Non sono un'esperta nel maneggiare la vecchiaia, e neppure la morte. Lo sono - lo sono diventata - nel cercare vie d'uscita al dolore.
E' un libro di una triste dolcezza - o di una dolce tristezza - Così è la vita di Concita De Gregorio (Einaudi). Un libro sugli inevitabili addii, su ciò che passa, su noi stessi che, così è appunto la vita, passiamo. Un libro, in sostanza, sul tempo. Un libro per non nascondersi.
In un'epoca in cui la vecchiaia è qualcosa di cui vergognarsi - e da combattere col miraggio dell'eterna giovinezza e tanta chirurgia estetica - in un'epoca in cui la stessa morte pare qualcosa che è meglio rimuovere, fanno bene pagine così.
Le domande dei bambini, così imbarazzanti e così illuminanti, sono in realtà domande per tutti noi, ginnastica del cuore e della mente per imparare ad accettare e accettarsi.
Incredibile, ci può essere un viaggio tra ospedali e funerali che procede con passo lieve e una strana disposizione all'allegria. Dalla caducità delle nostre esistenze a ciò che davvero rimane. Dal senso di assenza a una sorprendente pienezza.
Grazie anche alla forza della scrittura, perché è anche attraverso di essa che s'impara a domare il dolore: nominandolo e così trasformandolo in forza.
E' un libro di una triste dolcezza - o di una dolce tristezza - Così è la vita di Concita De Gregorio (Einaudi). Un libro sugli inevitabili addii, su ciò che passa, su noi stessi che, così è appunto la vita, passiamo. Un libro, in sostanza, sul tempo. Un libro per non nascondersi.
In un'epoca in cui la vecchiaia è qualcosa di cui vergognarsi - e da combattere col miraggio dell'eterna giovinezza e tanta chirurgia estetica - in un'epoca in cui la stessa morte pare qualcosa che è meglio rimuovere, fanno bene pagine così.
Le domande dei bambini, così imbarazzanti e così illuminanti, sono in realtà domande per tutti noi, ginnastica del cuore e della mente per imparare ad accettare e accettarsi.
Incredibile, ci può essere un viaggio tra ospedali e funerali che procede con passo lieve e una strana disposizione all'allegria. Dalla caducità delle nostre esistenze a ciò che davvero rimane. Dal senso di assenza a una sorprendente pienezza.
Grazie anche alla forza della scrittura, perché è anche attraverso di essa che s'impara a domare il dolore: nominandolo e così trasformandolo in forza.

E' questa la terribile domanda a cui prova a rispondere Vito Mancuso, uomo che sente profondamente che la cultura non può essere solo erudizione, perché la cultura deve fare bene alla vita, deve crescere con la vita, - altrimenti a che serve?
Uomo ma anche teologo che si interroga sul dolore, anzi, sul dolore degli innocenti: che poi è interrogativo che spesso e volentieri proprio la teologia ha rimosso o trattato con imbarazzo.
Questo libro, Il dolore innocente, varrebbe anche solo per questo: per la tensione etica che chiede di porre il problema e poi di spremere tutte le risposte che sono dovute, senza ipocrisie, senza scorciatoie. Tensione che ne fa lettura importante anche per chi, come il sottoscritto, di teologia non si è mai occupato.
E che riflessione sul dolore, che scaturisce da queste pagine. Un atto di accusa contro il dolore colpevole, contro il dolore necessario. Ma anche una riflessione utile a tracciare un orizzonte dove dignità, rispetto, sentimenti puliti sonodavvero le sole cose a contare davvero.
Ps: fino all'Ottocento il portatore di handicap era designato con il termine mostro. Mostro, dal verbo latino monstrare. Diceva Cicerone: I mostri sono chiamati mostri proprio perché mostrino qualche cosa che deve avvenire. Anche su tutto questo ci sarebbe di che dire....