui - invidia, invidia - un giorno fanno la proposta di fare il giro del mondo, assieme a sei colleghi, per raccontare poi la sua esperienza.

Beh, non sarà un viaggio da esploratore di mondi alternativi e possibili. Nessuna avventura lo aspetta davvero. I pericoli saranno solo quelli che popolano gli incubi e le idiosincrasie del turista che si può permettere molto. Turista, appunto. Ma poi anche viaggiatore, che sa coltivare il suo sguardo e la sua curiosità anche senza avere sotto gli occhi mondi davvero distanti e altri.

Si può raccontare anche una gita organizzata, un albergo a cinque stelle, una comitiva in pullmino. Si può raccontare da viaggiatore il mondo del turismo, il viaggio del sedicente viaggiatore.

Si può scoprire molto non di mondi davvero distanti e altri, ma di noi stessi. Di noi che proviamo a scoprire i mondi distanti e altri.

lunedì 10 marzo 2014

Quanti modi per misurare il mondo

Cosa vuol dire misurare il mondo? E con quali strumenti, con quali possibilità dell'ingegno? E perché poi faticare tanto, ovvero: quanto conta davvero l'amore per la conoscenza?

Siamo alla fine del diciottesimo secolo, l'epoca d'oro dell'illuminismo: non c'è cosa, sembra, che non possa essere illuminata dalla ragione, spiegata, condivisa. E' anche l'epoca d'oro della cultura tedesca. L'epoca di Carl Friedrich Gauss, il genio matematico che già da ragazzino affronta e risolve problemi di difficoltà inaudita. L'epoca di Alexander Von Humboldt, naturalista, geografo ed esploratore, uomo che ha bisogno di spazi, di orizzonti, di terre nuove da calpestare.

Due vite che più diverse non si potrebbero concepire. Daniel Kehlmann nel suo La misura del mondo le racconta entrambe, con eleganza, amore, ironia. Come sembrano distanti le storie del matematico e dell'esploratore. Eppure entrambi misurano il mondo a cui apparteniamo. Gauss e Von Humboldt, le rette parallele che alla fine si incontrano.



venerdì 17 maggio 2013

Sorpresa, le Maldive non sono solo quel mare

Succede con le mete più frequentate dal turismo internazionale, succede soprattutto con un posto come le Maldive, che per tutti o quasi tutti è soltanto il suo mare da favola, la barriera corallina, il sogno di un bungalow sotto le palme o di un resort di lusso per un viaggio di nozze.

E' successo anche per me, che anni fa trascorsi una settimana in un isolotto dell'arcipelago che in 20 minuti si girava per intero a piedi, oziando da mattina a sera. In camera c'era anche la tv con la Rai. L'idea che le Maldive fosse anche un paese con una sua storia e una sua cultura mi sa che non mi sfiorò nemmeno. O forse riuscii ad accantonarla alla svelta.

Succede con tutti o quasi tutti, ma per fortuna non è successo con Marco Carnovale, viaggiatore scrittore, che le Maldive non solo le ha girate in lungo e in largo e a più riprese, ma a provato a cercarle anche sugli scaffali delle librerie. E sorpresa, un posto che può più o meno contare su un milione di presenze turistiche all'anno è pressoché assente dagli scaffali. Davvero, come se le Maldive fossero solo quel sogno, quella cartolina da invidia.

Un vuoto a cui ora Carnovale pone rimedio, con il suo Viaggio alle Maldive. Libro intrigante, libro da autentico scrittore di viaggi, come già esplicita il sottotitolo, Arcipelago in bilico: una non guida per svelare le isole

Una non guida, appunto, cioé un vero libro di viaggi, capace di accompagnarci nelle storie e nei luoghi delle Maldive, tra una suggestione del grande Ibn Battuta e un'esplorazione della vita complessa e trascurata della capitale Malé.

Consigliatissima per tutti coloro che vogliono saperne di più, perché c'è ozio e ozio.

domenica 5 maggio 2013

Ascoltate, è ancora il tramonto

Ascoltate, è ancora il tramonto sul colle dell'Assekrem. Giallo, ocra, azzurro, oltremare, carminio. Cielo, terra, montagne e valli.

