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lunedì 15 giugno 2015

La vita agra del grande Luciano

C'era bisogno che gli occhi mi cascassero su questa copertina, per scoprire la magnifica collana Sorbonne, che la Clichy dedica ai protagonisti del Novecento, libretti agili e densi, ricchi di immagini e di citazioni, soprattutto di sguardi originali, a volte obliqui, per raccontare uomini e donne che hanno cambiato la nostra visione del mondo.

La prossima volta che vado in libreria me ne prendo un bel po', ma intanto eccomi con questo, dedicato a Luciano Bianciardi, il precario esistenziale (sottotitolo che già dice molto), curato da Gian Paolo Serino.

Non me lo potevo perdere, per l'amore che da sempre coltivo per questo grandissimo ignorato della nostra letteratura (in ogni caso più commentato che letto, come ricorda Serino), fino a curiosi processi di immedesimazione in altri anni (ho adoperato anche lo pseudonimo di Paolo Bianciardi su qualche giornale, che è tutto dire).

E dunque l'anarchico maremmano, l'inventore del Bibliobus che in anni inimmaginabili andava a portare i libri in posti dimenticati, l'uomo che non tradì mai i suoi minatori e che riuscì a farsi licenziare dalla Feltrinelli. Ma soprattutto l'uomo che riuscì a comprendere e a raccontare l'Italia dei consumi di massa e della televisione prima di Pier Paolo Pasolini e di Umberto Eco. Il primo a cogliere davvero la mutazione antropologica del nostro paese, con tutte le malattie che ci portiamo ancora dietro.

Voleva la più grande delle rivolte, Bianciardi: la coerenza di ciascuno. Quando gli arrise il successo, con quel capolavoro che è La vita agra - La storia di un'incazzatura in prima persona singolare - ci rimase male: si era aspettato che anche i suoi lettori si incazzassero, invece tutto quello che rimediò furono gli applausi.

Visse - o sopravvisse - delle traduzioni dei grandi americani, come Henry Miller. Se ne andò via troppo presto, a nemmeno 50 anni, ucciso dall'alcol in cui cercava l'assenza. In qualche modo ci riuscì: al suo funerale c'erano solo quattro persone.

Un buon modo di riscoprirlo è passare da questo libro di Clichy. A seguire, la meravigliosa biografia di Pino Corrias. E poi i libri, ovviamente i libri, del grande Luciano. 

mercoledì 15 aprile 2015

Tradurre, cioè dire la stessa cosa: o quasi

Che cosa vuol dire tradurre? La prima e consolante risposta vorrebbe essere: dire la stessa cosa in un'altra lingua. Se non fosse che, in primo luogo, noi abbiamo molti problemi a stabilire che cosa significhi "dire la stessa cosa".

Ecco, comincia così il libro che Umberto Eco dedica a una delle attività più complesse e affascinanti, quella della traduzione. Attività che, mi sa, spesso diamo per scontata: acquistiamo quel libro americano, danese o cinese, ce lo portiamo a casa,  ce lo leggiamo. A volte ci piace, a volte no. Ma qualunque sia il nostro piacere, e il nostro giudizio, poche volte ci viene in mente che in effetti non è stato scritto una volta, ma due volte.

Ed eccoci subito nel bel mezzo della questione. Subito, con le prime righe di Eco. Cosa vuol dire tradurre? La risposta è già nello stesso titolo del libro pubblicato qualche anno fa da Bompiani: Dire quasi la stessa cosa. Con quel quasi che concentra tutta la fatica, il mistero, il fascino della traduzione.

Cosa c'è dentro questo quasi? Come si misura? Significa che ogni traduzione è un insuccesso? O un'affermazione di creatività?

Non mi avventuro a raccontarvi le tante cose che Eco spiega in questa opera, non facile, certo, ma intrigante anche per i non addetti ai lavori.

Però se vi incuriosisce sapere "ciò che c'é dietro" a ogni libro, questo è un libro che fa per voi. E di quel "quasi" difficilmente riuscirete a liberarvi. 

lunedì 14 gennaio 2013

Storia e fantasia dal Casentino a Gerusalemme

Che questo sia un romanzo storico o una storia della prima crociata 'attraversata' da un racconto più o meno immaginario, o qualunque altra cosa, non sono io a doverlo decidere: perché rispetto i generi letterari ma, grazie a Dio, non me ne occupo.

