
Ecco, dopo Bruce Chatwin è toccata anche a lui, a Ryszard Kapuscinski, al grande giornalista che non solo ci ha raccontato il mondo, ha fatto anche molto di più, perché ci ha insegnato il viaggio come stupore, come immedesimazione, come rivelazione in cui si perdono le proprie certezze per confrontarle con quelle altrui.
Appena un uomo così muore scatta subito il processo di beatificazione, poi le orazioni funebri terminano, il ricordo sbiadisce, altri nomi e altre pagine pretendono l'attenzione. E finisce che c'è sempre qualcuno che si alza in piedi per segnalare magagne, difetti, torti. Il mostro sacro non è più poi tanto sacro.
Insomma, ora succede anche con Kapuscinski, colpito (ma non affondato) da una robusta biografia uscita in Polonia e che già fa discutere in giro per il mondo. Dateci oggi la nostra polemica quotidiana. E questa è bella grossa.
I termini della questione sono bene illustrati su
Repubblica di oggi, in una bella pagina di Timothy Garton Ash, ma stringi stringi l'accusa è sempre quella: quanto ha inventato, quanto ha messo di suo Kapuscinski nei suoi libri? Abbiamo preso i suoi reportage come oro colato, come verità che parla attraverso la penna di un grande giornalista: e se invece dovessimo iniziare a spostarli negli scaffali della fiction?
Non ho ancora elementi per entrare nella questione. Però mi chiedo, c'è un mondo (e c'è una storia) che può essere raccontato da un autore senza che "ci metta del suo"? La realtà non è sempre realtà colta attraverso uno sguardo? Dov'è il confine tra fiction e non fiction?
Da queste domande potete capire già come la penso. La frontiera della verità è sottile e tendo a collocare in un altro paese, un paese che non mi appartiene, solo le falsificazioni consapevoli, le menzogne nude e crude, le strumentalizzazioni.
E ci sarebbe da discutere in tutto questo. Però lo confesso, l'istinto sarebbe quello di andare oltre, di dirla con le stesse parole di Lawrence Weschler, uno scrittore americano citato oggi su
Repubblica: "Cosa importa in che scaffale riponiamo
Il Negus e
Shah in Shah: fiction o non fiction? Saranno sempre libri meravigliosi"
E poi ricordare il sorriso di Kapuscinski, quel sorriso che nemmeno l'autore della biografia, peraltro suo amico, ha saputo e voluto cancellare: quel sorriso caldo, disarmante.
Ha ragione, Andrea Bocconi, scrittore viaggiatore che con i suoi libri mi ha già altre volte portato lontano, anche quando in realtà non andava poi troppo distante (penso per esempio all'intrigante In viaggio con l'asino). Ha ragione perché in realtà è sempre così: un paese sono i paesi, un plurale come i corpi che lo attraversano, gli occhi che si posano.
Lui, che tante volte è stato in India, che in India ha trovato molte cose diverse, non ha conosciuto l'India, ma le Indie.
Ogni volta era diversa nei molti viaggi, cambiava lei ed ero cambiato io: ci sono stato ragazzo di vent'anni, ci sono tornato giovane uomo in viaggio di nozze, poi fuggiasco, cercatore, e oggi ci vado con la famiglia, da padre
Allora, eccolo qui, lo sguardo diverso, quello che mancava nella parabola di vita di Andrea Bocconi. Un nuovo viaggio, con la famiglia: con la moglie e con i due figli, bambini con cui guardare di nuovo il paese conosciuto e accogliere il dono della sorpresa.
Non sarà un viaggio avventuroso - non lo vuole essere, ed è già tanto partire pochi giorni gli attentati dei fondamentalisti a Mumbai (mi immagino cosa si agiti nel cuore di un padre, benché di un padre viaggiatore).
Ma dove è scritto che i libri di viaggio devono infliggerci in continuazione avventure? Dove è scritto che lo stile deve essere sempre quello di Bruce Chatwin?
Così va bene, va benissimo. Un'altra India si distende davanti a noi. Illuminata dall'amore per un paese e prima ancora dall'amore di una famiglia, che in un viaggio non si perde e nemmeno deve ritrovarsi, tanto è già dove deve essere.