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venerdì 2 gennaio 2015

Ma che cosa è una città?

Ah... Saskia. Che cosa è una città?

E Firenze?

Firenze che cosa rappresenta nell'immaginario di uno che ne è fuggito ragazzo, pur tenendola in petto come faro di orientamento, termine di paragone anche per gustare tutto "l'altro"?

E tu dove hai la tua stella?

In quale memoria trovi il tuo orientamento? Dove la tua sicurezza?

A quale immagine di città ricorri quando vuoi sapere chi sei? Quando vuoi trovare la fora di sentirti diversa dal montare della marea altrui?

(da Tiziano Terzani, Un'idea di destino. Diari di una vita straordinaria, Longanesi)

mercoledì 31 dicembre 2014

Tiziano, che ora voleva vivere una vita senza nome



Quando viene il mio turno al microfono, dico che è una sfida parlare di me, perché, compiendo 60 anni pochi mesi fa, ho deciso di non parlare più di me, di non ricorrere più al mio passato come a una moneta di scambio, come a una misura di grandezza e che, avendo speso una vita a farmi un nome, volevo ora viverne una senza nome.

Per cui quel che avevano davanti a sé era un a persona che cercava di non ripetersi, di non farsi bella di quel che era stata, ma una persona che cercava di essere nuova e che voleva essere conosciuta semplicemente come Anam.

(da Tiziano Terzani, Un'idea di destino. Diari di una vita straordinaria, Longanesi)

lunedì 29 dicembre 2014

Tiziano Terzani, a nudo nei suoi diari


Pensare che all'inizio mi rigiravo tra le mani qualche grandi di diffidenza: ancora un libro di Tiziano Terzani, a dieci anni dalla sua scomparsa? I diari, poi? Non sarà come voler dar fondo al pozzo?

Poi ho finito per acquistarlo, fosse solo per l'enorme gratitudine nei confronti di altri titoli. Ho finito di leggerlo e devo ricredermi: Un'idea di destino. Diari di una vita straordinaria (Longanesi) è un libro importante, direi un libro necessario per tutti coloro che nel tempo hanno incontrato Tiziano e che ora hanno occasione di ritrovarselo sul loro cammino: intendo il Tiziano autentico, non il Tiziano imbalsamato in un personaggio nel quale, con tutta probabilità, lui non si sarebbe mani riconosciuto.

Non so quale fosse la molla che lo portasse a consegnare se stesso alle pagine di un diario. Forse il bisogno di un dialogo con se stesso, non più appesantito e distorto da troppe altre voci. Ma insomma, qui dentro questo uomo c'è tutto, senza infingimenti, senza manipolazioni. C'è con le sue contraddizioni, le sue debolezze, le sue asprezze. C'è con le sue molte domande e con i tanti incontri che poi si sono riversati nei suoi libri. C'è con la sua malattia ma anche con la sua vita professionale, da cui credo si debba sempre partire.

Tiziano, per quanto mi riguarda, prima di tutto giornalista: ovvero uomo che per lavoro doveva interrogare il mondo e ascoltarne le risposte. E certo anche grande firma - e chi è giornalista sa quanto   si tiene alla firma - che alla fine ha rinunciato perfino al suo nome.

Ma questo è il mio Terzani, il Terzani che il mio sguardo ha trovato su queste pagine. Sono sicuro che altri troveranno il loro Terzani, su queste stesse pagine.









giovedì 1 agosto 2013

Viaggiando con i treni di Ettore Mo

E' uno dei più grandi giornalisti viaggiatori, forse uno degli ultimi autentici, da quanti molti se ne sono andati una volta per tutte. E anche lui sembra ormai appartenere a un'altra epoca, la stessa dei Terzani e dei Kapuscinski, quando le guerre si raccontavano standoci in mezzo, quando non c'erano ancora cellulari e tablet e Gps.

Ettore Mo è tra coloro che sono riusciti a rimanere fedeli a se stessi, sarà che in definitiva non contano i sommovimenti della geografia politica e i tornado della tecnologia, ma la capacità di vivere con empatia il mondo che attraversi.

Mi mancava ancora di leggere il suo Treni. Nove viaggi ai confini del mondo e della storia, e finalmente ho potuto metterci le mani sopra. Scoprendo che il libro è qualcosa di meno e qualcosa di più di quanto promette il titolo. Di meno, perché i treni in effetti costituiscono solo un pretesto per una raccolta di reportage quanto mai eterogenei. Di più, per la stessa ragione: e forse i capitoli più belli sono proprio quelli in cui dei treni non c'è proprio traccia.

Libro diseguale, libro che varrebbe anche solo per alcune pagine: su tutte quelle dedicata ai Vecchi Credenti della Siberia e al vecchio reduce del mattatoio di Stalingrado.

venerdì 31 maggio 2013

L'India alla Tiziano Terzani di Guido Gozzano

Dopo tutto la poesia è la cosa meno necessaria di questo mondo, scriveva Guido Gozzano.

