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venerdì 3 marzo 2017

Kent Haruf, lo scrittore del non è mai troppo tardi

Ecco, è andata così: da parecchio tempo tengo in bella vista il cofanetto di Kent Haruf con la trilogia ambientata nella cittadina immaginaria (ma così vera) di Holt. E' in cima alla mia pila di letture da fare, prima o poi, solo che non l'ho mai iniziata. Sarà che aspetto un momento speciale per pagine speciali, da cui mi aspetto emozioni pari a quelle che mi hanno riservato altri grandi americani in questi anni, che so, Raymond Carver oppure Elizabeth Strout, oppure John Williams, tanto per dire.

Eppure due giorni fa di Kent Haruf ho preso Le nostre anime di notte (stessa casa editrice, NN), che è l'ultimo suo romanzo, scritto quando era già molto malato. Ieri l'ho cominciato e non l'ho mollato più fino all'ultima pagina.

Mi ci sono tuffato e sono rimasto nell'acqua di queste parole fino all'ultimo. Chi l'avrebbe detto, la storia di due anziani vicini di casa che hanno perso entrambi i loro coniugi. Due solitudini fino al giorno in cui lei bussa alla porta e domanda come se fosse la più naturale delle cose: vuoi dormire con me? Solo per parlare.

Ecco, comincia così, questo racconto lungo o questo romanzo breve, fate voi. Non vi dirò come va a finire - o vi dirò solo che persino nel finale resiste una commovente fiducia nella capacità della parola - ma c'è un'idea che vi entrerà dentro e forse non vi mollerà più, grazie a queste pagine.

Può essere sintetizzata in una frase fatta, ma prima... prima penso a Kent Haruf che combatte contro il tempo che la malattia gli sta lasciando per arrivare in fondo a questo romanzo che probabilmente non farà in tempo a vedere pubblicato. E poi penso a Louis e Addie, i due vedovi, al tramonto di vite che non lasciano andare rassegnati, ma che provano a riacciuffare. Benché tutto congiuri contro di loro, il buon senso come le convinzioni dei rispettabili cittadini di Holt.

Mi immagino l'urgenza che ha presidiato gli ultimi mesi di Kent, la sua lotta per arrivare a raccontare questa storia. E mi immagino che la storia non potesse che essere questa, una storia per urlare contro tutti e tutti questa frase fatta: non è mai troppo tardi.

Perché è alla fine che Louis e Addie cercano di rimettersi in gioco. E' alla fine che Kent trova l'ispirazione per questa storia. E' dalla fine che io ho cominciato a conoscere Kent.



lunedì 24 ottobre 2016

Stoner, la vita più piatta diventa grande romanzo

Può capitare che qualche studente, imbattendosi nel suo nome, si chieda indolente chi fosse, ma di rado la curiosità si spinge oltre la semplice domanda occasionale. I colleghi di Stoner, che da vivo non l'avevano mai stimato gran che,  oggi ne parlano raramente; per i più vecchi il suo nome è il monito della fine che li attende tutti, per i più giovani è soltanto un suono....

Arrivo buon ultimo a questo libro di cui tanti hanno parlato, senza risparmiare parole di cui largheggiamo anche con meno merito: rivelazione, capolavoro, caso editoriale. Arrivo buon ultimo, diffidente come sempre dei libri troppo acclamati, arrivo dopo aver confuso a lungo il titolo con il nome dell'autore e dopo essere passato per un altro suo libro, una vita dell'imperatore Augusto che è comunque grande letteratura.

Arrivo buon ultimo, ma non mi dispiace, perché è più facile sottrarsi al dovere della parola, della spiegazione, del giudizio. E godersi per intero Stoner di John Williams (Fazi editore) un libro che non delude ma che più di altri ha bisogno di silenzio.

La maggior parte degli scrittori, buttato giù il primo paragrafo del romanzo, avrebbero rinunciato - sottolinea Peter Cameron nella postfazione - A che scopo continuare?

Già, com'è che diventa romanzo la vita di William Stoner, docente universitario senza gloria e senza scandali, con la sua parabola priva di colpi di scena? E com'è che questo romanzo dove succede molto poco diventa un miracolo letterario?

Non ci sono fatti di sangue, riti satanici, battaglie politiche, anche il sesso è sotto la soglia del minimo garantito: siamo sempre in attesa di qualcosa, che però si traduce in altra attesa, mentre la vita scivola via, il tempo si accumula.

Stoner, come stone, pietra: e come pietra su cui non cresce niente pare la vita del protagonista. Eppure finiamo per amarlo, Stoner. Finiamo per riconoscerne l'umanità, per riconoscervi la stessa nostra umanità.

E in lui ritroviamo il nostro stesso destino, qualunque sia la la storia della nostra vita. In lui ritroviamo una vita che merita di essere vissuta, una vita più grande di tutte le apparenze, una vita che sa comunque nobilitarsi: sia per l'amore portato a una figlia, sia per gli occhi che si accendono nella passione dell'insegnamento.

giovedì 5 maggio 2016

L'imperatore che cambò il mondo e si domandò perché

Eppure quei giovani erano i miei amici, e mi erano carissimi nel preciso momento in cui, in cuor mio, rinunciai a loro. Quale perverso animale è l'uomo, che ha caro soprattutto quanto rifiuta o abbandona. 

Di John Williams - grande americano di cui rimpiangiamo di avere solo quattro romanzi più un quinto incompiuto - è facile aver letto e ammirato due capolavori come Stoner e Butcher's crossing. Assai meno che si siano affrontate le pagine poderose di Augustus, romanzo corale, ambizioso, di rara intensità che ripercorre la straordinaria vita di Ottaviano.

