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martedì 26 marzo 2019

Verso il bianco, orme e parole sulla neve

La neve è come l'acqua, penso, ma con una differenza. Sai già che se ne andrà, ma per un momento ti dà la sensa zione di poter restare. Le parole sono come la neve. 

Si comincia appunto con la neve, in uno dei paesi, la Svizzera, che più richiama i paesaggi e i sentimenti della neve. Si comincia con le orme che sulla neve sono state lasciate, 14 orme per 7 passi, e più avanti il corpo di un uomo che è stato uno dei più grandi e sottovalutati scrittori del Novecento europeo. Si comincia, ancora, con l'illusione che quelle orme rimangano, anzi, sollecitino ancora passi che calpestino il nostro cuore. E che anche le parole - sì, le parole - siano orme che resistono, magari più di una manto di neve.

Comincia così uno dei libri più intensi che mi sia capitato in questi anni tra i molti che hanno provato a intrecciare  il mistero della scrittura e il mistero dei luoghi: Verso il bianco di Paolo Miorandi, sottotitolo Diario di viaggio sulle orme di Robert Walser, recente proposta di una casa editrice, Exòrma, che difficilmente sbaglia un colpo.

Si comincia, appunto, da quel giorno di Natale del 1956 in cui Robert Walser viene trovato senza vita su un sentiero di montagna e consegnato allì'immobilità di una foto in bianco e nero scattata da un poliziotto. Ma da lì comincia un viaggio a ritroso, o meglio, cominciano più viaggi: intorno a Herisau, nella Svizzera tedesca dove Walser ha vissuto, in manicomio, i 23 anni conclusivi della sua vita; nelle profondità della sua anima e della sua scrittura che non traccia piste, ma cancella impronte (a proposito di orme); nella nostra stessa intimità, perché è a questo che ci richiamano le pagine di Miorandi, cacciatore di stupori e di malinconia.

Ogni volta lascio che la strada mi guidi verso il punto che il mio occhio ancora non vede, dove il silenzio copre le voci.

Così scrive Miorandi, in questo libro in cui il viaggio si fa poesia, emozione dell'istante e del ricordo. Sollecitandomi, tra l'altro, ai miei ricordi di Dino Campana, altro poeta trascurato in vita e consegnato al manicomio, ma capace di attingere a una sorprendente leggerezza nel cammino. 

Così simili, in fondo. Così indispensabili, Robert e Dino. 

sabato 24 febbraio 2018

Capitando per caso alla casa del poeta

Poi un giorno ti capita tra le mani un libro di dieci anni fa. E forse non ti ha cercato, forse l'hai proprio cercato tu, perché a volte la curiosità ti spinge via dai libri che hai deciso di leggere, quelli che stanno in attesa sulla scrivania o sul comodino, ti spinge via e ti deposita davanti a una bancarella dell'usato o su uno scaffale più trascurato di una libreria. Oppure in effetti c'era un argomento da approfondire e l'occhio ti è cascato. Oppure avevi fame di parole con cui rivestire un sentimento o un viaggio da fare.

E così capita un libro come questo, che quando è uscito credo non abbia scalato le classifiche dei best-seller, uno di quei libri che scivolano via e vai a sapere se meritava davvero attenzione.

Autore Paolo Lagazzi. Titolo: La Casa del poeta. Sottotitolo: Ventiquattro estati a Casarola con Attilio Bertolucci. Un editore importante, Garzanti. E bella è anche l'edizione, di un'eleganza che desta una qualche nostalgia - e la nostalgia, si sa, è un sentimento che sai abitare benissimo. Però che dire? Non hai mai sentito nominare l'autore e tanto meno Casarola. Di Attilio Bertolucci, poi, fino all'altro giorno sapevi vagamente solo che è stato un poeta, padre di un grandissimo regista.

