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giovedì 5 maggio 2016

L'imperatore che cambò il mondo e si domandò perché

Eppure quei giovani erano i miei amici, e mi erano carissimi nel preciso momento in cui, in cuor mio, rinunciai a loro. Quale perverso animale è l'uomo, che ha caro soprattutto quanto rifiuta o abbandona. 

Di John Williams - grande americano di cui rimpiangiamo di avere solo quattro romanzi più un quinto incompiuto - è facile aver letto e ammirato due capolavori come Stoner e Butcher's crossing. Assai meno che si siano affrontate le pagine poderose di Augustus, romanzo corale, ambizioso, di rara intensità che ripercorre la straordinaria vita di Ottaviano.

All'inizio è solo un ragazzo dagli occhi azzurri, il fisico fragile, la compagnia di un pugno di amici con cui è bello condividere le parole dei saggi e i sogni dei giovani. Ma a soli 18 anni, con l'assassinio di Giulio Cesare, il destino lo chiama e lo cambia: dovrà gettarsi nella mischia, imporre l'astuzia della politica e la forza delle spade, ricorrere a tutte le seduzioni. Roma lo chiede, forse il mondo stesso lo chiede.

Sopravviverà a guerre civili, trame, congiure, tradimenti. Ma lo scotto da pagare sarà duro: perché alla fine della sua lunga vita l'uomo che consegnerà a Roma la pace e l'impero sarà anche un uomo solo, amputato negli affetti, senza più nemmeno il conforto della stessa figlia Giulia che dovrà condannare all'esilio. Un uomo che tornerà spesso all'idea di ciò che era, che poteva essere e che è diventato. Sempre allergico alle manifestazioni del potere, all'ipocrisia e all'adulazione di chi lo circonda, ma anche incapace di darsi una vera risposta: ne è valsa davvero la pena?

Romanzo la cui verità - come premette Williams - appartiene più alla verità della narrativa che a quella della Storia (e perciò, mi pare, ancora più vero), Augustus riecheggia inevitabilmente capolavori come Io, Claudio di Robert Graves e soprattutto Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar. Ma poi c'è la scrittura inconfondibile di Williams, tra ricostruzione storica, indagine psicologica, meditazione sui destini dell'uomo.

E davvero: è un libro da cui farsi accompagnare a lungo.

giovedì 9 aprile 2015

Chi era Adriano, l'imperatore che mi ha tenuto compagnia?

Chi era Adriano? Chi era davvero, sotto le sue vesti colorare di porpora e senza il suo scettro Non credo di essermi mai posto questa domanda. Sicuramente non ho mai avvertito il bisogno di una risposta.

È che io ho preso per buono l'imperatore che ho incontrato e me lo sono fatto bastare. Non ho cercato altro, non ho ceduto a una smania di verità a tutti i costi. Adriano era l'Adriano del libro. Di quel libro letto la prima volta da liceale arrabbiato che voleva cambiare il mondo, poi da universitario assalito dai dubbi, quindi da giornalista inerme di fronte alla complessità di quello stesso mondo, infine da uomo di mezza età che ogni giorno smaltisce una delusione e ritrova una ragione, o almeno ci prova. 

Il libro di Marguerite Yourcenar, insomma. Memorie di Adriano. Quello con l'imperatore che parla in prima persona e racconta la sua vita al giovane Marco Aurelio, il filosofo che un giorno sarà imperatore. Le parole di chi ha  in serbo solo gli ultimi spiccioli di vita:

la meditazione scritta d’un malato che dà udienza ai ricordi.

Adriano è ancora l'uomo più potente del mondo. Solo che persino l'impero perde consistenza, forse anche verità, al cospetto di un corpo stremato. 

È difficile rimanere imperatori in presenza di un medico; difficile anche conservare la propria essenza umana

E la malattia è un osservatorio scomodo, ma regala vantaggi a chi  intende davvero vedere e capire. Adriano non si tira indietro. La sua storia è un magnifico palazzo descritto dalle cucine, non dalle sale del trono.

