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martedì 7 aprile 2020

Le lacrime che fanno davvero grandi gli eroi

Sul promontorio piangeva, seduto, là dove sempre 
con lacrime, gemiti e pene straziandosi il cuore,
al mare mai stanco guardava, lasciando scorrere lacrime.

Ecco, è così che entra in scena. Non mentre abbandona Troia vinta e saccheggiata, non mentre sfida il canto delle Sirene oppure trova il modo di sfuggire a Polifemo. Dopo aver narrato le vicende di Itaca e altri luoghi, Omero gli si avvicina e lo coglie così: un uomo che guarda il mare e piange, sospirando il ritorno per cui è disposto a rinunciare all'immortalità.

E' con questa immagine che si apre Le lacrime degli eroi di Matteo Nucci (Einaudi), libro affascinante, per certi versi spiazzante, a cui sono tornato più volte. Mi sembra una lettura particolarmente adatta in tempi come questi, in cui l'inquietudine morde ma spesso non ci lascia sfogo. 

Comincia con Ulisse, questo libro, ma abbraccia tutto l'antico mondo degli eroi. Di loro conosciamo le imprese, li abbiamo seguiti nei loro combattimenti e nelle loro vendette, non riusciamo a immaginarceli senza le loro armi: sono tali per il coraggio, la fermezza, lo sprezzo del pericolo. Eppure - e di questo riusciamo a essere meno consapevoli - piangono, piangono molto.

Sono inzuppati di lacrime, i versi che gli sono stati dedicati. Lacrime di dolore e rabbia, di amore e nostalgia, ma in ogni caso lacrime.

Persino di Achille, dell'eroe dalla cui ira funesta discende un intero poema, ricordiamo più volentieri le lacrime sul corpo di Patroclo, oppure le lacrime al cospetto di Priamo, il re nemico che ormai è solo un anziano che piange i figli persi.

Lacrime e a volte - incredibile - persino il desiderio del pianto: desiderio nobile, debolezza che non sminuisce ma rende ancora più grandi. Desiderio che Matteo Nucci trasforma in un viaggio attraverso le storie e i sentimenti. Parlando al nostro tempo, alla nostra mortalità, a ciò che siamo e possiamo essere.

lunedì 2 marzo 2020

L'Odissea fa ritrovare un padre e un figlio

L'Odissea dunque non è solo una storia di mariti e mogli, è anche, e forse ancor di più, una storia di padri e figli. 

Vero: e il bello è che non riguarda solo i padri e i figli degli Achei, riguarda anche noi, padri e figli che vivono millenni dopo la guerra di Troia e il ritorno degli eroi, ma che sono sempre alle prese con le stesse passioni e gli stessi destini.

Ecco perché può succedere quello che succede a Daniel Mendelsohn, critico letterario e scrittore che io ricordo in particolare per Gli scomparsi, meravigliosa storia di viaggio per ritrovare le proprie radici in luoghi condannati al silenzio. 

In Un'Odissea. Un padre, un figlio e un'epopea (Einaudi) David si trova a organizzare un seminario universitario sul poema omerico. E tra gli studenti iscritti, diciottenni o poco più, ecco che sbuca la testa del padre, ottantenne matematico e ricercatore scientifico per niente disposto ad ascoltare in silenzio le lezioni del figlio. "Non capisco perché dovremmo considerarlo un grande eroe" dice il primo di Ulisse. "Sarà un incubo" pensa quest'ultimo già alla fine della prima mattinata e ha le sue ragioni.

Solo che poi succedono molte altre cose: per esempio che il figlio proponga al padre una crociera nel Mediterraneo, nei luoghi del mito, e che il babbo acconsenta. E che il loro viaggiare tra le pagine e sulle rotte marine diventi rivelazione, sorpresa, nuovo inizio.

A volte abbiamo ancora da scoprire il meglio di chi crediamo di conoscere. A volte succede grazie a un libro che parla di storie remote che sono ancora le nostre storie. 

martedì 25 giugno 2019

Egeo, mare infinito di dèi ed eroi

Coelum non animum mutant qui trans mare currunt, diceva Orazio in una delle sue Epistole: cambiano cielo e non animo quelli che corrono il mare. E non so se sia vero, piuttosto dipenderà da come ci si mette in viaggio per il mondo, ma certo non finisce di sorprendermi la possibilità di viaggiare da fermo, grazie a libri che impastano di parole il cuore e l'intelligenza.

Ai non moltissimi di uno scaffale in cui spiccano, solo per esempio, Danubio di Claudio Magris, Praga d'oro di Angelo Maria Ripellino, Anime baltiche di Jan Brokken, Strade Blu di William Least Heat Moon, ecco, volentieri ora aggiungo Arcipelago di Giorgio Ieranò (Einaudi), un libro che non so dire se mi porta più in viaggio per le isole dell'Egeo attraverso i miti o piuttosto in viaggio per i miti antichi attraverso le isole. Non so e non mi importa, quello che conta è che ognuna delle sue pagine è un tuffo spettacolare nel tempo e nello spazio.

