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lunedì 3 novembre 2014

Nel niente più niente d'America, dove sono nato

Con le giuste cartine geografiche e una bacchetta in mano so che potrei convincere anche le teste più esigenti che quando il vasto e insanguinato puzzle che era il quadro dei confini regionali di questo paese si è compattato più o meno nella sua configurazione attuale dopo la Guerra Civile, qualcuno ha lasciato cadere un frammento, che a sua volta ha creato un vuoto, e hanno chiamato quel vuoto "Indiana centrale".

Non sto cercando di dire che lì non c'è niente. Sto cercando di dire che è proprio il "lì" a mancare. 

Pensateci: mettetevi a pensare con criterio. Qual è il niente più niente d'America? Il Midwest, no?

Ma quando arrivate nel Midwest, scoprite che tutti i vari niente hanno pretesa di esser qualcosa. Ci sono le pianure solitarie dell'Iowa. In Michigan c'è una canzone di Gordon Loghtfoot. L'Ohio si aggrappa alla sua mediocrità vagamente comica, al suo essere medio. Tutti hanno qualcosa.

Invece ora vi invito a chiudere gli occhi, e quando dico "Indiana"... schermo vuoto, giusto?

E stiamo parlando dell'Indiana in generale, che comprende il sud dell'Indiana, dove sono cresciuto, e il nord, che tocca  uno dei Grandi Laghi. Non abbiamo ancora ristretto il campo all'Indiana centrale. 

L'Indiana centrale? E' come dire: "Dove sei?". Boh, non c'è niente. "Ecco, sei arrivato". 

(da John Jeremiah Sullivan, Americani, Sellerio)

giovedì 23 giugno 2011

Vincere il Nobel e perdere a casa propria

Il giorno stesso in cui vinse il Nobel, nel 1962, il New York Times non trovò niente di meglio che infliggergli una stroncatura: che è un po' come vergognarsi della propria nazionale che vince i Mondiali.

Peggio ancora gli era andata quando aveva pubblicato il suo capolavoro, Furore. A Salinas, sua città natale, si scatenò la caccia al libro, ma solo per dargli fuoco sulla pubblica piazza.

Povero John Steinbeck, quanto è stata lunga e difficile la strada della sua affermazione anche a casa propria. Non in libreria, a dire il vero, visto che ancora oggi è un autore che vende ben due milioni di copie all'anno solo negli Stati Uniti. Ma tra i critici letterari, nel mondo della cultura che conta.

Federico Rampini nel suo San Francisco-Milano (Laterza) ci racconta come è andata. Ed è una storia che merita di conoscere, perché le ragioni per cui oggi anche l'America ha riscoperto Steinbeck sono esattamente le ragioni per cui per tanti anni fu marchiato come scrittore da cui si poteva prescindere. Volete mettere con Faulkner, Fitzgerald o Hemingway?

Troppo facile, tropo sentimentale, troppo datato, dicevano. Soprattutto troppo ideologico: e questa parola è una cartina tornasole. Steinbeck raccontava l'America stracciona, l'America dei morti di fame, l'America di chi lasciava le fattorie del Midwest e si metteva in viaggio per disperazione o al massimo per uno straccio di speranza. Parlava della California prima della Silicon Valley. Ambientava le sue storie tra poveri immigrati, contadini stremati, pescatori.

Come poteva piacere all'America di George Bush?

Ma per gli stessi motivi Steinbeck è uno degli autori riscoperti nell'America di Obama, quell'America che non ha paura degli immigrati e che si riconosce in quell'idea della California, come metafora di una vitra migliore, di un'altra possibilità.

La possibilità per cui oggi stanno lavorando duro altri braccianti, da altri paesi, negli stessi campi dei contadini di Furore. E allora sento come mie le parole di Rampini:

Invece dei bianchi poveri che fuggivano dalla carestia in Oklahoma questi ora vengono dal Messico, dal Guatemala o dall'Afghanistan. Se soltanto potessero leggerlo, loro probabilmente non troverebbero Steinbeck né fazioso, né datato

giovedì 31 marzo 2011

Ma perché è tornato Superman?

C'è un piccolo Superman dentro ogni Everyman, un Superuomo dentro ogni Uomo Qualunque

Pare che siano ritornati di moda i Supereroi tipo Uomo Ragno e Capitan America, quelli che gente come me inseguiva sugli albi della Marvel, sempre incerto se sognare o tornare con i piedi per terra. Pare, e allora bisognerà chiedersi perché, bisognerà provare almeno a capire se anche questo è il segno dei tempi.

Vittorio Zucconi ci ha provato raccontando su Repubblica come è nato il primo Supereroe di una lunga serie, quello che in Italia importammo con il nome di Nembo Kid, ma che per il resto del mondo era Superman. E sapete come inizia il suo racconto?

Era l'inverno del grande gelo, quel 1932 nella Cleveland degli altoforni spenti in un'America del Midwest che si era scoperta fragile e vulnerabile, dopo la sbornia degli anni venti. Fu in quella città che rabbrividiva nelle file per la minestra sotto il vento plumbeo dei Grandi Laghi, che due ragazzi neppure ventenni immaginarono l'antidoto al veleno che stava fiaccando la terra dei loro sogni. Non un eroe, ma un supereroe....

Insomma, la Grande Depressione, l'America meno il sogno americano, due ragazzi - Joe Shuster e Jerry Siegel - che già nel nome portano il marchio di un'immigrazione non facile, in un paese che è ancora il paese degli Wasp, i bianchi anglosassoni protestanti. Ed è dalla loro fantasia, dalla loro voglia di sognare un'altra America, che nasce Superman, qualcosa vorrà dire.

Superman  è quanto di meno Wasp si possa immaginare. E' ogni Shlomo e ogni Salvatore, ogni Mickey e ogni Ahmed piovuto dalla Galassia sulla terra americana per renderla più forte, più sicura, più America

Sì, qualcosa vorrà dire, se è tornata voglia di Supereroi.


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  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...