Lo prendi perché scopri che Casarola è un paesino incastonato sull'Appennino: ci arriva una strada che da Parma, curva dopo curva, sale i monti. E per in  monti, in particolare per l'Appennino, coltivi un pregiudizio decisamente favorevole.

Senza troppa convinzione, gli dai un'occhiata. E sorpresa, non è un libro di memorie, tantomeno il saggio di un critico o di uno storico locale.

C'è l'Appennino, qui dentro, c'è la montagna e la sua poesia. C'è la casa del poeta, che non sono solo pareti e arredi, ma vita che si è impastata e che ha fatto appunto casa. C'è lo sguardo che da quella casa si irradia tutto intorno, facendo propri i boschi e le vette. Ci sono le estati, le ventiquattro estati una dietro l'altra, che si confondono e diventano un'unica estate, perché così era ai tempi delle villeggiature, magari proprio in Appennino, erano mesi che più che altro rappresentavano un ritorno, non un viaggio, erano un ritrovarsi e un riconoscersi, che importanza poteva avere l'anno?

C'è certo anche un'altra Italia, di cui ormai è rimasto poco e quel poco credo proprio in posti come Casarola. Così semplice Casarola, eppure non riesci a liberarti dell'idea che trattenga qualcosa della magia.

E c'è la poesia, ovviamente. La poesia che è casa, che è montagna, che è tempo e che è luce che illumina il cammino.

Non me lo dire: questo libro, forse, lo avrai letto fino in fondo. 

sabato 27 agosto 2016

Dylan Thomas, il clown della luna che ancora ci parla

Che dire di lui? Che era pretenzioso, dissoluto, bugiardo, infedele, inaffidabile. Che si perdeva in fondo ai troppi bicchieri. Che per quanto riuscì a vivere fu sempre lacerato tra la tentazione di una vita normale e una vocazione a distruggersi che quasi sempre ebbe la meglio. Che assegnava un'eccessiva fiducia alle parole e alla loro capacità di giustificare più o meno tutto.


Certo, fu tutto questo, Dylan Thomas. In qualche modo lo diceva lui stesso: Dentro di me albergano una bestia, un angelo e un pazzo. Ma soprattutto fu un poeta. E fin da bambino, tra i vicoli di Swansea o i pascoli della campagna gallese, coltivò il sogno della poesia.

E si apra pure il dibattito sul potere salvifico della poesia, sulla sua possibilità di riscattare davvero una vita. Il fatto indiscutibile è che Dylan per noi sarà sempre il poeta capace di illuminarci con i suoi versi come lampi nell'oscurità e di restituirci l'intima e divina felicità vitale nascosta nel cuore di tutte le cose.

A distanza di tanti anni è ancora amato, letto, ricercato, citato, con una fedeltà che di solito non appartiene alla letteratura: e ci sarà pure un motivo. O forse più di un motivo, perché certo non può essere solo il fascino del poeta bohemièn, pronto a mandare in frantumi la sua vita.

La sua vita, appunto. Quella che ci racconta splendidamente il suo biografo Paul Ferris in Dylan Thomas. Essere un poeta e vivere di astuzia e birra (Mattioli 1885), libro che appassiona come un romanzo e va al cuore del mondo che Dylan popolò con le sue emozioni.

Il vero Thomas - spiega Ferris – si nasconde più in profondità: dietro alle capriole che improvvisava in pubblico. Mi sa che un libro così poteva scriverlo solo uno come Ferris, nato e vissuto a Swansea come Dylan, che ha camminato per le sue strade, bevuto nei suoi pub, consumato il suo tempo a guardare barche in partenza e basse maree. 

Mi è piaciuto leggerlo negli stessi giorni in cui girellavo per il Galles, in qualche modo inseguendo anch'io l'ombra di Dylan, nella sua Boat House a Laugharne, come nel museo che gli è stato dedicato a Swansea.