L'Egeo, molto oltre e molto prima il mare ambito e sognato dai vacanzieri del mondo intero. Ovvero l'Egeo degli dèi e degli eroi, dei mercanti e degli avventurieri, ripostiglio infinito di storie che peraltro arrivano all'altro ieri: quando per esempio Mikonos era la Tortuga del Mediterraneo, occupata dagli americani a inizio Ottocento. 

La storia  - afferma Ieranò - nell'Egeo procede per addizione. Alla fine sei quasi ubriaco di parole che non sai nemmeno catalogare: mitologia o resoconto di viaggio, fantasia poetica o cronaca. Ma anche questo non importa, è come su uno di quegli scogli, inondati di luce, battuti dal vento. Lo stesso sentimento di immensità, la stessa gioia che non ha bisogno di particolari ragioni.

lunedì 3 dicembre 2018

Il campanile affiora dall'acqua, insieme alla storia della sua gente

Ma oltre a questo non sapevamo che dirci. Forse perché dopo la guerra, insieme ai morti, bisogna seppellire tutto quello che si è visto e che si è fatto, scappare a gambe levate prima di diventare noi stessi macerie. Prima che gli spettri diventino l'ultima battaglia.

Molte cose ci sono dentro questo libro, che è un libro su ciò che non c'è più. O meglio, su ciò che c'era prima in un luogo dove l'acqua si è preso tutto per lasciare un'attrazione turistica del Sudtirolo, un'immagine da cartolina che è l'immagine richiamata anche in copertina. 

Resto qui di Marco Balzano (Einaudi) racconta di come quel campanile che affiora dal lago ha perso la comunità viva intorno, ma anche dell'amore per la propria terra e della voglia testarda di difenderla, di un confine su cui la storia si accanisce, di una lingua madre che non è la lingua del paese cui si appartiene, di una ragazza che vorrebbe fare la maestra ma insegnando nella propria lingua, di una diga destinata ad allagare case e strade, dei soprusi di un regime e degli interessi che nemmeno la democrazia ha saputo fermare. E molto, molto altro ancora.

E' davvero un bel libro, Resto qui, un libro che regala uno sguardo diverso. Difende le ragioni di chi resta e resiste, restituisce parola al silenzio. Malgrado tutto regala una speranza: le storie non devono finire per sempre sott'acqua, dipende da noi se potranno riemergere, insieme a ciò che resta del paese di Curon.

lunedì 6 agosto 2018

Vita da libraio, senza troppi rimpianti

Mi piacerebbe fare il libraio di professione? Tutto sommato direi di no.

Così nel 1936 si domandava e si rispondeva George Orwell, dopo aver soppesato pro e contro. Così non pensa, tutto sommato e dopo aver anche lui soppesato pro e contro, Shaun Bythell, che una libreria se l'è praticamente inventata, in un villaggio di pescatori della Scozia.

Una scelta di vita, certamente. Aggiungerei, è ovv io, una scelta di vita decisamente coraggiosa, se non temeraria. Fatto sta che Shaun Bythell rimpianti non sembra proprio coltivarli. Non fosse altro che una libreria - anche una libreria in un posto sperduto - è sempre un ottimo punto di osservazione per guardare il mondo - e la varia umanità che lo popola - nonché per raccontarlo. Che è quanto fa Shaun in un libro delizioso e raccomandabile.

Una vita da libraio (Einaudi, Stile Libero) è senz'altro il diario di un mestiere che resiste, malgrado tutti i profeti di sventura. E siccome, come è noto, trovo irresistibili i libri sui libri, non potevo farmelo mancare. Ma c'è di più in queste pagine: un commedia umana senza presunzioni, condita di humour scozzese, parecchi luoghi comuni presi di petto e sbriciolati, le molte storie di una piccola comunità che un libraio riprende e riferisce come si farebbe al pub, magari un pub col camino acceso.

Lo stereotipo del libraio insofferente, intollerante e misantropo?  Quello è l'unico che Shaun non si sente di contestare. Un po', ammette, ci si riconosce davvero. Certo è uno che dice pane al pane. Magari in faccia ai molti che reputano che il libraio non lavori ma a suo modo passi piacevolmente il tempo. O che, vai a sapere in virtù di quale ragionamento, una libreria possa vivere d'aria.

Le persone davvero interessate ai libri sono rare - dice - ma coloro che pensano di esserlo sono molto più numerose.... il modo più sicuro per identificarli è che mai, nemmeno una volta, ne comprano uno.

Amazon che pare una battaglia persa, infinite situazioni surreali, conti che a fine mese non tornano quasi mai. Perché non suggerire a Shaun di cambiare vita?

Eppure, se qualcuno mi chiedesse cosa vorrei cambiare, la risposta sarebbe: niente.

Risposta sbrigativa, perchè non c'è tempo da perdere, con tutte le avventure che girano intorno a uno sgabello e tra gli scaffali. Un chilometro e mezzo di libri e un mondo che non finisce più. 



lunedì 5 febbraio 2018

Il viaggio che cambia ciò che noi siamo

Convinti che si è già detto tutto sul viaggio? Sì, forse è vero, il mondo è già stato tutto raccontato, non c'è più angolo del pianeta, ma il viaggio no, perché il viaggio mentre ci cambia cambia con noi. E ci sono libri che ci aiutano in questa consapevolezza.