Tutto.
 

Ma giù nelle gole c'è già il crepuscolo e la notte. Rosa, terra bruciata, viola, nero. Il nulla laggiù.
 

L'aria è così limpida che l'increspatura dell'ultimo orizzonte potrebbe essere all'altro capo del mondo. 

Se la Terra fosse piatta. E il fondo della valle su cui sta poggiando la roccia dell'Assekrem, il centro della Terra. 

Se il cuore della Terra fosse freddo come i crepacci a quest'ora della sera.

(Maurizio Maggiani, incipit de Il viaggiatore notturno, Feltrinelli)

martedì 23 aprile 2013

L'Europa, per Tabucchi, è uno stato d'animo....

In lungo e largo, sulla mappa del Vecchio Continente, Tabucchi si è mosso e ha fatto muovere i suoi personaggi.

E' un'Europa bella e malinconica, carica di ferite, di cicatrici, di muri, di rovine, e naturalmente di fantasmi. Talvolta tornano, di libro in libro, con gli stessi nomi: Ferruccio, Isabel, Tadeus.

Sono ombre fuori tempo o, direbbe Tabucchi, "controtempo": hanno attraversato le intemperie del ventesimo secolo, ne portano tutti i segni.

Ma accade anche ai vivi di sentirsi sfasati, fuori orario rispetto al presente: in un racconto di "Il tempo invecchia in fretta", un uomo cammina per le strade di Berlino, e la città gli sembra irriconoscibile: "Ah, il muro, che nostalgia del muro". E' un ex spia della Stasi, attraversa la Unter den Linden e riflette su un segreto che intende confidare alla tomba di Brecht. 

L'Europa di Tabucchi è un museo della Storia messo sotto assedio.

Il rumore del cambiamento spinge uomini e donne a cercare se stessi nel passato, a vagare nella memoria - la propria e quella del mondo -, all'indietro fino a toccare il mito; oppure a proiettarsi in un futuro che somiglia a un dejà vu.

L'Europa, per Tabucchi, è uno stato d'animo: mutevole come la luce che cambia...

(da Paolo di Paolo, Antonio Tabucchi, da Lisbona a Parigi, viaggi di un europeo ficcanaso, su Venerdì di Repubblica)

martedì 12 marzo 2013

Quando dico che vorrei risalire il corso del tempo

Questo intendo quando dico che vorrei risalire il corso del tempo: vorrei cancellare le conseguenze di certi avvenimenti e restaurare una condizione iniziale.

Ma ogni momento della mia vita porta con sé un'accumulazione di fatti nuovi e ognuno di questi fatti nuovi porta con sé le sue conseguenze, cosicché più cerco di tornare al momento zero da cui sono partito più me ne allontano.

Pur essendo tutti i miei atti intesi a cancellare conseguenze d'atti precedenti e riuscendo anche a ottenere risultati apprezzabili in questa cancellazione, devo però tener conto che ogni mia mossa per cancellare avvenimenti precedenti provoca una pioggia di nuovi avvenimenti che complicano la situazione peggio di prima e che dovrò cercare di cancellare a loro volta.

(da Italo Calvino, Se una notte d'inverno un viaggiatore, Einaudi)

venerdì 1 marzo 2013

Che bella, l'Olanda di Edmondo De Amicis

Chi guarda per la prima volta una grande carta dell'Olanda, si meraviglia che un paese così fatto possa esistere. A primo aspetto non si saprebbe dire se ci sia più terra o più acqua, se l'Olanda appartenga più al continente che al mare.

E allora, scordatevi le storie edificanti di Cuore, i buoni sentimenti e gli insegnamenti di un libro buono per i ragazzi e le ragazze di un'Italia che, sui banchi di scuola, cercava ancora di costruirsi, dopo che gli eventi della storia l'avevano già tenuta a battesimo.

L'Edmondo De Amicis di Olanda non sembra nemmeno lo stesso di Cuore: piuttosto è un uomo che guarda lontano, che si lascia sospingere dalla curiosità per le cose del mondo, più giornalista che narratore. Capace di accompagnarci nella vita e nella storia di un paese con la simpatia e l'empatia di un amico più esperto.