E allora, potrei provare io a rispondere a proposito di L'avventura di un povero crociato di Franco Cardini. Questo è di gran lunga più il libro di uno storico che di un romanziere. Di uno storico che per una volta ha usato un espediente narrativo e da esso si è fatto portare lontano.

Un documento, da questo è partito Franco Cardini: una donazione a un tale Rimondino di Donnuccio - magnifico nome medievale o forse da Armata Brancaleone - per il servizio reso al suo signore a Gerusalemme. Di Rimondino non si sa nient'altro, esiste solo questo documento, che quindi è assai meno espediente dei documenti inventati per le loro narrazioni da Alessandro Manzoni o da Umberto Eco. Però è sufficiente per accendere il riflettore della curiosità e della fantasia e per accompagnare Rimondino dalle terre del Casentino, montagna toscana, fino alla piana riarsa di fronte alla Città Santa, per l'assedio e poi il terrificante massacro che per la storia è la Prima Crociata: quella della Gerusalemme Liberata.

Forse la narrazione funziona così e così, perché il narratore poi si lascia prendere dallo storico, il grandissimo storico che ha voglia di descrivere, spiegare, illuminare tutto. E di Rimondino si perdono più volte le tracce. Ma che bellezza, il viaggio raccontato in queste pagine (a partire dall'Arno disceso con le zattere, tra molteplici rischi). E quanto ci sarebbe da ragionare sul sottile gioco di rimandi e corrispondenze tra la fantasia e la verità storica.

Per questo, forse, qua e là mi è capitato di avere la sensazione di 'toccare' la verità della prima crociata - e , diciamo così, il suo odore - più da vicino di quanto non mi sia accaduto quando l'ho avvicinata con i soli strumenti della ricerca storica.

Dichiarazione, poi, che va a riconoscimento della sincerità e dell'umiltà dello storico.

mercoledì 15 giugno 2011

Don Quijote e Borges, le due biblioteche


Quanti tipi di biblioteche ci sono? Infinite, ovviamente, ma leggendo Umberto Eco, ancora lui, ho intuito che grosso modo si possono suddividere in due categorie. Le biblioteche che ti spingono verso il mondo e le biblioteche in cui provi a rinchiudere il mondo.

Se le une e le altre potessero essere catalogate, così come si fa con le specie animali e vegetali, allora varrebbe la pena usare due nomi - profondamente letterari - che corrispondono a libri che nella mia personale biblioteca contano moltissimo.

Don Quijote, innanzitutto, con la sua biblioteca piena di romanzi cavallereschi, avventure e imprese. La sua storia comincia quando chiude i libri e si lascia la casa alle spalle per inoltrarsi nel mondo. Quei libri se li porta dietro, tutti nella testa e nel cuore.

E il grande Borges, poi, lo scrittore della biblioteca universale, della biblioteca dove c'è tutto (e tutto è già stato scritto), la biblioteca dove i libri si parlano tra loro

Scrive Umberto Eco:

Don Quijote ha cercato di trovare nel mondo fatti, avventure, dame che la sua biblioteca gli aveva promesso; e quindi ha voluto e creduto che l'universo fosse come la sua biblioteca. Borges, meno idealista, ha deciso che la sua biblioteca era come l'universo - e si capisce quindi perché non ha più provato la necessità di uscirne

Chissà da ragazzino, inseguendo i personaggi di Emilio Salgari, la mia biblioteca era più modellata su quella del buon Don Quijote. Ma oggi, come sento vicino a me le parole di Borges, nel suo Elogio dell'Ombra

Tra l'alba e la notte è compresa la storia
universale. Nella notte io scorgo
ai miei piedi l'errare dell'ebreo,
Cartagine annientata, Inferno e Cielo.
Dammi, Signore, letizia e coraggio
per toccare la vetta del mio viaggio

mercoledì 8 giugno 2011

E l'autore finì per odiare il suo capolavoro

Sostiene Umberto Eco:

Ho scritto sei romanzi, eppure tutti parlano sempre del Nome della rosa, che io odio perché è una sorta di maledizione

Sostiene Roberto Saviano:

Il mio Gomorra non lo rinnego, lo riscriverei, ma sarei falso se dicessi che lo amo. Perché mi ha tolto tutto: io volevo solo diventare uno scrittore

Sostiene Truman Capote:

Nessuno saprà quanto A sangue freddo mi sia costato. Mi ha scarnificato fino al midollo delle ossa

Ecco qui, la sindrome da best-seller che affliggerebbe alcuni degli scrittori di maggiore successo, quelli da milioni di copie vendute in tutto il mondo. Capita quando il loro nome si lega indissolubilmente non a un'opera intera, ma un singolo titolo. Quello che vende, quello che è un must nelle librerie, quello che ha messo in ombra tutto il resto.