Ecco, proprio così. Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita (Einaudi) di Federico Pace non è solo libro di splendida scrittura, capace di calamitare attenzione e sentimenti in ogni pagina. E' libro capace di rammentarmi, se mai me ne fossi dimenticato, che viaggiare non significa solo attraversare continenti, macinare chilometri, raggiungere dstinazioni, comunque prendere e partire. Un viaggio è anche ciò che succede dentro.

Federico Pace questo ce lo dice attraverso le ombre di alcuni grandi, da Niemeyer a Einstein, da Van Gogh a  Camus, da Gauguin a García Marquez, fino a David Bowie e Joni Mitchell: tutti fermati - o meglio, accompagnati - in un movimento in cui è la vita stessa che accade.

Le storie raccolte in questo volume - spiega all'inizio - inseguono alcuni protagonisti in quegli attimi e in quei luoghi, in quei viaggi, in quei gesti e in quelle fughe, alle curve del tempo, in cui si sono trovati a desiderare, e ad accettare, che la vita cominciasse ad accadere. O tornasse a farlo di nuovo, dopo un tempo troppo lungo in cui nulla sembrava più possibile.

Il viaggio allora è strappo da ciò che ci appartiene, è sfida che ci chiama alla prova, è disvelamento di una parte di noi che forse prima nemmeno sospettavamo esistesse. E' quel momento, appunto, in cui le cose si rimettono in moto. In cui siamo e diventiamo altro.

mercoledì 27 dicembre 2017

Rigoni Stern e gli alberi che sono saggezza

Chi conosce la scienza, diceva Anton Cechov, sente che un pezzo di musica e un albero hanno qualcosa in comune. Non credo di conoscere la scienza, così come in effetti non sono un grande esperto né di musica né di alberi. Però anch'io ho questa convinzione, o forse sarebbe meglio dire questo sentimento: che abbiano davvero qualcosa in comune, qualcosa che ha a che vedere con la forza della vita e con la sua segreta armonia.

Questa citazione la usa nell'introduzione di Arboreto Salvatico (Einaudi) uno scrittore che andrebbe letto da capo a fondo e non solo per Il sergente della neve. Mario Rigoni Stern - chi ancora non lo coosce provi con queste pagine - è anche l'uomo legato alla sua terra, ai lavori e alle stagioni, alla bellezza della natura che a volte le parole riescono a esprimere. La sua apparente semplicità è come il secchio che tira su acqua da un pozzo profondo. Le sue storie di vita e morte offrono una sorprendente saggezza, di cui abbiamo bisogno come l'aria.

Come in questo libriccino di poche pagine e forti emozioni, dove proprio bellezza, semplicità e saggezza  si intrecciano.  Pensare che è soltanto un arboreto su carta, la descrizione dei caratteri di venti alberi a cui Rigoni Stern è particolarmente legato. Quasi tutti sono alberi che ha intorno a casa, sul suo altipiano di Asiago. Molti li ha piantati lui stesso, magari insieme al figlio.

E vorrei soffermarmi proprio su questo, su quanto esprime un gesto come questo, piantare un albero: sembra un fatto banale, eppure quale concentrato di bellezza, semplicità e saggezza - appunto - sa custodire. Arboreto salvatico non è da meno de L'uomo che paintava gli alberi nel rivelarcelo.

Li metti a terra, gli alberi, che sono solo fragili piantine, più basse di te, di incerta sopravvivenza. Poi crescono di anno in anno, allungano le radic ie  le fronde, cominciano a fare ombra e a porgere i loro frutti. Tu intanto invecchi, diventi meno agile e più facile a stancarti. Ogni giorno sei più vicino alla morte ma intanto i tuoi sguardi, ogn mattino, accarezzano gli alberi: rimarranno anche dopo di te, sono il tuo regalo ai figli, ai nipoti, alla vita.

Voler bene agli alberi, ci dice Rigoni Stern, è voler bene a ciò che è più grande, che dura di più. Fino a riscoprire un qualcosa che ha che vedere con il sacro - e che davvero è inesprimibile.

Con il popolo degli alberi i nostri antenati avevano un rapporto più diretto ma anche più conoscitivo e rispettoso in forza di religione e per sensibilità. Quando gli uomini vivevano dentro la natura, gli alberi erano un tramite di comunicazione della terra con il cielo e del cielo con la terra.

 Queste pagine aiutano a ristabile questa comunicazione. E attenzione anche al titolo: salvatico, non è sono aggettivo che in altri secoli si adoperava per selvatico. Con la a al posto della e tutto cambia. Il salvatico diventa salvifico. Si fa saggezza l'albero, per condurci alla salvezza.



martedì 7 febbraio 2017

La copertina è il vestito dei libri

La copertina giusta è un come un bel cappotto, elegante e caldo, che avvolge le mie parole mentre camminano per il mondo, mentre vanno a un appuntamento con i miei lettori.