(da Paolo Ciampi, La strada delle legioni, Mursia)

domenica 15 marzo 2015

Ripensando ai muri della storia, assieme a Marguerite

Non so se Marguerite Yourcenar abbia mai camminato lungo l'Hadrian's Wall, come sto facendo io in questi giorni. 

Pensate: le Memorie escono nel 1951, esattamente dieci anni prima del giorno in cui il pianeta si risvegliò per scoprire cosa era successo a Berlino. 

E ora lo capisco più di prima: il passato non è fermo una volta per tutte, così come è stato archiviato. Cambia con i nostri occhi. Non c'è solo il presente che sta nel tempo e il futuro che è un'incognita.

Anche la Yourcenar si guardava intorno. Non si preoccupava mica solo degli antichi romani. Leggeva l'autobiografia di Winston Churchill, signore di un'altra Britannia e in lui vedeva prima di tutto un uomo che, almeno entro certi limiti, sapeva spiegarsi e farsi capire. Scrutava il mondo così come era uscito dopo la guerra di Hitler. Si interessava dell'istituzione delle Nazioni Unite e, chissà, forse accarezzava la speranza di un governo mondiale capace di farla finita con tante cose. 

Meditava soprattutto sulla possibilità di un politico di genio, anzi, lo aspettava e lo auspicava. Uno da cui aspettarsi una pace duratura. 

Un po' come Dante Alighieri con  il suo Arrigo, un altro imperatore, un'altra speranza di pace: non che a entrambi sia andata un granché bene.

Lo stesso Muro, prima e dopo Berlino. In effetti un altro Muro, ai tempi in cui lei scriveva del suo imperatore.  

(Paolo Ciampi, La strada delle legioni, Mursia)

mercoledì 27 agosto 2014

La voce di Eva Peròn, in quella Argentina

Qualsiasi cosa si faccia, si ricostruisce sempre il monumento a modo proprio. Ma è già molto se le pietre usate sono autentiche.

Così affermava la grande Marguerite Yourcenar - dandoci prova di quello che intendeva in un'opera straordinaria quale le Memorie di Adriano, vita dell'imperatore insieme vera e immaginata, o se si preferisce, ricostruita con i materiali che rimangono dopo la distruzione (non importa se di una guerra, di un terremoto o semplicemente del tempo).

Abel Posse, scrittore argentino, non solo cita la Yourcenar, ma ne segue i passi, per raccontare la parabola di vita di Eva Peròn, oltre il mito, oltre le note di una canzone o le immagini di film che certo non rendono a fronte di un personaggio così complesso e controverso.

E' un bel libro, un libro importante, La passione secondo Eva (Vallecchi editore). Non una biografia, nemmeno una storia linerare. Piuttosto un racconto corale, fatto di molteplici punti di vista, di coni di luce che si accendono e si spengono, di incursioni avanti e indietro nel tempo. E anche di malintesi, di equivoci, di amnesie che forse suggeriscono di più di tante memorie ufficiali.

Eva Peròn e il ventre profondo dell'Argentina in mano ai militari e ai latifondisti. Eva Peròn e la polverosa provincia da cui un giorno arriva questa ragazza minuta e bistrattata dalle circostanze, più voce calda che corpo oggetto del desiderio. Eva Peròn e la Buenos Aires del tango e dei teatri, dei caffè con cui si ammazza le notti e dei bordelli. Eva Peròn e la miseria di un popolo. Eva Peròn e una malattia che la porterà via troppo presto e che, certo, contribuirà non poco a insediarla per sempre nel cuore dei tanti.

Ci saranno saggisti e storici che sapranno spiegare meglio che cosa è stata e cosa ha rappresentato Eva Peròn. Ma quanta verità in questo libro. Quanta poesia.

venerdì 22 agosto 2014

Dimenticare Augusto, nell'"epoca della rozzezza"

Stendiamo un pietoso velo sul Mausoleo di Augusto, da molto tempo chiuso per restauri e allagato nell'unico giorno in cui era stato riaperto per celebrare il bimillenario (dicesi bimillenario). Questa è evidentemente l'Italia che non si smentisce nel modo in cui maltratta i suoi beni culturali. Ma la domanda è: come mai un personaggio come Augusto, così decisivo nella storia di Roma e diciamo pure dell'umanità, non è riuscito a entrare se non nel nostro immaginario almeno nel cono di luce della nostra attenzione?