Clown della luna, lo definì Charlie Chaplin. Poeta, poeta comunque, come lui volle sempre essere, come confessò anche in quella riga che poi è divenuto lo splendido sottotitolo di questo libro:

Preferirei in qualunque momento essere un poeta e vivere di astuzia e birra.

A Swansea mi sono imbattutto in una parete con una scritta in lettere bianche su campo nero: More poetry is needed, c'è bisogno di più poesia. E' ancora Dylan, che qualunque cosa sia stata non smette di parlarci.



venerdì 29 luglio 2016

Paradiso e inferno nell'Islanda che fu

Era negli anni in cui probabilmente eravamo ancora vivi.

Comincia così questa storia aspra e poetica, che appartiene profondamente all'Islanda, ai suoi mari tempestosi, alle sue montagne magnifiche e inospitali, e che pure sa andare alle cuore dei misteri della vita che sono di tutti.

Paradiso e inferno di Jon Kalman Stefansson, ex professore e bibliotecario di Reykyavik, di cui molti si stanno accorgendo, anche grazie a questo romanzo, da molto considerato tra i migliori della letteratura islandese degli ultimi anni. Meno male che in Italia Iperborea non ha mancato di farcelo scoprire.

Pochi elementi, essenziali come la natura di questa isola dei ghiacci e allo stesso modo potenti. Un ragazzo segnato dalla solitudine, un pescatore di merluzzo innamorato dei libri. Un comunità di pescatori di tempi in cui si esce in mare con la forza dei remi e non si sa mai se un'onda finirà per rovesciare la barca e frantumarla sugli scogli.

Un giorno tra le mani del pescatore capita tra le mani un libro - il Paradiso perduto di Milton - che è allo stesso tempo raro, complesso, splendido. Inseguendo le parole che uniche sono in grado di consolarci e asciugare le nostre lacrime, sciogliere il ghiaccio che ci stringe il cuore, il pescatore andrà incontro al suo destino.

Parole che aiutano a illuminare il buio dell'universo e del cuore, parole che a volte possono essere anche letali. La bellezza, il mistero, il destino. E in questa danza di vita e morte, il cerchio che si chiude, il viaggio che si completa.


lunedì 25 luglio 2016

Il Grande Nord e i i ricordi che ci guardano

Pensare che sono ricordi di infanzia, raccontati senza sprechi ed effetti speciali, con quella limpidità che volentieri attribuiamo ai cieli del grande Nord.

Pagine semplici, essenziali, pulite. Eppure quante questioni potrebbero porre.

Per esempio se è utile conoscere la vita di un poeta per comprenderne la poesia. Oppure, come ci suggerisce Fulvio Ferrari nella sua nota conclusiva in questa edizione di Iperborea, se non sia piuttosto utile la poesia per comprendere l'autobiografia di un poeta.

Nel caso di Tomas Transtromer - perdonate la dieresi che manca perché non la trovo sulla tastiera - forse è proprio così. E non solo perchè in Italia presumibilmente nessuno aveva mai sentito parlare di colui che è il più grande poeta svedese vivente, almeno fino al conferimento del Nobel per la letteratura.

E' che in Tomas Transtromer c'è una corripondenza potente tra i versi e le esperienze della vita. Anche prima della vita da adulto che per anni ha diviso i suoi giorni tra il lavoro di psicologo e la scrittura.

La vita, soprattutto la vita di un poeta, può essere davvero una scia di luce. Come una cometa che solca il cielo. E di quella cometa la testa non può che essere l'infanzia e poi l'adolescenza.

Gli anni in cui le possibilità emergono e prendono forma, compresa la possibilità della poesia.

E come nel titolo - conciso e bellissimo: I ricordi mi guardano - sono gli anni che guardano il poeta e il suo cammino nella vita.

Che lo guardano e ne svelano il commovente mistero.

mercoledì 24 febbraio 2016

L'altro poeta che scriveva come Pessoa


Mi volevate sposato, quotidiano e tassabile?
Mi volevate il contrario di questo, il contrario di qualcosa?
Se fossi un altro vi asseconderei.
Così come sono, abbiate pazienza!

