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venerdì 11 ottobre 2019

Con quella voglia di toccare di nuovo l'America

Così scoprii che non conoscevo il mio paese. Io, scrittore americano, che scrive sull'America, lavoravo a memoria, e la memoria è, al meglio, una cisterna fallosa e contorta. 

Ecco, questo non te lo aspetti dallo scrittore che ha raggiunto il successo proprio grazie alle sue storie americane, di più, grazie alla capacità riconosciuta di raccontare l'America vera. Proprio lui, John Steinbeck, l'autore di Furore, l'uomo capace di dare voce e dignità ai contadini messicani della California. 

Lui che ha vinto il Nobel per la letteratura poi ha riacciuffato il sogno che accarezzava sin da bambino, col primo libro che lo aveva conquistato: è andato in Europa, ha regalato la sua penna alle vicende di Re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda. Ma ora, dove è finita l'America?

L'America non è New York, come la Francia non è Parigi. Più facile che si possa trovare nelle parole che si ascoltano al banco di un bar o negli odori sul ciglio della strada. Da venticinque anni non toccavo il paese. Così dice e venticinque anni sono tanti, sono ancora di più se si misurano col calendario della nostalgia. Quando era più giovane, quando il lusso era viggiare su un furgone scassato e fermarsi dove si fermava la gente. 

Ecco, di tutto questo ha bisogno John Steinbeck, premio Nobel. Rimettersi per strada e toccare il suo paese. Così attrezza un  furgoncino che pare restituirgli l'ebbrezza della gioventù - ma che ribattezza Ronzinante. Per compagno sceglie Charley, un barboncino che saprà contendergli il ruolo di protagonista. Poi una bella mattina si lascia dietro la casa, la moglie e un bel po' di altre certezze.

Viaggi con Charley alla ricerca dell'America (Bompiani edizioni) racconterà tutto ciò che è successo nelle settimane successive, con un'intensità che rammento in pochi altri libri americani, senz'altro Strade blu di William Least-Heat Moon, senz'altro Mille miglia in cammino fino al Golfo del Messico di John Muir, molto altro non mi viene in mente.

Dentro c'è l'America profonda, c'è l'America che non è New York, l'America anni Sessanta che fa parte del mio, del vostro immaginario. Ma c'è soprattutto l'esperienza del viaggio, la considerazione di ciò che il viaggio può produrre a chi viaggia. 

Fin dalle prime pagine: 

Un viaggio è come un matrimonio. La maniera sicura per sbagliare è credere di tenerlo sotto controllo. 

E perché mai, se così si è più giovani davvero.











 

martedì 20 febbraio 2018

Un grandangolo per fotografare le possibilità della vita

Viene così facile tentare di classificare un libro, che figuratevi in questo caso: romanzo d'esordio, romanzo di formazione, che altro? Personalmente preferisco evitare, sarà che in genere i libri che mi convincono di più sono proprio quelli che sfuggono alle classificazioni o che potrebbero agevolmente finire in diverse caselle. 

Preferisco ascoltare la voce dietro le parole, sentire se mi arriva davvero, se mi dice qualcosa. E in questo caso, sì, è proprio così: dalle pagine di Grandangolo di Simone Somekh (Giuntina) si leva una voce fresca, originale, che cattura la testa e il cuore. E si va dietro a quella voce, ci si chiede come andrà a finire al protagonista che narra la sua storia in prima persona e agli altri personaggi che incrocia sull'arco di diversi anni e in luoghi diversi del nostro pianeta. 

Perché sì, questo tra le altre cose è anche un libro di viaggi, che mette insieme mondi diversi  e accorcia distanze incolmabili a prescindere dai chilometri di distanza: la Brighton di una comunità ultraortodossa ebraica e la New York della moda, il Bahrein della primavera araba e Israele - l'Israele di Tel Aviv.

Ma c'è altro, molto altro, perché questo è un romanzo che parla di libertà e di repressione, di cambiamenti che a volte arrivano per caso e a volte per scelta, di identità e di possibilità, del tempo necessario per perdersi e per ritrovarsi, di radici tagliate e di radici ritrovate.   

E non solo, perché la storia di Ezra, che abbandona l'ambiente soffocante in cui è nato e cresciuto per scoprire se stesso sulla strada dell'emancipazione religiosa e sessuale, è ricca di porte che si aprono si chiudono. Ci sono persone che potrebbero diventare importanti ma si perdono e persone che sembra appartengono al passato ma forse ci saranno anche nel futuro. 

C'è una grande passione come la fotografia, che Ezra coltiva fin da ragazzino e che lo porterà lontano, dimostrazione che nella vita serve coltivare una passione, a volte serve più del buon senso: soprattutto se è una passione come la fotografia, appunto, che ti consente di abbracciare mondo. 