Cosa sarebbero i libri senza le loro copertine? E quante volte abbiano comprato un libro solo perché sedotti da una copertina, senza sapere niente di un autore o di cosa ci sia dentro le sue pagine?

Così importanti le copertine, possono decidere un destino di un libro, anzi, fanno di un libro ciò che un libro è. Non solo perché un libro è anche un magnifico oggetto da toccare, da accarezzare con lo sguardo, da accudire sugli scaffali di casa. Una copertina, in realtà, è anche un modo di raccontare un libro. E' la sua prima traduzione in un'altra lingua, senza alfabeto.

Così importanti le copertine, eppure non è che ci si rifletta tanto. A me almeno è capitato molto poco, fino a che, in questi giorni, non mi sono imbattuto in Il vestito dei libri di Jhumpa Lahiri, libretto uscito per Guanda e prima ancora lectio magistralis tenuta in occasione del Festival degli Scrittori di Firenze.

La scrittrice giusta, Jhumpa Lahiri, donna che attraversa diverse culture e diverse lingue, per raccontare di come le copertine attraversano la scrittura e ne sono attraversate.

Per un autore la copertina è come un saluto. Il libro è terminato, sta per salpare verso le librerie, comincia una vita propria. L'illustratore è tra i primi che lo ha letto, valutato, interpretato. E da questo passaggio dipenderanno molte cose.

Non sempre a dire il vero scrittore e illustratore sembrano parlare la stessa lingua. E come mai lo stesso libro in paesi diversi esce con copertine tanto diverse? Come mai negli Stati Uniti conta più l'individualità della singola opera  - e quindi della singola copertina - mentre da noi pesano più le copertine di collana, che permettono di conoscere più un percorso e una famiglia di autori?

Pesano e funzionano di più, almeno per persone come me, che magari hanno dimenticato da un pezzo un nome e un titolo, ma non le copertine blu di Sellerio o le bianche di Einaudi...

Quante cose che ci dicono le copertine. A quante cose servono. A volte sbagliate, a volte così e così, a volte riuscite. Talvolta addirittura perfette, come un abito che ci sta a pennello....

 Come se lo scrittore e l'illustratore fossero salpati insieme, per quel viaggio che è un libro. 

lunedì 9 gennaio 2017

La parola che vince il silenzio, in quei giorni all'ospedale

Però voglio ascoltare ancora, dissi. Volevo sentiero di nuovo la sua voce, insolita e precipitosa, che raccontava. 

Lei è da tre settimane ricoverata in un ospedale, di New York non sa bene come ne uscirà, quando potrà ritornare a casa e abbracciare i suoi figli. Com'è la vita vissuta e osservata da un letto di ospedale? Quanto si è soli anche se sai di avere una famiglia?

 Poi inattesa si apre la porta della camera. Al suo capezzale si avvicina la madre. Che è cosa che ci si potrebbe anche aspettare, non fosse che loro è da anni che non si incontrano e che, peggio, non si cercano. Ora lei ha fatto un lungo viaggio da una sperduta cittadina dell'Illinois, col il primo aereo mai preso in vita.

"Ciao, Bestiolina", così la saluta, come quando era piccina. E ogni distanza svanisce di colpo, non c'è più nemmeno il tempo che si è messo in mezzo. Solo la voglia di ascoltare quella voce, di tenersi aggrappata a quella voce. Dopo tutto il silenzio che c'è stato.

E lei si siede e non va più via. Per cinque giorni, senza mai allontanarsi, forse solo appisolandosi di tanto in tanto, racconta e racconta. Le vecchie storie di tanto tempo prima. Le storie di famiglia, le storie di paese.

Ecco, è questo Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout (Einaudi), scrittrice che già mi aveva conquistato con altri libri - su tutti Olive Kitteridge - tra le più capaci di entrare nella vita ordinaria delle persone e spremerne il succo.

Libro sulla parola, sulla sua forza, sulla sua capacità di redimere e restituire. Ma anche libro sulla parola che si misura con il non detto, con le storie che più di tutte si stenta a tirare fuori. E sulla parola che poi segna un destino, apre una strada, sa contrastare ciò che sembra irrevocabile e farsi ragione di vita.

La donna che parla in prima persona dei suoi giorni in ospedale anni più tardi diventerà scrittrice di fama: in grado di scrivere anche di sua madre e delle sue storie.

Solo perché ha finito per scegliere la parola al silenzio. Solo perché un giorno quella porta si è aperta.

 

martedì 3 gennaio 2017

Otto montagne più la montagna che ci abita dentro

E diciamo: avrà imparato di più chi ha fatto il giro delle otto montagne, o chi è arrivato in cima al monte Sumeru?

Sono contento di aver cominciato il 2017 con questo libro, è un regalo che mi sono fatto. Me l'ero tenuto da parte, nonostante le buone recensioni che avevo già letto, per consegnarlo a questi giorni più rarefatti, dove anche il freddo e i vetri appannati e le feste che se ne vanno sembrano invitare al raccoglimento e alla parola che risuona dentro. Per una volta non mi sono sbagliato: Otto montagne di Paolo Cognetti (Einaudi) è come una passeggiata su una montagna di inverno, dove gli unici rumori sono i tonfi della neve dagli alberi; è come un lago alpino che alla vista ti allarga il cuore.