Perché questo è fuor di dubbio, altri imperatori - per rimanere agli imperatori - ci sono riusciti assai meglio: Adriano, per esempio, e non solo per lo splendido libro della Yourcenar; e perfino Nerone, con tutto quello che ha combinato. E allora?

Una bella risposta l'ha data qualche giorno Maurizio Bettini sulla cultura di Repubblica, in un intervento in cui, appunto, si interroga sui motivi per cui abbiamo dimenticato l'imperatore che inventò la pace globale (non senza fare le sue guerre, in ogni caso). Scrive Bettini:

Augusto rappresenta la classicità della classicità, una sorta di classicità esponenziale, quella propria del signore di un'epoca che amò la perfezione della forma, l'eleganza, l'ironia, la cultura, perfino l'erudizione: tutti valori che la nostra società, incline alle sensazioni forti e dedita talora alla poetica delle rozzezza, rispetta e ammira, almeno a parole, ma certo non sente proprie.

Ecco, ora mi torna più. Non è per Augusto. E' la nostra "epoca della rozzezza" che ha i suoi problemi. Ora che ci penso, non ne dubito.


lunedì 21 aprile 2014

Le ultime parole dell'imperatore morente

Piccola anima smarrita e soave, compagna e ospite del corpo, ora t'appresti a scendere in luoghi incolori, ardui e spogli, ove non avrai più gli svaghi consueti. Un istante ancora, guardiamo insieme le rive familiari, le cose che certamente non vedremo mai più... Cerchiamo d'entrare nella morte a occhi aperti....

Si conclude così Memorie di Adriano della grande Yourcenar, opera non facile, ma che è da catalogare a tutti gli effetti tra i grandi capolavori di sempre. Opera a cui ritorno sempre e che, vedrete, è fondamentale anche per il mio prossimo libro, in uscita tra qualche giorno.

Giunto al termine dei suoi giorni il grande imperatore scrive una lunga lettera al suo amico Marco Aurelio, guardando con occhio straordinariamente lucido alla sua vita toccata da un singolare destino. L'uomo che è stato il più potente del mondo si avvia da solo alla morte. Non ha troppi rimpianti, perché sa di aver vissuto nel giusto. Sa che la sua opera politica non è mai stata estranea a un senso di umanità.

Che questo porti alla felicità, è un altro discorso, ma di alcune cose è sicuro. Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo, afferma l'imperatore morente.

E noi con lui comprendiamo che la grandezza è questa responsabilità.

Un libro che accoglie nelle sue pagine i problemi degli uomini di ogni tempo. Un libro prezioso per chi si è consegnato all'impegno della politica e a quanti si interrogano sulle effettive priorità della vita.

mercoledì 1 gennaio 2014

Perché infanzia e vecchiaia sono i due stati più profondi

Più invecchio anch'io, più mi accorgo che l'infanzia e la vecchiaia non solo si ricongiungono, ma sono i due stati più profondi che ci è dato vivere.

In essi si rivela la vera essenza di un individuo, prima o dopo gli sforzi, le aspirazioni, le ambizioni della vita.

Il viso liscio di Michel bambino e quello inciso al bulino di Michel vecchio si somigliano, ciò che non sempre accade con i visi intermedi della giovinezza e della maturità. Gli occhi del fanciullo e quelli del vecchio guardano con il tranquillo candore di chi non è ancora entrato nel ballo mascherato oppure ne è già uscito.

E tutto l'intervallo sembra un vano tumulto, un'agitazione a vuoto, un inutile caos per il quale ci si chiede perché si è dovuto passare.