E non solo, ancora, perché c'è anche il tema della libertà di stampa, c'è il modo di riflettere su quanto questa libertà sia intimamente connessa alle altre libertà, su quanto sia importante che i giornalisti siano presenti là dove le cose accadano, che possano documentare e testimoniare. Altrimenti è come se certe cose non fossero mai accadute. Non è tema banale, all'epoca delle fake news imperanti.

Basta? Mi sa che potrei aggiungere anche altro. Però mi fermo qui, contento che ancora una volta Giuntina non abbia sbagliato il colpo. Che poi sia il romanzo d'esordio, scritto da un giovane giornalista a 21 anni, in fondo è solo una curiosità.

lunedì 9 gennaio 2017

La parola che vince il silenzio, in quei giorni all'ospedale

Però voglio ascoltare ancora, dissi. Volevo sentiero di nuovo la sua voce, insolita e precipitosa, che raccontava. 

Lei è da tre settimane ricoverata in un ospedale, di New York non sa bene come ne uscirà, quando potrà ritornare a casa e abbracciare i suoi figli. Com'è la vita vissuta e osservata da un letto di ospedale? Quanto si è soli anche se sai di avere una famiglia?

 Poi inattesa si apre la porta della camera. Al suo capezzale si avvicina la madre. Che è cosa che ci si potrebbe anche aspettare, non fosse che loro è da anni che non si incontrano e che, peggio, non si cercano. Ora lei ha fatto un lungo viaggio da una sperduta cittadina dell'Illinois, col il primo aereo mai preso in vita.

"Ciao, Bestiolina", così la saluta, come quando era piccina. E ogni distanza svanisce di colpo, non c'è più nemmeno il tempo che si è messo in mezzo. Solo la voglia di ascoltare quella voce, di tenersi aggrappata a quella voce. Dopo tutto il silenzio che c'è stato.

E lei si siede e non va più via. Per cinque giorni, senza mai allontanarsi, forse solo appisolandosi di tanto in tanto, racconta e racconta. Le vecchie storie di tanto tempo prima. Le storie di famiglia, le storie di paese.

Ecco, è questo Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout (Einaudi), scrittrice che già mi aveva conquistato con altri libri - su tutti Olive Kitteridge - tra le più capaci di entrare nella vita ordinaria delle persone e spremerne il succo.

Libro sulla parola, sulla sua forza, sulla sua capacità di redimere e restituire. Ma anche libro sulla parola che si misura con il non detto, con le storie che più di tutte si stenta a tirare fuori. E sulla parola che poi segna un destino, apre una strada, sa contrastare ciò che sembra irrevocabile e farsi ragione di vita.

La donna che parla in prima persona dei suoi giorni in ospedale anni più tardi diventerà scrittrice di fama: in grado di scrivere anche di sua madre e delle sue storie.

Solo perché ha finito per scegliere la parola al silenzio. Solo perché un giorno quella porta si è aperta.

 

venerdì 2 dicembre 2016

Storia dell'ereditiera sparita dalle sue ville

Ma chi è la persona che possiede  Le Beau Chateau, che è la villa più costosa di tutto il Connecticut, insieme a quell'altra residenza a Santa Barbara, a picco sul Pacifico, più diversi appartamenti sulla Quinta Strada di New York, l'indirizzo più esclusivo nella città più cara d'America? Come mai in quelle case dove non mancano quadri di Renoir appesi al salotto, autentici Stradivari e inestimabili collezioni di bambole antiche pare che non ci sia traccia di vita? E chi può permettersi di possederle senza abitarle e tanto meno affittarle?

Sembrano interrogativi degni di un ispettore delle tasse o di un esperto di mercato immobiliare, invece alimentano uno dei libri più curiosi e intriganti che mi siano capitati negli ultimi tempi. Dimore vuote di Bill Dedman e Paul Clark Newell (Neri Pozza) sa essere insieme inchiesta, romanzo, spaccato sociale, storia di vita raccolta pezzo a pezzo, come le tessere di un mosaico.

E come tutte le vicende che meglio si prestano a essere raccontate tutto comincia per caso, se non addirittura per sbaglio. Ovvero quando uno degli autori - Bill Dedman - si mette a cercare casa e si lascia tentare da annunci di abitazioni che non si sarebbe mai potuto permettere (esercizio di ambizione tipicamente americano). E' questo il modo con cui arriva a Le Beau Chateau, rimane a bocca aperta e fiuta la storia: quella magnifica proprietà è disabitata da più di mezzo secolo.

