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domenica 28 luglio 2019

Marisa e il romanzo che ci riporta sull'Appennino

E dunque, da dove cominciare? Forse dai tre anziani fratelli che nel giro di pochi mesi scompaiono uno dopo l'altro, tanto da destare il mormorio della gente, perché uno va bene, due anche, ma tre non può essere più un caso. Oppure dalla figura di Saverio, giornalista come credo di aver conosciuto in diverse redazioni locali, spezzatino di talento, di amore per la professione e disillusione, se non altro lui prova a esorcizzare la routine di una vita con le complicazioni - e quali complicazioni - dei sentimenti. O forse, ancora, da un intero paese dell'Appennino tosco-emiliano, con le sue storie sedimentate nel tempo, le memorie che non sono mai univoche, gli intrecci di interessi e relazioni, il fluire incessante di pettegolezzi, confidenze, illazioni. 

Non so bene da dove cominciare, per parlarvi de L'ultimo dei Santi di Marisa Salabelle, e credo che questo sia già un buon inizio, vuol dire richiamare la ricchezza del libro, con i suoi molteplici spunti e possibili piani di lettura. Un giallo, sì, certamente: ma un libro, un bel libro, soffre se chiuso dentro una definizione di genere. 

Ne L'ultimo dei Santi ci sono misteri, investigatori, indagini, una trama che si scioglierà in modo imprevedibile. Però non è un caso che sia stato scelto per aprire la collana Appenninica, curata dal sottoscritto e da Marino Magliani per la casa editrice Tarka.

Perché dentro ci sono i colori e gli odori dell'Appennino, perché dell'Appennino c'è la gente, perché persino il paese di Tetti, per chi frequenta i posti, diciamo, tra Pistoia e Porretta Terme, è posto che esiste e si riconosce. Perché Marisa ci racconta cos'è stata questa montagna non troppo tempo fa, ancora nel secondo dopoguerra, e cosa è oggi: sempre più marginale, abbandonata, incerta sul suo futuro. 

Ma chissà, forse sarà anche grazie a libri come questi, buone storie per buone penne, che riusciremo a immaginarci un futuro per la nostra montagna. 

venerdì 16 novembre 2018

L'albergo dei perdenti nel fervore di Buenos Aires

Quando morirò non piantate un salice sulla mia tomba, ma una macchina da scrivere.

Così lasciò scritto Enrique González Tuñón, scrittore argentino della prima metà del Novecento, che con le parole provò a contenere il male di vivere e a riscattare l'inesorable richiamo dei margini e dei bassifondi. Così dipanò le storie dei perdenti, si perse in conversazioni da bar e bevute fino al mattino, morì troppo presto lasciandoci il sospetto di un talento in parte inespresso. Nel suo ultimo libro - La strada dei sogni perduti - parlò degli uomini che perdono i loro sogni. E non è come per gli oggetti smarriti, che ogni tanto si ritrovano.

Nessuno, che io sappia, ha mai restituito un sogno. Nessuno.

Nella sterminata prateria della letteratura sudamericana - o anche solo argentina - ecco ora rispuntare la sua figura troppo facilmente dimenticata. Merito della casa editrice sarda Arkadia, con la sua collana Xaimaca che, curata da Marino Magliani e Luigi Marfé, punta a restituirci le voci di scrittori di un continente che non finisce di sorprendere. 

Letti da un soldo è una raccolta di racconti che girano intorno a cinque persone che gli americani chiamerebbero losers. La risacca della vita li ha sospinti in un albergo che è una stamberga, dove si dorme al prezzo di un peso e con almeno un occhio aperto per guardarsi da topi e ladri. La fame è loro compagna, amplifica le sensazioni, inasprisce gli animi, succhia energie. Ma ancora più devastante sono la malinconia, il rimpianto, il sentimento dello spreco. 

C'è più passato che futuro. Ma c'è anche il presente di una Buenos Aires in tutto il suo fervore, in cui ogni strada è un groviglio di umanità. Ci sono moli, bordelli, caffè. Tossici, puttane, spie incrociano i loro destini con quelli di poeti mancati e di anarchici votati alla sconfitta. E a notte rimane solo l'eco di un tango, come una luce prima del risveglio: poi tutto sarà ancora più difficile.

lunedì 3 settembre 2018

Preda e predatore tra Liguria e Sudamerica

Le cose si accettano. Come il fatto di sentirsi quel rotolo di pancia sotto la canottiera o avere solo un nome, e lui è Leo e basta. 

