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sabato 17 maggio 2014

Cosa ci può insegnare l'Islanda

Non esiste un luogo fisico che incarna il nostro ideale. E per quanto l'ammissione sia dolorosa, è necessario farci i conti fin da subito. In questo lavoro mi sforzerò di non proiettare sulla vicenda islandese i desideri di una società più giusta, di una rivalsa popolare sulle istituzioni finanziarie mondiali; cercherò di essere il più oggettivo possibile, pur senza la pretesa di essere imparziale.

Ecco, così mette le mani avanti Andrea Degl'Innocenti, nelle prime pagine del suo Islanda chiama Italia (Arianna editrice), per mantenere poi la promessa: così che ci sa raccontare una delle storie più straordinarie -e per quanto ci riguarda ignorate - degli ultimi anni, senza fare dell'Islanda una sorta di di Paradiso in terra riscattato dopo il Purgatorio del crack finanziario, o anche soltanto di paese modello, dato che da molto tempo siamo rimasti decisamente a corto di paesi modello.

Non è l'Ultima Thule, l'Islanda, e non è il nemmeno la terra felice di un popolo beato tra i ghiacci, i banchi di pesce e le acque calde dei geyser.  Piuttosto è il paese che non troppo tempo fa è stato occupato da una nuova generazione di Vichinghi, spregiudicata e famelica. Predatori che non sono arrivati da altre isole con i loro drakkar, ma dai territori del Far West della finanza.

In poco tempo hanno saccheggiato un intero paese, primo nel mondo a fare bancarotta. Erano i tempi in cui dell'Islanda si parlava solo per quel vulcano dal nome impossibile che mise in ginocchio il mondo intero. Nel frattempo gli islandesi reagivano con la loro "rivoluzione silenziosa". Mandarono a casa tutti i responsabili del disastro e respinsero con ben due referendum la tentazione di far pagare a tutti i cittadini le malefatte delle banche, più forti anche dei diktat dei poteri forti internazionali. Scrissero una nuova costituzione, con un metodo senza precedenti.

Islanda chiama Italia: solo il titolo, auspicio che faccio mio ma che temo difficile, si sottrae al rigore e alla forza di questo libro, che è molte cose insieme, forse anche più di quanto pronosticasse lo stesso autore: saggio sull'economia dei nostri tempi, reportage, ma anche bel libro di viaggio.




mercoledì 23 febbraio 2011

La libertà di Dante, la libertà di Enrica

Libertà va cercando, ch'è sì cara
come sa chi per lei vita rifiuta

Non ci avevo mai pensato. Perché Dante mette Catone l'Uticense - uno dei più bei personaggi di tutta la Divina Commedia - a guardia del Purgatorio, sottraendolo alla condanna all'Inferno? Perchè non gli fa condividere la sorte degli altri suicidi?

Sono tornato a leggermi i primi versi del Purgatorio. L'alba luminosa sulla spiaggia, i primi passi di Dante e Virgilio appena usciti dal regno delle anime senza speranza. L'invocazione alle Muse, perché sostengano ancora il canto del poeta. E' mattino, a oriente splende ancora Venere e con Venere ci sono le quattro stelle che rappresentano prudenza, giustizia, fortezza e temperanza - e Dante si lamenta che esse non siano viste dagli uomini come dovrebbero.

E poi l'apparizione di quel vecchio dall'aria severa, i lineamenti del volto scolpiti dalla luce.  Catone, il guardiano del Purgatorio. L'uomo che si è tolto la vita, nel 46 avanti Cristo, mentre l'esercito dei nemici, ormai completamente vittorioso, avanza verso la sua città.



In che cosa è stato diverso dagli altri suicidi? In questo: che non si è ucciso per sottrarsi alla vita, ma per non cedere alla sconfitta e alla schiavità. E' stata una scelta, quel gesto. Una scelta di libertà.

Non ci avevo mai pensato, e a dire il vero, è anche difficile pensare che un uomo del Medioevo, com'era comunque Dante, potesse coltivare un sentimento della libertà superiore alla consapevolezza del peccato.

Poi con il pensiero sono scivolato a una persona che mi è cara, alla professoressa Enrica Calabresi, la scienziata ebrea che si tolse la vita in carcere il giorno prima della partenza del treno per Auschwitz.

Ho scritto un libro su di lei, Un nome (edizioni Giuntina), senza aver mai il coraggio di entrare davvero dentro la sua scelta conclusiva, senza la presunzione di poterla comprendere e tanto meno giudicare.

Chissà se Enrica Calabresi - la scienziata che divorava i classici della letteratura - aveva mai incontrato Catone l'Uticense, ai piedi del Purgatorio. 



giovedì 6 maggio 2010

Il Paradiso tutto virtuale di Dante (e di Eco)


Avete mai pensato al Paradiso di Dante in termini di energia, di luce? Forse sì, ma per quanto mi riguarda non mi ero ancora spinto fino a pensare in termini di mondi virtuali, di Web e dintorni. L'altro giorno mi sono imbattuto in questa fantastica frase di Umberto Eco e non me la sono ancora tolta dalla testa. Anche questo è un viaggio di parole...


Il Paradiso dantesco è l'apoteosi del virtuale, degli immateriali, del puro software, senza il peso dello hardware terrestre e infernale, di cui rimangono i cascami nel Purgatorio. Il Paradiso è più che moderno, può diventare, per il lettore che abbia dimenticato la storia, tremendamente futuribile. E' il trionfo di una energia pura, ciò che la ragnatela del Web ci promette e non saprà mai darci, è una esaltazione di flussi, di corpi senz'organi, un poema fatto di novae e stelle nane, un Big Bang ininterrotto, un racconto le cui vicende corrono per la lunghezza di anni luce e, se proprio volete ricorrere a esempi familiari, una trionfale odissea nello spazio, a lietissimo fine


Umberto Eco, Sulla letteratura

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...