Emerge un nome: Huguette Clark, ereditiera dalla leggendaria ricchezza. Ma emerge anche la storia di un'assenza. La storia di una donna che al mondo poteva permettersi tutto e che dal mondo invece si è chiamata fuori. Che poteva frequentare la società più esclusiva e invece ha deciso di sparire, fino a trascorrere l'ultimo ventennio della sua lunga vita - lei che è morta a quasi 105 anni - in ospedale. Per scelta, non per ragioni di salute.

Potrebbe essere l'americano più famoso di cui gli americani nostri contemporanei non hanno mai sentito parlare, dicono gli autori. E c'è davvero una storia da raccontare, poco importa che anche mettendo insieme titoli di proprietà e album fotografici sui misteri del cuore non si potrà mai davvero fare piena luce: sono le domande che contano, le domande e la sensazione di essere un po' più vicini alla risposta.



 

lunedì 30 maggio 2016

L'America non esiste, io lo so perché ci sono stato

Saga famigliare, indagine storica, storia di emigrazione, romanzo di sentimenti e persone che si cercano e si perdono per tutto il tempo di una vita, senza mai trovarsi se non per alcuni sfolgoranti, impagabili momenti.....

Quante cose che sa essere insieme Vita di Melania Mazzucco, libro che ho comprato diverso tempo fa - avevo scoperto, piuttosto genericamente, che parlava degli italiani in America e questo mi aveva incuriosito - e lasciato in attesa di lettura per diverso tempo, certo intimorito anche dalla sua mole non indifferente. Quante cose - e io che non ero affatto preparato, nemmeno avevo capito che Vita non si riferisce al cammino di tutti noi su questa terra, ma è il nome della protagonista...

Storia di una famiglia tra il Sud di Italia e l'America, che si annuncia con la Statua della Libertà e poi diventa troppe cose: fatica, miseria, possibilità, lavoro da schiavi e avvenire che si può inventare, ghetti che alimentano violenza e tubercololosi e spazi sconfinati, verso l'ovest, verso l'oceano, verso un'altra vita.

Storia di due bambini, Vita e Diamante, insieme sulla nave che li porta a New York, uniti da una promessa che più e più volte dovrà infrangersi contro gli scogli appuntiti delle circostanze.

Storia di un popolo condannato all'emigrazione  e di tutto quello che c'è stato dopo - il lavoro per innalzare grattacieli, scavare miniere, stendere ferrovie dall'Atlantico al Pacifico, ma anche i morti ammazzati per strada, la mafia che si dice che non c'è, eppure c'è, come no, anche se si chiama Mano Nera, nome buono per i giornaletti d'avventura.

Storia di partenze e addii, di radici tagliate e di legami ritrovati, di ritorni, anche, magari come figli e nipoti che ritrovano l'Italia come soldati impegnati sulla Linea Gotica...

E dunque, che dirvi, se non che è un libro da leggere, da portare in fondo anche a dispetto di  pagine a volte prolisse e di una storia che a volta si perde - e non è che importi, perché in effetti è proprio bello perdersi.

Riflettendo magari sulla splendida frase in epigrafe di Alain Resnais, da Mon oncle d'Amèrique:

L'America non esiste. Io lo so perché ci sono stato.

Mi sa che vale per chiunque abbia abitato quel sogno.

sabato 23 aprile 2016

L'ultimo inverno del riparatore di orologi

Bello, non bellissimo. O forse quasi bello, in realtà così e così. O forse un capolavoro. Un capolavoro
che non incanta e non cattura. O forse sì, solo bisogna prenderlo per il verso giusto, a trovarlo il verso...

Non è facile fare i conti con L'ultimo inverno di Paul Harding (Neri Pozza), con il suo fascino scontroso, con la sua raffinatezza da circolo esclusivo, con la sua bellezza che è la bellezza delle montagne più ripide, di cui fino all'ultimo non sai mai se arriverai fino alla cima.

La storia è bella, intrigante, commovente. C'è George, il riparatore di orologi (riparare orologi significa anche riparare il tempo?), inchiodato dalla malattia a letto, per l'ultimo inverno di una vita da ripercorrere all'indietro. C'è Howard, che di George è il padre, con la sua vita di venditore ambulante malato di epilessia, uomo di abbandoni e fughe e incontri straordinari. C'è l'America che non è l'America di New York e di Los Angeles, ma è l'America del New England, foreste e villaggi. C'è il silenzio che è anche il silenzio maestoso della natura, solo che quel silenzio si impasta con il ticchettio degli orologi. C'è un padre e c'è un figlio e sono due persone che sembrano destinate a non incontrarsi mai, solo che non si può dire, solo che in definitiva c'è sempre tempo....

