Visualizzazione post con etichetta Mondiali. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mondiali. Mostra tutti i post

lunedì 8 ottobre 2018

L'odore dell'Adriatico e i quattro gol al Brasile

Semplicemente, esistono stagioni nella vita dell'uomo, e nella vita degli imperi e dei reami, quando la cosa migliore è tirarsi da parte, scomparire in qualche luogo oppure passare a un'assenza totale e ottusa.


Anche l'insolita comitiva che compare all'inizio del libro, in marcia verso una sconosciuta località balcanica, sembra rispondere a questa esigenza. Scomparire per cercare pace, per scansare il peggio. Del resto cosa può fare un padre con un figlio condannato da una malattia senza speranza? Tanto più che il mondo intero sembra barcollare sul ciglio del precipizio, in quel giugno del 1938. 

Forse la risposta, se esiste, si potrà trovare solo puntando al sud: verso il mare e poi verso un improbabile hotel nell'entroterra, mentre a Parigi stanno per cominciare i Mondiali di calcio.

Non conoscevo Miljenko Jergović, scrittore di Sarajevo che verrebbe da definire di culto, malgrado in Italia sia ancora poco conosciuto e finora pressoché introvabile. Meno male che ci ha pensato Bottega Errante, editore friulano bravoa splancarci diverse finestre sulla letteratura balcanica, con un libro, Radio Wilimowski, allo steso tempo intenso e spiazzante.

Wilimowski, anzi, Ernest Wilimowski è una leggenda del calcio polacco, perché a Parigi riuscì a segnare quattro gol al Brasile -e mai nessuno è arrivato a tanto in una gara ufficiale. Polacco, ma anche tedesco: uomo della Slesia, per l'esattezza, prima che i successivi eventi recidano legami e identità, sospingendo per una volta per tutte a un'appartenenza piuttosto che all'altra. 

E chissà che cosa succederà di questo padre - un professore in pensione di Cracovia - chissà quanto tempo ancora resterà da vivere a suo figlio David. 

Nel frattempo c'è questa partita che pare ancora più vera ascoltata alla radio che seguita con la batteria di telecamere di oggio. C'è la magia delle parole dello speaker e c'è la sensazione di un'impresa irripetibile. E dopo, dopo c'è anche la sconfitta, come quasi sempre capita: ma intanto si può ancopra sognare, in questo angolo sperduto di mondo. E respirare gli odori dell'Adriatico, abbandonarsi al vento.  


 

domenica 10 giugno 2018

Kaiser e la grande truffa del calcio

Non parlo tanto spesso di calcio in questo blog - benché sia una delle poche passioni che mi porto dietro, quasi senza vergogna, da quando ero bambino, resistente a tutte le tentazioni e mortificazioni. Non ne parlo spesso, ma questa volta faccio un'eccezione. E non perché a giorni comincia il Mondiale - mi intriga assai poco, Italia o non Italia.

No, mi piace di parlare di questo libro perché c'è il calcio, ma con il calcio, anzi direi grazie al calcio, parla di molte altre cose. Perché è scritto bene, senza sfoggiare la scrittura compiaciuta e sovraccarica che è di molti oggi. Perché fa ragionare su diverse cose, senza presunzione, piuttosto con una divertita leggerezza. O più semplicemente, perché è una storia magnifica. Una storia, perdipiù, che uno sarebbe tentato di catalogare come inventata di sana pianta - complimenti per l'inventiva - se non si sapesse, già dalla quarta di copertina, che si ispira a vicende davvero accadute: a ulteriore dimostrazione che la realtà è più splendidamente fantasiosa di ogni fantasia.

Ma andiamo per ordine. Per dire che Kaiser di Marco Patrone, uscito per Arkadia (casa editrice sarda che ne azzecca davvero di titoli felici), gira intorno alla storia pazzesca di quello che sui campi del calcio era detto davvero Kaiser. No, non era Franz Beckenbauer, il mitico capitano della Germania, ma tale Carlos Henrique Raposo, brasiliano dei tempi in cui sembrava che tutti i brasiliani nascessero per indossare la maglia della nazionale verdeoro. Secondo la storia che è diventata anch'essa a suo modo mito, il più grande truffatore nella storia del calcio.