Leo, che in questa storia abbraccia due epoche e due continenti. Leo, che  non sai più se sia preda o predatore. Leo che si affanna per accaparrarsi un rudere di villa ma che più di un atto di proprietà si contenterebbe di conoscere il destino di una persona cara. Leo, il protagonista del libro con cui Marino Magliani torna al romanzo: Prima che te lo dicano gli altri, edizioni Chiarelettere.

E' bello inseguire Leo pagina dopo pagina, immergersi nella trama degli eventi, persino stare col fiato sospeso per vedere come andrà a finire, nemmeno fosse un thriller. Bello anche semplicemente immergersi in una scrittura che, a mio modesto parere, è assieme lirica e potente, scabra e intensa, allergica agli effetti speciali eppure affilata come una lama. 

Quante cose che ci sono, dentro questo libro: alcune, certo, che ho avuto modo di scoprire dentro altre opere di Marino, non fosse altro che fanno parte della sua biografia. Solo che anche quest'ultime si sciolgono dalla precedente scrittura - di viaggio e paesaggio - e si mettono al servizio di una storia dura, intensa, a volte spiazzante. 

E ci sono due anni, a mezzo secolo di distanza l'uno dall'altro: uno, il 1974, che è stagione battuta dalla nostalgia, l'altro, il 2024, che è futuro già compromesso dal nostro presente.

C'è la Liguria di una volta, di carrugi e campi coltivati, ma anche la Liguria di oggi, con il cemento, le multiproprietà, la speculazione e il degrado che dal mare son saliti in montagna: La Liguria invasa da tedeschi e dai rovi.

C'è l'Argentina, che più o meno è l'Argentina di oggi,  tango, pampa e malinconia, ma anche troppi scheletri negli armadi. L'Argentina con il suo passato che è spettro ed è ingombro, con le efferattezze dei generali e il silenzio assordante dei tanti desaparecidos. 

E c'è Leo, appunto, Leo alle prese con il mistero di un morto che si può dubitare sia morto.

E oltre alla storia, ai suoi personaggi, ci sono frasi che a volte sono sciabolate di luce e a volte sembrano fatte della stessa terra che descrivono. Altre volte ancora sembrano raccontare qualcosa, molto, dello stesso Marino, lui che in questi anni ha saputo portarci tanta buona letteratura dal Sudamerica.

Mi piaceva, sai, tradurre. Perché tradurre è far finta di raccontare la stessa cosa, ma mai quella.

Forse in questo libro ha fatto qualcosa del genere anche con Leo. E con se stesso.


 

domenica 26 agosto 2018

Vale la pena, quel nome in copertina?

In effetti, se sei qui devo dedurre che non avrò mai successo come scrittore.

Domanda, fatta col senno di poi: è questo che desideravi? O meglio ancora, con l'ineffabile crudeltà di chi gode a rigirare il coltello nella piaga: ne valeva davvero la pena?

Quante altre domande, altrettanto impietose, ci sarebbero. Però mi fermo qui. Tanto è solo per dire che è un gioco maledettamente serio quello che ci propone Marco Visinoni con Il caso letterario dell'anno, prima notevole uscita della collana Senza rotta che Marino Magliani cura per la casa editrice Arkadia. Maledettamente serio, malgrado l'inventiva della trama e l'immaginario pop, l'overdose di ironia e le volte che non sai se indugiare per goderti la scena o se proseguire per vedere come andrà a finire. 

Maledettamente serio: e forse proprio per tutto questo.

Da una parte ecco lo scrittore - o l'ex scrittore - da giovane (o da quasi giovane),  che trascina le sue giornate più o meno come un universitario fuori sede e fuori corso, storie di bar e di letto, una casa che è un disastro e i conti che non tornano più. Qualcosa cova sotto la cenere, ma non c'è più fiamma, tanto vale mantenersi vendendo buone idee per libri di altri.

