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giovedì 18 giugno 2020

Tutto il mondo in quel bistrot di Parigi

Diffidavo di questo libro, diffidavo come mi capita di diffidare dei libri pompati da centinaia di migliaia di copie già vendute altrove, con tanto di premi - in questo caso nientemeno che il Goncourt - accaparrati con incontenibile voracità.

Se ho finito per comprarlo, Il club degli incorreggibili ottimisti di Jean Michel Guenassia, mi sa che è solo per la copertina, bellissima, per questa immagine che evoca tutto un mondo e un'epoca, la Parigi della rive gauche, i bistrot e i pernod, le appartenenze ideologiche e gli sradicamenti del mal di vivere, discussioni tirate fino all'alba, poesia, volute di fumo.

E non sarà un capolavoro, ma questa Parigi c'è tutta, Jean Paul Sartre compreso. E in questa Parigi c'è un bel pezzo di mondo. In particolare il mondo degli esuli, vite sottratte a dittature e offese varie, sospinte verso la Francia come i relitti di un naufragio.

Esilio come rinascita, esilio come incapacità di riannodare i fili dell'esistenza. Esilio ed esili, le molte storie che si intrecciano in uno di quei locali dove la Storia si riduce a una partita di biliardo, a un litigio inconcludente, a un gruppo di uomini che a notte fonda cercano di ritrovare la via di casa, se casa c'è.

venerdì 5 agosto 2016

Quel circolo al bar nella Parigi di Sartre

Loro erano programmati per odiarsi e distruggersi e invece erano caduti l'uno nelle braccia dell'altro. Era bello sentire il proprio patronimico. In Francia, si aveva soltanto un nome. Di colpo, un poco dell'odore, della musica e della luce del loro Paese tornava, anche se l'uno era un russo bianco, ortodosso praticante, antisemita e misogino, che odiava i comunisti, e l'altro un ex nemico, un rosso fervente, convinto ed entusiasta, che aveva partecipato all'instaurazione del comunismo. Quel tipo di differenze, che vi facevano sbuzzare quando eravate al paesello, lì sparivano. Soprattutto se si trattava di due russi insonni.

Diffidavo di questo libro, diffidavo come mi capita di diffidare dei libri pompati da centinaia di migliaia di copie già vendute altrove, con tanto di premi - in questo caso nientemeno che il Goncourt - accaparrati con incontenibile voracità.

Se ho finito per comprarlo, Il club degli incorreggibili ottimisti di Jean Michel Guenassia (Salani), mi sa che è solo per la copertina, bellissima, per questa immagine che evoca tutto un mondo e un'epoca, la Parigi della rive gauche, i bistrot e i pernod, le appartenenze ideologiche e gli sradicamenti del mal di vivere, discussioni tirate fino all'alba, poesia, volute di fumo.

E non sarà un capolavoro, ma questa Parigi c'è tutta, Jean Paul Sartre compreso. E in questa Parigi c'è un bel pezzo di mondo. In particolare il mondo degli esuli, vite sottratte a dittature e offese varie, sospinte verso la Francia come i relitti di un naufragio.

Esilio come rinascita, esilio come incapacità di riannodare i fili dell'esistenza. Esilio ed esili, le molte storie che si intrecciano in uno di quei locali dove la Storia si riduce a una partita di biliardo, a un litigio inconcludente, a un gruppo di uomini che a notte fonda cercano di ritrovare la via di casa, se casa c'è.

mercoledì 17 febbraio 2016

L'algerino senza nome del libro di Camus

Ti riassumo la storia prima di raccontartela: un uomo che sa scrivere uccide un arabo che quel giorno non ha neppure un nome - quasi l'avesse lasciato appeso a un chiodo prima di entrare in scena - e poi comincia a spiegare che è tutta colpa di un Dio che non esiste....

Ecco, si può mettere anche in questo modo, sacrosanto, solo che, almeno a me, non era venuto mai a mente. Anni di letture travagliate e macerazioni esistenzialiste andando dietro al grande Albert Camus - senz'altro più autentico dell'altro, Jean Paul Sartre - e al suo Straniero. Anni andati dietro a fantasticare su quei giorni in Algeria fino quasi a immedesimarsi in quel uomo - Mersault - che ammazza un arabo sulla spiaggia, senza nessun motivo apparente nè emozione: in scena solo l'indifferenza del mondo, la condizione dell'assurdo.