Uno, insomma, che non era né Socrates né Zico, tantomeno un onesto lavoratore del calcio, anche per gli standard brasiliani. Non aveva i piedi buoni, ma sfoggiava altre doti: sorriso e faccia tosta, prima di tutto. Capacità di vendersi e di vendere ad altri secondo le opportunità, i bisogni, i desideri più o meno confessabili.

Che personaggio, Raposo: si accreditava come calciatore vero, strappava contratti con tutte le squadre più importanti del campionato brasiliano, senza in realtà mai giocare una vera partita. Una carriera di infortuni procurati e spacciati, di breve comparsate, di discorsi negli spogliatoi e ai bordi campo, di giocate, poche, aggiustate da compagni di squadra per vari motivi complici e conniventi.... Erano tempi, certo, in cui non c'era Internet e dal Sudamerica arrivavano suole comprate a caro prezzo, soprattutto dai club italiani che si accontentavano di qualche immagine in cassetta.

Storia incredibile, certo, che ritrovate anche su Wikipedia, ma che nel libro di Marco Patrone cresce e si fa buona letteratura, narrazione intrigante, punto di vista originale. Perché questa è anche una storia della nostra provincia e di un giornalista che fa sua questa vicenda riprendendola dopo tanti anni, vai a sapere perché, forse solo per riscattarsi dalla routine dei giorni di cronista.

Gioco che si fa più complesso, no? Il calciatore che è menzogna e il giornalista che della verità fa il suo mestiere: e tutto torna, alla fine, o forse no. Perché davvero, chi si è fatto male in questa storia?

venerdì 20 settembre 2013

I quattro amici che si ritroveranno per i Mondiali

Ognuno potrebbe scrivere su un bigliettino dove sogna di trovarsi fra quattro anni. Dal punto di vista personale, professionale. Da tutti i punti di vista. E ai prossimi Mondiali apriremo i biglietti e vedremo cos'è successo nel frattempo.

Ecco, è così che si mette in movimento la storia che Eshkol Nevo racconta in La simmetria dei desideri, uno dei libri che più mi hanno emozionato da parecchio tempo a questa parte. Non fatevi ingannare dal titolo, certo non troppo allettante. Queste sono pagine che divertono, commuovono, tengono col il fiato sospeso. Lasciandoti poi, oltre che con molte altre suggestioni, anche con la solita domanda: ma com'è che da un paese come Israele non finiscono mai di arrivarci libri che ci conquistano? E non solo dei soliti, gli Oz  e gli Yehoshua per intendersi.

Forse una delle risposta è la capacità della letteratuta israeliana di riuscire a combinare insieme le storie individuali con la storia collettiva, sarà che di Storia con la esse maiuscola ce n'è tanta, in quell'angolo di mondo. Funziona così anche in questo libro, con le partite dei Mondiali di calcio viste in tv e le amare vicende dell'Intifada, solo per dire le prime cose che mi vengono in mente.

A proposito dei Mondiali, non è solo per le partite, è che capitano una volta ogni quattro anni, e che in questo modo il tempo si può spezzare. Non è più un unico, ma una serie di periodi su cui si possono misurare ciò che si è fatto e ciò che non si è fatto. I desideri e le realizzazioni. E' per questo che a quattro amici, prima della finale, viene in mente di scrivere ciò che si attendono dai prossimi anni. Ai successivi Mondiali si ritroveranno, come sempre. Leggeranno i bigliettini e vedranno cosa ne è stato.

Parte da qui la storia, e di più non racconto. Il resto sono quattro personaggi che sarà difficile dimenticare, soprattutto colui che racconta in prima persona, il più taciturno e inconcludente, eppure quello senza cui niente sarebbe possibile. Il resto è un atto di amore. Nei confronti dell'amicizia. E anche della scrittura, perché così altro c'èà che può ridare un ordine ai desideri e restituire un senso al caos della vita?  

sabato 3 agosto 2013

Aspettando i Mondiali di ciclismo con la "prima corsa"

Facevano capannello davanti ai chioschi, i fiorentini. Qualcuno, già che c'era, proseguiva la discussione per l'aperitivo – anzi, per l'ora del vermutte, come si diceva. Non mancava mai chi era disposto anche ad accapigliarsi, per l'uno o per l'altro partito: chi dei velocipedi non ne voleva affatto sapere e chi con essi accoglieva la nuova epoca. 

