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lunedì 5 agosto 2013

Boris, se tu sei qui a raccontarlo


A quasi cent'anni, ho imparato la sopportazione.

Così dice il grande Boris Pahor in un'intervista di Antonio Gnoli, pubblicata su Repubblica qualche settimana fa, mentre si avvicina al secolo di vita e ancora gira per l'Europa per raccontare i suoi libri e coltivare la memoria. Del resto per spostarsi prende l'autobus e per un'intervista può fissare ancora a un bar. Ma perché va ancora in giro?

Vado perché sta crescendo il disinteresse per il passato. Dilaga l'oscurità e con essa l'indistinzione.

Domanda: e il futuro?

Non mi aspetto granchè. Se ragiono con la mente mi fido poco dell'uomo e delle sue pulsioni. Basta vedere cosa è accaduto nel Novecento. Ma poi mi dico: Boris, se tu sei qui a raccontarlo, e qualcuno ancora ascolta, allora non si è proprio soli. Non abbiamo del tutto fallito.

giovedì 19 gennaio 2012

Carlo Fruttero e le persone che hanno sempre un'opinione

Bellissimo il ricordo che sulle pagine di Repubblica Antonio Gnoli ci regala di Carlo Fruttero, lo scrittore piemontese e - io aggiungerei, il grande signore della nostra cultura - scomparso qualche giorno fa.

Dice Gnoli di Fruttero:

Lo spaventavano le persone che avevano un'opinione su tutto. Aveva eletto una frase di Valéry a guida del proprio agire: non avere opinioni.

E aggiunge, Gnoli:

Fruttero ha vissuto senza aspettarsi molto. Questa fu la sua forza, il suo segreto: di non sentirsi invincibile. Solo così poteva scherzare, ridere, comversare: "Quando hai lasciato agli altri i destini del mondo a te resta tutto il bello della vita".

Mi piace ricordare anche che la sua prima lettura fu Il corsaro nero, letto ad appena cinque anni. Lo ricordo per complicità salgariana. Ma anche perché ci deve essere una segreta corrispondenza tra il carattere schivo (e il non sentirsi invincibile) e l'amore per i libri scatenato da un personaggio di carta che non si è mai lasciato domare dagli eventi.

mercoledì 26 ottobre 2011

Mettete una mattina di inverno in libreria, a Parigi

Mettete Parigi una mattina di inverno. Mettete un incontro casuale con un grande poeta che si è scordato i soldi per pagare il barbiere. Mettete una piccola libreria gonfia di libri di ogni età e genere, con un libraio che deve provare una grande sofferenza solo all'idea di separarsi da un titolo.

Tutto qui. Bastano questi ingredienti - e una manciata di pagine - per regalarci uno straordinario atto di amore. Per la cultura, per i libri, ma anche per la possibilità di costruire ponti con le parole, di riconoscere una comune umanità attraverso le pagine scritte.

E' questo, soprattutto questo, Una mattina in libreria. Incontro con Rilke di Carl Jacob Burckhardt (Bompiani). La storia di un incontro tra una grande poeta, Rainer Maria Rilke, e un grande libraio, Lucien Herr. Due uomini che hanno modo di  trovarsi l'uno di fronte all'altro solo al tramonto delle loro vite, ormai malati. Ma che con uno sguardo e poche parole si riconoscono fratelli nella cultura, prima ancora di presentarsi. A volte non c'è proprio bisogno del nome.

E quelle ore trascorse quasi senza accorgersene, in mezzo ai libri. Quel fastidio per un cliente che è appena entrato e rischia di interrompere la loro conversazione. Quel mondo che è diverso e si fa migliore, grazie al loro riconoscersi.

Da leggere anche per la magnifica introduzione di Antonio Gnoli - in realtà più lunga dello stesso testo di Burckhardt. Con quell'attacco che è già dalle parti della poesia:

Ci sono storie di uomini e di città che si corrispondono. Immerse in una luce che il buio divora, devono dissolversi per essere amate. Ci sono storie in cui la cattiva reputazione del mondo non inquina la delicatezza dell'aria in cui si svolgono

venerdì 17 dicembre 2010

L'uomo che per mestiere ascolta e non si mostra

Si deve ascoltare quello che si legge e sentire che la storia abbia una voce. La voce è il timbro, la cifra di un autore

Però, che bella l'intervista che su Repubblica Antonio Gnoli fa a Severino Cesari - un uomo che pochi sanno chi è e cosa faccia, perchè non è uno che semina in giro la sua firma, piuttosto è uno che per contratto lavora dietro le quinte. Un uomo che vive facendo l'editor, più precisamente l'editor della collana Stile Libero di Einaudi.

Faccio un mestiere invisibile, spiega Cesari, nell'intervista che mi piace già dal titolo: Il rabdomante di storie.

Quella di Gnoli non è intervista sulla collana, ma un'intervista all'editor, il professionista che non si vede, appunto, il professionista che deve mettere nel libro qualcosa che viene prima della tecnica e della scelta editoriale.

Difficile dire cosa sia. Probabilmente proprio questa capacità di ascolto. Questo sentire la storia, questo riconoscere la voce dell'autore.