Mai una volta che abbia indugiato sul povero arabo: dettaglio secondario. Semplicemente la trama lo reclamava. Non a caso di lui, nel romanzo di Camus, non c'è nemmeno il nome.

Ed ecco il risarcimento, se possibile, molti e molti anni dopo. Ecco l'altro punto di vista. E' nel libro del giornalista e scrittore algerino Kamel Daoud, che per l'appunto si chiama Il caso Mersault (Bompiani). A prendere la parola è il fratello dell'ammazzato, un uomo che ha imparato a scrivere in francese: per parlare al posto di un morto, per continuare un po' le sue frasi.

La stessa storia, un'altra storia: che si riappropria di un nome, che restituisce il senso di una vita a un povero analfabeta che sembrava nato solo perché si prendesse un proiettile in corpo.

Si capiva tutto già dall'inizio: lui aveva il nome di un uomo, mio fratello quello di un imprevisto.

Fino al miracolo della scrittura. Al riscatto della parola.    

giovedì 13 agosto 2015

Tutto un mondo in un bistrot di Parigi


Diffidavo di questo libro, diffidavo come mi capita di diffidare dei libri pompati da centinaia di migliaia di copie già vendute altrove, con tanto di premi - in questo caso nientemeno che il Goncourt - accaparrati con incontenibile voracità.

Se ho finito per comprarlo, Il club degli incorreggibili ottimisti di Jean Michel Guenassia, mi sa che è solo per la copertina, bellissima, per questa immagine che evoca tutto un mondo e un'epoca, la Parigi della rive gauche, i bistrot e i pernod, le appartenenze ideologiche e gli sradicamenti del mal di vivere, discussioni tirate fino all'alba, poesia, volute di fumo.

E non sarà un capolavoro, ma questa Parigi c'è tutta, Jean Paul Sartre compreso. E in questa Parigi c'è un bel pezzo di mondo. In particolare il mondo degli esuli, vite sottratte a dittature e offese varie, sospinte verso la Francia come i relitti di un naufragio.

Esilio come rinascita, esilio come incapacità di riannodare i fili dell'esistenza. Esilio ed esili, le molte storie che si intrecciano in uno di quei locali dove la Storia si riduce a una partita di biliardo, a un litigio inconcludente, a un gruppo di uomini che a notte fonda cercano di ritrovare la via di casa, se casa c'è.

venerdì 10 maggio 2013

In quel bistrot di Parigi, con Jean Paul Sartre

Loro erano programmati per odiarsi e distruggersi e invece erano caduti l'uno nelle braccia dell'altro. Era bello sentire il proprio patronimico. In Francia, si aveva soltanto un nome. Di colpo, un poco dell'odore, della musica e della luce del loro Paese tornava, anche se l'uno era un russo bianco, ortodosso praticante, antisemita e misogino, che odiava i comunisti, e l'altro un ex nemico, un rosso fervente, convinto ed entusiasta, che aveva partecipato all'instaurazione del comunismo. Quel tipo di differenze, che vi facevano sbuzzare quando eravate al paesello, lì sparivano. Soprattutto se si trattava di due russi insonni

Diffidavo di questo libro, diffidavo come mi capita di diffidare dei libri pompati da centinaia di migliaia di copie già vendute altrove, con tanto di premi - in questo caso nientemeno che il Goncourt - accaparrati con incontenibile voracità.

Se ho finito per comprarlo, Il club degli incorreggibili ottimisti di Jean Michel Guenassia, mi sa che è solo per la copertina, bellissima, per questa immagine che evoca tutto un mondo e un'epoca, la Parigi della rive gauche, i bistrot e i pernod, le appartenenze ideologiche e gli sradicamenti del mal di vivere, discussioni tirate fino all'alba, poesia, volute di fumo.

E non sarà un capolavoro, ma questa Parigi c'è tutta, Jean Paul Sartre compreso. E in questa Parigi c'è un bel pezzo di mondo. In particolare il mondo degli esuli, vite sottratte a dittature e offese varie, sospinte verso la Francia come i relitti di un naufragio.