E sarà anche, io so solo che con i suoi versi teneri e malinconici questo ragazzo piemontese ci ha fatto un dono straordinario, che è bene tenersi stretto.

E' dai tempi del liceo, quando l'antologia di italiano mi ha fatto planare verso questo poeta crepuscolare, che mi tengo stretto il suo mondo di care piccole cose, tanto decenti quanto di gusto discutibile, come i soprammobili nel salotto buono di una vecchia zia. Invece non avevo ancora letto le lettere che scrisse non da uno borghesissimo studio del Piemonte fin di secolo (intendendo l'Ottocento) ma niente di meno che dall'India. Sarà che da uno come lui nemmeno mi immaginavo che un giorno potesse partire e andare così lontano.
 
Eppure è proprio così, Gozzano in India arriva nel 1911, non come uno scrittore in cerca di materiali per un suo libro, ma come un giovane avvocato torinese malato di tubercolosi, in cerca chissà di che cosa, forse di un'aria migliore, forse di un'altra vita. Di una guarigione comunque, che chissà, forse ha meno a che vedere con i suoi polmoni che con le inquietudini della vita.

Qualcosa che alla lontana sa di Tiziano Terzani, insomma.

C'è chi ha scritto che Guido Gozzano è il viaggiatore che vede e racconta quasi soltanto se stesso, ma in ogni caso sono belle le sue lettere dall'India, prima pubblicate sul quotidiano La Stampa e poi raccolte nel volume Verso la cuna del mondo (oggi riedite da Edt).

Belle anche se ho fatto fatica a riconoscere nel poeta dei salotti borghesi l'uomo che parla di Bombay metropoli ospitale oppure di Goa, peraltro, all'Emilio Salgari, già visitata con la fantasia, cento volte con la matita, durante le interminaboli lezioni di matematica. 

Poi però ho scovato queste righe: e ho ritrovato davvero Guido Gozzano.


venerdì 25 maggio 2012

Gabo e Kapu, quanto si inventa nei reportage?

Reportage o romanzo? Quante volte ce lo siamo chiesto, per Gomorra di Roberto Saviano, così come per i libri di Bruce Chatwin o di Tiziano Terzani. Come se poi contasse davvero, come se dovesse per forza porre un aut-aut.

Che poi semmai è domandarsi: quanta invenzione è lecita e ammissibile nell'inchiesta giornalistica, nel reportage, nel libro di viaggi?

Quanto a questo è davvero bello l'episodio che ci riporta Enrico Deaglio sul Venerdì di Repubblica, a proposito di due grandi del Novecento, Garcia Marquez e Kapuscinski:

Gabriel Garcìa Màrquez che trasformò il giornalismo in realismo magico, chiese una volta proprio a Kapuscinski: "Riccardo, ma se c'è una triste vecchietta in un tuo reportage, è un delitto se le aggiungi una lacrima, che in realtà non ha versato?". Kapuscinski si limitò a sorridere, ma non rispose. Gabo pensava a come era stato fantastico, fare diventare veri dei personaggi da fiaba come gli incredibili membri della famiglia Buendia; Kapuscinski pensava a Erodoto, il suoi maestro. Il primo reporter della nostra storia, un greco che raccoglieva nei porti le storie delle guerre, ma qualche volta abbelliva, quando le raccontava nelle taverne. Che era rispettoso dei costumi degli altri; che sapeva raccontare i movimenti dei grandi eserciti, gli scontri tra la Grecia e la Persia, e dava al racconto il respiro profondo, come quello di una balena, delle vicende dei piccoli uomini.

mercoledì 7 dicembre 2011

Tiziano Terzani e il poeta con i sandali

Ogni volta che ripenso a Tiziano Terzani e in particolare a Un indovino mi disse mi ritornano in mente alcune parole di Basho, un poeta giapponese che vagabondò senza requie, camminando con i suoi sottili sandali di paglia:

A mia volta sono stato tentato dal vento che sposta le nubi, colmo com’ero da tanto tempo dello stesso desiderio di errare anch’io

Ecco, in questo libro c'è tutta l'esperienza e il bisogno del viaggio, ben oltre le circostanze che hanno prodotto il viaggio di cui ci racconta Terzani (la profezia dell'indovino).

Il viaggio che non è mai turismo, che non è quasi mai fuga, che qualche volta può anche non coincidere con uno spostamento fisico, da un luogo all’altro.

Il viaggio che è vero viaggio solo se è anche maturazione, cambiamento, disseppellimento di quanto si cela nel nostro cuore e nella nostra testa.