Di recente ne ha parlato Stefano Bartezzaghi su Repubblica, in una riflessione dal titolo Odio il mio capolavoro (e capolavoro non è certo sinonimo di best-seller):

Se ti chiami Dante sei Commedia anche se magari ti sentiresti di più De Monarchia. Se ti chiami Claudio Baglioni, nessuno ti libererà mai dalla "maglietta fina"


Devo dire, capisco e non capisco. Non so se questa sindrome sia frutto più di un vezzo che di un sincero risentimento. E ancora di più, nel caso, mi sembra incerto il bersaglio del risentimento: perché non l'autore stesso, incapace di superarsi, come un saltatore che sceglie una misura troppo alta?

Però, a ripensarci, capisco.

venerdì 3 giugno 2011

Se la vera geografia è quella immaginaria

Alla base della geografia c'è immaginazione e curiosità. E che la geografia sia legata alla ricerca del paradiso terrestre mi sembra ovvio: le prime carte geografiche, in Occidente, cercavano appunto di localizzarlo

Lo dice Umberto Eco, in un'intervista di Wlodek Goldkorn pubblicata su L'Espresso. Lo dice quasi en passant, per parlare poi di molte altre cose. E almeno a me mi ha lasciato con parecchia voglia di saperne di più.

Perchè il tema, in sostanza, è questo: la geografia come scienza immaginaria. Ovvero l'evanescenza della scienza del mondo com'è, della scienza che quasi si può toccare, come si tocca la terra che si calpesta. Montagne e pianure, mari e fiumi: ma su tutto la nostra immaginazione.

Il pianeta com'è, ma soprattutto il pianeta come ce lo immaginiamo, come lo sogniamo, in fondo anche come lo vogliamo. Un pianeta, ma anche due pianeti che sono irrimediabilmente diversi e necessariamente uguali.

La geografia dei geografi e la geografia dei viaggiatori immaginari.  Charles Darwin - per dire uno scienziato - ed Emilio Salgari. E ora anche Umberto Eco che mi spiega quello che forse confusamente avevo già intuito:

Sono affascinato dalla geografia immaginaria, perché ogni geografia in statu nascenti lo è, altrimenti registra quello che già si sa

lunedì 30 maggio 2011

50 mila libri, 50 mila promesse per il futuro

Dedicato a tutti coloro che ritengono che la libreria deve essere una sorta di collezione di trofei - i libri già letti - invece che una possibilità a portata di mano. Per loro valgono queste parole di Umberto Eco:

Una biblioteca serve a tenere i libri che non si sono ancora letti. Io, che ho una biblioteca di 50 mila volumi, devo ancora leggere come minimo 50 mila volumi. 


Il bello delle biblioteche è che disegnano un futuro di grandi piaceri e deliziose letture....

Buono da ricordarselo la prossima volta che qualcuno vi entrerà in casa domandando: letti tutti?

sabato 5 marzo 2011

Se la poesia fa paura anche quando parla di rose

E' molte cose insieme, Parole in libertà, antologia di scrittori che per le loro parole hanno perso la libertà. Molto più di un rapporto di Amnesty International, anche se questo libro nasce dall'impegno di un'associazione, il Pen Club, che combatte a livello mondiale per la libertà di espressione. Molto di più di un documento che mette in fila alcuni casi eclatanti o meritevoli di indignazione.

Prima di tutto è un libro di scrittori, un libro dove ci sono pagine di bella letteratura. Ed è un libro sulla parola, sulla parola che resiste, sulla parola che viene imprigionata, sulla parola che ritrova sempre la sua voce, malgrado tutto. E' un libro sulla parola e il suo difficile rapporto con il potere. Sempre e comunque.