Esilio come rinascita, esilio come incapacità di riannodare i fili dell'esistenza. Esilio ed esili, le molte storie che si intrecciano in uno di quei locali dove la Storia si riduce a una partita di biliardo, a un litigio inconcludente, a un gruppo di uomini che a notte fonda cercano di ritrovare la via di casa, se casa c'è.

giovedì 13 dicembre 2012

La commedia dei filosofi e il coraggio di Camus


- Ah signore! Esistono ancora costumi parigini che riescono a stupirmi parecchio.
- L'avete detto, signore. E' una città singolare: amano talmente i bei pensieri che non riescono a frenarsi e ne parlano tutto il giorno, cisa che non lascia più il tempo di leggere. Vanno talmente matti per il patriottismo che appena c'è l'occasione diventano patrioti di due o tre paesi. Si sbranano in nome della pace e promettono la galera in nome della libertà.
- Ma da dove arriva tutto questo, vi prego?

E allora, per prima cosa, meno male che esistono ancora le piccole e piccolissime case editrici, quelle che fanno fatica ad arrivare a fine mese e se per questo ad arrivare anche in libreria, meno male che ci sono ancora in tempi in cui sempre di più il pesce grande divora il pesce piccolo e cresce l'onda di quanti ritengono che degli editori si può fare a meno, tanto ci si può pubblicare da soli, tanto c'è la Rete che ci pensa.

Poi ti capita tra le mani un libriccino di poche pagine, La commedia dei filosofi, un inedito per l'Italia nientemeno che di Albert Camus. Un testo per il teatro che l'autore de Lo straniero scrisse, con evidenti intenzioni polemiche, nel immediato dopoguerra. Ripescato, tradotto, riproposto da una piccola casa editrice di Pistoia, Via del Vento.

Poche pagine per rituffarsi nel clima della Parigi dove gli esistenzialisti erano sulla cresta dell'onda e si faceva a gara per entrare nei caffé frequentati da Jean Paul Sartre. Filosofia e impegno politico, come no. Ma Albert Camus aveva già staccato i suoi ormeggi ed era pronto a fustigare quel mondo, dove non mancano pedanteria e astrusità e col pensiero si volava troppo alto, tanto alto che si finiva per perdere di vista la vita autentica delle persone.

Ci voleva coraggio, allora, per scrivere un testo così, più dalle parti di Molière che di maestri del pensiero tanto in voga. Ci vuole coraggio oggi, per riproporlo. 



martedì 12 ottobre 2010

Se la scuola fa male alla poesia

Come mai, se la poesia è tanto presente nell'insegnamento scolastico, una volta terminati gli studi, sono così pochi i suoi lettori?

E' questa la domanda che, ancora una volta, Maurizio Cucchi ha lanciato dalle pagine di Tuttolibri, recensendo il libro di Davide Rondoni Contro la letteratura.

E dunque, a prescindere dal fatto che il titolo sembra offrire già una risposta convinta – La poesia vive solo lontano dalla scuola – non è che la questione sia proprio peregrina. Merita di pensarci sopra: e il tarlo è un pezzetto che scava.

Rondoni (che non ho ancora letto) pare piuttosto netto nel suo giudizio:

La letteratura non è una materia da imparare a scuola, ma un'attitudine da non perdere per conoscere il mondo e se stessi.


Allora, perché imporla in classe, perché farne obbligo scolastico? Perché non restituirla alla facoltà di un insegnamento facoltativo?

Bella questione, che non vale solo per la poesia. Sono parecchie le cose che a scuola ci provocano irritazione o peggio ancora indifferenza per essere riscoperte solo anni e anni più tardi, quando la nostalgia vale persino per le interrogazioni alla lavagna.

E' vero, a scuola ci si può disamorare della poesia e della letteratura in genere. Però è anche vero che con certi insegnanti poi scocca la scintilla giusta (che sarei stato io senza la mia professoressa di italiano che già in terza media mi faceva leggere Dino Buzzati e Jean Paul Sartre?)

Non credo all'insegnamento facoltativo, credo che a tutti debba essere data la straordinarietà opportunità della parola poetica. Una provocazione, in fondo: per dire che la bellezza, la profondità dell'arte,  non si possono tradurre in nozione, in voto. E che anche in un'aula si può alimentare l'emozione.

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...