Dall'altra parte ecco il suo io futuro che un giorno bussa alla porta e dal futuro porta qualcosa che potrà cambiare il suo presente: e quindi anche lo stesso futuro. I biglietti per vincere alla lotteria, per esempio, ma con essi anche la possibilità di mettere il proprio nome e cognome sul caso letterario dell'anno. 

Tante saranno le cose che succederanno e non sarò certo io a raccontarvele. Però è da quando ho terminato questo libro che mi gira per la testa l'idea della macchina del tempo, messa in movimento non per scoprire altre epoche e altri mondi ma per ritrovare la nostra vita e cambiarla. Ci penso e penso al mio io futuro che bussa alla porta e mi cambia le carte in tavola: ipotesi inquietante, persino se le nuove carte fossero migliori.

Un best-seller per esempio, il tappeto rosso della fama letteraria, con un bel conto in banca per di più. Assai più di uno specchietto per le allodole. Però poi quella macchina del tempo mi sembra come un'astronave capace di cogliere con un solo colpo d'occhio la vita intera, tutta la vita che ci è data.

E allora sì che c'è quella domanda - e le altre che ne discendono. Mica solo perché siamo in tempi in cui si legge poco ma tutti smaniano di essere pubblicati. Non è solo questione di vanity press, come la chiamano gli inglesi. Piuttosto, conta davvero quel nome e cognome in copertina?

ps: di questo ottimo libro dovrei dire molte altre cose, per esempio che dentro c'è un viaggio in Islanda. Dimostrazione, tra l'altro, che Visinoni non viaggia solo nel tempo, viaggia anche nel nostro mondo: e che dentro il nostro mondo sa raccontare altri mondi. 

martedì 6 marzo 2018

L'aria ride nelle parole di Marino Magliani

Sto leggendo questo libro. In realtà ho iniziato a leggerlo lo scorso anno a giugno che mi trovavo a Firenze e ho scoperto, non lontano dal mio albergo e dal Duomo, una biblioteca con caffè e il giardino, e negli scaffali il carteggio tra Sibilla e Dino.

Lettere stupende, telefonavo a una cara persona gliene parlavo, ne discutevamo, e tornavo a leggere. Mi incuriosiva di questo legame di cui sapevo poco il peso che i due amanti dovevano sentire, una specie di senso di colpa perché in comune avevano un buon amico: Giovanni Boine.

Lei l'aveva avuto come amante e ne era uscita abbastanza bruciata, un amore breve ma intenso, una pausa in mezzo all'amore per Cascella. Dino Campana doveva invece a Boine la prima vera e immensa recensione apparsa su La Riviera Ligure, quella stupenda rivista curata allora da Mario Novaro e che esce ancora, grazie a Maria Novaro e dalla Fondazione Mario Novaro Onlus. E in un mondo in cui si perdevano i manoscritti di Campana e lo si prendeva poco sul serio, Boine aveva saputo intuirne il genio.

Ora, nel 1916, Boine era prossimo alla fine, malato a fondo, giovane, disperato. E disperato dovevano esserlo anche loro, Campana e Sibilla. Le ultime lettere di Dino sono dal manicomio, lei non gli risponde più. Ricordo bene che leggendo, non mi sentivo di giudicarla, peraltro non giudico in questi casi, ne ho abbastanza dei miei di casi.

Ma lui non era riuscito a contenere le sue furie e non doveva essere stato facile per lei. La sera, dopo un pomeriggio di letture, raggiunsi Paolo Ciampi alla libreria On the road. Non credo che parlammo di quel carteggio e di quell'amore o forse sì. Ma ora mi ritrovo a leggere L'ARIA RIDE (Aska edizioni), e torno in quel caffè, e passeggio per boschi e attraverso torrenti e tocco il muschio e i licheni che hanno toccato loro, Sibilla e Dino, durante quelle loro passeggiate.

E lo raccomando a tutti, è bello, questo libro, pieno di luce e verdura e rumori di frasca e acqua e poesia e baci. E poi, consentitemi, è così bello pensare che non sia stato Dino a raggiungere Sibilla ma dopo averle appunto assicurato che viaggiava lui, ha cambiato idea e ha chiesto a lei di raggiungerlo.