Firmato Fernando Pessoa, anzi, per la verità Alvaro de Campos. O forse meglio dire al contrario: firmato Alvaro de Campos, al secolo Fernando Pessoa. 

Si sa, c'è da ubriacarsi nel gioco delle identità, delle maschere, degli specchi, quando ci troviamo al cospetto dell'immenso poeta portoghese. Non era lui che diceva di essere una moltitudine, di sentirsi tutti i molti io che era stato? 

 Mica solo un'affermazione filosofica o un modo di dire, magari per darsi un tono: ma verità tenacemente praticata, attraverso i molti eteronimi adoperati. Molto più di semplici pseudonimi per questa o quella poesia. Perché ciascuno di questi eteronimi diventa personaggio credibile, autentico, con una sua vita, una sua storia.

Prendete per esempio Alvaro de Campos, di cui Adelphi raccoglie in questo volume le sue poesie. Uno legge i suoi versi e scopre un Pessoa alternativo e possibile. Perfino con un passato. Poeta futurista, imbevuto di avanguardia europea benché appartenga a quella Lisbona che è periferia del continente. Dandy tediato dalla vita, fumatore d'oppio, fisico e animo segnato da vaghezze e mollezze. Irriverente, sovversivo, solitario. Fuma una sigaretta dietro l'altra e ironizza sulla vita. Indugia spesso sui moli per accompagnare con lo sguardo le navi che partono.

E scrive cose così:

Ho viaggiato per più terre di quelle che ho toccato…

Firmato con orgoglio: Alvaro de Campos, ingegnere. L'altro Pessoa. Uno dei Pessoa. Vero come Pessoa.

lunedì 5 ottobre 2015

Il matematico, artista che trasforma il buio in luce

Ho camminato per un po' lungo il fiume, con la notte nei capelli, nelle tasche e sui vestiti.

So che la notte è tenera per l'immaginazione; a quell'ora, in tutta la città, c'erano artisti che temperavano le matite, intingevano i pennelli e accordavano le chitarre.

Altri, con i loro teoremi e le loro equazioni, godono altrettanto delle possibilità del mondo.

Il mondo ha bisogno degli artisti. Ciascuno di loro trasfigura in parole e immagini, in numeri e note la proprio porzione della notte. 

Un matematico nel suo studio scorge qualcosa che fino ad allora era invisibile, e si accinge a trasformare il buio in luce.

(Daniel Tammet, La poesia dei numeri. Come la matematica mi illumina la vita, Zanichelli)

venerdì 2 ottobre 2015

La matametica è poesia e scienza dell'immaginazione

I numeri, presi nel modo giusto, ci rendono persone migliori.

Così ci dice Daniel Tammet, persona che i numeri hanno presumibilmente salvato, non solo reso migliore. E che ora nei suoi libri ci racconta della magia dei numeri, della poesia dei numeri.

Un libro, in realtà, andrebbe scritto anche sulla storia di questo ragazzo, affetto dalla sindrome di Asperger, che con i numeri fa cose straordinarie, tipo mettere in fila migliaia e migliaia di decimali del Pi greco. I numeri Daniel soprattutto li sente, li vede, li associa a colori, forme, suoni. E con lui la matematica, che sui banchi di scuola abbiamo fuggito come territorio arido e inospitale, ci ritorna come fioritura di vita, ubriacatura di sensazioni. Incredibile, davvero.

E così ecco questo libro, La poesia dei numeri (Zanichelli) - sottotitolo da tenere di conto: Come la matematica mi illumina la vita - che è una sorpresa a ogni capitolo: si parli di scacchi o di partite a cricket, dello zero di Shakespeare o dei fiocchi di neve, di come conteremmo se avessimo undici dita invece che dieci o di New York che con le sue strade perpendicolari e i suoi grattacieli è la più matematica delle città.

