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sabato 7 gennaio 2012

Che emozione il coraggio del pettirosso

Prima di tutto ci sono i sonni agitati e i ricordi di Saverio, figlio di un fornaio anarchico che le correnti della vita hanno strappato alle Apuane, per regalargli una nuova vita nel grembo caldo di Alessandria d’Egitto. Finora il passato non gli ha mai bussato alle porte di un presente placido come un mare senza brezza. Però ora che giace in un letto di ospedale, tra la vita e la morte, quel mare è diventata onda lunga, che lo percuote, lo allaga, lo invade.

Dove sono le sue radici? Quanto hanno scavato dentro di lui? E così il racconto diventa memoria, diventa viaggio a ritroso, diventa ritorno.

Fino a riportare storie antiche capaci di restituire il senso di appartenenza a chi, esule, più di tutti ne avverte il bisogno. Fino a ritrovare quell’unico paese che si sottrae a ogni confine perché si distende nei territori dell’anima. Fino a recuperare, intatto, quel cielo aperto che ha bisogno solo delle nostre ali e del nostro coraggio.

Un libro di Maurizio Maggiani - Il coraggio del pettirosso - che mi è ricapitato sotto gli occhi a distanza di anni dalla prima lettura. E che è riuscito a restituirmi quasi le stesse emozioni: non è davvero poco.

lunedì 12 settembre 2011

Lo scrittore che si rigirava nel suo letto

Albert Cossery era uno convinto che la sua missione di scrittore fosse di fare in modo che chi leggeva un suo libro il giorno dopo non andasse a lavorare. Era una delle sue battute più celebri, però sono convinto che solo alla parola "missione" rabbrividiva. Meglio, molto meglio, rigirarsi dall'altro lato del letto.


Perché Albert Cossery in primo luogo era un disertore della vita, un pigro assolutamente convinto delle ragioni del non far niente.

In realtà qualcosa fece, nella sua vita: pochi libriccini distillati goccia a goccia, cioé parola su parola, riga su riga. Capolavori che ai tempi colsero di sorpresa personaggi del calibro di Albert Camus e Henry Miller e di cui ancora oggi dobbiamo essergli grati


Gli uomini dimenticati da Dio per me è il primo, una rivelazione. Cinque racconti, cinque storie di bellezza trattenuta e sconcertante che fiorisce nei quartieri più miserabili del Cairo, tra l'umanità più malridotta e abbandonata a se stessa. Perché dimenticavo, anche questo non me l'aspettavo: beata ignoranza, Cossery era egiziano (e questo libro è stato pubblicato per la prima volta proprio nella capitale egiziana, nel 1941), voce dissonante, singolare, spiazzante di una letteratura che ha sempre avuto in serbo molte più sorprese di quanto abbiamo saputo riconoscerle.

Però il Cairo di Cossery, con le sue storie che si snodano tra via della Donna incinta e il sentiero dei Ladri, non è il Cairo di un altro grande egiziano come Mahfuz (ricordate il suo Vicolo del mortaio?).

Qui non c'è colore, non ci sono radici, forse non c'è nemmeno storia. Questi uomini dimenticati da Dio potrebbero appartenere al mondo intero, o più precisamente, essere profughi cacciati dal mondo intero, apolidi della speranza, esuli di una realtà da cui ci si difende solo con il sonno o con l'hashish.

Dimenticati da Dio: condannati senza nessuna possibilità di clemenza o di riscatto. O forse sì, con un'unica possibilità, la grazia della parola quale quella che Cossery ci ha saputo offrire.

domenica 31 luglio 2011

I libri che non potremo mai leggere

Di tanto in tanto mi capita di pensarci. L'ultima volta leggendo il numero di luglio di Storica, bellissima rivista del National Geographic. Un bel servizio dedicato ad Alessandria di Egitto, ai tempi dei Tolomei e della biblioteca perduta.

Non potremo mai leggerli: questo è il titolo della pagina che racconta dei volumi persi con quella biblioteca in fiamme, dei libri che sono solo un titolo e una supposizione, a volte nemmeno quella, degli autori che sono come un'ombra che scivola lungo un muro.

Non potremo mai leggerli: è proprio questo che di tanto in tanto mi capita di pensare. Anche se solo ora sono in grado di indugiare su certi nomi.