E' un gran libro di viaggio, Olanda di Edmondo De Amicis, uno dei più intriganti e meno datati tra quanti ho letto dell'Ottocento. Sarà che qualcosa - o molto - dell'Olanda di oggi si ritrova anche in quest'opera del 1876. Sarà che lo si deve non solo al viaggiatore, ma anche al viaggio: ovvero a questo paese singolare che meriterebbe più attenzione di quanto gliene abbiamo mai data.

Così ben venga Edmondo de Amicis, a raccontarci di questo paese a geografia mutevole, dove prima che la politica è stato il lavoro dell'uomo a cambiare le mappe; di questo popolo che ha domato l'acqua rendendosela amica; di questa gente  che ha saputo rendersi libera resistendo ai più grandi Imperi, senza celebrare più di tanto le sue vittorie.

E dei suoi mulini a vento, dei suoi cieli, dei suoi pittori più bravi a rappresentare donne che versano il latte, giovani che scrivono lettere, ubriachi davanti al camino che santi, guerrieri ed eroi.

Bello questo libro. Da raccomandare a chi si prepara a un viaggio in Olanda. E anche a chi non ci andrà mai: sono comunque parole che ci portano lontano.

lunedì 22 ottobre 2012

Chiedi alla terra spiegazioni e quella tira fuori tesori

Chiedi alla terra spiegazioni, e quella tira fuori dei tesori che non ci credi: la prima lezione di Erodoto è questa. 

In un'epoca in cui immaginare domande era già più della metà dell'essere sapienti lui inventò la meraviglia e lo splendore delle risposte. Lo spettacolo delle risposte.

Ne rimase abbacinato lui per primo, e poi seppe trasferire il suo stupore al suo pubblico.

Ancora oggi, uno legge Erodoto e, ogni due pagine, priva l'istinto di girarsi verso il primo che ha a portata di mano e dirgli: "No, dico, ma senti questa..."

(Alessandro Baricco, Scoprite Erodoto, il viaggiatore pignolo che inventò la bellezza delle storie, La Repubblica)

sabato 6 ottobre 2012

Erodoto, il curioso che non esitava a domandare

Intanto il termine storie nasce lì. Non risulta che qualcuno l'avesse usato prima di Erodoto. Il quale, va detto, lo usava con un significato leggemrente diverso da quello che usiamo noi: il termine greco che lui utilizzò (e da cui nacque il nostro storia), significava per lui inchiesta, ricerca: quello che lui amava fare, indagare.

Aveva delle curiosità (ne aveva a palate) e indagava per cercare delle risposte. Era il prototipo del pignolo che non si accontenta delle spiegazioni del depliant e alza la mano in continuazione chiedendo chiarimenti: che si trattasse delle maree del Nilo, delle guerre di conquista dei persiani o dei bizzarri costumi sessuali dei babilonesi, faceva poca differenza.

Gli interessava tutto. Una sua frase, tra le tante, descrive bene il personaggio: "Volendolo sapere, domandai".

(Alessandro Baricco, da Scoprite Erodoto, il viaggiatore pignolo, Repubblica)

giovedì 16 agosto 2012

Stanze di albergo, stanze dell'anima

Indugi sulle sue pagine e non puoi non pensare alle parole di un filosofo arabo del dodicesimo secolo, Ibn al-Arabi:

Non appena vedi una casa dici: voglio restare qui, ma appena arrivato lì la lasci di nuovo per metterti in cammino.


Perché è proprio così, Cees Nooteboom è uno dei grandi scrittori europei dei nostri anni, ma soprattutto è un nomade caparbio, appassionato, incapace di darsi tregua. Lui stesso ci racconta che un giorno si è messo sulle spalle lo zaino, ha salutato la madre, è saltato su un treno ed è diventato una freccia puntata sulla lontananza.

Da allora non si è più fermato, però ci ha messo un po’ più di tempo e di esperienza per capire che in un posto comunque è rimasto sempre: proprio quel posto dove è solo con se stesso.

Hotel Nomade (Feltrinelli) è un libro particolare di un viaggiatore particolare.