C'è tutto questo - e naturalmente c'è tutto l'Oriente, c'è tutta l'Asia nel suo incanto e nei suoi drammatici cambiamenti - in questo libro che mi ha regalato emozioni rare e ancora me le regalo ogni volta che lo scorgo sullo scaffale della mia libreria.

sabato 16 aprile 2011

Tiziano Terzani e il poeta tentato dal vento

Ogni volta che ripenso a Tiziano Terzani e in particolare a Un indovino mi disse mi ritornano in mente alcune parole di Basho, un poeta del Giappone che vagabondò senza requie, camminando con i suoi sottili sandali di paglia:

A mia volta sono stato tentato dal vento che sposta le nubi, colmo com’ero da tanto tempo dello stesso desiderio di errare anch’io

Ecco, in  Un indovino mi disse c'è tutta l'esperienza e il bisogno del viaggio, ben oltre le cicostanze che hanno prodotto il viaggio di cui ci racconta Terzani (la profezia dell'indovino).

Il viaggio che non è mai turismo, che non è quasi mai fuga, che qualche volta può anche non coincidere con uno spostamento fisico, da un luogo all’altro.

Il viaggio che è vero viaggio solo se è anche maturazione, cambiamento, disseppellimento di quanto si cela nel nostro cuore e nella nostra testa.

C'è tutto questo - e naturalmente c'è tutto l'Oriente, c'è tutta l'Asia nel suo incanto e nei suoi drammatici cambiamenti - in questo libro che mi ha regalato emozioni rare.

giovedì 24 marzo 2011

In Birmania, senza essere Tiziano Terzani

Ci sono molti modi di viaggiare, molti modi di abbandonarsi col proprio sguardo al mondo. Molti modi di scrivere per raccontare quei viaggi.

E ci sono fin troppi libri, che raccolgono quei viaggi, quegli sguardi, quelle pagine.

Forse abbiamo bisogno anche di disintossicarsi, non della letteratura di viaggio, certo, ma di tante incrostazioni che su di essa si sono depositate. Troppa enfasi, troppa retorica del viaggiatore, troppa presunzione esibita da chi deve puntellare il senso di un'esperienza che si vuole unica e che deve trovare ragioni o pretesti.

C'è bisogno di voci sincere, oneste. C'è bisogno di nuovo sangue nell'esperienza del viaggio e del racconto di viaggio. E c'è bisogno delle parole misurate e sensate di chi sa che il primo viaggio è sempre nel mondo dei propri sentimenti e delle proprie convinzioni, anche se non siamo protagonisti di un'impresa e non ci troviamo al centro della Storia.

Come in Viaggio in Birmania (nemmeno il titolo ha effetti speciali), il cui autore non prova a spacciarsi come il Terzani o il Kapuscinski di turno. Michele Cucuzzella in Birmania - o se si preferisce in Myanmar - arriva come volontario, per fare una piccola grande cosa, insegnare inglese ai bambini.

Della Birmania e della sua cultura sa poco, mi pare. E proprio per questo le sue sono parole pulite, dirette, capaci di accompagnarci amichevolmente in questo paese magnifico e maledetto.

Dalla Off the road della Vallecchi un altro bel tassello che si aggiunge al mosaico delle ragioni per cui viaggiare forse non sarà indispensabile, però fa sempre bene.

lunedì 3 gennaio 2011

L'inviato speciale fatto fuori dalla velocità

Oltre al mito del giornalista vaggiatore si è (quasi) volatilizzata anche la figura del reporter che si immerge nella realtà in cui è stato catapultato.
Una volta ne aveva il tempo. Restava settimane o mesi sul posto. Oggi la velocità implica anche la fretta

E' dedicato alla "professione reporter", l'ultimo numero del Venerdì di Repubblica. E sono in particolare riflessioni come queste di Bernardo Valli che suonano come una sorta di campana a morto per l'inviato speciale, per il corrispondente di guerra, per il giornalista che, in ogni caso, partiva e arrivava lontano, per raccontarci luoghi ed eventi del mondo, professionista che ci metteva a disposizione il suo sguardo, la sua parola, la sua curiosità, la sua voglia di capire.

Che ne rimane, ora, nel mondo della fretta, dei bilanci in rosso dei giornali, delle nuove tecnologie?

Un tempo il reporter doveva trovare la notizia, oggi la notizia viaggia con lui, ricorda Valli. Se va bene, viaggia con lui.

E quante cose che sono cambiate, in questo senso, anche per chi ama i libri di viaggio, perchè è indubbio che una bella fetta di libri di viaggio sono opera proprio di giornalisti, grandi giornalisti che si trovavano più a suo agio in una capitale straniera o su una linea del fronte che sulla sedia di una redazione. Da Indro Montanelli a Tiziano Terzani, da Luigi Barzini a Oriana Fallaci. Ve li immaginate ancora nell'epoca del turismo di massa?