Berosso, astronomo e storico babilonese che compilò una monumentale cronologia del mondo; Manetone, sacerdote egiziano che si prodigò per consegnare alle future generazioni la sua Storia dell'Egitto; Arctino, poeta di Mileto che compose il seguito dell'Iliade.

Per non dire di tutte le tragedie di Euripide, Sofocle ed Eschilo - così poche ce ne sono rimaste. Delle commedie di Aristofane  - irrimediabilmente perse tre su quattro. Dei nove libri della poetessa Saffo e della prima opera attribuita a Omero.... e poi... e poi....

Mi capita ogni tanto di pensarci. E provo qualcosa di simile a una struggente, inguaribile nostalgia. 

mercoledì 11 maggio 2011

Ipazia e quel mistero che affonda nel cuore

C'era una donna allora ad Alessandria, il cui nome era Ipazia. Era figlia di Teone, filosofo della scuola di Alessandria, ed era arrivata a un tale vertice di sapienza da superare di gran lunga tutti i filosofi della sua cerchia

Così ci ha lasciato detto uno storico cristiano, Socrate Scolastico, e in fondo è poco meno di quanto sappiamo di Ipazia, donna che con la sua morte, prima ancora che con la sua vita, è diventata simbolo di molte cose. Donna che ha finito per rappresentare tutte le donne escluse e perseguitate, ma anche tutte le vittime dell'intolleranza e del fanatismo religioso. Lei, la pagana che nel quinto secolo dopo Cristo, nella metropoli della grande biblioteca, fu aggredita e massacrata da una schiera di monaci

Chi era davvero, Ipazia? Sacerdotessa o matematica? Eccentrica aristrocratica o raffinata filosofa? E perché fu uccisa?

A domande come queste ha provato a dare risposta una storica come Silvia Ronchey in Ipazia. La vera storia, un libro che è assai più bello del suo titolo, anzi del suo sottotitolo, decisamente fuorviante, perché questo è un libro che procede per sottrazione, che ripulisce le incrostazioni dei luoghi comuni, che mette in discussione i fatti assodati.

Il racconto di Ipazia allora diventa una sorta di Rashomon - vi ricordate la storia di quel delitto nel Giappone dei samurai, visto da diversi testimoni e da tutti raccontato in modo diverso?

E mentre si sgretolano le certezze di chi deve dare un senso a tutto, mentre ogni idea di piano o complotto convince meno della possibilità di un delitto mosso dall'oscurità umana di sempre - l'invidia che acceda, per esempio - ecco, sembra quasi di saperne di più sapendone in effetti di meno.

E di fronte a un assassinio per cui nessuno ha pagato - al contrario di quanto succede nei gialli - di fronte a questa vita che ci sfugge come sabbia tra le mani, con Silvia Ronchey possiamo condividere una sola convinzione:


Una cosa è certa: siamo e saremo sempre dalla parte di Ipazia

Che non è nemmeno poco.

domenica 24 aprile 2011

Tutti i libri del mondo, il sogno di Alessandria

Quando il re ne fu informato, disse a Demetrio: "Credi che ci siano altri libri sulla terra che noi non abbiamo ancora?"


E Demetrio: "Sì, ce n'è una grande quantità in India, in Persia, in Georgia, in Armenia, Babilonia e ancora altrove"


Il re si meravigliò nell'udirlo e rispose: "Continua dunque a cercarli"


Non è solo la storia di uno scempio, La biblioteca scomparsa di Luciano Canfora (Sellerio), intellettuale che con la sua sapienza dei tempi antichi sa appassionarci come un giallista scandinavo. E' prima di tutto la storia di un sogno. Il sogno di possedere tutti i libri del mondo. L'idea di riunirli tutti insieme in un solo posto, cisterna e ombelico di ogni sapere, di ogni sapienza.

Scrive Canfora:

Quei dotti furono gli unici che godettero, in un certo periodo della storia della biblioteca, della visione abbagliante, poi sogno di scrittori fantastici, dei libri di tutto il mondo. Ansia di totalità e volontà di dominio non dissimili dall'impulso che spingeva Alessandro, secondo le parole di un antico retore, a cercare di "varcare i confini del mondo"

Ansia di totalità e volontà di dominio, certo. Ma prima di tutta la consapevolezza che dominare è capire. E che per capire servono i libri. I libri da tradurre, leggere, conservare.

venerdì 15 aprile 2011

Alessandria e il sogno della biblioteca scomparsa

Può la storia di una biblioteca antica appassionare come un romanzo, spingendoti a divorare le pagine per vedere come andrà a finire?

