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sabato 13 dicembre 2014

Sinibaldi, che alla scuola fece comprare due libri

Quando arrivai al ginnasio mi spiegarono che c'era una biblioteca e che ogni studente poteva indicare due libri da comprare per arricchirla. Ricordo ancora quali chiesi: "Cristo si è fermato a Eboli" e l'"Antologia di Spoon River".

Ne avevo sentito parlare molto, li desideravo ardentemente e li lessi.

Come vedi, sono proprio un prodotto dello Stato sociale!
Ma al di là della possibilità materiale di leggere qualcosa, ti rendi conto dell'importanza simbolica dell'atto?

Arrivi alla scuola superiore e ti chiedono di scegliere due libri. Significava dichiarare a un ragazzo l'importanza di quel luogo e dei libri.

(Marino Sinibaldi, Un millimetro in là, a cura du Giorgio Zanchini,  Laterza)

sabato 15 febbraio 2014

Il grande Yeats: come ho cominciato a scrivere?

Come ho cominciato a scrivere?

Non ho nulla da dire che possa essere d'aiuto a un giovane scrittore, tranne che spero che i suoi inizi non siano simili ai miei.

Passavo più tempo a preparare i compiti del giorno dopo rispetto alla maggior parte degli altri scolari, eppure non imparavo niente. Ero sempre l'ultimo della classe, fatta eccezione per due o tre figuri che difficilmente avrebbero mai imparato qualcosa. 

Mio padre diceva: "Non riesci a concentrarti se non su ciò che ti interessa. E ciò che ti interessa è studiare un modo per non farti mandare a scuola".

Non soffrivo di quello che si chiama "temperamento poetico", ma di una certa debolezza psicologica. 

Poeti molto più grandi di me sono stati grandi studenti. Anche oggi lotto contro questa mancanza di fiducia - venuta dall'umiliazione di quei giorni  - ogni volta che mi trovo fra uomini comuni, perché capisco ciò che loro capiscono.

(William Butler Yeats, Sono diventato un autore, Mattioli 1885)

sabato 28 dicembre 2013

Se l'insegnante è lo specialista dell'avventura interiore

L'insegnante è lo specialista dell'avventura interiore. L'artigiano del tempo. Il mazziere della giovinezza.

Se ha fatto bene il proprio mestiere, i suoi allievi gli resteranno dentro. Li ricorderà sempre, uno per uno, simili a tamburini che, in certe stagioni, hanno dettato il ritmo sulla grancassa della sua esistenza. E loro non potranno dimenticarsi di lui.

Lo conserveranno nella memoria come una controfigura del padre: l'atleta incaricato di compiere un'azione rischiosa al posto del protagonista. Dire di no infatti non suscita consenso, ma è talvolta più necessario che elargire il sì.

Oggi i ragazzi sono lasciati nel vuoto dialettico, privi di ostacoli da superare. I loro insegnanti restano gli unici ormai a doverli richiamare ai valori della serietà. del rigore e della concentrazione in una società che punta sulla bellezza, sulla sanità e sulla ricchezza. 

Due solitudini lancinanti.

(Eraldo Affinati, Elogio del ripetente, Mondadori)

martedì 10 dicembre 2013

Quando si comincia ad abitare la nostra lingua

 Io, gli dissi, non riuscirei mai a imparare l'arabo nel mondo in cui stai facendo tu con l'italiano.

Molte cose ci ha raccontato l'altro giorno Eraldo Affinati, nell'incontro organizzato dalla Fondazione Baracchi alla Villa Mausolea di Soci, in Casentino. Molte cose, per spiegarci come nelle sue pagine scrittura ed esperienza sono così strettamente intrecciate che non ci sarebbe scrittura senza esperienza. E che, anzi, la scrittura in realtà è l'unico modo per dare un senso all'esperienza. Mica solo per lui. Anche per i ragazzi che incontra ogni giorno nel suo lavoro di insegnante.

Perchè saranno i cosiddetti ragazzi difficili, magari arrivati in Italia da altri paesi, portandosi dietro altre culture e altre lingue. Eppure il futuro lo cominciano a costruire solo nel momento in cui abitano davvero anche la nostra lingua. Quando con questa lingua cominciano anche a raccontarsi.

Non so se tra le tante domande che avevo in testa di fargli c'era anche questa storia - oppure se c'è capitato lui, sull'onda di un'altra domanda. Ma è stato bello sentire Eraldo raccontare di una "promessa mantenuta", la storia del viaggio con Omar e Faris, due suoi allievi che, dopo anni di assenza, ha voluto riaccompagnare in Marocco.

