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lunedì 5 giugno 2017

Se il cibo racconta la nostra vita

"Però non esiste nessun segreto. Le pietanze migliori sono fatte di pochi ingredienti, semmai il segreto sta nelle mani di chi le prepara e nel palato di chi le mangia".

Spiega Carmine Abate che era tempo che voleva scrivere un libro come Il banchetto di nozze e altri sapori, solo che se si sentiva come un ristorante con un menù sterminato, dove rischi l'abbuffata o te ne rimani lì perché non sai cosa scegliere. Succede anche con la scrittura quando hai molto dire. Poi succede anche che per la testa ti frulla qualcosa che forse non avevi neppure messo in conto e tutto si mette in movimento. Per Abate è stato risentire in bocca il sapore memorabile della frittata mare e monti della nonna.

Con un titolo così, certo, si potrebbe presumere di avere sotto gli occhi un libro di cucina. Invece di una storia di vita si tratta. Di una storia raccontata attraverso i sapori e i saperi della cucina. E fortunato davvero chi è in grado di raccontarla così, una storia ampia, varia, intensa. Pensate a quanti non possono dire molto di più di pizze surgelate, piatti pronti acquistati al supermercato, frettolosi buffet.

Ma Carmine Abate, fortunato, è uomo del sud, anzi, uomo del sud che appartiene alla storica comunità di lingua albanese che ha la sua lingiua, la sua traduzione e naturalmente il suo modo di vivere  il cibo. La tavola è piacere, esplosione di odori e colori, gusti che non lasciano indifferenti, ma anche patto tra generazioni, legami che si rinnovano, identità che si conserva e si tramanda.

E' la festa che accoglie il padre emigrato quando ritorna a casa per le ferie. E' la radice che non viene spezzata quando per motivi di lavoro anche lui si trasferisce in Germania, nè viene meno quando i libri e poi il mestiere di insegnante trasformano altre abitudini di vita e tradizioni famigliari. E' ciò che si può mettere comunque in gioco, perché il cibo è anche scambio, esplorazione, meticciato culturale: come quando deciderà di trasferirsi a Trento con la donna della vita - a metà strada tra la Germania e la Calabria - e il matrimonio si celebrerà con una straordinaria polenta con la 'nduja, sintesi perfetta di Nord e di Sud.

Questa è la vita di Carmine Abate, la vita di tutti i giorni e la vita delle grandi occasioni. Sempre fedele alla frittata della nonna, alle tredici cose buone del Natale, all'amico cuoco che con i segreti della cucina trasmette anche un cuore immenso.

Un libro da leggere per poi sedersi a tavola. E capire che è in questo modo che si ritorna a ciò che conta nella vita.

domenica 5 giugno 2011

Quando i fiori entrano nel noir

Prendi l'aspetto del fiore innocente, ma sii il serpente sotto di esso

Così scriveva William Shakespeare nel Macbeth, e vi assicuro, è a queste parole che ho pensato leggendo Sangue di rose di Andrea Gamannossi (Mauro Pagliai editore), scrittore fiorentino di gialli e di noir che questa volta si è divertito a incrociare passioni e interessi, mettendo insieme fiori e delitti, piaceri della lettura e piaceri della tavola.

E ci sono davvero molte cose in questo libro, che si legge in poco tempo ma che poi rimane a lungo dentro con la forza della sua originalità e delle sue suggestioni: tre racconti noir, tre menù con ricette a base di fiori, più alcune pagine sospese tra la tentazione del catalogo botanico e la fame di letteratura (e non solo di letteratura).

E si sa, l'incrocio tra delitti e buona tavola ormai è un fatto acquisito, lo è fin dai tempi di Rex Stout e del suo Nero Wolf, per non dire di George Simenon e del suo commissario, figurarsi oggi. Ma provate ad allargare il cerchio con un altro anello e quindi a chiuderlo con i fiori.  Già per la cucina le sorprese non mancano, almeno per il sottoscritto, che si era fermato ai fiori di zucca e, a dire tanto, al risotto alle rose...

I fiori. I fiori che si donano per un anniversario ma che accompagnano anche un funerale. Amore e morte, la combinazione più scontata, ma da cui tutto sommato abbiamo salvato i fiori...

Non ricordo chi diceva: un cinico è uno che, quando sente profumo di fiori, si guarda in giro per vedere una bara.

E anche a non esserlo, cinici. Ben venga questo libro di Gamannossi che ci aiuta a capire che i fiori sono come i noir, male e bene, amore e morte. E che sempre, o quasi sempre dipende solo da noi.

sabato 7 maggio 2011

C'è civiltà nella civiltà della forchetta

Gli uomini hanno passato per millenni la massima parte del loro tempo nell'intento di procurarsi il cibo e di confezionarlo, ma ciò non è bastato a nobilitare il tema, né a renderlo importante. Mangiare, in fondo, non è arte, non è letteratura e neppure scienza. Come si può studiare una funzione così comune, così necessaria?

Così si chiede Giovanni Rebora nelle prime pagine di La civiltà della forchetta. Storie di cibi e di cucina (Laterza), e non so se sono completamente d'accordo con lui, perché credo proprio che mangiare sia anche arte, anche letteratura, anche scienza, sicuramente anche storia, la nostra storia.


Ed è nella storia che questo libro ci accompagna. Magari per piegarci che nei secoli i mercanti non si sono scambiati solo merci e denaro, ma anche modi di cucinare. Per inseguire la diffusione del riso in Europa - senza dimenticare che se ancora oggi abbiamo risaie in Lombardia e in Piemonte lo dobbiamo agli arabi di Spagna. Per raccontarci come gli olandesi riuscivano a vendere i loro formaggi anche ai nemici con cui erano in guerra. E che per secoli c'è stato anche il caviale del Po, mica solo del Mar Nero.

Curiosità e discorsi seri, che magari si vorrebbe anche approfondire. Ma il libro è soprattutto un atto di restituzione di dignità verso tutto quello che ci sembra troppo umile, troppo quotidiano, per concedergli attenzione.

Ps: a proposito della forchetta del titolo. Pare proprio che non si cominciò a usarla per una questione di buone maniere, ma solo perché si era cominciato a mangiare la pasta, e provateci voi, a mani nude.

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  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...