Semplice e complesso, questo libro: narra una storia minima, di un figlio i cui genitori amano intensamente la montagna e di un'amicizia che su una montagna scandisce tutte le tappe della vita; i silenzi sono più intensi delle parole; gli sguardi si dirigono sugli stessi boschi, gli stessi pascoli, le stesse creste. Eppure in ogni pagina sembrano vibrare le grandi domande che frugano nel senso della vita.

C'è un padre e un figlio che trascorrono la notte in un rifugio e poi cercano di risalire un ghiacciaio; ci sono due bambini che appartengono a due mondi diversi - la città e la montagna, appunto - ma che nelle scorribande dell'estate si scoprono; c'è l'eredità di un rudere che potrà diventare un rifugio da tutto e da tutti; ci sono questi due amici che crescono e si trovano di fronte alle scelte che contano, alla prese entrambi con la loro solitudine, che sembra consentire solo la loro amicizia, in mezzo a tanta distanza.

Solitudini diverse, scelte diverse, ma l'amore per la montagna come denominatore comune. Più quella domanda che ho messo all'inizio e che richiama la ruota che è simbolo scoperto sulle cime del Nepal:  otto raggi che corrispondono alle otto montagne, circondate da otto mari, e al centro il monte Sumeru. Chi avrà dato più senso alle vita? Pietro, il ragazzo di città, che si metterà in movimento per il mondo, senza alcuna radice, cercando altre montagne? Oppure Bruno, che dalla sua montagna non si distaccherà mai, anche quando lo esigerà lo stesso buon senso?

Magnifico romanzo, Otto montagne, compiuto e asciutto come un romanzo breve, eppure con il respiro lungo della grande storia. Con un italiano bello, ma aiutatemi a dire quanto, che lascia il sapore di ogni frase, sarà che Cognetti non cerca effetti speciali ma lingua precisa, sarà che c'è dietro la lezione dei grandi americani (Jack London? Ernest Hemingway?). Ma soprattutto con tanta montagna: non la montagna dei turisti usa e getta, degli sciatori della domenica, degli alpinisti a caccia dell'ennesimo trofeo, piuttosto la montagna di chi la abita - malgrado tutto -, di chi ci lavora, di chi la sente dentro.

mercoledì 29 giugno 2016

Troppa felicità e quello che succede dopo

E' sempre lei, straordinaria nella dimensione di racconti che per densità e profondità potrebbero essere grandi romanzi, capace di scrivere con la scioltezza di un pittore ispirato,  ogni pennellata una nuova luce sulla nostra umanità. Alice Munro, canadese, premio Nobel qualche tempo fa, per quanto questi riconoscimenti possano contare qualcosa. Per me significano poco, quello che mi importa è la capacità delle pagine di catturarti e non lasciarti più.

Mi mancavano, i dieci racconti della raccolta Troppa felicità (Einaudi). Dieci storie, dieci luci che si accendono su mondi, che irrompono nella quotidianità di famiglie, di comunità di provincia, di esistenze che potrebbero passare per serene, quasi soddisfatte. Qui ci sono persino padri che uccidono i loro figlioletti in un raptus o figli che fanno fuori anziani genitori per una casa. Però potrebbero anche non esserci, perché poi è altro che alimenta la narrazione di Alice Munro, ciò che sta alla superficie ma soprattutto ciò che si agita dentro; illusioni che vengono meno, improvvise prese di coscienza, attimi di straniamento che cambiano tutto, amori che vengono meno non si sa come, pulsioni che incitano alla bugia o a sottili crudeltà.

Racconti da cui ho fatto fatica a separarmi. Più una sorpresa, l'ultimo racconto, quello che dà anche il titolo alla raccolta, inatteso perché con un'ambientazione storica e con una protagonista scovata tra le pagine di una biografia, Sofia Kovalevskaja, donna e matematica russa, con le sue vicissitudini nell'Europa dell'Ottocento.

"La verità è che la matematica richiede molta immaginazione", diceva Sofia. Mi emoziona a pensare alla potenza dell'immaginazione che accomuna quella donna dell'Ottocento ad Alice Munro.

giovedì 14 aprile 2016

Sangue e petrolio, in quella frontiera che è il Texas

Rispetto a JFK, non era rimasta sorpresa. Nell'anno in cui morì c'erano ancora in vita dei texani che avevano visto i genitori scotennati dagli indiani. La terra era assetata. Conservava qualcosa di primitivo.

Benvenuti in Texas, con la sua storia epica e tragica: la guerra con i messicani, la terra strappata agli indiani, le armi che si regalano anche ai bambini e che spuntano ovunque. Frontiera e allevamenti sterminati. Sangue e petrolio.

Tutto questo ci racconta Philipp Meyer in Il Figlio (Einaudi), gran libro che ci porta in luoghi degli Stati Uniti meno frequentati dalla grande letteratura e che pure forse dicono di più - o almeno altrettanto - di questo paese che tanti romanzi ambientati a New York o a Los Angeles.