Certo, non erano discussioni che si facevano nelle fiaschetterie dei popolani, davanti a un bicchiere di vino andante e magari a un mazzo di carte. Se qualcuno avesse vaticinato che un giorno proprio in posti così si sarebbe fatto notte a parlare delle imprese sulle due ruote lo avrebbero preso per matto. La parola sport si era appena insinuata nel vocabolario dei fiorentini: ed era una parola forestiera, come forestiere – e bislacche – erano le pratiche cui essa si riferiva. 


Ma la buona società ne parlava, come no, nemmeno fosse il ballo delle debuttanti, il ricevimento a corte. Se ne discuteva all'uscita dei ministeri e seduti a un caffè come Doney, dove le signore in carrozza si fermavano a prendere il gelato e due uova in tegame venivano servite nientemeno come déjeuner a la fourchette. Se ne parlava nello spaccio di liquori che i fratelli Giacosa avevano aperto nel 1860 davanti a palazzo Strozzi, buon posto per osservare chi passava e per chiacchierare delle cose del giorno.


Almeno era materia nuova su cui accalorarsi.


(Paolo Ciampi, La prima corsa, Mauro Pagliai editore)

sabato 5 giugno 2010

Azzurro tenebra, per l'Italia di ieri e di oggi



Prima o poi tu scriverai la nostra storia. Siamo gli ultimi romantici, anche se in brache corte. Se non la scrivi tu, addio

Così vaticinò (e in un certo senso implorò) il Vecio - leggi Enzo Bearzot - ad Arp - cioé a Giovanni Arpino. E la storia, come no, lui la raccontò. Con un libro come Azzurro tenebra,ristampato in queste settimane, un libro che è un gran bel libro, e che raccomando a tutti, perché non è necessario sapere qualcosa di nazionale italiana e persino di calcio, non è necessario nemmeno provare qualcosa di simile a un senso di partecipazione.

Giugno 1974, Mondiali in Germania. A sorpresa la nazionale azzurra dei campioni – solo per dare un'idea, l'Italia di Zoff, Facchetti, Mazzola, Rivera, Riva - viene eliminata al primo turno.

Un inviato speciale – in cui si può scorgere lo stesso Arpino, grande giornalista sportivo – segue i giorni della disfatta e li racconta. Racconta una sconfitta che la presunta dominatrice si portava dentro, a prescindere da quello che le avrebbe combinato una sorprendente squadra che arrivava dalla Polonia con i suoi nomi impronunciabili. Racconta di giocatori ombre di se stessi: Il solito pugno di uomini indecisi a tutto. Racconta di dirigenti pronti a spese faraoniche e preoccupati solo di sgomitare per un predellino al sole. Racconta di giornalisti equamente divisi tra Jene perennemente in tensione per lanciare lo scandalo, sfruttare l'episodietto maligno, lo spiraglio equivoco e Belle Gioie, ovvero giornalisti fiduciosi, patriottici, pronti a dar colpa agli avversari, all'arbitro, al cattivo tempo, alla malasorte, al demonio.

Da leggere, chi vuole anche per scaramanzia, alla vigilia dei Mondiali del Sudafrica. Ma da leggere soprattutto perchè è un grandissimo libro. Il vero unico grande romanzo sul calcio, sosteneva Gian Paolo Ormezzano.

E da leggere anche a dispetto di quanti ai tempi archiviarono quelle partite con un'alzata di spalle. Nient'altro che calcio? Nelle pagine di Arpino il fallimento calcistico è già la cartina tornasole di una crisi etica e politica.

E la parola finale va a un grande dello sport e a un saggio della vita come Dino Zoff, nella sua postfazione:

Un libro che parla di calcio ma non solo e non tanto di calcio. Per me è come una riflessione, attualissima, sulla vita morale delle persone, che siano giocatori o meno, E' un romanzo ambientato nel 1974 ma, per certi aspetti, sembra rispecchiare l'Italia di oggi. E qui devo aggiungere: purtroppo.

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...