Hai capito, Dino?

Marino Magliani

giovedì 8 giugno 2017

L'esilio dell'uomo che era il suo cane

Non so quando cominciai a divertirmi a collocare nell'aria i nomi delle città, dei paesi, delle regioni, però ricordo bene che mettevo tutto a posto e poi mi facevo i complimenti.

Apri una pagina a caso de L'esilio dei moscerini danzanti giapponesi di Marino Magliani (Exòrma) ed è facile imbattersi in una frase così, che ti entra dentro per muoverti qualcosa. Frasi come: La nostalgia non la senti quando sei lontano, ma quando sei lì, al tuo paese, e sai che fra poco te ne vai. Oppure: Per quanto mi riguarda, non c'è mai stato un momento in cui io non abbia invidiato chi riusciva a risiedere.

Anche solo per questo raccomanderei la lettura, perché è scrittura densa, mai banale, capace di andare a fondo. Però c'è molto di pù, perchè dentro c'è tutta una vita, sospesa tra arrivi e partenze, tra radici ed esilio.

C'è un uomo - un uomo in cui certo c'è molto di Marino - che è ligure di roccia, ligure di vallate da cui non si intravede il mare, che a un certo punto della giovinezza volta le spalle a un paese da cui si è sentito tradito. Ci sono gli anni dell'irrequietezza, tra la Costa Brava dei residenti della notte e un'Argentina che non è Buenos Aires e non è nemmeno l'immensità della Patagonia, ma un luogo sperduto nella pampa. C'è l'Olanda infine - infine? -  che diventa il nuovo posto dove vivere, con i suoi canali, le dune e l'odore del mare, con le finestre senza imposte e la buona educazione.

E c'è una donna, che è stata una possibilità ai tempi della scuola, ma una di quelle possibilità che per qualche ragione non  si concretizzano mai, rimangono sogno, desiderio, pensiero che non si fa passo o domanda. Possibilità ma ora anche riannodarsi di qualcosa, fuori tempo massimo, sia pure uno scriversi a distanza, un impiegarsi come punto di riferimento, come tessuto connettivo di una vita da raccontare in primo luogo a se stessi.

E c'è un mestiere che è quello di traduttore - e tradurre è un po' come viaggiare, un po' come andare e ritornare dalla Liguria all'Olanda, dall'Olanda alla Liguria - un mestiere che ha un significato particolare per un uomo che ha cominciato parlando il dialetto e facendo vivere le cose attraverso le parole del dialetto, siano frutta o interi paesi.

E ci sono molti incontri - persone come Peter, l'olandese che va a pesca e scrive poesie, perfetto esempio di regale marginalità - ma c'è anche immensa solitudine, una solitudine di vento e acqua salmastra, di lunghi pomeriggi senza luce e di passeggiate senza una meta e senza un motivo:

Lei non ha un cane, mi chiede ancora ogni tanto qualcuno.
Glielo spieghi tra quel po' di noia e di mezza contentezza perché in tutto il giorno non hai fatto una parola.
Brav'uomo, io sono il mio cane.

Ecco, cose così. Cose per cui merita leggere L'esilio di Marino. Non fosse altro che per saperne di più sui moscerini danzanti e su un altro piccolo animaletto - il talitro - nomade senza requie su dune che non sono quelle di Olanda, ma della mia Toscana.

Per questo e per provare a capire cos'è che ci mette in movimento, cos'è che ci fa sospirare il ritorno.

lunedì 11 luglio 2016

Le parole che gonfiano le vele del mito

Non fatevi ingannare dal titolo - Noleggio arche, caravelle e scialuppe di salvataggio - o meglio, sintonizzatevi con questo titolo, che prova a mettere insieme ironia e avventura, leggerezza e voglia di andare a vedere cosa c'è di là, perché, come recita la saggezza popolare, se non si va non si vede.

Titolo curioso per un libro curioso, che Riccardo Ferrazzi pubblica in una collana curiosa, Bassastagione, dell'editore Fusta di Saluzzo. Opere - a cura di Marino Magliani e Stefano Costa - capaci di mettere insieme geografie umane e paesaggi letterari, scommettendo su una singolare qualità.