Però... però... anche Bernardo Valli alla fine apre più di uno spiraglio sul futuro del caro vecchio reporter:


Ha perduto da tempo il talismano della notizia, ma ha conservato quello più sofisticato, più prezioso, dell'analisi della notizia. 

E quello del racconto. Gli è riservato un compito meno popolare, ma più essenziale. Che non richiede tanto l'educazione delle scuole di giornalismo, quanto un'esperienza che non dipenda dal teleschermo e dalla memoria informatica. Ma di qualcosa di più vivo. Di più autentico

giovedì 18 marzo 2010

Tiziano Terzani e la voglia di viaggio in Italia


Tiziano è morto nel 2004 e l'anno prima diceva ancora: “Se avessi tempo ora farei un viaggio per l'Italia”. Voleva prendere uno zainetto e andare a naso per l'Italia. In fondo quello che voleva era capire il proprio paese

Solo uno spunto tra i tanti che Angela Staude, moglie di Terzani, grande viaggiatrice e grande scrittrice lei stessa (cosa di cui spesso ci si dimentica), ieri sera ci ha regalato a Campi Bisenzio, ospite della bellissima rassegna Un mercoledì da scrittori. Solo uno spunto tra i tanti, appunto, e certo nemmeno il più importante, in due ore fitte fitte di domande e risposte che hanno toccato tanti e tanti temi, dallo spirito del viaggio al destino dell'Asia, dal significato del giornalismo oggi alle atrocità che l'uomo è sempre straordinariamente capace di commettere.

Però sono proprio queste le parole che mi hanno colpito di più e che mi hanno fatto riflettere tornando a casa. Proprio lui: Tiziano Terzani, l'uomo che con le sue parole ci ha scaraventato addosso l'orrore del genocidio di Pol Pot e l'irresistibile bellezza dei templi di Angkor (dimenticavo, Angela ieri era chiamata a presentare Fantasmi, il libro che raccoglie i reportage di Tiziano dalla Cambogia). Il reporter, l'inviato di guerra, l'uomo che viveva di distanze e cercava altri mondi: lui voleva raccontare il suo paese, l'Italia che non conosceva.

Sarebbe stato un grandissimo viaggio anche questo, ne sono convinto. Un viaggio animato dallo stesso spirito con cui Angela e Tiziano un giorno decisero di abbandonare l'Italia e di partire per l'Asia, sospinti dalla curiosità, da una bella domanda (“Possibile che ci sia un solo mondo?”), dalla voglia di vedere, trovare alternative, condividerle. Partire per un continente che i giornali occidentali sostanzialmente ignoravano, con due figli piccolissimi e senza un vero contratto in tasca. Partire in anni che ancora non conoscevano cellulari ed email, ma senza esitare, come fosse la più naturale delle decisioni.

Questi sono tempi che stimolano a visioni piuttosto deprimenti del mondo, ma ieri Angela ci ha procurato alcune iniezioni di fiducia.

Prima notizia: Ai tempi non era più facile prendere e partire, ancora oggi chi vuole può andare. Magari ci vuole un po' di fortuna, ma c'è sempre un mondo da esplorare

Seconda notizia: Ovunque troverete gli stessi alberghi, ma in genere è solo uno strato superficiale che è cambiato, nel profondo i paesi antichi cambiano molto più lentamente

Terza notizia, che dico a modo mio: per tutto questo non c'è bisogno di un volo intercontinentale, a volte bastano anche un treno regionale e uno sguardo diverso.

mercoledì 5 agosto 2009

L'indovino di Terzani e il vento di Basho

More about Un indovino mi disseOgni volta che ripenso a Tiziano Terzani e in particolare a questo libro mi ritornano in mente alcune parole di Basho, un poeta giapponese che vagabondò senza requie, camminando con i suoi sottili sandali di paglia:
“A mia volta sono stato tentato dal vento che sposta le nubi, colmo com’ero da tanto tempo dello stesso desiderio di errare anch’io”
Ecco, in "Un indovino mi disse" c'è tutta l'esperienza e il bisogno del viaggio, ben oltre le cicostanze che hanno prodotto il viaggio di cui ci racconta Terzani (la "profezia" dell'indovino).
Il viaggio che non è mai turismo, che non è quasi mai fuga, che qualche volta può anche non coincidere con uno spostamento fisico, da un luogo all’altro.
Il viaggio che è vero viaggio solo se è anche maturazione, cambiamento, disseppellimento di quanto si cela nel nostro cuore e nella nostra testa.
C'è tutto questo - e naturalmente c'è tutto l'Oriente, c'è tutta l'Asia nel suo incanto e nei suoi drammatici cambiamenti - in questo libro che mi ha regalato emozioni rare.

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