Un capolavoro? Forse o forse no. Meritava il Pulitzer? Forse o forse no. Un libro importante, sicuramente, per quanto voglia dire. Un libro di emozioni a cui forse manca proprio l'emozione della scrittura, soffocata da eccessi stilistici e forse da qualche lezione di troppo di scuola creativa.

venerdì 4 marzo 2016

Complicazioni e maldicenze in una piccola cittadina del Maine

Aveva sposato una ragazza dell'estate. E, come vi direbbero, in molti, non era quasi mai una buona idea. Aveva sposato una ragazza dell'estate che veniva dal Massachusetts, e già solo questo presentava complicazioni.

West Annett, cittadina del Maine, terra di antichi pionieri e protestanti particolarmente rigidi. America rurale, un altro pianeta rispetto a New York e San Francisco, ma stesso pianeta rispetto alla Guerra Fredda e alla paura dell'atomica. Tyler Caskey è un giovane pastore di anime, brillante nei suoi sermoni, forte nei sentimenti per la comunità che è chiamato a guidare. Solo che ha una moglie che non ti aspetti per un uomo di religione e che certo non si aspettano i suoi fedeli: una donna bella, giovane, sensuale, annoiata.

Cosa può succedere con una moglie così in un piccolo mondo antico come quello? E soprattutto cosa può succedere dopo che la morte piomba sulla famiglia di Tyler e  Tyler sembra aver smarrito le parole giuste per rivolgersi ai suoi fedeli?

 Grande romanzo Resta con me di Elizabeth Strout (Fazi editore), scrittrice che come poche altre sa disegnare con tratti essenziali e precisi  movimenti dell'animo, relazioni complesse, storie di vita ordinaria. 

Romanzo di solitudini e incomprensioni, Resta con me. Ma anche romanzo corale, del pregiudizio che fa presto a mettere radici, della maldicenza che è l'altro verso di una vita insoddisfatta e insicura.

Difficile trovare un varco quando tutto questo assedia una vita già colpita duro. A meno che non si spazzi via il tavolo delle carte, con il più clamoroso dei gesti. Il più autentico, quello di un cuore che non si preoccupa delle conseguenze. Quale sia, spetta a voi scoprirlo. 

venerdì 2 ottobre 2015

La matametica è poesia e scienza dell'immaginazione

I numeri, presi nel modo giusto, ci rendono persone migliori.

Così ci dice Daniel Tammet, persona che i numeri hanno presumibilmente salvato, non solo reso migliore. E che ora nei suoi libri ci racconta della magia dei numeri, della poesia dei numeri.

Un libro, in realtà, andrebbe scritto anche sulla storia di questo ragazzo, affetto dalla sindrome di Asperger, che con i numeri fa cose straordinarie, tipo mettere in fila migliaia e migliaia di decimali del Pi greco. I numeri Daniel soprattutto li sente, li vede, li associa a colori, forme, suoni. E con lui la matematica, che sui banchi di scuola abbiamo fuggito come territorio arido e inospitale, ci ritorna come fioritura di vita, ubriacatura di sensazioni. Incredibile, davvero.

E così ecco questo libro, La poesia dei numeri (Zanichelli) - sottotitolo da tenere di conto: Come la matematica mi illumina la vita - che è una sorpresa a ogni capitolo: si parli di scacchi o di partite a cricket, dello zero di Shakespeare o dei fiocchi di neve, di come conteremmo se avessimo undici dita invece che dieci o di New York che con le sue strade perpendicolari e i suoi grattacieli è la più matematica delle città.

Arida la matematica? Leggete questo libro e usate l'immaginazione, che è ciò che si deve fare per scovare la bellezza. E se pensate che l'immaginazione sia prerogativa della letteratura, fermi tutti. C'è una scienza che se ne occupa e che sarebbe inconcepibile senza l'immaginazione.

La matematica, certo. La matematica che per definizione gioca con la pura possibilità.

lunedì 17 agosto 2015

Limonov, poeta e teppista nella Russia di Putin

E' stato poeta e teppista, maggiordomo e delinquente. E' passato dalle peggiori periferie dell'Unione Sovietica alla scena underground di New York, dai salotti francesi alle prigioni russe. Negli anni ha goduto di effimere fortune che ha fatto di tutto per rovinare. Nelle guerre dei Balcani si è schierato con il peggio, con quale consapevolezza non si sa. In Russia ha provato in ogni modo a sovvertire il nuovo che avanzava, inventandosi un partito nazionalbolscevico da far rabbrividire.

Ma si può raccontare davvero un uomo così? Risposta affermativa: sì, se sei Emmanuel Carrère, scrittore che sa cibarsi della verità della vita per tradurla in romanzi che non riesci a mollare.