E' una saga familiare che attraversa tre generazioni, nascita e declino di un impero familiare, fino alla partita finale con il destino. Come quel classico che è i Buddembrook di Thomas Mann, solo in salsa chili. Qui non c'è la buona borghesia di Lubecca, questa è una terra spietata, violenta.

Attenti ai piccoletti, in Texas; devono essere dieci volte più cattivi per sopravvivere in questa terra di giganti.

E spietata, violenta, è anche la trama di questo libro, nel quale però si respira l'aria dei grandi spazi, una singolare libertà. Qui vanno in scena le passioni nel loro stato più puro, senza ipocrisie, senza le lezioni del galateo.

Potenti, i legami del sangue. Solo che può succedere, per le strane traiettorie della vita, che un figlio provi a diventare qualcos'altro. Che siano i libri e non il potere a tentarlo. Che possa persino innamorarsi di una messicana... 

lunedì 11 aprile 2016

Se sono i numeri a condannare il Belpaese


I numeri parlano e raccontano. Così le statistiche ci consegnano la storia di un Paese che, da decenni, arretra e finisce ultimo anche laddove era primo.

Comincia con queste due righe che sanno di sentenza senza appello il nuovo libro del giornalista e scrittore Antonio Galdo, uscito per Einaudi. Verdetto esplicito nello stesso titolo, Ultimi, per non dire del sottotitolo: Così le statistiche condannano l'Italia. E con queste premesse è facile ipotizzare che si tratti di lettura piuttosto sconfortante.

Vero. Però però ogni tanto è salutare non alzare le vele di un viaggio immaginario, non partire sul tappeto volante delle narrazione, ma piuttosto adoperare un libro per tenere gli occhi ben aperti sulla nostra realtà. Fa bene sfatare luoghi comuni e mettere in discussione alibi. Non fosse che è solo così che si può cominciare a disegnare un altro orizzonte.

Com' è possibile che questo nostro paese sia finito come è finito? Galdo qualche risposta prova a darsela e prima di tutto si sforza di fotografare la situazione qual è: mica con l'invettiva e la lamentela, piuttosto con la forza delle cifre.

E' vero, i  numeri parlano, raccontano. A saperli interrogare. E se si riesce a farli parlare può venire fuori anche un bel libro, mica un saggio da esame di statistica. Figurarsi, persino un libro che non è tutto nero, che sa indovinare uno spiraglio, che sa intravedere un domani migliore.

giovedì 31 marzo 2016

Carofiglio e le parole dei passeggeri notturni

- Le menzogne peggiori si nascondono dietro gli avverbi. E sai qual è l'avverbio più pericoloso di tutti?
- Quale?
- Assolutamente. E' l'avverbio che nasconde le peggiori malefatte. Ricordatene quando diventerai grande.


Difficile classificare Passeggeri notturni, l'ultimo libro di Gianrico Carofiglio (Einaudi), difficile assegnarli anche un posto preciso nell'intera sua opera. Raccolta di brevi racconti, forse, ma anche di scritti che racconti non sono, che sono piuttosto microsaggi, spunti, rivelazioni. O piuttosto un almanacco che distribuisce in trenta titoli e trenta testi di tre pagine l'uno l'esperienza di un uomo che sa guardare oltre le apparenze e porre le domande giuste.

Voci raccolte nello scompartimento di un treno notturno, frammenti di conversazione a una cena o a una conferenza, citazioni prelevate da qualche rivista specialistica per una curiosità che non è certo da specialisti.

Parole che costruiscono una visione del mondo, parole che quel mondo provano a decifrare. Parole da maneggiare con cautela, restituendole a un significato preciso, trasparente, liberato dalle peggiori consuetudini.

Non è la prima volta, certo, che Carofiglio ci aiuta al buon uso della parola. Questa volta lo fa accompagnandoci tra storie, personaggi, aneddoti. In fondo è questo il potere della buona letteratura.




giovedì 24 marzo 2016

Con la forza delle parole, per non nascondersi

Non sono un'esperta nel maneggiare la vecchiaia, e neppure la morte. Lo sono - lo sono diventata - nel cercare vie d'uscita al dolore.

E' un libro di una triste dolcezza - o di una dolce tristezza - Così è la vita di Concita De Gregorio (Einaudi). Un libro sugli inevitabili addii, su ciò che passa, su noi stessi che, così è appunto la vita, passiamo. Un libro, in sostanza, sul tempo. Un libro per non nascondersi.

In un'epoca in cui la vecchiaia è qualcosa di cui vergognarsi - e da combattere col miraggio dell'eterna giovinezza e tanta chirurgia estetica - in un'epoca in cui la stessa morte pare qualcosa che è meglio rimuovere, fanno bene pagine così.

Le domande dei bambini, così imbarazzanti e così illuminanti, sono in realtà domande per tutti noi, ginnastica del cuore e della mente per imparare ad accettare e accettarsi.

Incredibile, ci può essere un viaggio tra ospedali e funerali che procede con passo lieve e una strana disposizione all'allegria. Dalla caducità delle nostre esistenze a ciò che davvero rimane. Dal senso di assenza a una sorprendente pienezza.

