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lunedì 2 marzo 2020

L'Odissea fa ritrovare un padre e un figlio

L'Odissea dunque non è solo una storia di mariti e mogli, è anche, e forse ancor di più, una storia di padri e figli. 

Vero: e il bello è che non riguarda solo i padri e i figli degli Achei, riguarda anche noi, padri e figli che vivono millenni dopo la guerra di Troia e il ritorno degli eroi, ma che sono sempre alle prese con le stesse passioni e gli stessi destini.

Ecco perché può succedere quello che succede a Daniel Mendelsohn, critico letterario e scrittore che io ricordo in particolare per Gli scomparsi, meravigliosa storia di viaggio per ritrovare le proprie radici in luoghi condannati al silenzio. 

In Un'Odissea. Un padre, un figlio e un'epopea (Einaudi) David si trova a organizzare un seminario universitario sul poema omerico. E tra gli studenti iscritti, diciottenni o poco più, ecco che sbuca la testa del padre, ottantenne matematico e ricercatore scientifico per niente disposto ad ascoltare in silenzio le lezioni del figlio. "Non capisco perché dovremmo considerarlo un grande eroe" dice il primo di Ulisse. "Sarà un incubo" pensa quest'ultimo già alla fine della prima mattinata e ha le sue ragioni.

Solo che poi succedono molte altre cose: per esempio che il figlio proponga al padre una crociera nel Mediterraneo, nei luoghi del mito, e che il babbo acconsenta. E che il loro viaggiare tra le pagine e sulle rotte marine diventi rivelazione, sorpresa, nuovo inizio.

A volte abbiamo ancora da scoprire il meglio di chi crediamo di conoscere. A volte succede grazie a un libro che parla di storie remote che sono ancora le nostre storie. 

giovedì 1 settembre 2016

Annie e il padre che non l'aveva mai fatta vergognare

Mi portava da casa a scuola sulla sua bicicletta. Traghettatore tra due sponde, con la pioggia e con il sole.
Forse il suo più grande motivo di orgoglio, o persino la giustificazione della sua esistenza: che io appartenessi a quel mondo che l'aveva disdegnato.

Bastano righe come queste per far emergere l'intera vita di una persona senza storia, tra le tante: prima contadino, poi operaio, infine gestore di un bar-drogheria della provincia normanna, uomo del popolo, uomo senza istruzione e modi da cittadino, vita sottomessa alla necessità. Per rappresentare lui e per illuminare la relazione con la figlia, che lui ha fatto di tutto perché potesse studiare e fare una vita diversa, senza per questo mai immaginarsi che un giorno sarebbe perfino diventata scrittrice.

Di Annie Ernaux avevo già letto Gli anni, opera stupefacente, capace di mettere insieme autobiografia e storia collettiva, lettura che mi aveva conquistato fin dalla prima pagina. Ma che dire allora di quest'altro libro, Il posto (L'Orma edizioni)? Oserei parlare di capolavoro, se la parola non fosse logorata dall'uso.

Un libriccino in fondo, che si può leggere in due ore. Vai a sapere però quanto rimarrà dentro, vento di emozioni e di riflessioni che non viene meno. Quante cose, che ci sono: due generazioni a confronto che non sanno riconoscersi ma che si scoprono negli affetti, la fedeltà alle proprie radici e il bisogno di voltare le spalle a ciò che c'è di più caro, la famiglia e il mondo, gli immensi tesori di umanità nascoste in vite di lavori umili, di giorni che scorrono sotto gli eventi.  I silenzi, la forza del sentimento, le cose che resistono e che si mettono in moto comunque, basta avere occhi per guardare.

 Racconta suo padre, Annie Ernaux, parole, gesti, gusti,  racconta i mestieri più difficili del mondo, quelli di genitore e quello di figlio. Entra nel terreno più difficile per una scrittura che non inventa e non si sottrae - ci ho messo tanto perché riportare alla luce fatti dimenticati non mi veniva così facile quanto inventarli - e prima ancora che le storie di famiglia mette a nudo quei nodi emotivi che più di tutti è un'impresa sciogliere, sarà che ci sono troppi rimpianti. Distacchi, parole che si sono fatte mancare, incomprensioni, piccole crudeltà quotidiane.

Parabole di vita che a volte si cristallizzano in uno sguardo, in una frase.

La madre: "E' un uomo di campagna, cosa volete farci".

Il padre: Un giorno, con sguardo fiero: "Non ti ho mai fatto vergognare".

Mondi distanti. Mondi che i sentimenti, come la legge di gravità, riportano insieme. Nel tempo, col tempo. 

sabato 29 dicembre 2012

La donna vestita di nero di Michela Murgia

- Non mi si è mai aperto il ventre, - proseguì, - e Dio sa se lo avrei voluto, ma ho imparato da sola che ai figli bisogna dare lo schiaffo e la carezza, e il senso, e il vino della festa, e tutto quello che serve, quando gli serve. Anche io avevo la mia parte da fare, e l'ho fatta.
- E quale parte era?
- L'ultima. Io sono stata l'ultima madre che alcuni hanno visto.

Che libro potente, Accabadora di Michela Murgia, per quello che dice e per quello che tace, per le parole con cui avvicina il mistero della vita e per le parole con cui se ne tiene a rispettosa distanza. Libro necessariamente poetico, perché solo la poesia può raccontare e allo stesso tempo tacere. Libro che apre uno squarcio di luce su una Sardegna arcaica, prossima al precipizio della modernizzazione, per donare grani di una possibile verità che in realtà non prescinde da noi.

