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lunedì 3 settembre 2018

Preda e predatore tra Liguria e Sudamerica

Le cose si accettano. Come il fatto di sentirsi quel rotolo di pancia sotto la canottiera o avere solo un nome, e lui è Leo e basta. 

Leo, che in questa storia abbraccia due epoche e due continenti. Leo, che  non sai più se sia preda o predatore. Leo che si affanna per accaparrarsi un rudere di villa ma che più di un atto di proprietà si contenterebbe di conoscere il destino di una persona cara. Leo, il protagonista del libro con cui Marino Magliani torna al romanzo: Prima che te lo dicano gli altri, edizioni Chiarelettere.

E' bello inseguire Leo pagina dopo pagina, immergersi nella trama degli eventi, persino stare col fiato sospeso per vedere come andrà a finire, nemmeno fosse un thriller. Bello anche semplicemente immergersi in una scrittura che, a mio modesto parere, è assieme lirica e potente, scabra e intensa, allergica agli effetti speciali eppure affilata come una lama. 

Quante cose che ci sono, dentro questo libro: alcune, certo, che ho avuto modo di scoprire dentro altre opere di Marino, non fosse altro che fanno parte della sua biografia. Solo che anche quest'ultime si sciolgono dalla precedente scrittura - di viaggio e paesaggio - e si mettono al servizio di una storia dura, intensa, a volte spiazzante. 

E ci sono due anni, a mezzo secolo di distanza l'uno dall'altro: uno, il 1974, che è stagione battuta dalla nostalgia, l'altro, il 2024, che è futuro già compromesso dal nostro presente.

C'è la Liguria di una volta, di carrugi e campi coltivati, ma anche la Liguria di oggi, con il cemento, le multiproprietà, la speculazione e il degrado che dal mare son saliti in montagna: La Liguria invasa da tedeschi e dai rovi.

C'è l'Argentina, che più o meno è l'Argentina di oggi,  tango, pampa e malinconia, ma anche troppi scheletri negli armadi. L'Argentina con il suo passato che è spettro ed è ingombro, con le efferattezze dei generali e il silenzio assordante dei tanti desaparecidos. 

E c'è Leo, appunto, Leo alle prese con il mistero di un morto che si può dubitare sia morto.

E oltre alla storia, ai suoi personaggi, ci sono frasi che a volte sono sciabolate di luce e a volte sembrano fatte della stessa terra che descrivono. Altre volte ancora sembrano raccontare qualcosa, molto, dello stesso Marino, lui che in questi anni ha saputo portarci tanta buona letteratura dal Sudamerica.

Mi piaceva, sai, tradurre. Perché tradurre è far finta di raccontare la stessa cosa, ma mai quella.

Forse in questo libro ha fatto qualcosa del genere anche con Leo. E con se stesso.


 

giovedì 8 giugno 2017

L'esilio dell'uomo che era il suo cane

Non so quando cominciai a divertirmi a collocare nell'aria i nomi delle città, dei paesi, delle regioni, però ricordo bene che mettevo tutto a posto e poi mi facevo i complimenti.

Apri una pagina a caso de L'esilio dei moscerini danzanti giapponesi di Marino Magliani (Exòrma) ed è facile imbattersi in una frase così, che ti entra dentro per muoverti qualcosa. Frasi come: La nostalgia non la senti quando sei lontano, ma quando sei lì, al tuo paese, e sai che fra poco te ne vai. Oppure: Per quanto mi riguarda, non c'è mai stato un momento in cui io non abbia invidiato chi riusciva a risiedere.

Anche solo per questo raccomanderei la lettura, perché è scrittura densa, mai banale, capace di andare a fondo. Però c'è molto di pù, perchè dentro c'è tutta una vita, sospesa tra arrivi e partenze, tra radici ed esilio.