(Marguerite Yourcenar, Archivi del Nord, Einaudi)

giovedì 12 dicembre 2013

Possiamo dire di derivare da un'intera provincia

Dal lato paterno, l'unico che qui mi interessa, quattro bisnonni nel 1850, sedici quadrisavoli verso l'Anno II, cinquecentododici all'epoca della gioventù di Luigi XIV, quattromilanonovantasei sotto Francesco I, circa un milione alla morte di San Luigi.

Queste cifre vanno ridotte, se si tiene conto delle unioni tra consanguinei, che fanno sì che sovente si ritrovi lo stesso antenato all'incrocio di numerose progenie, come uno stesso nodo all'incrocio di numerosi fili.

Eppure possiamo dire di derivare da un'intera provincia, da tutta una razza.

L'angolo al cui vertice ci troviamo si apre dietro di noi all'infinito.

Vista così, la genealogia, questa scienza messa tanto spesso al servizio della vanità umana, conduce anzitutto all'umiltà, alla coscienza del poco che siamo in questa moltitudine, poi alla vertigine. 

(Marguerite Yourcenar, Archivi del Nord, Einaudi)

mercoledì 4 dicembre 2013

Tutti abbiamo un avo che ha partecipato alle Crociate



I pellegrinaggi, appunto, furono così numerosi che ognuno di noi ha certamente degli avi che hanno marciato verso Roma o Compostela, sia per ardore religioso, sia per vedere un po' di mondo e raccontare al ritorno, esagerandole, le loro avventure.

Quanto alle Crociate, tanti viandanti, stallieri, ribaldi, pie vedove e donne perdute si sono sparsi sulle strade al seguito del loro signore che possiamo tutti immaginare di aver partecipato, tramite un nostro avo, a una di quelle sublimi imprese.

(Marguerite Yourcenar, Archivi del Nord, Einaudi)

mercoledì 25 luglio 2012

Davanti all'Atlantico con Marguerite Yourcenar

E quello che succedeva in Asia, quelle spaventose carneficine... non me ne sono accorta che molto più tardi. Ma non c'è un mattino, da tanti anni a questa parte, in cui, alzandomi, io non pensi prima di tutto allo stato del mondo per partecipare, condividere per un istante la sofferenza universale. Pure, a volte, nonostante questo, si riesce a essere felici, ma è un'altra specie di felicità

Diffido, in genere, dai libri intervista agli scrittori. E pensare che questo è anche piuttosto corposo, altro che pochi capitoletti giusto per fissare un cammino intellettuale, una visione del mondo o una giratina più o meno frettolosa nel laboratorio di scrittura di un autore.

Ma Ad occhi aperti -  volume, edito da Bompiani, che raccoglie le conversazioni di Matthieu Galey con Marguerite Yourcenar - è molto di più e ci restituisce pienamente il fascino, la complessità, la singolarità di questa scrittrice.

Conversazioni appunto. E sembra quasi di vederli, i due, nella veranda di Petite-Pleasance, la casa dell'isola dell'Atlantico, davanti alla costa del Maine, che la Yourcenar aveva scelto di abitare. Casa di silenzi, di gesti antichi come fare il pane in casa, di parole distillate dalle letture.

venerdì 6 gennaio 2012

Adriano, imperatore responsabile della bellezza

Ancora una volta mi risuonano quanto l'imperatore Adriano di Marguerite Yourcenar affermava  in uno dei passi più belli di tutte le Memorie.

Ciascuno la sua china; ciascuno il suo fine, la sua ambizione se si vuole, il gusto più segreto, l’ideale più aperto. Il mio era racchiuso in questa parola: il bello, di così ardua definizione a onta di tutte le evidenze dei sensi e della vista. Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo


Sentirsi responsabile, questo è già qualcosa di straordinario. Ma sentirsi responsabile della bellezza del mondo, sentirsi responsabile e tradurre questa responsabilità nella vita delle nostre città, dei nostri quartieri, della piazza e del condominio dove viviamo: questa è una delle poche speranze a cui è necessario non rinunciare.