Se volete capirne di più, ecco anche il sottotitolo, certo più esplicativo: Breve discorso sul mito. Ma anche in questo caso non fatevi ingannare. Questo non è un saggio denso e faticoso, su un tema che peraltro è tra i più importanti e intriganti che hanno accompagnato la storia dell'umanità.

Perché i miti - ci spiega Ferrazzi - contengono la prima manifestazione della nostra civiltà, sono il repertorio dei nostri vizi e dei nostri valori, la cartina tornasole del coraggio e della sofferenza. Per comprenderli bisogna in un certo modo mettersi in viaggio e rendersi disponibili all'avventura.

E dunque, questo è il viaggio che Ferrazzi ci propone. Dai miti della Genesi, della Cacciata dal Giardino, del Diluvio Universale - con quel senso di colpa che è il più primordiale dei sentimenti. Fino al mito dell'Isola Felice, dell'isola che non c'è ma che l'uomo ha costantemente cercato, da Dante a Cristoforo Colombo.

E quante storie che ci sono in mezzo. Mesopotamia ed Europa medievale, Inferno e Paradiso, Don Giovanni e Don Chisciotte.

E' una caccia al tesoro questo libro, un'indagine per fare luce sui luoghi remoti da cui un giorno siamo salpati e a cui forse un giorno ritorneremo.

Basta salpare, basta alzare le vele e lasciarle gonfiare ai venti delle parole.


lunedì 28 settembre 2015

Magliani e il viaggio lungo un canale di Olanda

Un canale che dura tutto un libro non penserai mica che sia come il racconto di un fiume?

Ecco, è questa la domanda che Marino Magliani pone nelle prime pagine del suo Il canale bracco, piccolo grande libro, uscito per la collana Bassastagione di Fusta editore, con cui ritrovo uno scrittore elegante e di sostanza, che nelle sue divagazioni con le parole e i passi sa restituirmi luoghi del cuore (e il cuore dei luoghi).

E come altre volte qui c'è quell'Olanda che Magliani da anni ha scelto di abitare (non senza che compaia anche la sua Liguria, quella Liguria che, con qualche sorpresa per chi non è ligure, è fatta di montagna, roccia, poche coltivazioni mantenute col sudore). L'Olanda che non è quella di Delft, delle vecchie città dell'Hansa, dei quadri di Vermeer e dei grandi fiamminghi.

Il Noordzeekanal unisce il mare del Nord all'IJ, un lago che si trova nella provincia dell'Olanda Settentrionale e bagna Amsterdam.

Le prime parole fissano le coordinate geografiche. Il resto è un viaggio: 21 chilometri, tanto è lungo il canale. Ma quante cose, per chi ha lo sguardo giusto e senza fretta. L'acqua salmastra, le chiuse, l'andirivieni dei carghi, i pescatori sui moli, gli uccelli che disegnano geometrie nel cielo del nord. La compagnia di un vecchio amico, Piet, disoccupato professionista che gli ha insegnato a guardare l'Olanda come La lezione di anatomia di Rembrandt.

Libri sui fiumi diversi, su un canale mai. Un libro su un mondo a parte. Un libro che ci voleva la penna di uno come Marino Magliani.

lunedì 11 agosto 2014

Così si fa festa in Olanda

Il compleanno è molto sentito a Zeewijk, e presumo lo sia ovunque in Olanda.

Se è il compleanno di vostra sorella, qui non si fanno gli auguri solo a lei, ma all'intero blocco familiare, vengono gli invitati, posano il regalo e stringono la mano a fratelli e sorelle e figli e genitori del festeggiato, facendo loro gli auguri. 

Auguri per il compleanno di tua sorella.

Credo si estenda persino ai cognati, ma non ci giurerei.

La festa olandese si riconosce dalla musica popolar triste a massimo volume, canzoni di barche che non tornano e di piccoli caffé sul porto, di padri che raccontano al figlioletto che la vita è amara e alla fine contano solo i numeri, e giù birra.

E qui ci sarebbe da aggiungere un lungo capitolo. L'abitante di Zeewijk accoglie tutto ciò che riguarda la parola birra con un ghigno, un gemito di piacere. 