Perché come dice Umberto Eco nell'introduzione: La poesia fa paura, anche se parla di rose.

Pensiamo al linguaggio dei regimi. Ci sono studi sull'impoverimento della lingua sotto il nazismo e tutto questo non è l'incubo fantascientifico di Fahrenheit 451. Ricordate? Il capolavoro di Ray Bradbury su un ipotetico futuro in cui leggere i libri è considerato un reato, mentre la televisione viene usata dal governo per definire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato....

La parola libera, ma prima ancora la parola esatta, la parola vera fa paura al potere e fa paura alle burocrazie.

E allora bisogna provare a tenerle strette, convinzioni come queste.

Le parole sono coraggio.

Le parole sono memoria.

Le parole sono speranza.

Le parole sono medicina per la vita, rimedio che allieva la sofferenza, incantesimo che allarga perfino le porte di una prigione.

E per tutto questo  le parole sono fatti. E proprio per questo fanno paura ma sono anche indispensabili.




martedì 25 gennaio 2011

Con Sandokan non si diventa veline o cortigiani

Che belle le parole che Ernesto Ferrero dedica al mio Emilio Salgari sull'ultima Domenica di Repubblica, in vista del centenario dedicato a uno scrittore che, ignorato dalla scuola, trattato da tutti come un peccato di gioventù, in realtà ha lasciato a generazioni di italiani un imprinting indelebile. Che poi è quello che Ferrero definisce il big bang di un'emozione che verrà ricordata nell'età adulta con commossa gratitudine da scrittori come Pavese, Parise, Pontiggia, Citati, Eco, Magris....

Parole importanti soprattutto perché fanno emergere il profondo legame che unisce Sandokan alla nostra Italietta a cavallo tra Otto e Novecento (solo di quell'epoca?):

Un Paese povero, immobile, depresso e represso, che fatica a tirare avanti, con lui poteva liberare fantasie archetipiche in cui le gioie dell'esotismo si accompagnano al sogno di quello che ognuno vorrebbe essere. Il piccolo giornalista veronese, improvvisatosi narratore d'appendice per uscire da un destino mediocre, ha regalato ai lettori d'ogni età (donne incluse) il destino epico che avrebbe voluto per se stesso

Anch'io sono tra coloro che sulle pagine del grande Emilio ha accarezzato il sogno di quello che ognuno vorrebbe essere. Almeno, appartengo a una generazione che i sogni li cercava ancora tra quelle pagine.

Sono anche contento, di appartenere a quella generazione: che grazie a Sandokan e al Corsaro Nero imparò a non sognarsi velina o cortigiano.

giovedì 18 novembre 2010

Quando gli scrittori sono dietro le sbarre

Come a dire, ancora una volta sfiorando il cinismo, che la reclusione fa bene alla letteratura

Questo lo dice Umberto Eco, nell'introduzione al libro Parole di Libertà pubblicato dal Pen Italia in occasione del cinquantesimo anniversario di Writers in prison, gruppo che si batte per la libertà di espressione nel mondo. Lo dice Umberto Eco e queste pagine gli danno abbondantemente ragione. Tanto che si può tranquillamente condividere anche questo giudizio:

Dalle testimonianze di questo libro emerge che sempre, dopo sofferenze e umiliazioni tali da fiaccare ogni energia, tutti questi condannati sono riusciti a ritrovare l'entusiasmo della creazione letteraria una volta usciti dal carcere, e alcuni di loro lo hanno conservato durante la prigionia, scrivendo in prigionia, scrivendo della prigionia, talora mandando i propri versi a memoria quando non avevano neppure la carta per serbarne traccia.

Tutto vero. Però una volta constatata la forza della creatività, che sa esprimersi malgrado tutto, mi entra anche una grande tristezza. Solo al pensiero che al mondo si possa essere imprigionati per le proprie idee, per le proprie parole. E penso anche che un libro come quello di cui Eco firma l'introduzione in realtà ci fa vedere solo un lato della luna, non il dark side of the moon. Ciò che ha vinto il silenzio, ciò che ha oltrepassato le sbarre. Non ciò che è stato definitamente spento, imbavagliato, sepolto.