C'è un uomo - un uomo in cui certo c'è molto di Marino - che è ligure di roccia, ligure di vallate da cui non si intravede il mare, che a un certo punto della giovinezza volta le spalle a un paese da cui si è sentito tradito. Ci sono gli anni dell'irrequietezza, tra la Costa Brava dei residenti della notte e un'Argentina che non è Buenos Aires e non è nemmeno l'immensità della Patagonia, ma un luogo sperduto nella pampa. C'è l'Olanda infine - infine? -  che diventa il nuovo posto dove vivere, con i suoi canali, le dune e l'odore del mare, con le finestre senza imposte e la buona educazione.

E c'è una donna, che è stata una possibilità ai tempi della scuola, ma una di quelle possibilità che per qualche ragione non  si concretizzano mai, rimangono sogno, desiderio, pensiero che non si fa passo o domanda. Possibilità ma ora anche riannodarsi di qualcosa, fuori tempo massimo, sia pure uno scriversi a distanza, un impiegarsi come punto di riferimento, come tessuto connettivo di una vita da raccontare in primo luogo a se stessi.

E c'è un mestiere che è quello di traduttore - e tradurre è un po' come viaggiare, un po' come andare e ritornare dalla Liguria all'Olanda, dall'Olanda alla Liguria - un mestiere che ha un significato particolare per un uomo che ha cominciato parlando il dialetto e facendo vivere le cose attraverso le parole del dialetto, siano frutta o interi paesi.

E ci sono molti incontri - persone come Peter, l'olandese che va a pesca e scrive poesie, perfetto esempio di regale marginalità - ma c'è anche immensa solitudine, una solitudine di vento e acqua salmastra, di lunghi pomeriggi senza luce e di passeggiate senza una meta e senza un motivo:

Lei non ha un cane, mi chiede ancora ogni tanto qualcuno.
Glielo spieghi tra quel po' di noia e di mezza contentezza perché in tutto il giorno non hai fatto una parola.
Brav'uomo, io sono il mio cane.

Ecco, cose così. Cose per cui merita leggere L'esilio di Marino. Non fosse altro che per saperne di più sui moscerini danzanti e su un altro piccolo animaletto - il talitro - nomade senza requie su dune che non sono quelle di Olanda, ma della mia Toscana.

Per questo e per provare a capire cos'è che ci mette in movimento, cos'è che ci fa sospirare il ritorno.

lunedì 28 settembre 2015

Magliani e il viaggio lungo un canale di Olanda

Un canale che dura tutto un libro non penserai mica che sia come il racconto di un fiume?

Ecco, è questa la domanda che Marino Magliani pone nelle prime pagine del suo Il canale bracco, piccolo grande libro, uscito per la collana Bassastagione di Fusta editore, con cui ritrovo uno scrittore elegante e di sostanza, che nelle sue divagazioni con le parole e i passi sa restituirmi luoghi del cuore (e il cuore dei luoghi).

E come altre volte qui c'è quell'Olanda che Magliani da anni ha scelto di abitare (non senza che compaia anche la sua Liguria, quella Liguria che, con qualche sorpresa per chi non è ligure, è fatta di montagna, roccia, poche coltivazioni mantenute col sudore). L'Olanda che non è quella di Delft, delle vecchie città dell'Hansa, dei quadri di Vermeer e dei grandi fiamminghi.

Il Noordzeekanal unisce il mare del Nord all'IJ, un lago che si trova nella provincia dell'Olanda Settentrionale e bagna Amsterdam.

Le prime parole fissano le coordinate geografiche. Il resto è un viaggio: 21 chilometri, tanto è lungo il canale. Ma quante cose, per chi ha lo sguardo giusto e senza fretta. L'acqua salmastra, le chiuse, l'andirivieni dei carghi, i pescatori sui moli, gli uccelli che disegnano geometrie nel cielo del nord. La compagnia di un vecchio amico, Piet, disoccupato professionista che gli ha insegnato a guardare l'Olanda come La lezione di anatomia di Rembrandt.

