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sabato 18 giugno 2016

Metti una domenica mattina, bici e cantine in Toscana

Allora prendo la bici ed esco.

Ecco, fa proprio così e lo fa molte volte Emiliano Gucci, scrittore e libraio che è nato a Firenze, lavora a Prato e che tra Firenze e Prato abita. Ci sono viaggi che portano lontano per chilometri e chilometri, ci sono viaggi che non ti allontanano troppo da casa - anche se pedalando si fanno sentire, come no, sulle gambe - e che pure consentono di scoprire mondi.

E' quanto Emiliano ci dimostra con le pagine di Sui pedali tra i filari. Da Prato al Chianti e ritorno, pubblicato nella collana Contromano di Laterza. Quante cose ci ha infilato dentro, a partire dalle due passioni che lo accompagnano e che tra loro si accompagnano anche piuttosto bene, soprattutto se sei nato in Toscana: le scorribande su due ruote e le visite alle cantine del buon vino.

Ma, soprattutto se vivi in Toscana, appunto, bici e vino sono la chiave per entrare dentro i territori, per incontrare le persone e le loro storie, per fare i conti con miti e leggende varie.

E allora ecco le colline del Montalbano e del Chianti, le strade e i vigneti di Carmignano o di Radda, ma anche i capolavori di Leonardo da Vinci e  del Pontormo, le memorie dei grandi toscani del ciclismo come Bartali, Nencini o Bitossi. Ecco una bicchierata ma ecco anche la polvere e il sapore di impresa nella giornata dell'Eroica. Ecco le parole che affiorano dalle letture dei grandi toscani della penna, da Curzio Malaparte a Indro Montanelli.

Passato e presente, muscoli e parole, fiaschi e pedali. Quante cose, davvero, anche solo saltando sulla bici la domenica mattina perché ci si vuole bene davvero e allora si parte e si tiene gli occhi bene aperti e vai a sapere cosa si riporta a casa.

giovedì 7 giugno 2012

Nemmeno l'imperatore fa battere il ciglio a una stella

Nemmeno l'imperatore del Giappone, divinità in terra, nemmeno lui.

Leggo in Indro Montanelli, soltanto un giornalista, testimonianza di una vita resa a Tiziana Abate, la descrizione dell'ultimo Supremo Consiglio di Guerra con cui il Giappone fu chiamato a decidere sulla resa senza condizioni. Era il 9 agosto 1945, l'atomica era già deflagrata nel cielo di Hiroshima.

Per la prima volta nella storia del Supremo Consiglio un uomo - l'anziamo ammiraglio Suzuki - si rivolse all'imperatore Hirohito, sollecitandone il parere. Non si faceva, con un Dio in sembianze di uomo.

Pare che alla domanda abbia fatto seguito qualche minuto - minuto, non secondo - di incerto silenzio, misto a stupore. Poi Hirohito si alzò, prese da uno scaffale un libriccino di poesie appartenuto al nonno, cercò una pagina, lesse questi versi:


Guardate dunque il cielo
voi credete che la sorte di un uomo
anche il più potente
possa far battere il ciglio a una stella?

Non aveva parlato il Dio in terra, aveva parlato un uomo con la sua poesia. Solo quattro versi: e fu in quel momento che finì la guerra.

martedì 19 aprile 2011

Indro Montanelli e il nonno che non ci credeva

Ci ricordiamo ancora, giustamente, di Indro Montanelli giornalista, il grande fustigatore, il grande scontento, la penna che scorrazzava sulle colonne dei quotidiani per inseguire le miserie della politica e i vizi degli italiani. Aveva una parola precisa e secca come uno schiocco di frusta, Montanelli, una parola che era un po' come la sua silhouette, allampanato e all'osso com'era.

Pochi però si ricordano del Montanelli dei racconti e dei bozzetti, l'altro Montanelli, con la sua bella lingua toscana riposante come un pomeriggio sull'amaca del giardino, con i suoi morsi di nostalgia, con gli odori della terra e i giochi inconsapevoli dell'infanzia.

Mi è ricapitato di rileggerli ora, nell'antologia Indro Montanelli racconta la sua terra, pubbicata dalla Fondazione che porta il suo nome e che anima la vita culturale della cittadina dove è nato, Fucecchio. Che belli che sono.

Tra tutti, l'ultimo che, tra le tante cose, racconta dei suoi primi passi di cronista. Racconta cioé di come in casa entrasse solo uno dei pochi giornali su cui lui non avrebbe mai scritto. Di come il nonno, che prendeva proprio quel giornale come il Vangelo, non lo prendesse sul serio. E di quanto ci rimaneva male lui, il ragazzino che sarebbe diventato uno dei più grandi inviati speciali della nostra storia.

Il successo, che nemmeno il nonno avrebbe più potuto mettere in discussione, arrivò troppo tardi.

E nelle parole di Indro c'è tutto il rimpianto che, per altri motivi, è cosa di ognuno di noi:

E penso con  malinconia quanto ci corbelli la Gloria: ci mettiamo alla sua ricerca sognando di vedercela riconoscere in famiglia da giovani, e invece ci vien tribitata negli anni della vecchiaia, quando (forse) non c'interessa più


lunedì 3 gennaio 2011

L'inviato speciale fatto fuori dalla velocità

Oltre al mito del giornalista vaggiatore si è (quasi) volatilizzata anche la figura del reporter che si immerge nella realtà in cui è stato catapultato.
Una volta ne aveva il tempo. Restava settimane o mesi sul posto. Oggi la velocità implica anche la fretta

E' dedicato alla "professione reporter", l'ultimo numero del Venerdì di Repubblica. E sono in particolare riflessioni come queste di Bernardo Valli che suonano come una sorta di campana a morto per l'inviato speciale, per il corrispondente di guerra, per il giornalista che, in ogni caso, partiva e arrivava lontano, per raccontarci luoghi ed eventi del mondo, professionista che ci metteva a disposizione il suo sguardo, la sua parola, la sua curiosità, la sua voglia di capire.

Che ne rimane, ora, nel mondo della fretta, dei bilanci in rosso dei giornali, delle nuove tecnologie?

Un tempo il reporter doveva trovare la notizia, oggi la notizia viaggia con lui, ricorda Valli. Se va bene, viaggia con lui.

E quante cose che sono cambiate, in questo senso, anche per chi ama i libri di viaggio, perchè è indubbio che una bella fetta di libri di viaggio sono opera proprio di giornalisti, grandi giornalisti che si trovavano più a suo agio in una capitale straniera o su una linea del fronte che sulla sedia di una redazione. Da Indro Montanelli a Tiziano Terzani, da Luigi Barzini a Oriana Fallaci. Ve li immaginate ancora nell'epoca del turismo di massa?

Però... però... anche Bernardo Valli alla fine apre più di uno spiraglio sul futuro del caro vecchio reporter:


Ha perduto da tempo il talismano della notizia, ma ha conservato quello più sofisticato, più prezioso, dell'analisi della notizia. 

E quello del racconto. Gli è riservato un compito meno popolare, ma più essenziale. Che non richiede tanto l'educazione delle scuole di giornalismo, quanto un'esperienza che non dipenda dal teleschermo e dalla memoria informatica. Ma di qualcosa di più vivo. Di più autentico

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...