Un viaggio raccontato nel suo La città dei ragazzi. Un viaggio, insieme a due specialisti della lontananza, che difficilmente ha uguali in tanta letteratura che pretende di portarci ai quattro angoli del mondo.

Con quante domande era partito: perché erano fuggiti dalla loro terra? Da cosa erano esattamente scappati? Chi erano i loro padri? E quante risposte, in un villaggio dimenticato del Marocco.

Quante parole, per raccontarsi e per raccontare a tutti noi.

giovedì 16 maggio 2013

In un supermercato, se mi lasciassero accanto al reparto dei libri

Ma io non ci posso credere, davvero non ci posso credere che stiamo facendo questo a noi stessi, alla nostra storia, a quello che siamo.

Ai miei genitori non so come spiegarlo che se proprio non posso fare nemmeno la maestra vorrei aprire una libreria, se non fosse che non ho i soldi per farlo e comunque dopo dieci minuti verrebbero a chiedermi il pizzo.

Però davvero, farei la commessa in una libreria.

Anche in un supermercato, se mi lasciassero accanto al reparto dei libri.

Mi immagino che andrei dalle donne che fanno la spesa, le avvicenerei raccontando loro una storia e saprei convincerle, alla fine, a comprare insieme ai saponi anche un libro.

Mi pare un sogno. Mi pare in questo momento, sul serio, la cosa più utile e giusta che potrei fare nella vita.

(da Concita De Gregorio, Io vi maledico, testimonianza di Anna, Einaudi editore)

domenica 11 marzo 2012

Se serve trasformarsi in uno straccio senza vita

Hasse, un ragazzo scuro e alto che era cinque volte più forte di me, aveva l'abitudine di buttarmi a terra a ogni intervallo, il primo anno di scuola.


All'inizio opponevo una fiera resistenza, ma non serviva a niente, lui mi atterrava comunque e trionfava.


Alla fine trovai il modo di frustrarlo: una totale rilassatezza.

Quando si avvicinava, fingevo che il mio io se ne fosse volato via e avesse lasciato soltanto un cadavere, uno straccio senza vita che lui poteva calpestare quanto voleva. Si stufò.



Penso a quanto possa avere significato per me, più avanti nella vita, il metodo di trasformarsi in uno straccio senza vita.


L'arte di lasciarsi calpestare senza perdere l'autostima.

(Tomas Transtromer, I ricordi mi guardano, Iperborea)

mercoledì 7 marzo 2012

Momenti così, come l'odore del pane

Il momento esatto in cui di notte i semafori cominciano a lampeggiare, che vuol dire che ormai le auto sono poche e quasi tutte stanno tornando verso casa.


Due che stavano per lasciarsi e poi non si lasciano più e si abbracciano a lungo, senza accorgersi che la gente si è fermata a guardarli. 


Un piccolo incidente e il ragazzo in motorino si alza subito perché non si è fatto niente.


Tutte le nonne che portano al parco i nipoti e i loro sorrisi apprensivi quando li guardano correre.


Le persone che devono cominciare a parlare per dire una cosa importante.


Ogni palazzo che ospita uffici ricolmi di lavoro e tutte le vite che ci sono dietro coloro che stanno dietro alle scrivanie.


Il suono prolungato e familiare di campanelle scolastiche, e un rumore di scale percorse con tumulto che si diffonde in molti quartieri, rumore di bambini, ragazzi e adolescenti, che creano per qualche secondo una tensione barbara, lì fuori, una scenografia dell'attesa di qualche secondo - e poi tutti questi ragazzi che vengono espulsi quasi all'unisono, le scuole si svuotano e la città si riempie di nuovo, i vigili urbani hanno molto da fare, le madri e i padri tornano a fare i genitori, i pranzi sono quasi pronti, le organizzazioni complicate dei pomeriggi.


L'odore di pane del primo mattino....

(Francesco Piccolo, Momenti di trascurabile felicità, Einaudi)

sabato 26 febbraio 2011

Se la scuola diventa inutile

Perché oggi tutti pensano che studiare sia inutile. E' questo il sottotitolo di uno degli articoli più belli che negli ultimi tempi ho letto di Piero Citati, pubblicato qualche giorno fa sul paginone centrale di Repubblica. Ed è scritto proprio così, senza nemmeno l'attenuante di un punto interrogativo.

Ed è così: oggi è sempre più diffusa l'idea che la scuola sia inutile. E che tra le materie più inutili di una scuola inutile ci siano magari la letteratura, o la storia, o la geografia.

