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sabato 27 settembre 2014

Thomas Cook, il predicatore dei viaggi organizzati

Thomas Cook era nato nel 1808 a Melbourne nel Derbyshire.  A vent'anni , dopo un po' di mestieri avventizi, aiuto giardiniere e falegname di sgabelli, preso dal fervore si era fatto predicatore laico della Chiesa Battista, cui apparteneva. Un predicatore ambulante.

Diffondeva il Verbo, distribuiva opuscoli, vendeva Bibbie. Era soprattutto uno dei più rigorosi membri della Lega della Temperanza, i cui benemeriti si agitavano singolarmente o in gruppi per far crociate contro gli alcolisti.

Cook il più zelante. Era capace di fare lunghi tragitti a piedi, tra un villaggio e l'altro, per esortare i "peccatori" ad allontanarsi dalle pinte di rum. A sue spese stampava volantini che promettevano fiamme infernali anche a chi si fosse accostato a una birretta. Era fatto così.

Si piantava davanti ai pub e apostrofava con veemenza quelli che ne uscivano. Arrivò a proporre che si vietasse il brandy nel Christmas pudding. 

Subiva tuttavia un handicap e se ne adontava. Non riuscire a intensificare, come avrebbe voluto, la sua presenza nei vari villaggi. Per raggiungerli, sia pur disposto, era costretto a percorrere fin a venticinque chilometri a piedi per arrivare, mettiamo, a Leicester e lì inveire contro chi alzasse il gomito.

Lo scenario è presto immaginato. Dopo una sgambata arriva Cook, giovane, un po' striminzito, che arringa per strada proletari ebbri. Ma se esiste un dio per gli ubriachi, deve esservene uno anche per astemi e proibizionisti.

E per Cook il protettore celeste si chiamò ferrovia.

Giusto in quegli anni, grazie a George Stephenson che aveva inventato la locomotiva a vapore, per vari territori inglesi si diffuse una rete di strade ferrate....

(Giuseppe Marcenaro, L'ex predicatore che inventò il gregge dei viaggi organizzati, dal Venerdì di Repubblica)

mercoledì 2 ottobre 2013

L'impossibile impresa di Flaubert contro la stupidità

Usciva esattamente cent'anni fa, pubblicato postumo, sorta di omaggio a un'impresa impossibile incastonata in un'altra impresa impossibile. Però da allora ne ha fatta di strada, anche senza più il suo autore, ad accudirlo come una sorta di figlio o di magnifica ossessione.

Parlo del Dizionario dei luoghi comuni di Gustave Flaubert, che non intendeva essere solo un'antologia di luoghi comuni, ma assai di più. Come ricorda Giuseppe Marcenaro sul Venerdì di Repubblica, con la sua vocazione enciclopedica, onnicomprensiva, ambiva piuttosto a proporsi come summa dell'imbecillità umana, stupidario definitivo.

Non a caso non era un'opera a se stante, ma la parte conclusiva di Bouvard e Pécuchet, la storia di due ispirati folli (come definirli altrimenti?) che possiedono come unica certezza la carta stampata e come aspirazione finale quella di abbracciare l'intero universo della conoscenza - ma forse sarebbe meglio dire dell'erudizione.

Impresa impossibile, ovviamente, così come è impossibile contenere, anche nella più vasta e aperta delle opere, le forme infinitamente mutevoli della stupidità umana. Flaubert lo sapeva, anche se già da ragazzino la cosa l'aveva preso. Siccome c’è una signora che viene da papà e ci racconta sempre delle sciocchezze le scriverò. Così a solo nove anni.

Lui - l'uomo che ci ha regalato l'immortale personaggio di Madame Bovary - sarebbe morto mentre era ancora impegnato a scrivere le gesta della stupidità.

Cent'anni sono passati dal primo Dizionario. E se Madame Bovary è sempre lì, sempre lei, quante ne abbiamo viste, per quanto riguarda la stupidità. Basterebbe prendere nota in una serata alla tv. Rimpiangendo un altro implacabile Flaubert. 

lunedì 1 ottobre 2012

Beato l'uomo capace di risvegliare un testo

Sovente guardo la mia biblioteca come alla raffigurazione casalinga di un cimitero.

La grande scaffalatura a parete è un superbo colombario senza un fine riconoscibile. I nomi degli autori impressi sui dorsi sono il paradigma immaginario delle epigrafi di un cinerario.

I libri "morti" stanno lì per anni, non cercati, dimenticati. 

Dietro a ogni dorso, in polvere cartacea, persiste il riassunto delle esistenze. Silenziose.

Beato l'uomo capace di risvegliare un testo. Che equivale a resuscitare un morto.

(Giuseppe Marcenaro, Cimiteri. Storie di rimpianti e di follie, Leonardo Mondadori)

martedì 25 settembre 2012

Se i cimiteri sono pieni di persone insostituibili

Fu tornando da quel viaggio che prese a frequentare i cimiteri. Intanto per scoprire domicili banali e prendere la vita come viene. Cercava il proprio posto nel mondo. Un luogo definitivo. Senza entusiasmi. La rivelazione finale della fragilità di ogni cosa.

Così tutto iniziò nel mezzo del deserto algerino, di fronte alla tomba di quel marabut con accanto un unico albero e da ogni lato il vuoto. Sarà stato per il vento che soffiava incessante, ma quel posto aveva la consistenza di un miraggio. Ci sono immagini che, senza ragioni particolari, segnano la vita e indicano un cammino.

Giuseppe Marcenaro, nel suo Cimiteri. Storie di rimpianti e di follie (Bruno Mondadori), ci racconta come da allora cominciò il suo viaggio attraverso i luoghi - i più diversi - destinati a ospitare ciò che rimane di noi. Viaggio singolare e suggestivo, che è anche viaggio tra i libri  (le biblioteche non sono forse cimiteri?), prima di farsi anch'esso libro.

E dunque non solo il Père-Lachaise, uno dei luoghi più storici, più insoliti, più erotici di Parigi, non solo Highgate, il cimitero privato di Londra dove i vittoriani trovavano assai esclusivo e chic andarsene, senza nemmeno lontanamente immaginarsi che un giorno sarebbe stato frequentato soprattutto per la tomba di Karl Marx.

Quanti luoghi, in questo libro, che peraltro più che di lapidi si occupa di ciò che rimane ai vivi, i rimpianti di ciò che non è stato e le follie con cui si pretenderebbe di sopravvivere a se stessi.

Perché poi è definitiva - e buona come iscrizione funebre per l'intera umanità - questa frase, questo rigo appena di Georges Clemenceau:

I cimiteri sono pieni di persone insostituibili.


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  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...