Le infinite stanze di albergo del suo errare diventano le stanze della sua anima: e lui le apre per farti entrare e accoglierti. Poi ti dice cose come queste:

Forse le cose stanno così: il vero viaggiatore si trova sempre nell’occhio del ciclone. Il ciclone è il mondo, l’occhio è ciò con cui lui guarda il mondo. La meteorologia ci insegna che nell’occhio si sta tranquilli, forse quanto nella cella di un monaco.

E non te ne vorresti andare più via, solo che non è possibile, perché è così, è come diceva Ibn al-Arabi. Bisogna rimettersi in cammino: proprio come ha sempre fatto Cees Nooteboom.

lunedì 14 maggio 2012

Quando in giro per il mondo siamo noi l'altro

Qual è la loro visione del mondo? In che modo vedono gli altri? In che modo, ad esempio, vedono me? Perché se è vero che per me loro sono gli altri, è altrettanto vero che per loro l'altro sono io.

L'intera vita di Ryszard Kapuscinski, con il suo lavoro di inviato ai quattro angoli del mondo, in fondo non è stata che questo: il tentativo di dare una risposta a queste domande, inseguendo ovunque l'umanità.

Ed è l'altro il tema che viene affrontato in questo piccolo grande libro con cui Feltrinelli ha raccolto i testi di alcune conferenze. Tema affrontato, ma prima ancora accolto nella vita, fatto proprio, ricercato con curiosità, empatia, ostinazione.

Sono pagine importanti, queste. Importanti e intrigranti, soprattutto quando l'altro non è più l'altro, quando l'altro diventa colui che, perfino per professione, è chiamato a raccontarci l'altro.

 E allora il giornalista viaggiatore perde il suo nome,la sua identità. Diventa il bianco, il polacco, il cristiano. Diventa stereotipo e pregiudizio, a volte addirittura oggetto di investigazione e sorpresa. Come quando in Uganda i bambini lo toccano e poi si guardano le mani per vedere se non siano sbiancate.

 E forse, ridotto ad altro capisce meglio se stesso.

mercoledì 4 aprile 2012

Ancora Chatwin e la sua domanda: che ci faccio qui?

Ancora mi sembra di vedermelo davanti, con i suoi pantaloni corti da ufficiale britannico in missione nel deserto, la sahariana, lo zaino sulle spalle. Bruce Chatwin: giramondo avventuroso, curioso, persona a suo modo fortunata ma soprattutto inappagata.

Un uomo che sembra fatto apposta per regalare sogni da tenersi stretti, per riscaldare il cuore.

Dalla Patagonia che ha contribuito a trasformare in un mito letterario ai deserti dell’Australia dietro le vie dei canti immaginate dagli aborigeni e all’Afghanistan prima delle follie della guerra e del fanatismo. Dalla Toscana dove a lungo è stato ospite, in un castello del Valdarno, alla leggendaria Timbuctù.

Chatwin ha viaggiato per molti buoni motivi, ma soprattutto sospinto da un’irrequietezza esistenziale che a un certo punto gli ha fatto lasciare tutto per non fermarsi più. E proprie nelle pagine di questo libro, raccolte prima di una morte che è arrivata troppo presto, l’uomo con lo zaino sulle spalle ci racconta la sua straordinaria esperienza.

Ovunque nel mondo e ovunque accompagnato dalla solita domanda.

Che ci faccio qui?

Ieri l'occhio mi è cascato sullo scaffale dove custodisco tutti i miei libri dell'Adelphi. Mi è venuto naturale prendere in mano il volume che per titolo porta proprio questa domanda. Sfogliarlo e indugiarvi sopra.

Domanda che non è solo di Chatwin. Che è di tutti noi che camminiamo su questa terra. Fa bene, una domanda così.

martedì 3 aprile 2012

Cosa si prova a varcare una frontiera

Mi chiedevo cosa si provasse nel varcare una frontiera. Che cosa si sentiva? Che cosa si pensava? Doveva essere un momento straordinariamente emozionante. Cosa c'era dall'altra parte? Senza dubbio qualcosa di diverso. Ma diverso in che senso? Che aspetto aveva? A che cosa somigliava?