Come vorrei guardarmi intorno e ritrovare questo senso della responsabilità.

giovedì 17 novembre 2011

E quello che succedeva in Asia, quelle spaventose carneficine... non me ne sono accorta che molto più tardi. Ma non c'è un mattino, da tanti anni a questa parte, in cui, alzandomi, io non pensi prima di tutto allo stato del mondo per partecipare, condividere per un istante la sofferenza universale. Pure, a volte, nonostante questo, si riesce a essere felici, ma è un'altra specie di felicità

Diffido, in genere, dai libri intervista agli scrittori. E pensare che questo è anche piuttosto corposo, altro che pochi capitoletti giusto per fissare un cammino intellettuale, una visione del mondo o una giratina più o meno frettolosa nel laboratorio di scrittura di un autore.

Ma Ad occhi aperti -  volume, edito da Bompiani, che raccoglie le conversazioni di Matthieu Galey con Marguerite Yourcenar - è molto di più e ci restituisce pienamente il fascino, la complessità, la singolarità di questa scrittrice.

Conversazioni appunto. E sembra quasi di vederli, i due, nella veranda di Petite-Pleasance, la casa dell'isola dell'Atlantico, davanti alla costa del Maine, che la Yourcenar aveva scelto di abitare. Casa di silenzi, di gesti antichi come fare il pane in casa, di parole distillate dalle letture.

Diceva la grande Marguerite:

Molti si raccontano meno di quanto non si ripetano

Certamente non è il suo caso. 

sabato 4 giugno 2011

Se è Omero che potrà salvarci

La guerra, per un attimo, era sembrata lontanissima. Molto tempo prima, avevamo bevuto alla stessa sorgente....

Che straordinaria occasione nel bel mezzo del massacro, quel giorno sotto il sole di Creta,  lo sguardo a scendere giù per le rocce fino al mare che era stato lo stesso mare di Odisseo. Il generale nazista e l'uomo che lo ha fatto prigioniero. E in mezzo una manciata di versi che arrivano dal mondo classico e che, per un istante, segnano la possibilità di una tregua.

E' con questo ricordo da Tempo di regali di Patrick Leigh Fermor (Adelphi) che comincia una bellissima pagina su Tuttolibri di Silvia Ronchey, titolo Omero, solo tu ci salverai. Dice, Silvia Ronchey:

L'antico sospende il tempo, l'eterno sconfigge la storia
Il classico, spiega Silvia Ronchey, sconfigge quelle che Braudel chiamava le increspature di superficie, le mode passeggere, gli appetiti più o meno devastanti, gli eventi che sembrano cambiare tutto e che invece svaniscono, lasciando quello che c'era prima.

Per Marguerite Yourcenar amiamo il passato perché è il presente sopravvissuto nella memoria dell'umanità. Per Walter Benjamin un classico è tale e resiste lungo i secoli poiché in qualunque tempo sia stato scritto usa sempre la lingua del presente.

Dice ancora Silvia Ronchey:

I veri classici non fuggono, sfidano e sono sempre pericolosi. Un classico è sempre eversivo, sempre trasgressivo, sempre anticonformista... Non ha quindi senso chiederci se i classici antichi abbiano un futuro. Pe definizione, ci aiutano a scavalcare il presente, le sue effimere ideologie, i suoi dibattiti, gli schemi del nostro pensare. E in questo senso ci avvicinano, più ancora che al passato - a noi in effetti sempre inconoscibile - al futuro. 

Non  so se ne sono completamente convinto, ma anch'io voglio crederci


lunedì 22 novembre 2010

L'uomo che si sentiva responsabile della bellezza

Ancora una volta mi risuonano quanto l'imperatore Adriano di Marguerite Yourcenar affermava  in uno dei passi più belli di tutte le Memorie.

Ciascuno la sua china; ciascuno il suo fine, la sua ambizione se si vuole, il gusto più segreto, l’ideale più aperto. Il mio era racchiuso in questa parola: il bello, di così ardua definizione a onta di tutte le evidenze dei sensi e della vista. Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo


Sentirsi responsabile, questo è già qualcosa di straordinario. Ma sentirsi responsabile della bellezza del mondo, sentirsi responsabile e tradurre questa responsabilità nella vita delle nostre città, dei nostri quartieri, della piazza e del condominio dove viviamo: questa è una delle poche speranze a cui è necessario non rinunciare.