Non sto facendo letteratura sulla sofferenza altrui, ammonisce giustamente Eco. Solo che a volte bisogna proprio aggrapparsi alla sua nota speranza. Crederci e volerci credere, perché è giusto. Godere insomma della contraddizione dei tiranni che gettando gli scrittori nelle segrete, affinché tacciano, collaborano ad amplificarne la voce.

giovedì 16 settembre 2010

Chiacchierando con un amico del futuro dei libri

E' da quest'estate che su Facebook ne discuto con un amico che non ha dubbi: lui è l'uomo delle nuove tecnologie, io, è chiaro, il tradizionalista. Entrambi abbiamo cercato di dare fondo alle nostre buone ragioni.

La digitalizzazione dei libri, ha detto lui, rende tutto più facile, comodo e accessibile.
Vuoi mettere con la bellezza dei libri, ho replicato io, con i sensi che vengono messi in movimento, anche l'odorato e il tatto, e poi quelle care vecchie biblioteche, che è un piacere guardarle?

Il supporto è mera tecnologia, ha ripreso lui,  non impatta sul contenuto. E basta con i rimpianti da conservatori...
E io:  guarda, lo dice anche Umberto Eco, il libro, come lo conosciamo, è l'invenzione più duratura della storia dell'umanità, più vecchia della ruota, una ragione ci sarà.

Figurati, è sbottato lui, come se Gutemberg fosse vissuto  nel neolitico.  E poi tutto sarà molto più democratico, ha incalzato. Con gli eBook si abbassano i costi materiali di riproduzione delle opere, tutti possono scaricarli. Prima se stavi in una capanna in Etiopia o anche a in mezzo alla Maremma comprare un libro era un'avventura costosa. Ora basta una connessione, un click e qualche euro.

Sugli ebook in Etiopia qualche perplessità ce l'ho, ho ripreso, ma soprattutto siamo sicuri che tutto questo si traduce in democrazia e pluralismo e trasparenza e tutto il resto? E come si regolerà il diritto di autore? Solita pirateria, tanto chi scrive o traduce vive d'aria? E i profitti a coloro che hanno le tecnologie? E ancora, è proprio quello che vogliamo, rinunciare alle librerie come spazio di socialità e incontro e al libraio come interlocutore?

E così via. Ora stiamo riprendendo fiato, però è chiaro, ci siamo lasciato dietro solo i primi round.

Magari finirà che anch'io comprerò uno di quei lettori (o tavolette o come diavolo si chiamano). Oppure no. Non credo, cioè, ma forse un tempo lo dicevo anche per i cd e invece...

Intanto mi conforta l'idea che sia io che il mio amico i libri li leggiamo. Qualche volta siamo in grado di suggerirci anche un buon titolo.

lunedì 12 luglio 2010

Con Umberto Eco chi spera ancora nei libri

Libri consumati nelle fiamme di incendi appiccati e libri che resistono alle tempeste del grande oceano di Internet; libri censurati, proibiti, cancellati e libri che sfidano tenaci e impudenti ogni volontà di soppressione; libri trasmessi di generazione in generazione come il testimone di una staffetta e libri risucchiati dall'oblio, legge spietata ma naturale di una cultura che è fatta anche di ciò che sparisce, non solo di ciò che rimane 

 Libri, libri, libri: e con essi due innamorati di libri, Unbero Eco (a sinistra) e Jean-Claude Carrière, autori di Non sperate di liberarvi dei libri (Bompiani)

Due "bibliomani" che chiacchierano a ruota libera planando su un'inattesa varietà di argomenti. Con eleganza, con passione, con l'ottimismo di chi sa che i libri nella loro lunga vita ne hanno già sopportate di tutte, figurarsi se sarà Internet a farli fuori.

Perché il libro è come la ruota o le forbici: Una volta che li hai inventati non puoi fare di meglio

Lettura salutare per tutti colori che di questo sono convinti, ma cominciano a nutrire qualche timore per il futuro.

lunedì 24 maggio 2010

La splendida banalità dell'"Ermo colle"


Da alcuni giorni mi girano per la testa queste parole di Umberto Eco, una manciata di righe che fanno i conti con una delle più grandi e celebrate poesie di tutta la letteratura italiana.