All'inizio è solo un ragazzo dagli occhi azzurri, il fisico fragile, la compagnia di un pugno di amici con cui è bello condividere le parole dei saggi e i sogni dei giovani. Ma a soli 18 anni, con l'assassinio di Giulio Cesare, il destino lo chiama e lo cambia: dovrà gettarsi nella mischia, imporre l'astuzia della politica e la forza delle spade, ricorrere a tutte le seduzioni. Roma lo chiede, forse il mondo stesso lo chiede.

Sopravviverà a guerre civili, trame, congiure, tradimenti. Ma lo scotto da pagare sarà duro: perché alla fine della sua lunga vita l'uomo che consegnerà a Roma la pace e l'impero sarà anche un uomo solo, amputato negli affetti, senza più nemmeno il conforto della stessa figlia Giulia che dovrà condannare all'esilio. Un uomo che tornerà spesso all'idea di ciò che era, che poteva essere e che è diventato. Sempre allergico alle manifestazioni del potere, all'ipocrisia e all'adulazione di chi lo circonda, ma anche incapace di darsi una vera risposta: ne è valsa davvero la pena?

Romanzo la cui verità - come premette Williams - appartiene più alla verità della narrativa che a quella della Storia (e perciò, mi pare, ancora più vero), Augustus riecheggia inevitabilmente capolavori come Io, Claudio di Robert Graves e soprattutto Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar. Ma poi c'è la scrittura inconfondibile di Williams, tra ricostruzione storica, indagine psicologica, meditazione sui destini dell'uomo.

E davvero: è un libro da cui farsi accompagnare a lungo.

venerdì 16 ottobre 2015

Con John Williams, a caccia del Bisonte (di Arnaldo Melloni)

Un libro meraviglioso,  Butcher's Crossing di John Williams (Fazi), con una scrittura cinematografica che consente al lettore di immergersi nella realtà di un piccolo villaggio sperduto del Kansas nel 1873. L’epopea del West vista attraverso gli occhi di un gruppo di personaggi che poco hanno dell’eroe romantico a cui ci ha abituato la vulgata hollywoodiana.  

La cosa sorprendente di questo romanzo è la capacità di attrazione senza effetti speciali; è una lettura che ti avviluppa con descrizioni minuziose e scarni dialoghi senza nessuna caduta di tensione.

Azzeccatissimi i personaggi, a cominciare dal giovane Andrews, in fuga dalla borghese Boston alla ricerca di avventure, che sbarca nel villaggio di Butcher’s Crossing. Si lascia convincere a finanziare e partecipare ad una caccia al bisonte in una valle tra le montagne del Colorado che durerà molti mesi. Con lui partono l’esperto cacciatore Miller, che assume anche la guida della spedizione, lo scuoiatore Schneider e il loquace vecchietto Charley Hoge, amante del whisky e assiduo lettore della Bibbia.

La rappresentazione che ne esce è magnifica e rende perfettamente l’idea della strage di questi animali in un contesto ambientale tanto bello quanto inospitale. Descrizioni che nulla lasciano all’immaginazione, trasportano il lettore in un mondo di sangue, budella e odori nauseabondi dove l’uomo uccide senza criterio e per pura avidità.
Incuriosisce la totale assenza dei nativi e di qualsiasi riferimento alle conseguenze che hanno subito a seguito della strage di bisonti.
La storia di John Williams, scrittore scoperto e apprezzato solo dopo la sua morte, è veramente particolare. Scrisse solo quattro romanzi assai diversi tra loro ed un quinto rimase incompiuto per la sua scomparsa causata dai problemi di alcolismo che lo attanagliarono negli ultimi anni di vita.
“Butchers’s Crossing” è il suo secondo romanzo. Cronologicamente viene prima di Stoner, libro considerato il suo vero capolavoro ed artefice della sua fama postuma. 

Arnaldo Melloni 

sabato 23 novembre 2013

John Williams, strana cosa la gloria letteraria

Di lui, anzi della sua scrittura, Ian McEwan ha scritto parole così:

Sembra aver toccato la verità umana come succede nella grande letteratura. È quel tipo di prosa che non vuole mostrarsi. È quel tipo di scrittura simile a una superficie di vetro, riesci a vedere immediatamente le cose di cui parla. E credo che questo sia entusiasmante di per sé. 

 Parla di John Williams,  autore credo assai poco conosciuto in Italia, benché il suo Stoner venga considerato uno dei capolavori del Novecento e benché a proposito di un altro titolo, Butcher's crossing, qualcuno abbia scomodato persino Moby Dick.

Alla frase di McEwan sono arrivato leggendo una riflessione di Matteo Nucci sul Venerdì di Repubblica, in relazione a un altro libro di Williams, il suo Augustus, la storia dell'ascesa al potere di Ottaviano raccontata col piglio del grande narratore. Allora ho cercato su Internet e questo è quanto ho trovato.

Williams non ha scritto molto di più. Un altro titolo - Nothing but the night - può essere classificato come il suo primo insuccesso. A cui gli altri fecero seguito. Prima di morire stava lavorando a un altro manoscritto - The sleep of reason - titolo che ci sta più che bene visto l'argomento, la guerra.

Non ebbe fortuna in vita, questo figlio di contadini che arrivò a insegnare scrittura creativa nelle università americane. Per quanto mi riguarda mi sono ricordato solo ora di avere a casa un suo libro - mi ricordavo il titolo, Stoner, non l'autore. Augustus intendo comprarlo a breve. Dieci anni dopo la sua morte si comincia a parlare molto di John Williams. Strana cosa la gloria letteraria.

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  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...