Sì, può, se a scriverla è Luciano Canfora, un intellettuale che non vive ritirato nella torre di avorio della sua stupefacente padronanza delle cose antiche.

Si può se quella biblioteca è più di una biblioteca, è un mito, un mistero, un sogno.

La biblioteca di Alessandria di Egitto: la biblioteca scomparsa nelle fiamme, la biblioteca che doveva raccogliere tutti i libri del mondo, ai tempi in cui questa ambizione non era follia.

Era un tesoro di conoscenza quale il mondo non ha più conosciuto, la biblioteca di Alessandria. Proprio per questo è stato cancellata: prima che dalle fiamme, dal fanatismo e dall'intolleranza.

Però sotto quella cenere è bene che la fiammella di quel sogno non venga mai meno, che continui ad alimentare la nostra fame di parole.

domenica 3 aprile 2011

Perché si bruciano le biblioteche

Siamo dei barbari ed è ciò che desideriamo essere

Lo diceva Adolf Hitler, nel maggio 1933, diversi anni prima che la sua Germania si mobilitasse per la soluzione finale. Stava commentando il rogo di libri a Berlino. Forse prima di arrivare ai forni per gli ebrei bruciare libri era stato un passaggio necessario, quasi una condicio sine qua non.

Attenzione a chi disprezza i libri. A chi vuol eliminarli. Prima o poi verrà fuori anche la sua voglia di fare male, molto male, a qualche malcapitato.

La storia insegna, ne abbiamo avuti troppi di campioni di verità e giustizia che la pensavano più o meno come l'emiro che incendiò la biblioteca di Alessandria con queste parole:

Se il contenuto dei libri si accorda col libro di Allah, noi possiamo farne a meno, dal momento che il libro di Allah è più che sufficiente. Se invece contengono qualcosa di difforme, non c'è alcun bisogno di conservarli

La storia insegna, e questo a volte è proprio il problema. Per questo nell'estate del 1992 i cannoni dell'assedio di Sarajevo presero di mira proprio la biblioteca. Bruciò per tre giorni, mentre qualcuno faceva festa, sulle colline intorno.

Bruciare libri cancella la memoria, permette di riscrivere la storia secondo volontà, di spacciare il falso per il vero, il vero per il falso, e soprattutto accreditarsi come gli unici depositari del vero.

Attenzione ai roghi del libro. Sono sempre attuali: e non c'è bisogno di piazze dove appiccare le fiamme, stringi stringi non c'è bisogno nemmeno di fiamme.

mercoledì 30 marzo 2011

Il mistero di Ipazia, la fatica dello storico

Chi era davvero Ipazia?

Chi era oltre le definizioni perfino troppo facili - la donna di scienza, la sacerdotessa, l'intellettuale pagana?

Chi era oltre quello che è il fatto nudo e crudo del suo assassinio - quel giorno del quinto secolo ad Alessandria di Egitto, quando un manipolo di monaci fanatici la aggredì e la fece a pezzi?

La sua storia ce la racconta Silvia Ronchey, in un bel libro, che però più che dare risposte, mette a nudo la fatica e i dubbi dello storico, per lo meno dello storico che non vuole vendere verità purché siano.


Ma dietro tante maschere o visioni che cosa si cela? si chiede Silvia Ronchey. E così il discorso si inoltra in sabbie mobili da far paura, perché si capisce che il fatto non è mai solo il fatto e non sono mai solo le incrostazioni delle versioni che di quel fatto sono state date, è che il fatto è già qualcos'altro appena viene ricordato, raccontato, commentato.

Chi era Ipazia, la donna che di volta in volta è stata rappresentata come simbolo di libertà, martire dei fanatismi, simbolo della condizione della donna nella storia?

Dice Silvia Ronchey che bisognerebbe procedere per sottrazione, più che per l'aggiunta di tratti: Siamo certi, o quasi, di ciò che quella donna non è stata.

E meno male che tra le cose quasi certe c'è questa: cercava la verità, amava il dubbio, detestava la manipolazione.