Non si tratta del solito legittimo j'accuse contro la riforma Gelmini. Si tratta di qualcosa che sta succedendo anche altrove, e che da noi magari si fa in modo più ipocrita e cialtronesco. Ma che riguarda la Russia - dove forse non si studierà più nemmeno Tolstoi - come l'Inghilterra, dove il governo ha reso facoltativo lo studio delle lingue straniere, come se studiare il francese o il tedesco o l'arabo fosse solo questione di curriculum per un lavoro, e non un grande investimento in cultura, fantasia, intelligenza.

E dunque conclude Citati:


Non sappiamo più leggere, né scrivere, né conoscere le lingue straniere, né comporre un lavoro qualsiasi. Un tempo, l'Occidente era il luogo dell'esperienza e dell'avventura. Oggi siamo diventati quello del niente e del vuoto

Possibile? Anche nel cuore della cara vecchia Europa, con tutta la sua storia, la sua civiltà? Possibile? Attendo smentite. Ho bisogno di smentite.

lunedì 14 febbraio 2011

Quel libro di Verga scovato su una bancarella

Avevo visto una povera capinera chiusa in gabbia: era timida, triste, malaticcia; ci guardava con occhio spaventato; si rifuggiva in un angolo della sua gabbia, e allorché udiva il canto allegro degli altri uccelletti che cinguettavano sul verde del prato o nell'azzurro del cielo, li seguiva con uno sguardo che avrebbe potuto dirsi pieno di lagrime. Ma non osava ribellarsi....

Non mi fosse cascato l'occhio su una bancherella, tra le occasioni a due euro, sono sicuro che mai e poi mai avrei acquistato Storia di una capinera di Giovanni Verga. E' uno di quei libri che sai che sono usciti, che sono parte significativa del percorso di uno scrittore importante, ma che difficilmente ti viene da leggere. Se li hai scansati a scuola, è finita lì.

Invece l'ho preso, l'ho portato a casa, l'ho perfino letto. E diciamocelo, non è che mi abbia conquistato. Lo confesso, tra l'altro, come lettore che tiene come cosa cara sia i Malavoglia che tante Novelle del nostro. Però non è che sei innamorato di Tolstoi ti piace Tolstoi fino all'ultima pagina.

Ed è così, siamo in un altro mondo di stile e di emozioni. Anche se in questo mondo non è male avventurarsi, di tanto in tanto. Il mondo di un'epoca in cui lacrime si scriveva lagrime, in cui i romanzi epistolari di anime tormentate andavano per la maggiore, in cui il pathos aveva la meglio - anche con Verga - su ogni tentazione di letteratura verista.

Che successo che fu ai tempi Storia di una capinera. Un best seller assoluto, anzi, un long seller, che conquistò soprattutto il pubblico femminile, bagnando per interi lustri fazzoletti e diari. Ancora nel 1906 aveva venduto qualcosa come 20 mila copie, contro le 5 mila dei Malavoglia.

Ed è con la storia di questa povera ragazza costretta dalla famiglia a farsi monaca, e che solo per un lampo di vita conosce l'amore, proprio con questa, che Verga conquista la fama. Come cambiano le carte in tavola. Grandi successi, oblii definitivi.

martedì 8 febbraio 2011

Il paese che vorrebbe liquidare Tolstoi e Cechov

E dunque, dalla Russia di Putin arrivano notizie così.

Pare che anche da quelle parti si stia preparando una bella riforma della scuola. Il governo avrebbe già idee piuttosto chiare.

Delle svariate materie che un tempo erano croce e delizia degli studenti di Mosca o Vladivostock non ce n'è più nemmeno una obbligatoria. Solo a tre - nuove e, diciamocelo, francamente curiose - non si potrà assolutamente rinunciare: l'educazione fisica, la "sicurezza nella vita pratica" e la "Russia nel mondo".

Non chiedetemi dettagli - ho appreso tutto questo da un illuminante articolo di Nicola Lombardozzi sul Venerdì. Ma la cosa che più salta agli occhi è che la letteratura diventa in toto materia opzionale. Capite? Il paese di Tolstoi, Cechov, Gogol....

Pare insomma che su quei banchi di scuola sarà più facile apprendere nozioni sulla cura del corpo, sulle norme antiterrorismo o sulle operazioni di Borsa che annusare qualcosa di Guerra e Pace o dei Fratelli Karamazov.

E sapete? Non è sempre vero che l'erba del vicino è sempre più verde. Questa volta l'italica scuola, per quanto maltrattata, riesce a farci un figurone.