Arida la matematica? Leggete questo libro e usate l'immaginazione, che è ciò che si deve fare per scovare la bellezza. E se pensate che l'immaginazione sia prerogativa della letteratura, fermi tutti. C'è una scienza che se ne occupa e che sarebbe inconcepibile senza l'immaginazione.

La matematica, certo. La matematica che per definizione gioca con la pura possibilità.

sabato 21 marzo 2015

Con Brecht, nella giornata mondiale della poesia



Oh, bello innaffiare il giardino,
per far coraggio al verde!
 Dar acqua agli alberi assetati!
 Dai più che basti e
non dimenticare i cespugli e siepi, perfino
quelli che non dan frutto, quelli esausti
 e avari. E non perdermi di vista
 in mezzo ai fiori, le male erbe, che hanno
 sete anche loro. Non bagnare solo
 il prato fresco o solo quello arido:
 anche la terra nuda tu rinfrescala.

(Bertolt Brecht, Poesie e Canzoni, Einaudi)

sabato 14 marzo 2015

La vita di tutti i giorni, fonte di stupore

E' una sensazione terribile, ci disse, leggere di sé, ma siccome vi siete date tanto da fare, va bene, faremo le necessarie "precisazioni".

Così alla fine la grande, grandissima  Wislawa Szymborska decise di concedersi alle due giornaliste polacche che si erano messe in testa di raccontare la sua vita. Lei, splendida poetessa che era approdata al Nobel e che, incredibilmente, aveva fatto la fortuna degli editori con i suoi versi (pensate, 180 mila copie vendute anche in Italia), fino a quel momento aveva centellinato le sue interviste. E se le aveva concesse non era stato certo per parlare di sé, ma di poesia:

Confidarsi in pubblico è come perdere l'anima. Qualcosa bisogna pur tenere per sé. Non si può disseminare tutto così.

Invece ecco che l'impresa di Anna Bikont e Joanna Szczesna è stata finalmente coronata dal successo. Non l'ho ancora letta, questa ponderosa biografia di oltre 400 pagine, che mi tenta fin dal titolo, in perfetta sintonia con la vita che l'ha ispirata: Cianfrusaglie del passato (Adelphi).

Però lo farò presto, tanto più che  mi si dice che dentro non ci siano rivelazioni e pettegolezzi. Niente di sopra le righe, niente di piccante. Ma solo la vita di una persona che è sempre stata se stessa, anche una volta conquistata la fama: semplice e attenta alle gioie della vita.

Una donna che aveva una predilezione per i ninnoli - mi vengono in mente le buone cose di cattivo gusto di Guido Gozzano - per le cartoline postali, per le lotterie e i telequiz. Che non sopportava il Monopoli, ma si lasciava accompagnare dai film di Woody Allen e dalla voce di Ella Fitzgerald. Che fino all'ultimo non ha rinunciato alle chiacchiere con gli amici e ai bicchierini di vodka.

La vita di tutti, quella consueta, è fonte incessante di stupore.

Così affermava la grande Wislawa. Ed ecco perché in lei, più che in tanti altri, avverto il miracolo della vita che si fa poesia e della poesia che è vita. Perché cosa è la grandezza di Wislawa se non lo sguardo di meraviglia sulle cose dei nostri giorni?

venerdì 6 febbraio 2015

Ungaretti, poeta che scoprì i "fratelli" in trincea


Se Ungaretti fosse caduto, non avremmo mai letto le sue poesie. Le scriveva sui pezzi di carta che portava con sé. Forse non pensava nemmeno di pubblicarle....

Ecco, così Aldo Cazzullo ci racconta di questo poeta che io mi porto dietro sin dagli anni dell'adolescenza, soprattutto per le sue poesie scritte in trincea, parole scarne, essenziali, che sono una chiave per aprire il cuore.