E quella figura vestita di nero, che talvolta viene chiamata di notte, la vecchia sarta che altri chiamano accabadora: l'ultima madre, pronta a farsi carico di una morte pietosa. Lasciate da parte le lacerazioni dell'etica, le diversi visioni sulla vita e sulla morte. Prima di tutto c'è la grandezza di questo personaggio.

Questa figura d'ombra, che appartiene all'ombra. E che come un'ombra tornerà di tanto in tanto a trovarci per porgere le domande più difficili e necessarie.

martedì 13 novembre 2012

Il bisturi della parola per dissezionare la vita

Perché ti racconto tutto questo? Non ho una risposta da darti. Una delle mie risposte precise, brevi, "chirurgiche", come le chiami tu. E' l'emorragia della vita che bussa alle tempie. Come l'ematoma della tua scatola cranica. Adesso lo so, Angela, sei tu che stai operando me.

Pensare che mi sono deciso a leggere questo romanzo solo 10 anni dopo che si è imposto all'attenzione generale con la vittoria dello Strega e comunque molto tempo dopo che ho visto il film che ne è stato tratto. Sarà che con me funziona così, mi riesce difficile leggere un libro dopo che ho visto il film, spero che non sia solo "perché la storia la conosco già".

Ma che meraviglia Non ti muovere di Margaret Mazzantini. Un libro che ti strappa il cuore fin dalla prima pagina. Quella giornata di pioggia, il motorino che scivola sull'asfalto bagnato, la corsa in ambulanza della ragazza di 15 anni, verso l'ospedale dove lavora il padre, verso una speranza di salvezza esile come un filo di luce attraverso una porta socchiusa. 

E il padre che non entra in sala operatoria, il padre che attende fuori e cominca a raccontarsi, a raccontare se stesso alla figlia che è di là, a dissezionare la sua stessa vita come se fosse lui su un tavolo operatorio e il bisturi tagliasse l'epidermide delle certezze, delle cose che altri possono sapere di un professionista rispettabile, di un uomo di successo.

E segreti che il tempo ha seppellito ma non cancellato, ricordi che ritornano e sono lame che penetrano nella carne, sentimenti di colpa che sono il fardello della vita.

E la storia, va bene, la storia. Ma questo libro è in primo luogo la potenza del linguaggio, è la parola precisa, insostituibile, necessaria, la parola che coglie con precisione ogni emozione, come un bisturi che non sbaglia.
 

lunedì 29 ottobre 2012

L'uomo che cammina per cercare suo figlio

C'è l'Uomo che cammina, padre di un giovane soldato morto da tempo, che una sera lascia la casa, la moglie, il brodo caldo sulla tavola, per andare "laggiù" a cercare suo figlio.

Comincia a camminare in una città mitologica e senza tempo e, di lì a poco, dietro a lui si forma una processione dolente di madri e padri che hanno perso i loro figli. Ognuno racconta la sua storia. Un compendio della cultura occidentale: la Bibbia, Erodoto, Antigone, Orfeo e Euridice, Amleto, il pifferaio magico. Dalla tragedia greca a La terra desolata.

Grossman fa l'ordinazione e poi abbassa la voce. Si comincia:

"Mia moglie sostiene che la poesia è più vicina al silenzio. Davanti a una tragedia non ci sono parole, non sappiamo dire altro che: non ho parole. Di solito quando scrivo non pianifico come sarà la forma, perché so che viene dal contenuto, ma stavolta è stato subito chiaro che la poesia è la lingua del mio dolore".

(dall'intervista di Paola Zanuttini a David Grossman, sul Venerdì di Repubblica, in occasione dell'uscita dell'ultimo libro, Caduto fuori dal mondo)

sabato 25 agosto 2012

Ma quanti discorsi sul tempo, in questo viaggio

Ma quanti discorsi sul tempo, in questo viaggio…

Sul mio tempo, sul tempo di Ernesto. Quanto ci penso. Temo di aver irrimediabilmente smarrito nel labirinto della memoria Ernesto a due anni, Ernesto a tre anni, Ernesto a quattro anni...

Come quando gli si sono spalancate le porte della prima elementare, un passaggio che presumo doloroso come un rito di iniziazione in una tribù dell’Amazzonia. Da allora in diversi si sono messi di buzzo buono per fare di quel frugoletto gioioso e caparbiamente indisciplinato un piccolo adulto, con quale scempio di fantasie e sogni, non so.

Il tempo corre, maledizione, un battito di ciglia e la nostra presunzione di eternità si dissolve.

Vorrei essere uno di quei giapponesi mezzo monaci e mezzo poeti per spiegarmi meglio.

Però il tempo non è solo tempo, è anche qualità del tempo. Capacità di assegnare priorità al tempo.

Rifletterci sopra mentre Ernesto è tutto assorbito dal suo diario è naturale come bere un bicchiere d’acqua. Naturale proprio ora che la luce filtra ancora dalla finestra senza persiane, come usa da queste parti, perché la luce non è da tenere fuori e sprecare.

Da sempre sono alle prese con la sensazione che il tempo sia agli sgoccioli, che il rubinetto possa chiudersi. Però stasera mi abbandono al verso del grande poeta libanese Khalil Gibran:

Tu sei l’arco che lancia i figli verso il domani.
 

E meraviglia, ora c’è anche Ernesto che si volta verso di me, nemmeno mi avesse letto nel pensiero. Che si volta e mi dice:

Sai babbo, ho scritto che oggi è stata una bella giornata.

(da Paolo Ciampi, Le nuvole del Baltico, Mauro Pagliai editore)

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...