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venerdì 23 marzo 2012

Tramonto e polvere nelle distese del Texas

Avevo voglia di un libro come Tramonto e polvere, un libro di quelli che si leggono di un fiato, perché raccontano una storia, perché riescono a metterti sotto gli occhi personaggi e scene nemmeno fosse un film, perché è come se ti prendessero per mano e ti portassero dentro le vicende, e non sarai il protagonista, non sarai nemmeno un comprimario, però ci sei dentro, e finché resterai aggrappato a quelle pagine è come se tutto fosse vero, perfino le peggiori esplosioni di violenza, perfino le possibilità di salvezza.

Non conosco bene Joe R. Lansdale e forse la letteratura americana che frequento di più ha radici che affondano d'altre parti - New York e la Costa atlantica oppure la California. Meglio così, però: per me è stata una bella scoperta.

Siamo nel Texas (Il Texas è uno stato mentale, dice Lansdale), negli anni della Grande Depressione. Ed è inevitabile, mi sa, il confronto con un grande, grandissimo libro che racconta quegli anni, Furore di John Steinbeck.

La c'era la speranza consegnata a un altrove - una famiglia che cerca la fortuna all'ovest - qui non andiamo oltre un villaggio di disgraziati nato intorno a una segheria e ai primi pozzi di petrolio. Là la miseria intravede una possibilità di solidarietà, qui c'è il coraggio di una donna che prova a riscattare il suo destino e a farsi carico di un'intera comunità. Nell'uno e nell'altro libri, comunque, manca ancora un Roosevelt capace di tracciare una nuova strada: e si vede.

Ma questo non è un libro da raccontare. E' un libro da godere, abbandonandosi alla forza dei dialoghi, al susseguirsi dei colpi di scena che non tolgono niente alla potenza descrittiva di pagine che raccontano il Sud nella sua interezza, dal Ku Klux Klan agli appetiti scatenati dal petrolio.

Sì, mi ci voleva proprio un libro così.

mercoledì 28 dicembre 2011

Sonny Liston, il campione che l'America tradì

Era solo il diavolo che era: Charles L., il più potente degli uomini, e il più elegante. Aveva più passati di quante calze abbia la maggior parte della gente. Va' avanti, prendi un passato, uno qualunque. Erano tutti uguali per lui: pantani sabbiosi e vicoli, salette di bar e celle di prigione, gangster cattivi dal grosso culo di lusso e raccoglitori di cotone piegati verso il basso...

Charles Liston, detto Sonny, era un poco di buono da cui non ci si poteva che aspettare che crimini e anni di galera. Charles Liston, detto Sonny, non sapeva leggere né scrivere ed era nato in un luogo che non figurava in alcuna mappa e che le gente chiamava Pantano di sabbia. Charles Liston, detto Sonny, aveva la pelle scura, viveva in un posto di piantagioni di Ku Klux Klan e secondo ogni logica era in quello stesso posto che doveva morire. Charles Liston, detto Sonny, era il più grande pugile, il campione che l'America attendeva e che a un certo punnto l'America tradì: o forse, più semplicemente, fu lui a tradirsi.

Il diavolo e Sonny Liston: il titolo dice già molto. E se non vi piace la boxe - a me non piace - non importa. Anche se la detestate, non importa. Sarà che le storie di boxe, le grandi storie di boxe, sono sempre impastate di grandezza e miseria, sono poesia dolente. Sono albe livide, cadute nella polvere, sangue in bocca, lama dritta al cuore.

E questo libro di Nick Tosches non è solo una grande biografia, è romanzo, è improvvisazione jazz.

Storia di un campione maledetto che la boxe la scoprì in prigione - fu il reverendo del carcere al mettergli i guantoni alle mani. Storia di un uomo che poteva ben dire: La prigione non mi dispiaceva. Tanto se la portava dentro, tranne provare ogni volta la Grande Evasione.

sabato 2 ottobre 2010

Che sorpresa, il profondo Sud di William Faulkner

30 settembre 1962:  lo studente James Meredith entra all'università del Mississippi. E' il primo nero e per riuscirci il presidente Kennedy ha dovuto spedire l'esercito e sfidare disordini razziali che lasciarono morti per strada.
6 luglio 1962: muore William Faulkner, grandissimo scrittore di quella stessa America ancora apertamente segregazionista. Almeno si risparmia questa nuova tragedia.

E' partendo da queste due date che Claudio Gorlier su Tuttolibri tenta un'originale riflessione su quella cultura di cui Faulkner è stato espressione: non che fosse anche lui un razzista, ma quello era comunque il suo mondo, il profondo Sud a cui è sempre rimasto fedele.