Un giorno un ufficiale lo sorprese mentre si stava crogiolando al sole, indifferente ai suoi obblighi di soldato. Ebbe fortuna perché quell'ufficiale era Ettore Serra, grande figura di letterato. Invece di spedirlo alla corte marziale gli chiese chi fosse e cosa stava facendo. Scriveva poesie, gli confessò quel soldato semplice. Poi si frugò nelle tasche e gliele consegnò. Fu così che nacque la sua prima raccolta, Il porto sepolto, bellissima.

Ungaretti fece tutta la guerra da soldato semplice, soldato tra i soldati. In una lettera a Giovanni Papini spiegò: Mi sono lasciato andare cantando con gli altri soldati, e ho dimenticato me stesso.

Gli altri soldati erano i suoi fratelli, fragili come foglie in autunno. I suoi versi, scampati alla trincea, ce li hanno affidati. Vite che in realtà sono le nostre vite.

lunedì 27 ottobre 2014

Il poeta in carcere che scrive con l'acqua della ciotola

Ogni giorno scrive poesie sul pavimento di pietra, bagnando un dito nella ciotola dell'acqua che beve....

Come un antico poeta del Giappone, che sa che la bellezza è tanto più bella quanto è effimera. Perché ciò che conta è la creazione, non ciò che di essa rimane. Allo stesso modo dei fiori di ciliegio, i cui petali cadono subito. Bellezza che svanisce, bellezza che evapora, come quelle parole tracciate con l'acqua.

Tutto molto bello, ma non è la bellezza, almeno, non è solo la bellezza, che tutto questo richiama Liu Xiaobo: il poeta che scrive con i polpastrelli bagnati nella ciotola, perché non ha più carta e inchiostro. Perché quella ciotola d'acqua è l'unica cosa che in carcere gli rimane.

Liu Xiaobo, il poeta che hanno condannato al silenzio; il dissidente nella Cina che non ammette nemmeno l'idea del dissenso. Premio Nobel per la Pace, in una cerimonia in cui spiccava la sua poltrona vuota.

Liu Xiaobo, forse un imbarazzo per il regime, il giorno del Nobel. Oggi non più. Non fosse per qualche articolo - come qualche giorno fa quello di Giampaolo Visetti su Repubblica - appena un vago ricordo. Facilmente esorcizzato in Cina e anche fuori dalla Cina, da quel mondo che con la Cina ha smania di fare affari, figurarsi se ha tempo da perdere con quegli scocciatori degli attivisti dei diritti umani.

Vorrei che la bellezza delle parole scritte con le dita bagnate indugiasse tra noi. Vorrei che quelle parole resistessero anche dopo essere evaporate, solo per il fatto di esserci state per un istante. Vorrei che si trasformassero in grido di indignazione. Il nostro grido: ce la faremo?


martedì 23 settembre 2014

A Madrid, le domande di un uomo di passaggio

Mi sforzai di immaginare le mie poesie, ogni altra poesia, come macchine capaci di far accadere le cose.

In bilico tra due continenti e due paesi come la Spagna e gli Stati Uniti. Ma anche tra talento e vita ordinaria, tra poesia e assenza di parola, tra giorni da bohémien e prospettive di ritorno a casa e all'ordine famigliare. Ci sono molti modi per vivere una vita in bilico, per essere o sentirsi un uomo di passaggio. Quasi sempre assai di più di quanti siano i porti a cui attraccare, le destinazioni che si fanno scegliere.

E in fondo è questo di cui parla Un uomo di passaggio di Ben Lerner (Neri Pozza), libro sorprendente, ricco di umori e di sfumature, in parte senz'altro autobiografico (l'autore, poeta, ha vinto una borsa di studio a Madrid, come il protagonista del libro), denso di ironia, di malinconia, di domande.

Domande sul senso della poesia, sul significato e la possibilità del talento, sulla sostanza delle parole in un mondo, quello della cultura, in cui ci si può tenere anche a galla, ma vai a sapere a quale prezzo.