Questo mi sono detto. Prima di pensare che uno come Putin non manca di amici anche in Italia....

martedì 12 ottobre 2010

Se la scuola fa male alla poesia

Come mai, se la poesia è tanto presente nell'insegnamento scolastico, una volta terminati gli studi, sono così pochi i suoi lettori?

E' questa la domanda che, ancora una volta, Maurizio Cucchi ha lanciato dalle pagine di Tuttolibri, recensendo il libro di Davide Rondoni Contro la letteratura.

E dunque, a prescindere dal fatto che il titolo sembra offrire già una risposta convinta – La poesia vive solo lontano dalla scuola – non è che la questione sia proprio peregrina. Merita di pensarci sopra: e il tarlo è un pezzetto che scava.

Rondoni (che non ho ancora letto) pare piuttosto netto nel suo giudizio:

La letteratura non è una materia da imparare a scuola, ma un'attitudine da non perdere per conoscere il mondo e se stessi.


Allora, perché imporla in classe, perché farne obbligo scolastico? Perché non restituirla alla facoltà di un insegnamento facoltativo?

Bella questione, che non vale solo per la poesia. Sono parecchie le cose che a scuola ci provocano irritazione o peggio ancora indifferenza per essere riscoperte solo anni e anni più tardi, quando la nostalgia vale persino per le interrogazioni alla lavagna.

E' vero, a scuola ci si può disamorare della poesia e della letteratura in genere. Però è anche vero che con certi insegnanti poi scocca la scintilla giusta (che sarei stato io senza la mia professoressa di italiano che già in terza media mi faceva leggere Dino Buzzati e Jean Paul Sartre?)

Non credo all'insegnamento facoltativo, credo che a tutti debba essere data la straordinarietà opportunità della parola poetica. Una provocazione, in fondo: per dire che la bellezza, la profondità dell'arte,  non si possono tradurre in nozione, in voto. E che anche in un'aula si può alimentare l'emozione.

domenica 12 settembre 2010

Un insegnante ancora là, dove l'aria è migliore

Avevo ventitré anni, leggevo dalla mattina alla sera, speravo che nei libri ci fosse tutto ciò che mi mancava: e quello che trovavo, subito lo comunicavo ai miei studenti, come un bene prezioso da condividere. Ero convinto che la bellezza, la poesia, la ricerca di senso riguardassero tutti gli adolescenti del mondo: che serve avere sedici anni se non si guarda in alto?

Non è solo uno dei migliori scrittori italiani, Marco Lodoli, è anche un bravo insegnante, che il suo mestiere, si capisce, lo ha sempre fatto con grande passione e motivazione. Per questo mi hanno trasmesso una grande tristezza i pensieri che ha messo nero su bianco l'altro giorno su Repubblica  (titolo, La vera lotta di classe).

Racconta come sono cambiate le cose nei suoi 30 anni di insegnamento, Marco Lodoli. E le sue parole dipingono qualcosa di simile a un cambiamento antropologico, che va ben oltre i tagli di questo o quel governo, oltre le varie dissennatezze e ipocrisie ministeriali.

C'è tutto un mondo che è cambiato, che ha cambiato i ragazzi, che ha cambiato lo stesso modo di stare in aula e la capacità di comunicare di un insegnante che di questa capacità si faceva un vanto. Quel ero convinto suona davvero molto simile al Noi credevamo del film di Martone sul Risorgimento.

Ai ragazzi parlo di letteratura, ma ormai è una lingua perduta, come il latino o l'aramaico... I miei studenti di periferia... odiano il cinema perché bisogna stare due ore zitti e al buio, non fanno sport, chattano, passano il sabato nei centri commerciali. Ho alunni che spediscono trecento sms al giorno, tranquillamente

E la conclusione, è ovvio, potrebbe davvero suonare come una diagnosi infausta:

Trent'anni di disprezzo per la cultura – roba da poveracci, da infelici – hanno portato a questo: a un paese povero e infelice

Vero, maledettamente vero. Meno male che ci rimangono tre righe, le ultime, a cui aggrapparsi dopo il naufragio:

Ma io non mollo, continuo a indicare ai miei studenti un punto più alto, dove l'aria è migliore, dove si vede meglio il mondo

Beh, bisogna ringraziarlo, Lodoli. Finché ci saranno insegnanti come lui (e lo so che sono tanti), insegnanti sempre pronti a riemergere dalle carte della burocrazia per offrire le parole di Dante o di Melville, di Pavese o di Tolstoi, finché ci saranno questi insegnanti malgrado tutto, insomma, questo paese avrà ancora futuro.

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...