Come vorrei guardarmi intorno e ritrovare questo senso della responsabilità.

giovedì 19 agosto 2010

Guardando con umiltà ai nostri antenati

Risalire di generazione in generazione, dare un nome, un volto, un qualsiasi aggettivo a coloro da cui discendiamo. I nostri antenati. Coloro con cui condividiamo geni e molecole, ma forse anche parole e qualcosa di ancora più profondo. Oltre i nostri nonni e bisnonni, più lontano, dove le linee si confondono, i numeri crescono, l'idea di una parentela diventa quasi un arbitrio. Ci penso spesso, come credo tutti voi, e pensandoci poche volte sfuggo a un senso di vertigine. Ma c'è una persona che tutto questo lo ha scritto e scritto bene: Marguerite Yourcenar, che tutto questo ha messo al centro di  libri come Archivi del Nord (Einaudi)

E' lei che una volta ha detto:

Naturalmente, sia pure nel breve scorcio di alcuni secoli, è impossibile ritrovare tutti quei nomi, o dare un volto a tutti quegli esseri. Essi sono irrimediabilmente perduti, tranne che in noi. Ma si può cercare di spingersi il più lontano possibile in quei mondi...

Quest'avventura l'ho tentata all'età di circa sessant'anni. Se la vita ce ne concede il tempo credo che arrivi sempre il momento in cui si tenti di tirare le somme, di fare un po' il punto; in cui ci si chieda che cosa si debba a certi antenati sconosciuti, o quasi, a certi casi o vicende da tempo dimenticate, forse perfino (ed è in fondo lo stesso) ad altre vite

Una dimostrazione di vanità? Non credo: in un bisogno come questo non intravedo la smania dell'albero genealogico, la presunzione del quarto di nobiltà. Piuttosto faccio mia un'altra grandissima frase che ci regala la Yourcenar:


In questo ritorno ai milioni di esseri di cui siamo fatti, vedo, al contrario, l'origine di una grandissima umiltà

E credo che proprio in questa umiltà risieda uno dei più importanti segreti di una buona vita.

sabato 14 agosto 2010

Che fine fanno i personaggi di un libro

Succede solo per i libri più importanti, quelli che continuano a risuonare dentro anche una volta che li abbiamo riposti sullo scaffale. I personaggi che hanno preso vita dalla pagina non è che si congedano e spariscono, ombre tra le ombre. Rimangono, in qualche modo, si tratti del Corsaro Nero, di Emma Bovary oppure del maggiordomo Jeeves. Continuano ad accompagnarci e a volte riusciamo anche a intavolare dei dialoghi immaginari.

E se vale per i lettori, figurarsi per lo scrittore che quei personaggi li ha creati. Arriva un momento in cui li lascia andare come una nave che molla gli ormeggi?

A questo proposito dice cose bellissime Marguerite Yourcenar In Ad occhi aperti, il libro intervista con Matthieu Galey.

I personaggi sono sempre lì, costantemente presenti? chiede l'intervistatore. E lei, la donna da cui hanno preso vita personaggi indimenticabili come Adriano e Zenone:

Sono tutti presenti, come sono presenti anche i vivi che amo o che mi interessano, presenti o passati. la conosco molto poco ma, quando se ne sarà andato, anche lei sarà presente. Credo di non rinunciare mai a un essere che ho conosciuto, e in nessun caso ai miei amici

Bello, i personaggi come amici a cui non si rinuncia mai. Ma anche gli amici sono come i personaggi, possibilità alternative della nostra vita

Attraverso loro, ho vissuto delle vite parallele. Lo stesso avviene con i miei amici in carne e ossa... Ogni simpatia e ogni comprensione accordate a degli esseri, appartengano al passato o al presente, nascano dalla nostra mente, ci accompagnino o incrocino la nostra strada nella vita, moltiplicano le nostre occasioni di contatto con la realtà

Non avevo mai pensato così, alle amicizie, di carta o in carne e ossa che siano, come alla moltiplicazione della nostra vita: le tante alte vite che discendono dalla nostra, stradario di una mappa immaginaria e possibile.