Fu una sera, alle tre di notte, sul Colle dell'Infinito di Recanati, dove stanno scolpite le prime parole di uno dei sonetti più belli di tutti i tempi, che mi sono reso conto che "Sempre caro mi fu quest'ermo colle" è un verso assai banale, che avrebbe potuto essere scritto da qualsiasi poeta minore del romanticismo, e forse di altre epoche e correnti. Che deve essere un colle, in linguaggio "poetico", se non ermo? Eppure senza quell'inizio banale la poesia non prenderebbe avvio, e forse occorreva che banale fosse, perché potesse essere avvertito il sentimento panico di quel naufragio, poeticamente memorabile

E dunque, uno in un primo momento rimane così, come se uno prendesse qualche terzina di Dante e l'attribuisse a una figura secondaria della poesia. Come sarebbe a dire, un verso assai banale, degno di un poeta minore del romanticismo?

Poi ci si pensa qualche istante in più e succede che quello che cambia è proprio il concetto di banalità, il valore che bisogna assegnare a questa parola.

Quante volte ho sentito liquidare un romanzo con questa condanna senza appello: è banale. Sentenza che fa il paio con qualche altra frasettina più o meno equivalente. Non aggiunge niente di nuovo. Oppure: non è originale.

Ma insomma, a parte il fatto che sull'originalità dell'opera letteraria il grande Borges avrebbe molte cose da dire, mi sa che a volte tacciamo come banale, ciò che è
semplicemente capace di parlare al cuore con un linguaggio universale.

Mi sa che ci può essere tanta bellezza nella banalità. E che sarebbe un guaio prescindere da questa banalità.

giovedì 6 maggio 2010

Il Paradiso tutto virtuale di Dante (e di Eco)


Avete mai pensato al Paradiso di Dante in termini di energia, di luce? Forse sì, ma per quanto mi riguarda non mi ero ancora spinto fino a pensare in termini di mondi virtuali, di Web e dintorni. L'altro giorno mi sono imbattuto in questa fantastica frase di Umberto Eco e non me la sono ancora tolta dalla testa. Anche questo è un viaggio di parole...


Il Paradiso dantesco è l'apoteosi del virtuale, degli immateriali, del puro software, senza il peso dello hardware terrestre e infernale, di cui rimangono i cascami nel Purgatorio. Il Paradiso è più che moderno, può diventare, per il lettore che abbia dimenticato la storia, tremendamente futuribile. E' il trionfo di una energia pura, ciò che la ragnatela del Web ci promette e non saprà mai darci, è una esaltazione di flussi, di corpi senz'organi, un poema fatto di novae e stelle nane, un Big Bang ininterrotto, un racconto le cui vicende corrono per la lunghezza di anni luce e, se proprio volete ricorrere a esempi familiari, una trionfale odissea nello spazio, a lietissimo fine


Umberto Eco, Sulla letteratura

martedì 27 aprile 2010

Nei boschi di parole assieme a Umberto Eco


Straordinario come sempre, Umberto Eco, una cultura spaventosa, quasi inconcepibile, non per salire in cattedra ma per accendere qualche lampada in grado di illuminare il nostro cammino nei labirinti della scrittura.

Dentro Sei passeggiate nei boschi narrativi ci sono sei lezioni fondamentali tenute all'inizio degli anni Novanta a Harvard. Sei sentieri per inoltrarsi nei "boschi narrativi", senza smarrirsi, oppure smarrendosi con il massimo del piacere.

Pagine per ricordare che un qualsiasi testo è fatto anche dal suo lettore: Il lettore c'è sempre, e non solo come componente dell'atto di raccontare storie, ma anche come componente delle storie stesse.

Per capire sul serio, fuori da ogni accademia, che ogni finzione narrativa è necessariamente rapida ed ellittica - Accenna, e per il resto chiede al lettore di collaborare colmando una serie di spazi vuoti -, tranne poi conquistare con i "piaceri dell'indugio".

Una perla:
Quando mi chiedono quale libro porterei con me sull'isola deserta, rispondo: "L'elenco telefonico; con tutti quei perosnaggi potrei inventare storie infinite"

Solo per dire, perché queste lezioni sono una miniera. Una miniera da cui è possibile disseppellire anche le gemme della poesia. Se non ci credete leggete l'ultima pagina, in cui il grande Umberto rivive per la prima volta consapevolmente il momento della sua nascita...