Quanta vanità, quanta arte ci può stare in una vita? Il protagonista di risposte ne ha poche, non è persona che sappia dare una vera direzione ai suoi passi, o che sappia almeno intenderli, lui che ritiene di possedere una profonda esperienza dell'assenza di profondità.

Poi, nella vita quotidiana, ci sarà l'irruzione di ciò che è ancora più grande, devastante, incomprensibile. Siamo nel 2004, a Madrid: gli attentati che fanno strage alla stazione di Atocha. E forse a non sapere scegliere, sarà altro a scegliere per noi. 

sabato 23 agosto 2014

Faccio il poeta, anzi no, l'avvocato

"Quando mi siedo davanti al computer, mi coglie la disperazione!" è una cosa molto letteraria da dire.

"Quando mi siedo davanti al computer mi sento inutile" è, secondo me, un'affermazione un po' più vicina alla verità. Perché ci sono poche cose che possano far sentire più ridicoli, in questo anno del signore 2011, del sedersi a tavolino a scrivere un "romanzo".

No, in realtà eccone una: sedersi a tavolino e scrivere una poesia.

Il ruolo dello scrittore è diventato assurdo. Forse i lettori non se ne sono ancora accorti, ma gli scrittori lo avvertono intensamente. Conosco un poeta che, se gli si chiede cosa fa nella vita, risponde "L'avvocato" anche se non lavora come avvocato da più di dieci anni. 

Gli sembra che starsene in una stanza di Londra, nel 2011, e dire "Faccio il poeta" sia come dire "Accendo i lampioni a gas" o "Sono il banditore del villaggio".

(Zadie Smith, Perché scrivere, Minimum Fax)

giovedì 14 agosto 2014

Dorme più profondamente chi è stato inondato dalla Storia


Ogni nave piena di pensiero e conoscenza segua la sua rotta
Gli avvenimenti oscillano e infine cadono prima degli uomini
Ma l'oscurità non ha lanterna antivento
Dov'é Mileto dov'è Pergamo dove Attalia e dove
Costan Costantino tinopoli?
Tra i mille sonni uno è quello del risveglio ma per sempre.

Artemide Artemide tienimi il cane della luna
Morde i cipressi e s'inquietano gli Eterni
Dorme più profondamente chi è stato inondato dalla Storia
Su, incendiala con un fiammifero come fosse alcol

E' solo Poesia
Quello che rimane. Poesia. Giusta sostanziale e retta
Come forse la immaginarono le prime creature
Giusta nell'acerbo del giardino e infallibile nel tempo

(Odisseas Elitis, da Come Endimione, in Elegie, Crocetti editore)

mercoledì 30 luglio 2014

I versi di Callimaco in un vecchio quaderno di liceo

Io consiglio a te anche questo, di non andare dove camminano i carri, e non spingere il carro sulle stesse orme degli altri né per una strada larga, ma per strade non battute, anche se spingerai il tuo carro per una strada più stretta.

Ho fatto una prova: questa frase è facile pescarla su Internet, anche se non sapete chi l'ha scritta, né a quale opera appartenga. Basta digitare la parola gioventù e scegliere su uno dei tanti elenchi di citazioni. Un attimo ed ecco qui: non andare dove camminano i carri...

Pochi click per catturare parole che resistono da duemila anni e più: il prologo delle Origini di Callimaco, poeta dell'antica Alessandria di Egitto... non spingere il carro sulle stesse orme degli altri...

Qualche giorno fa mi sono imbattuto proprio in questa frase, però non su Internet. Su un mio quaderno del liceo. Più precisamente sul suo retro di copertina. Come se per me avesse un valore particolare.

Però non per la fatica della traduzione – chissà se l'ho davvero mai tradotta dal greco – o perché mi potesse tornare utile in vista di una interrogazione.