Ora ci penso e mi piace.

giovedì 12 agosto 2010

Quelle conversazioni nella veranda sull'Atlantico

E quello che succedeva in Asia, quelle spaventose carneficine... non me ne sono accorta che molto più tardi. Ma non c'è un mattino, da tanti anni a questa parte, in cui, alzandomi, io non pensi prima di tutto allo stato del mondo per partecipare, condividere per un istante la sofferenza universale. Pure, a volte, nonostante questo, si riesce a essere felici, ma è un'altra specie di felicità

Diffido, in genere, dai libri intervista agli scrittori. E pensare che questo è anche piuttosto corposo, altro che pochi capitoletti giusto per fissare un cammino intellettuale, una visione del mondo o una giratina più o meno frettolosa nel laboratorio di scrittura di un autore.

Ma Ad occhi aperti -  volume (edito da Bompiani) che raccoglie le conversazioni di Matthieu Galey con Marguerite Yourcenar - è molto di più e ci restituisce pienamente il fascino, la complessità, la singolarità di questa scrittrice. Conversazioni appunto. E sembra quasi di vederli, i due, nella veranda di Petite-Pleasance, la casa dell'isola dell'Atlantico, davanti alla costa del Maine, che la Yourcenar aveva scelto di abitare. Casa di silenzi, di gesti antichi come fare il pane in casa, di parole distillate dalle letture.

Quasi impossibile non trovare in questo libro spunti capaci di alimentare la nostra curiosità o la nostra riflessione.

E così, spizzicando in qua e là:

La convinzione che anche per una grande scrittrice non è facile essere compresa dai suoi lettori: Sono sicura del contrario. Certi lettori si cercano in ciò che leggono e non vedono altro che se stessi

La consapevolezza che scrivere non è una sofferenza: E' un lavoro, ma è anche quasi un gioco, e una gioia, perché l'essenziale non è la scrittura, è la visione

E i personaggi dei propri romanzi che continuano ad abitare la vita: Sono tutti presenti, come sono presenti anche i vivi che amo o che mi interessano, presenti o passati

Le ragioni di una sana reticenza: Molti si raccontano meno di quanto non si ripetano

L'idea curiosa che gli scrittori sono portati a situare avvenimenti e personaggi nelle stagioni contrarie a quelle in cui scrivono (lo aveva già notato Jean-Jacques Rousseau, a lei è successo sia per le Memorie di Adriano che per L'opera in nero)

Ma soprattutto quel sorprendente senso di compassione.

Basta qui, sono già andato "lungo", ma di questi spunti e altri voglio continuare a parlare qui.

domenica 25 luglio 2010

Cercare il passato per sopportare il presente

Reduce da un viaggio di diversi giorni in cui ho camminato lungo il Vallo di Adriano - estremo confine dell'Impero romano - e non ho certo lesinato il mio tempo in musei dedicati all'antica Britannia, siti archeologici, rovine di terme e castelli, ho finito per infliggermi qualche domanda di troppo. Che cos'è tutto questo guardarsi indietro? Un altro tentativo di fuga da un presente che non proprio il massimo?

Così ancora una volta devo ringraziare Marguerite Yourcenar, scrittrice che quasi sempre mi ha portato in dono la pagina o la frase di cui avevo bisogno.

Sul suo libro intervista Ad occhi aperti (una lunga conversazione con Matthieu Galey, pubblicata da Bompiani) ero capitato a caccia di qualcosa sull'Imperatore Adriano, personaggio storico che come un'ombra l'ha seguita per tutta la vita. E che ovviamente intriga molto anche a me.

Su Adriano non ho trovato molto, ma questa frase valeva da sola:

Quando si ha parla dell'amore per il passato, bisogna fare attenzione: si tratta dell'amore per la vita; la vita è molto più al passato che al presente. Il presente è un momento sempre breve, anche quando la sua pienezza lo fa sembrare eterno. Quando si ama la vita, si ama il passato perché esso è il presente qual è sopravvissuto nella memoria umana.