Può bastare, come no.




lunedì 28 marzo 2011

Quando le biblioteche sono prese a cannonate

Lo spiega bene Gian Antonio Stella in Negri Froci Giudei & Co. L'eterna guerra contro l'altro:


Uccidere la memoria è essenziale, per chi vuole reinventarsi la "sua" storia

E poichè le biblioteche sono luoghi che custodiscono la memoria - e quindi le radici, l'identità, la profondità e le ragioni per il futuro di un paese - le biblioteche a volte fanno paura. Le biblioteche diventano obiettivo militare, problema da cancellare, fastidio da sopprimere.

Tra un po' saranno passati 20 anni dall'assedio di Sarajevo. E lì le milizie che volevano annientare la città della convivenza multiculturale e multireligiosa fecero di tutto per distruggere la sua grande biblioteca. Per giorni usarono bombe al fosforo, poi spararono sui vigili del fuoco che cercavano di intervenire.

Dall'antica Cina all'Alessandria dei califfi le biblioteche hanno continuato a bruciare. Più o meno per le stesse ragioni con cui Hitler fece appiccare il fuoco ai libri raccolti sulla piazza di Berlino:

Siamo dei barbari, ed è ciò che desideriamo essere

Mi fa riflettere questo. Tranne pensare che poi ci sono diversi modi, per cancellare le biblioteche. Modi civili, anche. Non con le fiamme, ma semplicemente chiudendo il rubinetto. Strangolandole per mancanza di fondi. Risultati garantiti, comunque.


sabato 13 novembre 2010

Ritrovando il coraggio del pettirosso

Prima di tutto ci sono i sonni agitati e i ricordi di Saverio, figlio di un fornaio anarchico che le correnti della vita hanno strappato alle Apuane, per regalargli una nuova vita nel grembo caldo di Alessandria d’Egitto. Finora il passato non gli ha mai bussato alle porte di un presente placido come un mare senza brezza. Però ora che giace in un letto di ospedale, tra la vita e la morte, quel mare è diventata onda lunga, che lo percuote, lo allaga, lo invade.

Dove sono le sue radici? Quanto hanno scavato dentro di lui? E così il racconto diventa memoria, diventa viaggio a ritroso, diventa ritorno.

Fino a riportare storie antiche capaci di restituire il senso di appartenenza a chi, esule, più di tutti ne avverte il bisogno. Fino a ritrovare quell’unico paese che si sottrae a ogni confine perché si distende nei territori dell’anima. Fino a recuperare, intatto, quel cielo aperto che ha bisogno solo delle nostre ali e del nostro coraggio.

Un libro di Maurizio Maggiani - Il coraggio del pettirosso - che mi è ricapitato sotto gli occhi a distanza di anni dalla prima lettura. E che è riuscito a restituirmi quasi le stesse emozioni: non è davvero poco.

mercoledì 12 maggio 2010

Ricordando il coraggio del pettirosso


Prima di tutto ci sono i sonni agitati e i ricordi di Saverio, figlio di un fornaio anarchico che le correnti della vita hanno strappato alle Apuane, per regalargli una nuova vita nel grembo caldo di Alessandria d’Egitto.

Finora il passato non gli ha mai bussato alle porte di un presente placido come un mare senza brezza. Però ora che giace in un letto di ospedale, tra la vita e la morte, quel mare è diventata onda lunga, che lo percuote, lo allaga, lo invade.

Dove sono le sue radici? Quanto hanno scavato dentro di lui?

E così il racconto diventa memoria, diventa viaggio a ritroso, diventa ritorno.

Fino a riportare storie antiche capaci di restituire il senso di appartenenza a chi, esule, più di tutti ne avverte il bisogno. Fino a ritrovare quell’unico paese che si sottrae a ogni confine perché si distende nei territori dell’anima. Fino a recuperare, intatto, quel cielo aperto che ha bisogno solo delle nostre ali e del nostro coraggio: il coraggio del pettirosso, appunto.

Di Maurizio Maggiani non ho letto ancora l'ultimo libro, Meccanica Celeste: è in rampa di lancio, in cima alla pila delle prossime letture (con qualche esitazione che forse per un po' lo riporterà sotto, come mi succede dai libri da cui mi aspetto molto e che per questo possono deludermi). Però su questo posso mettere la mano sul fuoco, Il coraggio del pettirosso è stato uno dei libri che meglio mi sono entrati nel cuore.

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