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martedì 10 maggio 2011

Ottone Rosai e le parole come sassate

Gli uomini, specie i ben portanti, gli impettiti, coloro che vorrebbero dare a bere di chissà quale missione da svolgere nella vita, furono sempre i miei bersagli preferiti e fino a quando non ho potuto dimostrare la tragedia della loro presenza sulla terra per mezzo di un pezzo di matita, mi son divertito a pigliarli a sassate

E sono sassate le parole di Ottone Rosai, pittore fiorentino erede dei macchiaioli e contiguo a un mostro sacro come Paul Cézanne, di cui ora la casa editrice Vallecchi ha ripubblicato insieme Diario di un teppista e Via Toscanella. Sono sassate, altro che le pennellate dei suoi quadri. E può piacere o non piacere, quest'uomo irrequieto e controverso, inebriato da tutti i furori avanguardistici di inizio Novecento, incontrollabile come un teppista in libera uscita, appunto.

Può piacere e non piacere, e nell'uno o nell'altro caso magari finirà sempre per irritare.
Però che potenza, che esplosione di libertà che si sprigiona dalle sue pagine. Vita che diventa inchiostro, che irride a ogni ragionevolezza, che si fa urlo di protesta.

Poi il teppista parte per le trincee della Prima Guerra Mondiale, volontario che condivide idee pericolose - come quelle di chi diceva la guerra era la sola igiene del mondo - ma almeno parte, la guerra non è estetica da consegnare ad altri. Parte e già comincia un'altra storia.

Sfrenato, insopportabile, sempre sorprendente, lui che ha sempre bisogno di boccate d'aria intelligente, lui che ogni tanto cede ai morsi di una vita che cerca ben altre risposte, lui che lavora nella tranquillità di chi sa di essere sulla strada che porta a quel certo paese chiamato l'irraggiungibile.

E forse la storia ha fatto giustizia di quei furori, ma certe pagine rimangono: ed è perfino necessario.


domenica 20 febbraio 2011

Quando la parola è carta vetrata e carezza




Bello bello ascoltare e non capire
molto meglio continuare
così bla bla blaterare
non provare a farmi partecipare
entrare nel dentro del tutto dal niente
tanto tutto ciò non vuole significare
tanto per parlare mentalmente
uccidilo uccidilo con la carta
così il mio lieto momento
lontano dalla fallita quotidianità
dovresti esser contenta, e invece no
meglio non capire senza sapere

E dunque una cosa è saperlo, una cosa è sperimentarlo. Perché è chiaro, si sa che ci sono piccole grandi gemme di poesia nascoste tra i titoli di collane che certo non monopolizzano gli scaffali della grande distribuzione. Però poi è un'altra cosa avere la fortuna di capitare su uno di questi titoli, concedergli il tempo e l'attenzione giusta, e così assaporarne la freschezza, la forza, l'originalità.

Ecco, è questo che mi è capitato con Movimentacoli di Emanuela Cavallaro, pubblicata nella bella e coraggiosa collana La luna e gli specchi (PerroneLab) di Sandra Cervone.

Questo: la possibilità di scoprire una voce particolare, che si stacca da altre pagine. Di scoprire, in particolare, un lavoro sulla parola che sfugge alle trappole del detto e ridetto.

Niente parole consumate o peggio ancora manomesse, in questi versi. Semmai parole che diventano colpo di frusta e carezza, urlo esistenziale e gioco, ribellione contro il tempo e i tempi e però anche porto sicuro. Parole come carta vetrata ma anche come carezza. Soprattutto parole che accettano la sfida. E si lasciano plasmare come creta, si lasciano inventare. Disposte a nuovi sensi, a nuovi incastri. Aperte ai venti del rimando e della contaminazione. A volte anche "solo" suono, solo oggetto visivo.

Ci sono simpatie e suggestioni che vengono da lontano, in questa poesia, e potrei scommettere sulla lettura delle avanguardie di inizio Novecento - l'irriverenza del Dada, in primo luogo - ma anche su qualche suggestione italiana tipo Aldo Palazzeschi. E forse non è a caso che l'autrice, nata in una lontana periferia parigina, sia cresciuta tra artisti di strada e saltimbanchi europei per collaborare poi, anche in musica, con diversi artisti avanguardistici.

E insomma, c'è aria di libertà in queste parole. Aria di verità, proprio perchè non c'è verità con la maiuscola, perché c'è sangue, c'è cuore che batte.


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