Forse non somigliava a niente di ciò che conoscevo e per ciò stesso era inconcepibile, inimmaginabile?


In fin dei conti il mio massimo desiderio, quello che più mi tentava e mi attraeva era di per sé estremamente modesto: la pura e semplice azione di varcare la frontiera.

(Ryszard Kapuscinski)

giovedì 22 dicembre 2011

Quel bambino con naso piantato in un atlante

Un viaggio non ha bisogno di motivi. Non ci mette molto a dimostrare che si giustifica da solo. Pensate di andare a fare un viaggio, ma subito è il viaggio che vi fa o vi sfa.

Non conoscevo La polvere del mondo di Nicolas Bouvier, che in Italia ha pubblicato Diabasis solo qualche anno fa, ma che in Francia è ormai da molto tempo un caposaldo della letteratura di viaggio, storia del primo viaggio in Oriente dell'autore, anno 1953 e dici poco, un viaggio da Ginevra a Samarcanda a bordo di una vecchia Fiat Topolino.

Non lo conoscevo e debbo il primo incontro a un gran bel saggio di Luigi Marfè sulla fine dei viaggi e i resoconti dell'altrove nella letteratura contemporanea di cui prima o poi dovrò parlare.

Intanto un pugno di citazioni di Bouvier mi bastano e avanzano, perché dicono già molto di quello che è, dovrebbe essere il viaggio.

Viaggio che, guardate un po', non è accumulazione, ma sottrazione, alleggerimento, esperienza in cui si dovrebbe diventare riflesso, eco, corrente d'aria.

E viaggiatore che c'è prima del viaggio, di ogni viaggio:


E' la contemplazione silenziosa degli atlanti, su un tappeto, a pancia in giù, tra i dieci e i tredici anni, che dà la voglia di piantar tutto.

E per quanto mi riguarda, non è che ho viaggiato molto, o forse sì. Ma in definitiva sono sempre quell'adolescente disteso su un atlante, il naso dentro a una pagina del mondo.

domenica 9 ottobre 2011

L'India formato famiglia di Andrea Bocconi

Mi ha sempre irritato chi scrive dell'India al singolare. Per cui non parlo dell'India, ma di un'India, una delle tante: l'India non esiste, se non come spaziotempo a dieci dimensioni che si dipana in mille direzioni, si riavvolge su se stesso e contiene infinite Indie, una matrioska gigantesca....

Ha ragione, Andrea Bocconi, scrittore viaggiatore che con i suoi libri mi ha già altre volte portato lontano, anche quando in realtà non andava poi troppo distante (penso per esempio all'intrigante In viaggio con l'asino). Ha ragione perché in realtà è sempre così: un paese sono i paesi, un plurale come i corpi che lo attraversano, gli occhi che si posano.

Lui, che tante volte è stato in India, che in India ha trovato molte cose diverse, non ha conosciuto l'India, ma le Indie.

Ogni volta era diversa nei molti viaggi, cambiava lei ed ero cambiato io: ci sono stato ragazzo di vent'anni, ci sono tornato giovane uomo in viaggio di nozze, poi fuggiasco, cercatore, e oggi ci vado con la famiglia, da padre

Allora, eccolo qui, lo sguardo diverso, quello che mancava nella parabola di vita di Andrea Bocconi. Un nuovo viaggio, con la famiglia: con la moglie e con i due figli, bambini con cui guardare di nuovo il paese conosciuto e accogliere il dono della sorpresa.

Non sarà un viaggio avventuroso - non lo vuole essere, ed è già tanto partire pochi giorni gli attentati dei fondamentalisti a Mumbai (mi immagino cosa si agiti nel cuore di un padre, benché di un padre viaggiatore).

Ma dove è scritto che i libri di viaggio devono infliggerci in continuazione avventure? Dove è scritto che lo stile deve essere sempre quello di Bruce Chatwin?

