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mercoledì 9 settembre 2015

Una panchina al centro dell'universo

Poiché amo le panchine, poiché amo perdere, anzi, guadagnare il mio tempo sulle panchine, magari guardando la gente che passa, magari nascondendomi dietro la copertina di un libro (mi piace anche far prendere aria ai miei libri) a lungo mi sono fatto accompagnare da Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne di Beppe Sebaste (Laterza).

Sono pagine in cui ho trovato uno straordinario catalogo delle panchine usate e amate - chissà se un giorno anch'io non tenti qualcosa del genere. E anche una serie di definizione di panchina che mi piace riportarne tre o quattro.

Una panchina perfetta è come una 'piega' del mondo, non un luohgo nascosto ma una zona franca, liberato o salvata, dove semplicemente sedersi è già in sé una meditazione.

A definire le panchine, tuttavia, non è solo il sedersi, ma un certo tipo di sedersi, un certo uso, non solo e non tanto del proprio corpo quanto del proprio tempo, e della propria mente. Lasciare libera la mente di vagare, divagare. Passeggiare da fermi.

La panchina è un luogo di sosta, un'utopia realizzata.

Ovunque si trovi, la panchina è per chi si siede il centro dell'universo.

Mica male: la panchina come utopia realizzata. Come centro dell'universo. Tutto è relativo, il tempo e lo spazio. Seduti su una panchina. 

domenica 5 agosto 2012

Continuando a cercare la nostra Shangri-Là

Da Atlantide a Shangri-Là, cosa vorrà dire questa costante ricerca di un luogo dell'utopia, di una valle incantata, di un'isola fuori dal tempo e dalla storia?

Non è che finora ci abbia pensato molto, però l'altro giorno mi sono imbattuto in una frase de Il turista nudo di Lawrence Osborne (Adelphi), che è stata come un raggio di luce:

Per secoli, occidentali e affini hanno cercato valli nascoste, regni perduti e isole scomparse: e civiltà estinte. Non so se indiani e giapponesi soffrano delle stesse ossessioni, e se per esorcizzarle viaggino. Ma se così non è, se questa patologia si deve considerare unica, allora ritengo dica qualcosa su di noi che ne siamo affetti.

E non so se è vero, come lui sostiene, che tutto questo riguarda noi europei, noi occidentali, quasi in esclusiva - Comunque, la smania di vedere coi propri occhi un frutto dell'immaginazione credo sia una forma di pazza tipicamente occidentale. O no? - ma so che dietro questa smania, che è insieme voglia di redenzione e di fuga, c'è  qualcosa che aiuta a capire meglio noi stessi. E non è poco.

lunedì 17 gennaio 2011

Su una panchina, passeggiando da fermi

Poiché amo le panchine, poiché amo perdere, anzi, guadagnare il mio tempo sulle panchine, magari guardando la gente che passa, magari nascondendomi dietro la copertina di un libro (mi piace anche far prendere aria ai miei libri) a lungo mi sono fatto accompagnare da Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne di Beppe Sebaste. Nelle cui pagine ho trovato oltre a uno straordinario catalogo delle panchine usate e amate - chissà se un giorno anch'io non tenti qualcosa del genere - anche una serie di definizione di panchina che mi piace riportare.

Una panchina perfetta è come una 'piega' del mondo, non un luohgo nascosto ma una zona franca, liberato o salvata, dove semplicemente sedersi è già in sé una meditazione


A definire le panchine, tuttavia, non è solo il sedersi, ma un certo tipo di sedersi, un certo uso, non solo e non tanto del proprio corpo quanto del proprio tempo, e della propria mente. Lasciare libera la mente di vagare, divagare. Passeggiare da fermi


La panchina è un luogo di sosta, un'utopia realizzata


Ovunque si trovi, la panchina è per chi si siede il centro dell'universo

lunedì 10 gennaio 2011

Cercare Shangi-Là e trovare noi stessi

Da Atlantide a Shangri-Là, cosa vorrà dire questa costante ricerca di un luogo dell'utopia, di una valle incantata, di un'isola fuori dal tempo e dalla storia?

Non è che finora ci abbia pensato molto, però l'altro giorno mi sono imbattuto in una frase de Il turista nudo di Lawrence Osborne (Adelphi), che è stata come un raggio di luce:

Per secoli, occidentali e affini hanno cercato valli nascoste, regni perduti e isole scomparse: e civiltà estinte. Non so se indiani e giapponesi soffrano delle stesse ossessioni, e se per esorcizzarle viaggino. Ma se così non è, se questa patologia si deve considerare unica, allora ritengo dica qualcosa su di noi che ne siamo affetti

E non so se è vero, come lui sostiene, che tutto questo riguarda noi europei, noi occidentali, quasi in esclusiva - Comunque, la smania di vedere coi propri occhi un frutto dell'immaginazione credo sia una forma di pazza tipicamente occidentale. O no? - ma so che dietro questa smania, che è insieme voglia di redenzione e di fuga, c'è  qualcosa che aiuta a capire meglio noi stessi. E non è poco.

martedì 28 dicembre 2010

Se la panchina è il luogo dell'utopia

Una buona panchina fa sentire al riparo chi vi si siede, e fa apparire il suo ozio come un'attività non soltanto legittima, ma di qualità superiore, da intenditore - un po' come quando al ristorante uno ordina un piatto molto semplice e il cuoco gli fa capire di considerarlo un buongustaio

Che bello questo Panchine. Come uscire dal mondo senza uscire (Laterza, collana Contromano), di Beppe Sebaste, libro leggero e profondo allo stesso tempo, poetico di una poesia che scaturisce in primo luogo da uno sguardo inconsueto sul mondo...

Perché è questo che fa, in buona sostanza, Beppe Sebaste: si siede e guarda davanti a sè, si siede e usa il suo tempo senza ansia e senza pretesa. E lo usa assai bene, perché spesso e volentieri il tempo usato meglio è quello che quasi quasi sembra dilapidato.

Soprattutto oggi, in questo mondo dove pare che si sia posto solo per la rapidità, per gli spostamenti rapidi e ripetuti, per giornate imbevute solo di movimento. E sarà anche per questo che le panchine - avete notato anche voi? - stanno scomparendo dalle nostre città o sono confinate in posti - per esempio le hall dei centri commerciali - dove è chiaro che potrai fermarti solo per tirare il fiato e quindi tirarti su e fare subito quello che devi fare (produci, consuma, crepa...). Il tempo è denaro, come fai a perderlo su una panchina?

E allora questo libriccino non è solo poesia, è anche presa di coscienza, protesta, riappropriazione di giornate e spazi e tempi. Per dirla con Beppe Sebaste:

Stare in panchina, nel elssico attuale, è il contrario dello scendere in campo. Ma la panchina è l'ultimo simbolo di qualcosa che non si compra, di un modo gratuito di trascorrere il tempo e di mostrarsi in pubblico, di abitare la città e lo spazio. La panchina è un luogo di sosta, un'utopia realizzata

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...