Se vi incontra al supermercato con una cassetta di birra nel carrello, state pur certi che si fa una risata. Lo stesso succederà se passandovi accanto alla spiaggia d'estate vi sorprenderà con una birretta in mano. 

La birra fa ridere prima ancora di essere bevuta. La birrà è complicità.

(Marino Magliani, Soggiorno a Zeewijk, Amos edizioni)

sabato 4 agosto 2012

In bici ad Amsterdam alla fine frenavo solo io

Frequentavo poco Amsterdam, dicevo, ma da una settimana ci venivo ogni giorno perché avevo accettato di scrivere un libro sulla città. Mi era stato commissionato da una casa editrice italiana: raccontare Amsterdam dal punto di vista della bicicletta.


Ma il progetto stava prendendo questa piega pericolosa: una specie di guida che assomigliava a un racconto in cui le mie pedalate lungo i binari del tram, e le frenate e le leggere rincorse per arrivare sul dorso d'asino dei ponti che a volte sembrare di guadagnare lo Stelvio, dovevano servire da impalcatura alla descrizione dei posti.


Dosare il tutto, come il cuoco, ad esempio raccontare come le persone in bicicletta, al contrario di quanto succedeva a me, si muovevano armonicamente, simili ai banchi di pesce disturbati dall'orca che si sparpagliano e si ricompongono subito altrove.


E poi far notare che in mezzo a quel traffico di pedali e caos di campanelli che avrebbero dovuto segnalare emergenze, alla fine frenavo solo io.


Chiedermi come fosse possibile che la stirpe biciclettata fosse sempre così sicura del fatto che il passante avrebbe attraversato la strada in tempo, e la macchina non si sarebbe fermata e allora bisognava scansarla, mentre io stavo già inchiodando coi piedi sui pedali.


(Marino Magliani, Amsterdam è una farfalla, Ediciclo)

lunedì 16 luglio 2012

Se Amsterdam diventa una farfalla

L'Olanda e la bicicletta possono essere un connubio scontato, così come l'Olanda e i mulini a vento o l'Olanda e i tulipani, ma certamente non è scontato ciò che ci racconta Marino Magliani nel suo Amsterdam è una farfalla (Ediciclo): un libro che è molto di più di una guida alternativa su un paese che, al di là dei luoghi comuni, conosciamo abbastanza poco e che poche tracce ha lasciato nella letteratura più diffusa in Italia. E ancora, un libro che non è nemmeno un resoconto di viaggio su due ruote, in una delle destinazioni più appetibili per gli appassionati di cicloturismo.

La sovversione delle regole e delle consuetudini della più conosciuta scrittura di viaggio è evidente fin dalle prime pagine: l'autore, chiamato a scrivere una guida di Amsterdam in bicicletta, inforca una bicicletta e comincia la sua peregrinazione nei giorni e nelle notti olandesi, tra le case affacciate sui canali e i pascoli fuori città, tra scorci sui tetti e discese nel ventre di Amsterdam.

Così la guida viene raccontata nel suo farsi e non è più guida, ma romanzo, o più precisamente, romanzo nel romanzo che prende corpo, tra divagazioni e digressioni, in un alternarsi e confondersi di personaggi, avvenimenti, tempi – dall'Olanda del secolo d'Oro al futuro dell'anno 2100 – e luoghi – perché ci sono i Paesi Bassi ma anche la Liguria dell'autore, le terre piatte e le montagne.

Magliani poi ci mette tanto di suo, con la sua penna inquieta, il suo linguaggio allo stesso pulito e ipnotico, la sua capacità di svoltare e offrire un nuovo scenario a ogni pagina.

Mi piace quando ci si riesce ad avventurare in territori inesplorati della letteratura di viaggio. Non importa andare nemmeno molto lontano. Magliani ci offre molto di più di un itinerario olandese, mescolando la puntuale descrizione di eventi e contesti con la vertigine esistenziale e metafisica di certi autori sudamericani – Borges su tutti.

E dal bozzolo di una città raccontata anche nei suoi lati oscuri riesce davvero a prendere il volo la farfalla di Amsterdam.


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