E allora, facile puntare il dito su un Sud che noi conosciamo soprattutto per lo schiavismo, per le piantagioni di cotone, per la violenza del Ku Klux Klan. Grazie a Faulkner - e grazie ora anche a Gorlier - ora c'è altro che possiamo mettere in conto.

Scrive Gorlier:


La sconfitta del Sud non aveva distrutto soltanto un sistema politico e comportamentale ma una cultura nel senso più ampio della parola, una cultura, tra l'altro, fondata in larga misura sull'utopia, quella che aveva sostanzialmente contribuito, con i sudisti Washington e Jefferson, a sostanziare i principi della Costituzione americana

Ecco, come al solito le cose non sono mai univoche. Per fortuna, perché questo è un buon modo per tenere a bada i nostri pregiudizi, qualsiasi essi siano. Schiavismo e utopia: questo era il profondo Sud. Il sogno americano al suo meglio e la sua negazione.

Non ci avevo mai pensato, ma anche questa è l'ennesima conferma che la storia la scrivono i vincitori. Il Nord, in questo caso, la grande potenza economica, la quintessenza della modernità, che aveva saputo imporre non solo le ragioni dell'emancipazionismo, ma anche quelle dell'industria, dei profitti, degli interessi che hanno più gambe per camminare dei valori.

Allora si capisce meglio la domanda di Faulkner:

Il Sogno americano: che ne è stato?

E un'affermazione che è meno retorica di quanto appaia:

L'America non ha ancora trovato posto a colui che si occupa soltanto di cose dello spirito umano

E noi meno che mai, ovvio. Abbiamo ancora bisogno di Faulkner, abbiamo ancora bisogno perfino di Via col vento e di quelle battute da scena madre. Domani è un altro giorno e si vedrà.

venerdì 17 settembre 2010

L'usignolo dell'Alabama e il buio oltre la siepe

Che vi dice il titolo To kill a mockingbird?

A me fino all'altro giorno niente, nemmeno a volerlo tradurre alla lettera, Uccidere un usignolo. Poi mi è capitato tra le mani un intrigante articolo di Stefano Pistolini (D di Repubblica, 11 settembre), così ho scoperto che questo era il titolo originale di Il buio oltre la siepe di Harper Lee. Ovvero, di uno di quei libri che sembrano fatti apposta per scioglierti il cuore e renderti un po' migliore.

Mi ricordo di averlo divorato una di quelle interminabili estati da studente che ho trascorso inchiodato in città. Leggevo in giardino, ma con la testa volavo in quella cittadina nel cuore dell'Alabama, provincia rurale torpida e segregazionista. Fino a quel momento i miei eroi di carta dovevano impugnare armi, guidare rivoluzioni, affrontare plotoni di esecuzione. Ora avevo con me Atticus Finch, l'avvocato che prima di tutto era una brava persona, l'onesto professionista che nell'America del Ku Klux Klan non esitava a difendere l'”uomo nero” accusato ingiustamente contro tutta una comunità che ne pretendeva il linciaggio.

Più tardi avrebbe acquistato il volto di Gregory Peck, come dire l'America più buona, idealista, rassicurante, prima del Vietnam.

Quanto a Harper Lee, ignoravo persino che dietro quel nome si celasse una donna.

La sua storia me la racconta ora Pistolini: quella di una donna che arriva fuori proprio da quella cittadina, la stessa di un'altra persona che lascerà il segno nella letteratura mondiale, Truman Capote, suo vicino di casa e compagno di giochi. Il babbo, un avvocato come Atticus, in quell'America che niente pare riuscire a smuovere dai suoi pregiudizi.

Un giorno scappa a New York, ma anche lì è un pesce fuori dell'acqua. Lavora in una biglietteria aerea, nel tempo libero si accanisce su una macchina da scrivere senza tirare fuori quello che sente nelle sue corde. Avverte la possibilità del capolavoro, ma la vita la tira da ogni parte, le pagine non prendono forma, la carta appallottolata riempie il cestino. Una versione del romanzo viene gettata dalla finestra, e allora non è che si ristampa un'altra copia dal computer. Gli amici si autotassano per regalarle un anno di stipendio, una sorta di sabbatico per continuare a scrivere.

Nell'estate 1960 finalmente il libro esce, senza grandi aspettative. Però è un gran bel libro ed esce al momento giusto, quello di un'America che vuole scrollarsi di dosso molte cose e guardare avanti, senza ripiegarsi più su se stessa.

Oggi in Italia è un libro che si dimentica, ma in America, 30 milioni di copie vendute dopo, è una lettura quasi obbligatoria, preferirei dire necessaria, a scuola. Un libro che insegna a “vedere le cose dal punto di vista degli altri”.

Quanto a Harper Lee, è stato il primo e ultimo romanzo. Mi fa riflettere anche questa cosa degli scrittori di un unico grande libro. Ma questo un'altra volta.

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  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...