Grazie anche alla forza della scrittura, perché è anche attraverso di essa che s'impara a domare il dolore: nominandolo e così trasformandolo in forza. 



 

venerdì 18 marzo 2016

Un mistero che sa di vento, salsedine e vecchia Scozia

Prima di tutto c'è il vento che su queste isole batte incessante. Prima di tutto ci sono le nuvole enormi che ridisegnano senza requie il cielo e ci sono le scogliere che precipitano su un mare profondo, pericoloso, agitato. Prima di tutto c'è un mondo alle estremità del mondo, con la sua gente rude, abbarbicata alle sue tradizioni, alla sua lingua gaelica, a una vita che non è cambiata poi tanto, nonostante i Suv e la tv satellitare. Pesca e pastorizia, pioggia e birra scura al pub: benvenuti nell'isola di Lewis, nell'arcipelago delle Ebridi, lembo di Scozia a ovest di tutta l'Europa.

Prima di tutto c'è questo, ma poi c'è un mistero, che riemerge prepotente dal passato e dalle acque di un laghetto prosciugato, con un piccolo velivolo e dentro la carlinga quello che rimane del corpo di una vecchia conoscenza. E c'è un omicidio che esige ancora verità e ci sono molti conti da regolare. Ci sono ragazzi che non sono più ragazzi, cresciuti con bevute, musica celtica e diverse cose che tra loro non sono state dette. E c'è Fin Macleod, ex poliziotto scozzese, che alla sua isola ha fatto ritorno per ricominciare un'altra vita dopo che la precedente è andata a pezzi.

Che bellezza L'uomo degli scacchi di Peter May (Einaudi), atto conclusivo di una trilogia che comprende anche L'isola dei cacciatori di uccelli e L'uomo di Lewis. Che fosse una trilogia l'ho scoperto solo nel bel mezzo del libro. Quasi quasi vado subito a comprarmi gli altri due. Quasi quasi vado a vedere se c'è un aereo per l'isola di Lewis.

lunedì 21 settembre 2015

Dove si nascondeva il tempo migliore della nostra vita

Allora io avevo fede in avvenire facile e lieto, ricco di desideri appagati, di esperienze e di comuni imprese. Ma era quello il tempo migliore della mia vita e solo adesso che m'è sfuggito per sempre, solo adesso lo so.

Ecco, la chiave del libro, perfino la spiegazione del suo titolo, è tutta qui, in queste due righe. Parole che non sono di Antonio Scurati e non sono nemmeno dell'uomo la cui breve vita Scurati prova a restituirci. Ma della moglie - Natalia Ginzburg, scrittrice che in molti abbiamo conosciuto e amato con Lessico famigliare - della moglie, appunto: con queste parole che grondano di malinconia e dolcezza. Quando tutto è ormai finito, quando quel futuro che per qualche tempo sembava schiudersi è ormai morto e sepolto.

Come è importante, come è carico perfino di orgoglio, perfino di una singolare ombra di felicità, il titolo di questo libro: Il tempo migliore della nostra vita (Bompiani).

Io non l'ho comprato per il titolo, ma solo quando ho saputo che parlava di Leone Ginzburg - il marito, per troppo poco tempo, di Natalia, appunto. Leone: ebreo di Odessa, trapiantato in Italia per le varie circostanze della storia, straordinaria figura di intellettuale già da giovanissimo, tra i fondatori dell'Einaudi. Una possibilità in gran parte mancata per la nostra cultura. E chissà cosa avrebbe potuto fare, se la sua strada non si fosse incrociata con quella del fascismo.

Tra i pochissimi a rifiutare il giuramento al fascismo e a perdere così la cattedra conquistata a soli 25 anni - L'onore è un motivato rifiuto. L'onore è obbedire senza abbassarsi. L'onore è sentire la bellezza della vita. E poi l'antifascismo già negli anni in cui tutti si dicevano fascisti. La resistenza con la forza delle parole e delle idee, senza mai sparare un colpo. L'arresto e il confino. La morte in carcere.

Una vita breve, con poca libertà, sempre che non si tenga conto della libertà che è del cuore e della testa e che non si lascia soffocare nemmeno in una cella. Ma soprattutto una vita che è stata una promessa di felicità. Quella di un giorno in cui si potrà non essere eroi. In cui la storia non ci chiamerà alle nostre responsabilità.

Il sogno di un futuro. Nella normalità. Tranne scoprire - magari quando è troppo tardi, magari nei pensieri amari di chi è sopravvissuto - che proprio allora abbiamo giocato le nostre migliori carte. Che lì si annidava il tempo migliore.

martedì 15 settembre 2015

Con John Fante, l'elegia del padre insopportabile e unico

Era una ghenga di strambi, irascibili, duri individui da previdenza sociale: gente ringhiosa, frontale, vecchi bastardi maligni e aspri, che però se la spassavano col loro spirito crudele e i modi profani del loro cameratismo. Non filosofi, non vecchi oracoli che si pronunciavano dalle profondità della loro esperienza della vita; ma soltanto vecchi che ammazzavno il tempo, in attesa che l'orologio si scaricasse. Mio padre era uno di loro

Tenero dissacrante irresistibile John Fante...