Quello era un bosco narrativo dal quale non avei mai più voluto uscire.
Ma siccome la vita è crudele, per voi come per me, eccomi qui.

domenica 25 aprile 2010

Leggere racconti fa solo bene


Una citazione per riflettere e provare gratitudine. Da Umberto Eco, Sei passeggiate nei boschi narrativi (Bompiani)

Leggere racconti significa fare un gioco attraverso il quale si impara a dar senso all'immensità delle cose che sono accadute e accadono e accadranno nel mondo reale. Leggendo romanzi sfuggiamo all'angoscia che ci coglie quando cerchiamo di dire qualcosa di vero sul mondo reale.

Questa è la funzione terapeutica della narrativa e la ragione per cui gli uomini, dagli inizi dell'umanità, raccontano storie. Che poi è la funzione dei miti: dar forma al disordine dell'esperienza

lunedì 19 aprile 2010

Il flipper e i libri già letti di Umberto Eco


Oggi, spulciando le pagine di Sulla letteratura di Umberto Eco (libro per me difficilotto, ma a tratti anche straordinariamente intrigante), ho trovato conferma di una mia vecchia convinzione: ovvero che una libreria è una specie di grande flipper. Noi siamo la biglia di acciaio che salta e rimbalza dappertutto, accendendo lucine e totalizzando punti. E il bello del gioco è che le traiettorie sono assolutamente imprevedibili. Ecco come la mette il grande Umberto:

Io ho alcune esperienze che credo siano comuni a chiunque possiede moltissimi libri (io ne ho ormai circa quarantamila, tra Milano e le altre mie case) e considera una biblioteca non solo un luogo in cui conservare i libri già letti, ma soprattutto un magazzino di libri da leggere un giorno o l'altro, quando se ne senta il bisogno. Ora accade che, ogni volta che l'occhio cade su un libro non ancora letto, si venga colti da rimorso.

Salvo che arriva poi un giorno che, per sapere qualcosa su un certo argomento, ci si decide finalmente ad aprire uno dei tanti libri mai letti, si comincia a leggerlo e ci si accorge che lo si conosceva già. Cos'è successo? C'è la spiegazione mistico-biologica, che con l'andar del tempo spostando i libri, spolverandoli e rimettendoli a posto, attraverso i polpastrelli l'essenza del libro sia penetrata a poco a poco nella nostra mente. C'è la spiegazione dello scanning casuale e continuato: con l'andar del tempo, prendendo e riordinando i vari volumi, non è che quel libro non sia mai stato sbirciato; anche soltanto nello spostarlo, si guardavano alcune pagine, una oggi, una il mese dopo, e via via si è finito per leggerlo in gran parte, sia pure in modo non lineare. Ma la vera spiegazione è che, tra il momento in cui quel libro ci era arrivato e il momento in cui lo si è aperto, si sono letti altri libri, nei quali c'era qualcosa che diceva quel primo libro, e quindi, alla fine di questo lungo giro ipertestuale, si scopre che anche quel libro che non avevamo letto faceva parte del nostro patrimonio mentale e forse ci aveva profondamente infuenzato.


Con molta invidia anche per i quarantamila libri in dotazione, quello sì che è un flipper.

lunedì 27 luglio 2009

Non vi libererete dei libri

More about Non sperate di liberarvi dei libriIl libro è come il cucchiaio, il martello, la ruota, le forbici. Una volta che li hai inventati non puoi fare niente di meglio

Consigliato a tutti coloro che non hanno perso il vizio di immergersi nel mare magnum della lettura, agli esploratori più o meno intrepidi di ogni tipo e genere di letteratura, ai viaggiatori che girano tutto il mondo tra gli scaffali di una libreria, ai turisti per caso catturati da una copertina o da un titolo, ai contrabbandieri di quella droga che è la parola scritta.... Se disperate del futuro del libro, se pensate che in futuro si leggerà sempre meno e solo da uno schermo o da un cellulare, se tremate all'idea che Internet soppianti i bibliomani piuttosto che orientarli a tracciare i loro itinerari, questo è il libro che fa per voi. Il titolo è già un programma, il resto lo fatto i due uomini, Umberto Eco e Jean-Claude Carrière, che conversano e ci fanno dono delle loro predilezioni e idiosincrasie: "Non sperate di liberarvi dei libri"

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...