E si può addirittura innamorarci, di un uomo così? Domanda più complessa, ma risposta ancora affermativa: sì, si può, e non solo grazie alla penna di Emmanuel Carrère, capace di donarci un personaggio da romanzo di altri tempi. Il fatto è che Limonov - questo il suo nome e allo stesso tempo il titolo del romanzo - è così vero che sembra fatto apposta per un romanzo. O al contrario così romanzesco che fa bene scoprire che abbia fatto irruzione nella vita vera e ci sia rimasto. 

 Limonov, concentrato di pensieri sbagliati, azioni deprecabili, eccessi di ogni tipo. Ma anche uomo che si è messo in gioco, con coraggio, pagando sulla sua pelle. Uomo di passioni e, bene o male, di visioni. E' caduto, si è alzato, è caduto di nuovo: grande soprattutto nelle sconfitte. Concentrato di vita, anzi, di vitalità. E anche di possibilità, quasi sempre sprecate.

Ha incrociato la storia, ha provato a non farsi trascinare. Nostalgico di un'Unione Sovietica a cui è sopravvissuto contro ogni pronostico: senza l'aura del dissidente, ma piuttosto con i segni del deliquentello di provincia. Hooligan ai tempi di Breznev, scrittore da scandalo in altri tempi - un suo titolo: Il poeta russo preferisce i grandi negri. Punk - o qualcosa del genere - nella Russia di Vladimir Putin - non a caso ha eletto a suo eroe uno come Johnny Rotten. Mistico - o qualcosa del genere - nelle steppe dell'Asia centrale o negli spazi angusti di una prigione.

Anna Politovskaja di lui aveva capito più degli altri. In fondo se lo era trovato a fianco, prima di essere fatta fuori, nelle battaglie dei pochi per dare diritto di pensiero e di opinione a tutti in una Russia ubriaca di facili ricchezze.

E noi, noi possiamo immergerci nella singolare grandezza di Limonov. Perdonargli ciò che possiamo perdonargli, come faremmo con un poeta di avangua
rdia o con un cantante punk che troppe volte ha camminato rasente alla morte.

Forse farselo addirittura amico.





venerdì 21 novembre 2014

Nella Manhattan che verrà

Non si sa mai.... Non si sa mai.... Ragazzo mio dovresti vedere i suoi progetti di costruzioni in acciaio... Già ha l'idea che il grattacielo dell'avvenire sarà costruito in acciaio e vetro.

Tempo fa abbiamo fatto degli esperimenti con tegole di vetro... Cristo, alcuni dei suoi progetti sono roba da rimanere di stucco... 

Ha sempre in bocca un certo imperatore romano, che trovò Roma di mattoni e lasciò di marmo. E lui, dice che ha trovato New York di mattoni e che la lascerà di acciaio... acciaio e vetro.

Vorrei che tu vedessi il suo piano per la ricostruzione della città. Uno scherzo di nulla!

(John Dos Passos, Manhattan Transfer, 1925)




venerdì 24 ottobre 2014

La bellezza malgrado tutto, questo è il Cardellino

Prendete un ragazzino di tredici anni in una New York che sembra svelare il suo volto migliore, quello delle case e delle gallerie d'arte raccontate in qualche commedia più o meno brillante. Mettete un terribile attentato che a quel ragazzino porta via l'unica persona che veramente conta, sangue e macerie laddove prima c'era solo la bellezza dell'arte. E poi andate avanti, con quel che resta, con quello che la vita può ancora riservare.

Con quel boato terrificante, già alle prime pagine, potreste anche ingannarvi, pensare che sia un romanzo sul terrorismo, un legal thriller o una spy-story, comunque un libro classificabile in qualche genere. Invece no, è qualcosa di completamente diverso, Il cardellino di Donna Tartt, scrittrice americana che distilla le sue opere in tempi lunghi, segnati dalla ponderatezza e dalla meticolosità.

Pensate, questa è una storia segnata dalla morte della madre ma anche da un quadro, lo stesso titolo del libro e l'immagine in copertina, che è il capolavoro di Carel Fabritius, uno dei maestri del Seicento olandese. Quindi un libro sull'assenza, sul dolore di chi rimane, sulla solitudine, ma anche sulla bellezza, sull'arte che è leggera e indispensabile, che è prima di tutto consolazione.

E per dire, pensate a come si chiama il protagonista: Theo, come il fratello delle indimenticabili lettere di Vincent Van Gogh. Pensate a Fabritius, appunto, anche lui, come la madre di Theo, morto in una drammatica esplosione a Delft. Pensate a quanto c'è di Dickens e per la verità anche di Salinger in questa storia.