Cos'è un editor? Per me è solo uno che legge e che ascolta ciò che legge. Non ci sono rfegole, discipline da seguire: c'è solo la tua mente che risuona di parole altrui

 Bello. Bello e invidiabile.

lunedì 27 settembre 2010

Il Leopardi che leggeva e diventava quel libro

La cosa essenziale, dice Leopardi, non è essere uno scrittore, ma un lettore. E lui legge di tutto e diventa ogni volta il libro che ha letto e non c'è fine a questa incessante trasformazione

Che belle queste parole, che Pietro Citati – e dico poco – consegna ad Antonio Gnoli, in una bella intervista in cui presenta la sua ultima impressionante fatica, Leopardi (Mondadori). Libro che mi fa un po' paura, lo ammetto, ma che certamente finirò per comprare e per leggere, intrigato da Leopardi, ma sicuramente anche dalla consapevolezza che un'opera di Citati è sempre una miniera che arriva a profondità insospettate, di sorpresa in sorpresa.

In attesa del libro, quanti spunti in questa intervista su un poeta che è troppo facile confinare ai versi che ci insegnano a scuola e inchiodare ai vari stereotipi dell'infelicità e della solitudine.

Grazia a questo libro riuscirò a saperne di più di questo uomo che ci lasciò detto che le uniche cose sopportabili sono le cose che non sono. Che sapeva essere moderno detestando la modernità. Che diventava tutti i libri che leggeva e per questo si considerava solo uno scrittore di tentativi. Che nella sua sofferenza sapeva anche essere meno ombroso di quanto vorremmo presupporre (leggo nell'intervista che si divertiva anche a dare i numeri del lotto che gli chiedevano in quanto gobbo)

Un uomo che riesce a parlarci ancora, perché, come spiega Citati, da quel lembo di provincia italiana che era Recanati è riuscito a porsi fuori del tempo e quindi a parlare a tutti i tempi.

L'Italia non ha più prodotto nessun altro grande moderno


E con  queste parole a me non rimane altro che meditare su ciò che è veramente moderno.

sabato 31 luglio 2010

Troppo pessimista per fare jogging nel parco

Curioso, questo dibattito estivo su Emil Cioran, il filosofo e scrittore rumeno (o forse meglio dire apolide) che a buon ragione può ambire al titolo continentale (se non planetario) di pessimismo. Per dire, un intellettuale che vedeva nell'idea del suicidio l'unica cosa che rende sopportabile la vita.

Non sono tra coloro  che cercano effetti anestetizzanti nella lettura, ma Cioran è un po' troppo anche per me ed è un bel pezzo che non più il coraggio di aprire le sue pagine. Però qualche tentazione ha fatto capolino, ora che il grande pessimista viene accusato di aver fatto cose "troppo" normali nella sua vita, e magari di essersele fatte anche piacere.

Insomma, dicono, da non credere ai propri occhi. Cioran meditava notti intere sul suicidio ma poi la mattina andava a fare jogging a Parigi, nel Jardin du Luxembourg. Distillava sentenze irrevocabili come L'unico modo di conservare la propria solitudine è di offendere tutti, prima di tutti coloro che si ama, ma poi sapeva costruire una piacevolissima relazione con una donna più giovane di lui.

Possibile? Ammissibile? Ma insomma, fermo restando che c'è di meglio di cui discutere, fermo restando che Cioran, mi pare, silimitava ad assimilare l'"idea di suicidio" a una sorta di libertà intellettuale, non so, ma mi sembra che serva davvero poco giudicare un'opera dalla vita del suo autore.

Come se dovessimo liquidare i versi di Giacomo Leopardi una volta scoperto che il diretto interessato non disdegnava banchetti e amanti.

Insomma, sono con Antonio Gnoli, che oggi di Cioran scrive:
Scopriamo, così, che il maestro dello sconforto, fuori dalla sua mansarda parigina, amava scherzare sul proprio pensiero. Che resta nondimeno grande. Al dispetto del suo lato sconosciuto e delle polemiche di mezz'estate.

E mi verrebbe da aggiungere: se davvero ci scherzava sopra, mi sa che la persona mi sarebbe piaciuta più di un maestro che diceva cose così:  Non vi è che questo pullulare di moribondi affetti da longevità, tanto più detestabili in quanto sanno organizzare così bene la loro agonia. Aiuto!

domenica 23 maggio 2010

Se la montagna incantata diventa magica


L'ho letto una prima volta quando ero ancora al liceo, figurarsi quanti anni sono passati, e da quel momento non ho avuto esitazioni a inserirlo tra i libri più amati, quelli che ho bisogno di sapere sempre lì, a portata di mano, con un posto sicuro e in vista nella mia biblioteca.

Un po' come Memorie di Adriano della Yourcenar e ancora di più di altre opere di Thomas Mann (nella fotografia), per esempio Morte a Venezia. E per me quel libro è sempre stato La montagna incantata.

Un titolo che evoca molte cose, un complicato rapporto con la malattia (tra le molte cose anche sorta di rifugio in un momento di grande crisi non solo esitenziale), le pulsioni distruttive che possono annidarsi in una società evoluta, la tentazione della fuga...

La montagna incantata
, appunto. Solo che l'altro giorno ho letto sulle pagine di cultura di Repubblica alcune righe di Antonio Gnoli, che ci segnala che nella nuova edizione, in uscita in autunno, il capolavoro di Thomas Mann si chiamerà La montagna magica.

Spiega Gnoli: I titoli a volte riflettono scelte più profonde...

Aggiungendo che un giorno magari avremo anche Il flauto incantato, oppure, pensando a un libro bellissimo di Ripellino, Praga incantata...

E uno potrebbe dire: e con questo? Il libro resta sempre lo stesso, un capolavoro.

Però non so, faccio i conti con strane sensazioni, come se in realtà qualcosa mi fosse stato portato via, come se ora facessi fatica a classificare un'esperienza di lettura davvero importante... I titoli, si sa, non saranno tutto, ma non sono nemmeno semplici etichette...

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