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giovedì 31 marzo 2011

Ma perché è tornato Superman?

C'è un piccolo Superman dentro ogni Everyman, un Superuomo dentro ogni Uomo Qualunque

Pare che siano ritornati di moda i Supereroi tipo Uomo Ragno e Capitan America, quelli che gente come me inseguiva sugli albi della Marvel, sempre incerto se sognare o tornare con i piedi per terra. Pare, e allora bisognerà chiedersi perché, bisognerà provare almeno a capire se anche questo è il segno dei tempi.

Vittorio Zucconi ci ha provato raccontando su Repubblica come è nato il primo Supereroe di una lunga serie, quello che in Italia importammo con il nome di Nembo Kid, ma che per il resto del mondo era Superman. E sapete come inizia il suo racconto?

Era l'inverno del grande gelo, quel 1932 nella Cleveland degli altoforni spenti in un'America del Midwest che si era scoperta fragile e vulnerabile, dopo la sbornia degli anni venti. Fu in quella città che rabbrividiva nelle file per la minestra sotto il vento plumbeo dei Grandi Laghi, che due ragazzi neppure ventenni immaginarono l'antidoto al veleno che stava fiaccando la terra dei loro sogni. Non un eroe, ma un supereroe....

Insomma, la Grande Depressione, l'America meno il sogno americano, due ragazzi - Joe Shuster e Jerry Siegel - che già nel nome portano il marchio di un'immigrazione non facile, in un paese che è ancora il paese degli Wasp, i bianchi anglosassoni protestanti. Ed è dalla loro fantasia, dalla loro voglia di sognare un'altra America, che nasce Superman, qualcosa vorrà dire.

Superman  è quanto di meno Wasp si possa immaginare. E' ogni Shlomo e ogni Salvatore, ogni Mickey e ogni Ahmed piovuto dalla Galassia sulla terra americana per renderla più forte, più sicura, più America

Sì, qualcosa vorrà dire, se è tornata voglia di Supereroi.


giovedì 11 novembre 2010

Quando Bill vestiva da Superman

Davvero, non sarà uno dei grandi autori della scena contemporanea americana, di quelli che ti sorprendono per lo stile e ti provocano con l'inventiva (e talvolta ti annoiano a morte e ti irritano con la loro presunzione), però che bravo che è sempre il nostro Bill Bryson a incantarti, a destarti curiosità, a coniugare vicende quotidiane con riferimenti alla cultura più o meno alta...

Nei suoi libri c'è (quasi) sempre modo per divertirsi e per riflettere, ma rispetto agli altri titoli in Vestivamo da Superman c'è molto di più: una speciale grazia, molto Amarcord, e poi il piacere di tuffarsi in un mare di parole per cogliere un bel pezzo di immaginario - l'America anni Cinquanta e dintorni - che molto abbiamo coltivato con i fumetti e con i film...

Irresistibile l'episodio della bomba adolescenziale verso la fine del libro, ma è meglio non dire di più...

Da leggere, anzi, da divorare. Uno di quei libri che mi ritorneranno in mente quando mi verrà da dire: avete presente il piacere di leggere?

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...