C'è perfino troppo, in questo romanzo lungo, sterminato, direi fluviale. Un libro in cui tuffarsi, per riemergere solo all'ultima pagina. 

domenica 14 settembre 2014

Quando si spengono le mille luci di New York

"La vita continua, la gente cambia", è quello che ha detto Amanda. Per lei bastava.

Tu volevi una spiegazione, un finale che attribuisse la colpa a chi la meritava, un finale di giustizia. Hai preso in considerazione la violenza e la riconciliazione.

Ma quello che ti resta è il presentimento che la tua vita svanirà in te, come un libro letto troppo in fretta, lasciandosi dietro una labile scia di immagini e di emozioni, fino a quando non ricorderai altro che un nome.

(Jay Mcinerney, Le mille luci di New York, Bompiani)

lunedì 8 settembre 2014

I fatti che ti portano fuori pista e le mille luci di New York

I fatti sono semplici, i fatti sono fatti
I fatti sono pigri, i fatti sono matti
I fatti dipendono dal punto di vista
Se non fai attenzione ti portano fuori pista

Così cantavano i Talking Heads, la band che più di tutte credo riassuma la scena newyorkese degli anni Ottanta. Così cantavano e queste parole ritrovo in Le mille luci di New York di Jay McInerney, romanzo divorato solo questa estate, molti anni dopo essersi imposto come best-seller, con tanto di film a ruota.

"Come hai fatto ad andare in rovina?" chiese Bill.
"In due modi", rispose Mike, "gradatamente prima, e poi di colpo"

E così nel libro di McInerney ritrovo anche le parole del grande Hem, in Fiesta.

Due citazioni che ci portano perfettamente dentro questa storia. Perché, in effetti, quali sono i fatti che hanno portato "fuori pista" il protagonista (il cui nome, in un libro imperniato sulla seconda persona, non è dato sapere)? Com'è che è andato in rovina?

Ecco, è questa la storia che si racconta, la storia di un giovane che è una nave che si incaglia su un fondale basso, che è un sipario che scende e non si sa se si riaprirà per un secondo atto, che è un'auto che ha innestato la retromarcia per tirarsi indietro da tutto ciò che sarebbe ragionevole e raccomandabile.

Non sarà granché originale, la trama. Ma poi metteteci la New York degli anni Ottanta, con i suoi locali, i ritmi che pulsano nelle notti e nelle vene, le luci che seducono e illudono, i fiumi di cocaina. Metteteci una buona pena capace di scavare dentro, a volte perfino di commuovere (penso allo scampolo di vita conclusiva della madre). E allora sì, questo è un libro che si fa davvero leggere.

lunedì 25 agosto 2014

New York, nel paese delle automobili e delle lavatrici

Per certi versi, i comportamenti e le abitudini di New York sono remoti da quelli del resto del paese come Venezia lo è dal resto d'Italia.

Non solo remota dal punto di vista geografico, né perché la sua testa ancora si volge metaforicamente verso l'Europa. Remota nei modelli e nelle attività fondamentali della civiltà: muoversi, mangiare, fare il bucato.

New York è una città di gente che si muove a piedi, in un paese di automobili; New York è una città compressa in un paese di grandi spazi; New York è una città in cui la gente porta i panni sporchi al lavasecco del quartiere, scarpinando per tre isolati.

Noi ci affidiamo ai piedi e al treno, e a qualche pedalata ricreativa in bicicletta, mentre l'America è - prima di tutto, soprattutto e definitivamente - un paese di automobili e lavatrici.

                                            (Adam Gopnik, Una casa a New York, Guanda)

mercoledì 20 agosto 2014

Un bar per diventare finalmente adulti

Molto prima di avermi come cliente, il bar mi ha salvato. Mi ha ridato fiducia quand'ero bambino, si è preso cura di me quand'ero adolescente e mi ha accolto quand'ero un giovane uomo. Anche se siamo attratti, temo, da ciò che ci abbandona o promette di abbandonarci, alla fine credo che sia quello che ci accoglie a segnarci

Figlio unico di madre single, J.R. insegue la figura del padre, dj di New York, che conosce solo come una voce alla radio. Non lo troverà mai, o lo troverà solo quando sarà troppo tardi, come quasi sempre capita. Ma troverà un bar - un bar di quartiere, di quelli che fanno tanto America - che lo accoglierà con la sua varia umanità e lo farà crescere, accompagnandolo attraverso gli studi, le scelte del lavoro e degli affetti, la difficile battaglia per conquistare un senso e un equilibrio.

