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domenica 19 agosto 2012

Nostalgia di Ray, l'uomo del nostro presente

Quando è morto, qualche settimana fa, lo hanno salutato come lo scrittore che ha inventato il futuro, e se per questo, anche come lo scrittore che ha inventato un futuro senza libri - e magari è davvero la stessa cosa. Per quanto mi riguarda, nemmeno tento di appioppargli un'etichetta, ma di una cosa sono sicuro: sono profondamente grato a Ray Bradbury, per le emozioni che mi ha trasmesso con le sue pagine.

Pensare che sono letture ormai remote, più o meno dalle parti degli anni della scuola. Eppure è bastato ritrovare il suo nome sui giornali, per ritrovare qualcosa che non si è dileguato una volta per tutte.

Cronache marziane, soprattutto. Libro letto da ragazzino, libro che mi ha conquistato, senza che nè prima né dopo mi abbia conquistato la fantascienza - non ho mai atteso le uscite di Urania o inseguito le varie epopee dello spazio.

E' che ha ragione Goffredo Fofi, quando qualche settimana fa ha parlato di Bradbury sul Sole 24 Ore:

Le Cronache parlavano di Marte per parlare di Terra anzi di Usa, trasferendo in un altrove lontanissimo e futuribile il mondo chiuso e mediocre del Midwest degli anni Cinquanta.

E di più, parlava di noi, Ray Bradbury, parlava di noi parlando di Marte, esploratore di mondi presenti fatti passare per futuri. 

Buona premessa, del resto, anche per cominciare a parlare davvero di futuro. Grazie a un uomo, pensate, che non ha mai preso la patente e non sopportava nemmeno i cellulari, figurarsi Internet.


martedì 3 gennaio 2012

E ora ci si sono anche i furbetti della narrativa

Diciamo che va di moda, diciamo che a volte va così, con certe espressioni, diciamo che la novità a volte non sta in ciò di cui si parla, ma nel fatto di parlarne: perchè, in effetti, non credo che le cose siano molto diverse che in passato.

E dunque, oggi va di moda parlare di autori bravi, ma furbetti. Di romanzi riusciti o quasi riusciti, non fosse per un eccesso di furbizia, equivalente, pare di una smodata voglia di compiacere il lettore. E di quindi di un uso e abuso di trucchi vari, quali quelli citati da Alessandro Beretta in I furbetti della narrativa, pubblicato sulle pagine del Corriere della Sera: e dunque, temi troppo di moda inseriti a forza e vari escamotage stilistici.

Svariati i commenti a proposito, come quello di Goffredo Fofi: I veri furbi sono gli editori. O come quello di Massimo Onofri: Lo scrittore surroga l'ispirazione con il tema o con la moda del momento. Peccato che la cosa non funzioni come per l'evasore fiscale che fa il furbo e ci guadagna: lo scrittore che fa il furbo si depaupera e umilia se stesso.

Tutto vero, penso, eppure non riesco a cogliere bene il senso della cosa: come se fosse un eccesso di furbizia sforzarsi di scrivere cose che possono piacere; come se a fare la differenza, alla resa dei conti, non fosse il gusto del lettore; come se stringi stringi a contare non sia solo questo: furbo che sia, questo romanzo, è bello o brutto?

domenica 17 aprile 2011

Lo strano caso dello scrittore che si nascondeva

Siamo così abituati a un mondo dove si sgomita non dico per un posto al sole, ma anche per l'inquadratura di telecamera, che nemmeno sembra vero, peggio, si finisce per avvertire pure qui puzza di bruciato. Però mi fa piacere che si torni a parlare di B. Traven, un grande scrittore che è anche uno dei grandi misteri della letteratura: perché B. Traven non si è  mai capito veramente chi era e perché si nascondesse dietro uno pseudonimo.

B. Traven, appunto. Dopo aver letto una riflessione su di lui di Goffredo Fofi sono andato a ricercare qualcosa di lui su Google. E sempre solo quella B puntata.... nemmeno un nome, per l'autore di straordinari romanzi come La nave morta, e soprattutto Il tesoro della Sierra Madre.

Su di lui tante voci, frammenti di notizie. Si dice che per qualche anno sia vissuto in Messico e che in Messico forse sia anche morto. Si dice che sotto questo pseudonimo si nascondesse una di queste persone: Ret Marut, Traven Torsvan o Hal Croves. Nomi e cognomi che in effetti non dicono niente.

B. Traven non è stato certo il primo a scegliersi uno pseudonimo, ma quasi sempre gli pseudonimi vengono giù come castelli di sabbia con l'onda del successo. A volte sono solo furbe operazioni editoriali.

Che tenacia, per difendere ciò che tutti fuggono, l'anonimato. E se il nome di B. Traven lo lego soprattutto a un grande film americano, regia di John Houston, protagonista Humphrey Bogart, che dire se non che anche lui meriterebbe un film?

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