Quei versi dovevano essere importanti come per me lo erano i versi di Garcia  Lorca, di Pablo Neruda, di Vladimir Majakovskij.

I versi che un ragazzo di nemmeno diciotto anni ricopia inseguendo i suoi sogni.

mercoledì 16 luglio 2014

Wislawa mi insegna cos'è la poesia

Una raccolta da tenere sul comodino e da aprire a caso, con il rispetto per le cose belle e rare. Versi che ci porgono un dono inestimabile, il senso dell'attenzione, la sua necessità.

Attenzione che è rispetto, capacità di ascolto, gratitudine. Profondità, anche.

Torno e ritorno a La gioia di scrivere di Wislawa Szymborska, la raccolta, credo completa, delle sue poesie\, pubblicata da Adephi. Non mi stanco di questo libro. Un giorno sono riuscito a domare la mia riluttanza per un nome troppo difficile, che mi evocava una scrittura fredda e astrusa e ho scoperto tutto questo.

Sono contento di aver scoperto Wislawa Szymborska. Le sono grato, perché continua a farmi compagnia.
Perché  mi rammenta insieme cos'è la poesia, in primo luogo: dare valore a ciò che rischia di scivolare via, frettolosamente bollato come irrilevante.

lunedì 9 giugno 2014

La poesia come preghiera, in forma di pietra


Ma quindi, allora, tutto ciò premesso:
che cosa deve essere oggi la poesia?

Oggi la poesia deve essere un seme.
Aprite in due i corpi di questi morti
e seminatene tutti
questo è il mio seme che crescerà dentro di voi.

Se il chicco di grano, caduto in terra
non muore, rimane solo;
se invece muore, produce molto frutto.

Oggi la poesia deve essere una preghiera.
Nient'altro che una preghiera
in forma di pietra
scagliata con la mano. 

(Massimiliano Damaggio, Poesia come pietra, Edizioni Ensemble)


lunedì 3 marzo 2014

Carver, per cui scrivere era un'impresa fraterna

Anche quando insegnava scrittura creativa, il tocco di Carver era leggero.

Non prendeva neanche in considerazione l'idea che il suo compito fosse quello di scoraggiare la gente. Diceva sempre che c'erano già tante cose scoraggianti nel mondo, per chi voleva diventare uno scrittore contro ogni pronostico, ed era chiaro che parlava per esperienza diretta.

La critica, come del resto la narrativa, era per Ray un atto di empatia, un mettersi nei panni dell'altro.

Non riusciva a capire gli scrittori che fanno stroncature e una volta mi ha anche rimproverato per aver pubblicato una recensione negativa.

Era convinto che scrivere prosa e poesia sia una specie di impresa fraterna.

(Jay McInerney, da Raymond Carver, Il mestiere di scrivere, Einaudi)

lunedì 9 dicembre 2013

Marco Vichi e le poesie di una vecchia signora

Quelle che seguono non sono mie parole, ma parole di Marco Vichi. Mi ha detto lui che posso utilizzarle come voglio, perché ciò che conta è che questa storia arrivi il più lontano possibile. Parole di una storia, storia tutta di parole. Parole importanti. Prima di tutte le parole di una vecchia signora e di un libro che consiglio a tutti di comprare. 

Vi racconto una storia: una signora di ottantaquattro anni, che già da molto tempo mi domandava senza troppa insistenza se volessi dare un’occhiata alla sue poesie, un giorno mi chiese con più convinzione di leggerne almeno una, così, solo per farle un favore, e se poi non mi fosse piaciuta non mi avrebbe mai più scocciato. 

Eravamo a pranzo in un bel ristorante, al mare, in estate. Lessi la prima poesia, e rimasi di sasso: era bellissima, semplice e profonda, e il ritmo delle parole dava forza ai significati e alle emozioni. Insomma una vera poesia. Lessi le altre. Avevano la stessa forza e la stessa delicatezza, erano sincere, senza virtuosismi. 

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...