Così va bene, va benissimo. Un'altra India si distende davanti a noi. Illuminata dall'amore per un paese e prima ancora dall'amore di una famiglia, che in un viaggio non si perde e nemmeno deve ritrovarsi, tanto è già dove deve essere.

sabato 16 aprile 2011

Tiziano Terzani e il poeta tentato dal vento

Ogni volta che ripenso a Tiziano Terzani e in particolare a Un indovino mi disse mi ritornano in mente alcune parole di Basho, un poeta del Giappone che vagabondò senza requie, camminando con i suoi sottili sandali di paglia:

A mia volta sono stato tentato dal vento che sposta le nubi, colmo com’ero da tanto tempo dello stesso desiderio di errare anch’io

Ecco, in  Un indovino mi disse c'è tutta l'esperienza e il bisogno del viaggio, ben oltre le cicostanze che hanno prodotto il viaggio di cui ci racconta Terzani (la profezia dell'indovino).

Il viaggio che non è mai turismo, che non è quasi mai fuga, che qualche volta può anche non coincidere con uno spostamento fisico, da un luogo all’altro.

Il viaggio che è vero viaggio solo se è anche maturazione, cambiamento, disseppellimento di quanto si cela nel nostro cuore e nella nostra testa.

C'è tutto questo - e naturalmente c'è tutto l'Oriente, c'è tutta l'Asia nel suo incanto e nei suoi drammatici cambiamenti - in questo libro che mi ha regalato emozioni rare.

venerdì 25 marzo 2011

Se il viaggiatore è nell'occhio del ciclone

Se il viaggiatore è nell'occhio del ciclone, dunque nell'unico luogo dove ci si può aggrappare alla quiete  el cuore della tempesta. Se l'occhio del ciclone è uno sguardo sulle cose del mondo. Se in questo modo si riesce perfino a cogliere qualche brandello di saggezza. Mi piacciono queste parole di Cees Nooteboom:

Forse le cose stanno così: il vero viaggiatore si trova sempre nell'occhio del ciclone. Il ciclone è il mondo, l'occhio è ciò con cui lui guarda il mondo. La meteorologia ci insegna che nell'occhio si sta tranquilli, forse quanto nella cella di un monaco. Chi impara a guardare con quell'occhio impara forse anche a distinguere l'essenziale dal secondario, anche se si limita a capire in che cosa sono diverse le cose e le persone e in che cosa sono uguali

Non so ancora bene cosa sia un vero viaggiatore, non so quanti viaggi si debba fare per esserlo, e quanto lontano, non so nemmeno se ne valga la pena, ma percepisco che questa è la strada, anzi, che prima ancora di una strada è un modo di guardare. Ed è proprio questo sguardo.

mercoledì 2 marzo 2011

Pensieri e pause di un viaggiatore pigro

Col tempo ho sviluppato una vera e propria antipatia verso i viaggiatori professionisti. Quelli che a intervalli regolari prendono e partono. Perchè, dicono, devono staccare la spina, cambiare aria, vedere posti nuovi, magari più belli, più strani, più vivi di quelli visti l'anno prima.


Non è che io sia contrario al viaggio su tutta la linea. Viaggiare in fondo è un accidente che può capitare a tutti....

Ne dice di cose intriganti Antonio Pascale, nel suo Non è per cattiveria, piccolo libro uscito per la collana Contromano di Laterza che è insieme una non-guida del Molise e lo sfogo di un viaggiatore pigro.

Per esempio mi fa riflettere la sua allergia per le guide:


La sola idea di dover vivere un'emozione da altri già rigidamente codificata mi getta nello socnforto. Quando qualcuno viaggia traccia una strada personale. Direi molto personale, quasi pudica.... Per quale motivo dovrei, a priori, segnare il mio percorso con paletti piantati da altri?

E sulla frenesia di arrivare in tutti i modi:


Se posso usare una metafora ardita, il viaggio per me è il contrario del monumento. Il monumento è il traguardo da raggiungere, la cima da conquistare. Io non entro mai per principio in un monumento

E che dire del viaggio come sottrazione di movimento?

Il viaggio, per me, significa muoversi il meno possibile, proprio per permettere agli umnori, nelle pause accidiose, di manifestarsi senza ulteriore pena

A pelle simpatizzo per i viaggiatori pigri. Ci voglio pensare su.



 

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