Bello, bellissimo, Il bar delle grandi speranze di J.R Moehringer (Piemme)
, uno dei più belli tra quanti letti negli ultimi tempi. Un libro che ho sottolineato fino a consumare la matita e da cui, a distanza di mesi, pesco ancora una pagina, una citazione.

Per intendersi, non un libro sull'alcol e relative sbronze. Si beve molto, certo, ma qui non siamo nei paraggi di Charles Bukowski e delle sue mosche da bar. Piuttosto è una storia su come si diventa grandi, sulla confusione dei giorni, sul modo in cui se ne può uscire.

E quante cose che ci sono: la gente del bar come un porto di mare a cui attraccano tutte le storie e i sentimenti, ma anche il rapporto tra la madre il suo unico figlio, una storia di amore poco più che adolescenziale complicata come solo a quell'età, gli esordi di colui che diventerà un grande giornalista... già, perché in questo libro così tenero e appassionante, melanconico e divertente, c'è anche il coraggio dell'autenticità. Il valore del raccontarsi mettendosi a nudo.

Un indimenticabile ritratto - leggo nella quarta di copertina - di come gli uomini rimangano, nel fondo del loro cuore, dei ragazzi perduti. Per una volta la quarta di copertina la sottoscrivo al cento per cento.

venerdì 28 marzo 2014

La bellezza del racconto scritto sulla neve

E' la storia più leggera, perchè raccontata con parole fatta di neve. La storia più fragile, perché destinata a svanire con il sole del giorno dopo. Però conta, eccome se conta, allo stesso modo delle manciate di sillabe che compongono un haiku giapponese: che è vero, possiamo ritrovare anche sulla pagina di un libro, ma che in realtà contano per il momento in cui prendono forma, potrebbero svanire l'istante dopo, però basta quell'istante di bellezza.

E' questo che mi è venuto in mente leggendo la notizia di un racconto scritto sulla neve a New York, in Prospect park, cuore verde di Brooklyn su cui si affacciano le abitazioni di scrittori come Paul Auster e Jonathan Safran Froer.

Lo ha scritto Shelley Jackson, scegliendo un titolo che, visto il contesto, non è particolarmente originale, però rende: Snow. Lo ha fatto lo scorso inverno, incidendo con la mano o con un ramoscello, le parole sulla neve fresca.

Avvicinarsi troppo alla neve è dimenticare cos'è, disse la ragazza che piangeva fiocchi di neve....

Ecco, ho letto che cominciava così. Non ne so più niente, non so come continua, perché le sue 805 parole sono evaporate. Il sole dopo la nevicata. E mi pare, la bellezza della scrittura che abbraccia il mondo intero.

lunedì 18 novembre 2013

Se la narrativa ha traslocato dalle grandi città

La verità è che negli ultimi anni le metropoli sono state sempre meno dei luoghi d'esperienza. Ridotte a centri amministrativi o di potere, a mete di shopping o residenze per ricchi (per non parlare dei musei a cielo aperto cui si vorrebbero ridotte tante nostre città), costose e poco inclusive, nei propri luoghi simbolo offrono assai di meno quelle occasioni d'avventura e di incontro (tra diversi) che davano sale alle grandi narrazioni.

Questa è la risposta che si dà Nicola Lagioia, in un bel paginone centrale di Repubblica, a sua firma, di qualche tempo fa (La caduta di Metropolis), in cui  si pone la questione della perdita di centralità della grande città nella letteratura contemporanea.

Bella questione e mutamento di scenari che non avevo colto completamente, anche se la realtà come sempre è più articolata: il fascino della provincia non è solo di oggi (non scrive da oggi Philip Roth, con la sua Newark che è un altro mondo rispetto a New York) e comunque c'è ancora tanta narrativa che vive grazie alla linfa vitale di metropoli come Berlino, Londra, Parigi, Barcellona.

Eppure è vero - come è vero che anche in Italia da anni c'è più provincia che Milano o Roma - è vero che Londra non più la Londra di Dickens, che Parigi non è più la Parigi di Proust e Balzac.

E sarà che la grande città ha perso diverse delle sue attrattive, sarà che sono altri i luoghi di vita e di lavoro cui si aspira nel nostro immaginario. Però mi piace, mi piace pensare che in questo modo il mondo si sia fatto più largo e che la letteratura sia stata brava ad abitarlo.


giovedì 8 agosto 2013

Se Nero Wolfe è più vero di Rex Stout

Quarantaquattro romanzi, praticamente uno ogni anno. L'ultimo pubblicato nel 1975, pochi mesi prima della morte. Come se Rex Stout, l'autore, avesse voluto farsi accompagnare fino in fondo dal personaggio che aveva inventato e che aveva fatto vivere in tante storie.