Ecco, proprio così. Non riesco a immaginarmi il nostro presente senza il suo passato. Guardare al passato mi aiuta a stare nel presente.  Mi aiuta a sopportarlo. E come aiuta, anche questa consapevolezza.

domenica 4 luglio 2010

Quelle romantiche piogge di Inghilterra

Innanzitutto un annuncio personale: domani parto per alcune settimane in Inghilterra del Nord e per la Scozia nel corso del quale, tra le altre cose, intendo percorrere a piedi tutto il Vallo di Adriano, da mare a mare. Mi porterò con me le Memorie di Adriano della Yourcenar (utile rilettura per meditare ancora sulle questioni del potere e della felicità), camminerò il più possibile. E dico la cosa più banale (un po' meno banale per gli inglesi, che si sa, di questo parlano molto): spero che il tempo mi assista.

Proprio oggi (sarà un caso? O i libri si danno da fare per bussare alla porta della tua vita proprio quando occorre?) l'occhio mi è cascato su una pagina del grande Mario Praz. Un suo articolo, Ville inglesi, anno1958. Sentite cosa dice a proposito di certe idee romantiche sulla meteorologia con annesse predilezioni da turista o viaggiatore.

Quella di vedere i paesi nella loro stagione tipica era un'idea romantica di Théophile Gautier: bisognava vedere la Spagna d'estate e sentire la terra scottare attraverso la suola delle scarpe, e la Russia d'inverno e strofinarsi il naso contro il gelo. Nel 1923 dovevo ancora essere sotto l'influsso di simili idee romantiche, perché non mi sarebbe affatto dispiaciuto vedere a Londra la grande nebbia: non era la "ciudad de las nieblas" secondo uno scrittore spagnolo che allora godeva di una certa fama?
Tuttavia, per quel che riguarda l'Inghilterra, una volta che uno ha veduto che miracoli possano produrre in quel paese il cielo azzurro e la bella stagione, non potrà non considerare con pietà il punto di vista romantico alla Gautier

Anch'io sono piuttosto propenso a respingere questa idea romantica. Sono convinto che la poesia del Lake District o dello Yorkshire mi arriverà meglio, senza scarponi bagnati e umido nelle ossa. Che Giove Pluvio mi assista.

domenica 23 maggio 2010

Se la montagna incantata diventa magica


L'ho letto una prima volta quando ero ancora al liceo, figurarsi quanti anni sono passati, e da quel momento non ho avuto esitazioni a inserirlo tra i libri più amati, quelli che ho bisogno di sapere sempre lì, a portata di mano, con un posto sicuro e in vista nella mia biblioteca.

Un po' come Memorie di Adriano della Yourcenar e ancora di più di altre opere di Thomas Mann (nella fotografia), per esempio Morte a Venezia. E per me quel libro è sempre stato La montagna incantata.

Un titolo che evoca molte cose, un complicato rapporto con la malattia (tra le molte cose anche sorta di rifugio in un momento di grande crisi non solo esitenziale), le pulsioni distruttive che possono annidarsi in una società evoluta, la tentazione della fuga...

La montagna incantata
, appunto. Solo che l'altro giorno ho letto sulle pagine di cultura di Repubblica alcune righe di Antonio Gnoli, che ci segnala che nella nuova edizione, in uscita in autunno, il capolavoro di Thomas Mann si chiamerà La montagna magica.

Spiega Gnoli: I titoli a volte riflettono scelte più profonde...

Aggiungendo che un giorno magari avremo anche Il flauto incantato, oppure, pensando a un libro bellissimo di Ripellino, Praga incantata...

E uno potrebbe dire: e con questo? Il libro resta sempre lo stesso, un capolavoro.

Però non so, faccio i conti con strane sensazioni, come se in realtà qualcosa mi fosse stato portato via, come se ora facessi fatica a classificare un'esperienza di lettura davvero importante... I titoli, si sa, non saranno tutto, ma non sono nemmeno semplici etichette...

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