Libri sui fiumi diversi, su un canale mai. Un libro su un mondo a parte. Un libro che ci voleva la penna di uno come Marino Magliani.

venerdì 21 agosto 2015

Maurizio Maggiani e le storie che serbano la vita

Vivono nelle parole gli uomini e le donne, vivono nelle storie che di loro si conservano e si tramandano. Ma perché non se ne perda traccia c'è bisogno di persone che se ne facciano carico. E che le scrivano o le accompagnino a un sorso di vino in un'osteria, sono come maghi, che in qualche modo restituiscono ciò che si può restituire della vita.

Uno di loro è Maurizio Maggiani, grande affabulatore, nei cui romanzi non ho mai cercato una trama compiuta, ma semmai una cascata di storie, che sgomitano, si incrociano, si sovrappongono, si tengono insieme. E questo vale più che mai per Meccanica celeste (Feltrinelli), libro a cui sono arrivato dopo una lunga attesa e con qualche diffidenza.

Un libro che è allo stesso tempo facile e impossibile da raccontare. Siamo nelle terre che Maggiani chiama il "distretto", lembo di terra aspra e isolata tra la Toscana e la Liguria, terra di marmo e ribelli, di emigranti e di santi che non sono nemmeno nel calendario. Il narratore mette in cinta la sua compagna la notte dell'elezione di Barack Obama. Nei nove mesi di attesa ci saranno le storie a preparare la vita che arriva. Storie che affiorano dalla memoria e dalla terra. Storie del narratore e del mondo intorno, con i suoi legami di sangue e di affetto. Avanti e indietro nel tempo, dall'antica Roma alle battaglie sulla Linea Gotica fino alla bomba della stazione di Bologna. E quante storie, quanti volti che emergono dalla folla e si fanno sostanza, cuore pulsante, racconto.

La Duse e la Santarellina, l'Otello e l'Omo Nudo, Don Gigliante  e la Marta, fino al soldato venuto dal Brasile, lui che doveva liberare la Grecia e invece si trovò sotto le Apuane. Staffette partigiane e maestre elementari, suonatrici di fisarmoniche e pastori d'anime....

C'è un filo? Forse no, ma che importa. Il filo è la voce che narra. Il filo è noi che ascoltiamo. Il filo sono i racconti che ci salvano.



mercoledì 7 maggio 2014

Posti misteriosi, proprio accanto alle grandi strade

Chi ha detto che in Italia non c'è più terra incognita?

Cosi si chiede Paolo Rumiz, nel bel mezzo di un viaggio alla scoperta della montagna italiana, prima le Alpi da un capo all'altro, poi gli Appennini fino all'estrema propaggine meridionale. Curva dopo curva, su strade secondarie, fili sottili e tortuosi sulle mappe degli automobilisti, che quasi sempre prediligono la linea retta, assecondata da viadotti e gallerie. Strade dimenticate, strade che solo di tanto in tanto tocca imboccare, per una deviazione obbligata, perché non se ne può fare a meno.

Sostiene Paolo Rumiz, che in quel viaggio si è concesso il piacere estremo di partire e arrivare in fondo con una vecchia Topolino, che è proprio questo ciò che vale, il tempo che sembra perso e invece si guadagna, la sorpresa annidata dietro ogni tornante. A volte, afferma, neanche troppo lontano dalle linee rette con cui abbiamo preteso di soggiogare le montagne. I posti più misteriosi, afferma, stanno spesso accanto alle grandi strade, totalmente ignorati dal flusso che li percorre. Ed è un po' come per i ladri, che si dice rubino meglio vicino alle questure.

Solo qualche mese fa, con colpevole ritardo, ho letto La leggenda dei monti naviganti. A mio parere uno dei libri più belli di Rumiz. Dopo averlo finito l'ho messo via, su uno scaffale, con un pizzico di gratitudine misto a invidia: quel viaggio non era il mio viaggio.

Poi pochi giorni fa sono partito per un trekking con i miei amici. La via alta della Liguria, montagna con vista mare. A poche centinaia di metri in linea d'aria Portovenere, le Cinque Terre, alcuni dei luoghi più amati, conosciuti, frequentati da turisti di ogni paese. Poco più sopra, bellezza rarefatta, accarezzata dal silenzio. E solo così ho inteso davvero quel libro.

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...