E che grande libro che è La confraternita dell'uva (Einaudi), canto del cigno di uno scrittore che forse non ho coltivato come avrei dovuto, convinto, chissà perchè, di trovarmi di fronte a una delle innumerevoli voci della letteratura americana, una delle tante, confusa tra le tante.

E invece come si stacca da tutto quanto ho letto negli ultimi tempi, questa elegia del padre, impastata di malinconia di affetto di risentimento di rabbia di umorismo... e quante cose che ci sono in questo libro che scolpiscono un ritratto indimenticabile di un uomo irascibile violento alcolizzato ignorante dissipatore quasi sempre insopportabile, un uomo che è un padre padrone. Che porta su di sè tutte le ferite e le miserie di un italiano emigrato nell'America che non era il grande sogno per tutti.

E tuttavia un uomo che con le sue mani di lavoratore ha fatto meraviglie, lui che ha costruito una mezza città a forza di sudore e sputi e bestemmie. In fondo un artista.

Un amico unico per la sua confraternita di beoni e giocatori. E sì, un uomo unico, anche lui come tutti indispensabile. 

Da leggere, assolutamente.

venerdì 12 giugno 2015

Un sentiero non si realizza da soli


Il patto tra scrittura e cammino, afferma Robert MacFarlane, è tanto antico quanto la letteratura stessa: una passeggiata può facilmente diventare una storia e non c'è sentiero che non abbia qualcosa da raccontare.

E che non sia solo una affermazione in linea teorica è lui stesso a dimostrarcelo, in uno dei libri più affascinanti che mi sia capitato di leggere negli ultimi tempi. Le antiche vie, questo è il titolo (Einaudi), è un incredibile concentrato di storia e di poesia, un racconto che allarga il cuore e ti spinge al cammino per le strade che nei secoli gli uomini hanno percorso. Ognuno lasciando le sue impronte, come fanno tutti gli animali. Impronte che proprio grazie a questo libro si può provare  a scorgere.

Non ci avevo mai pensato: sono quelle impronte che poi fanno un sentiero, non il contrario. Il sentiero è consuetudine, è creazione consensuale, è il passo dopo passo di molti. Un sentiero non si realizza da soli.

Il sentiero è tempo ed è questo tempo che, tra le altre cose, questo magnifico libro ci aiuta a vedere nel nostro cammino.

I sentieri e i loro segni mi attirano da sempre: catturano il mio sguardo e lo tengono avvinto.

Così afferma Robert MacFarlane, spiegando che il cammino seduce l'occhio ma anche la fantasia. Che forse è l'occhio del cuore: quello che ci aiuta a ripopolare le antiche vie di storie e di anime. 

domenica 17 maggio 2015

Provate Jonathan Franzen, nel giusto tempo

Ci sono libri belli di cui ti vien voglia di scrivere fiumi di parole, fosse solo per condividere il piacere di quella lettura. Ci sono libri bellissimi di cui invece non ti senti capace di dire praticamente niente, sarà che dovresti dire troppo, sarà che ti sembra di sciupare qualcosa, sarà che in effetti non c'è niente da aggiungere e l'unica cosa che puoi fare davvero è un'opera di sottrazione, per lasciare che parli solo il libro, direttamente, senza filtri.

Le correzioni di Jonathan Franzen (Einaudi) per me è un libro così. Un libro che mi ha regalato emozioni che da tempo non provavo e di cui non riesco a parlare, sarà che per parlarne in realtà dovrei parlare di me stesso.

In queste pagine ho visto la mia vita e la vita di tante persone che mi sono vicine. Ci ho trovato il mondo di oggi, la sua economia, la cultura che va per la maggiore. Allo stesso tempo sono entrato prepotentemente dentro la storia di una famiglia, inferno e squarci di tenerezza.

Pensare che per anni è rimasto dalle parti basse della pila di libri "in attesa di lettura", come una pratica burocratica che si cerca di non evadere, rimandandola alle calende greche. Una volta l'avevo perfino attaccato, due o tre paginette di approccio e poi l'immediata resa, per pigrizia: troppe pagine, caratteri troppo fitti, e poi che sarà mai, solo un altro buon scrittore americano.

(a dimostrazione che ogni libro ha il suo tempo. Mi era successo anche con l'Ulisse di Joyce)

Poi ho scoperto che Le correzioni aveva la dimensione ideale per un viaggio in aereo e una vacanzina in bicicletta. Ora l'ho finito da qualche giorno ed è sempre qui, accanto al mio computer. Non ho il coraggio di rimetterlo sullo scaffale.

E rifletto sulle "correzioni" del titolo, sulle traiettorie che non sempre sono quelle di una palla di biliardo, sui diversi movimenti che a volte dovremmo imprimere alle nostre vite, sulla triste constatazione che quasi sempre non siamo noi a correggere la vita, piuttosto è la vita che ci corregge: refuso da cancellare, variabile dipendente, discolo da rimettere in riga.

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...