Nero Wolfe, quante volte che l'ho cercato. Nei Gialli della Mondadori come nei telefilm della Rai, con il grandissimo Tino Buazzelli a impersonare il pachidermico investigatore privato che non si muoveva mai dalla sua abitazione di Manhattan, burbero e geniale, capace di commuoversi solo per la buona cucina e i fiori. Uomo di eccessi che di sé diceva:

Prendo i criminali in trappola e cerco le prove per inchiodarli. Sono anche un filosofo, un artista e un attore nato.

E scusate la modestia. Che vuol dire per uno scrittore farsi accompagnare da una vita da un personaggio così, ingombrante non solo per la stazza? Cosa vuol dire seguirlo nelle sue storie? Quanto entra, alla fine, nella vita di ogni giorno?

Nero Wolfe e Rex Stout. O Rex Stout e Nero Wolfe. Corrado Augias, ne I segreti di New York prova perfino a individuare la casa che fu di Nero Wolfe, nel quartiere di Chelsea, disegna una pianta degli interni, descrive gli arredi e le abitudini quotidiane.

E Nero Wolfe mi sembra più vero di Rex Stout, nemmeno fosse quest'ultimo il personaggio, condannato a un'esistenza effimera. Com'è stato, in effetti: perché poi a rimanere sono le parole.

mercoledì 26 giugno 2013

La New York di chi va a passeggio col cane

Quanto sarà vero questo angolo di New York a pochi passi da Central Park, ma a un mondo di distanza dalle speculazioni di Wall Street, dalle luci del palcoscenico di Broadway, dalle ansie e dalle frenesie che sempre e comunque associamo alla Grande Mela?

Non lo so, davvero, ma forse sì, esiste davvero, questa New York senza grattacieli, senza locali ultimo grido, questa New York di strade appartate e giardini dove si va a passeggiare insieme al proprio cane. E forse esistono per davvero i suoi abitanti. Persone di età, lavoro, cultura diversa, ognuna con il proprio fardello di speranze e di delusioni.

Come tutti gli abitanti di ogni città del mondo, si dirà. Eppure no, perchè questi newyorkesi scendono per strada, si incontrano, si salutano, attaccano discorso, condividono parole da cui alla fine discende qualcos'altro....

Varia umanità che si mette in gioco, che si mescola e si confonde, come i cani che non si reggono più, nemmeno col guinzaglio. Varia umanità e possibilità che si schiudono, comunque, anche per i più mortificati, i più eccentrici, i più solitari.

Non poteva che chiamarsi i Newyorkesi, questo libro di Cathleen Schine. Vero, con un tocco di magia: che poi è l'autentico omaggio di una scrittrice alla sua città.

mercoledì 19 giugno 2013

Quando per gli italiani l'America era un sogno

 Eugenio Montale, che in America non c'era mai stato, non si stancava di interrogarsi su un paese che gli sembrava insieme un posto in cui era una maledizione nascere e morire e un paradiso dove non si poteva fare a meno di vivere.

E che cosa fosse davvero l'America forse non lo riuscirono a comprendere davvero nemmeno i tanti scrittori e giornalisti italiani che nel corso del ventennio fascista provarono a scoprirla. Sarà che l'America - anzi, gli Stati Uniti - era davvero molte cose insieme. Sarà che persino per Mussolini l'America era molte cose insieme: nuovo mondo e plutocrazia e altro ancora.

Non lo riuscirono a comprendere, ma certamente, mattone su mattone, costruirono un'immagine dell'America che per molti versi, e anche a dispetto delle indicazioni del regime, fu soprattutto un mito: America, terra di possibilità, terra di libertà.

E'  di tutto questo che ci parla l'affascinante Al di là del mito. Scrittori italiani in viaggio negli Stati Uniti di Ambra Meda (Vallecchi editori), un libro non solo per studiosi per una lettura che intriga.

Quante cose, nelle sue pagine.

La traversata dell'Atlantico, l'impatto con New York e i suoi grattacieli, la gente che corre e i treni che tagliano un intero continente. Gli alcolizzati per strada e gli studios di Hollywood. Il proibizionismo e la frontiera.

L'America sognata e vagheggiata, l'America temuta e denigrata. E l'America vera, sperimentata sulla propria pelle, che non è nè l'una né l'altra. Eppure in fondo sempre un sogno. Bisognerà aspettare il dopoguerra perché Cesare Pavese dichiari:

Sono finiti i tempi in cui scoprivamo l'America.

Ma forse allora, con un paese in macerie, con un paese da ricostruire e da reinventare dopo il fascismo, non c'era più tempo per sognare.

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...