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venerdì 27 aprile 2018

Sognando sulle carte geografiche

“Le mappe sono un modo di organizzare la sorpresa”, scriveva Bruce Chatwin.

Ci sono i mappamondi su cui ancora oggi i bambini sognano e ci sono i sogni che le mappe dei sentieri alimentano in ogni camminatore, non importa di quale età.

Ci sono gli antichi atlanti di un mondo che attendeva di essere scoperto e ci sono le carte che ancora oggi accompagnano il viaggiatore, nell’epoca dei Gps e e di Google Earth.

Malgrado le tecnologie digitali e una geografia di cui si vorrebbe fare a meno continuano a sedurre, emozionare, narrare.

Le mappe sono la nostra isola del tesoro, e in esse è ancora possibile ritrovare noi stessi e i nostri viaggi.


Paolo Ciampi - Il sogno delle mappe - collana Piccola Filosofia di Viaggio (Ediciclo)

giovedì 14 dicembre 2017

In Transilvania un mondo antico che è già elegia

Avevo trovato l'Europa orientale fantasticata da bambino leggendo le favole russe: quella dei capanni di legno ai margini di foreste popolate da lupi e orsi, con la neve, le slitte, le giacche di pecora, le bluse ricamate, le donne col fazzoletto in testa. Pensavo di essere nato troppo tardi per poter incontrare da qualche parte la vita contadina descritta da Tolstoi e Hardy, ma mi ero sbagliato. Ecco i resti di un mondo antico....

La citazione è lunga, ma racchiude tutto il fascino che sprigiona Lungo la via incantata di William Blacker (Adelphi), libro potente, libro che prende e cattura come pochi altri tra i tanti che ci accompagnano nell'esperienza del viaggio. Libro sorprendente, addirittura spiazzante, perché portandoci in un altrove da fiaba, in realtà ci racconta il tempo e ciò che il tempo fa dei luoghi.

Romania, ultimi giorni 1989: il regime socialista di Ceasescu crolla di schianto, la rivoluzione ha vinto e non c'è un momento da perdere. La frontiera è aperta, ma vai a sapere cosa succederà ora che non c'è più un muro a chiudere quel mondo e in qualche modo anche a preservarlo.

William Blacker appartiene a quel tipo di inglese che - come Bruce Chatwin e Patrick Leigh Fermor - si porta dentro l'istinto del nomade e la curiosità dell'intellettuale che il mondo intende constatarlo di persona. Finisce in Maramureș, la parte più remota e immutata della Transilvania. Si ferma, viene adottato da una famiglia contadina che davvero appartiene a un altro tempo, solo che questo tempo è ancora il presente in Maramureș. Comincia a sperimentare una vita che da secoli è la stessa: il lavoro nei campi, le feste e i funerali, le bevute e i canti.Ci resterà per anni.

E' entrato a far parte di un mondo che sembra inconcepibile abbia convissuto con il regime di Ceasescu e con ciò che esso ha rappresentato anche come trionfo della bruttezza e dello sradicamento.  Un mondo che ha saputo resistere, ma che proprio ora è segnato: ciò che non ha fatto la storia, ciò che non ha combinato la dittatura, potranno portare a compimento ora, con implacabile velocità, le strade asfaltate e le tentazioni del supermercato.

Il tempo appunto, il tempo in cui è rimasto sospeso l'ultimo lembo di un'Europa antica, di un'Europa qual era, presente che è già elegia, bellezza già intrisa di nostalgia. Questo il Maramureș, una foglia di autunno che sta per staccarsi. Dopo, una volta a terra, sarà facile calpestarla. 

sabato 20 settembre 2014

Fermor: forse i viaggi non possono finire mai?

Forse i viaggi, i grandi viaggi, non possono finire mai?

Fermor non rispondeva a domande di questo genere. Aveva quell'atteggiamento di sospensione assolutamente inglese benché fosse ormai così greco e, come il suo amico Katsìmbalis (il poeta  che è il "colosso"  raccontato da Henry Miller in "Il colosso di Maroussi"), fosse invincibile in qualsiasi sfida di ouzo, anche nelle più sorde taverne del Pireo.

La Bbc lo aveva descritto come "un incrocio fra Indiana Jones, Bond e Graham Greene", ma è un quadro che potrebbe andar bene solo per chi non ne ha mai sentito il nome e soprattutto non ha mai letto i suoi libri.

Non era Byron, del resto, e non era Chatwin. Chatwin morendo aveva chiesto che le proprie ceneri fossero sparse accanto a una chiesetta peloponnesiaca a Exochori, poco lontano da Kardamili.

Fermor, malato da tempo e novantaseienne, quando capì che non c'erano più lettere da battere sulla macchina da scrivere e non c'erano più To Be Continued da vergare, lasciò la casa di pietra di Kardamili e prese un aereo per tornare dove era nato.

Il giorno dopo il suo arrivo, in Worcestershire, salutò tutti.

(da Matteo Nucci, Lo scrittore d'avventura, ricordo di Patrick Leigh Fermor sul Venerdì di Repubblica)

venerdì 14 febbraio 2014

Quale sorpresa ci può riservare il mondo oggi?

Non mi va di chiamarlo l'erede di Bruce Chatwin, primo perchè le questioni di eredità sono sempre complicate  e secondo perché dubito che sia davvero un complimento. Però questo è sicuro, Paul Theroux è uno dei grandissimi scrittori viaggiatori dei nostri tempi. E ci dice:

Sono dell'idea che il viaggio migliore e il libro di viaggio migliore - antico o moderno che sia - debba essere una sorta di sconfinamento abbinato a un'autentica scoperta, che lascia sorpreso chi viaggia e riporta notizie dal mondo esterno

Ma allora, quali sorprese ci può riservare il mondo oggi?

Naturalmente, molti aspiranti scrittori di libri di viaggio stanno ricalcando lentamente e faticosamente le orme di coloro che già hanno viaggiato prima di loro, per ripeterne e correggerne le impressioni

Che ci riescano o meno è un altro discorso. Meno male però che alla fine il posto in cui ci si dirige è meno importante di molte altre cose. Come l'umiltà, per dirne una.

Meno male che ha ancora ragione uno come Somerset Maugham, che la diceva così:

Dopotutto perché uno scrittore non può ottenere tutte le emozioni che vuole da una stazione ferroviaria?

giovedì 21 novembre 2013

Se Bruce Chatwin non affascina i ventenni di oggi

Con il tempo, Chatwin ha visto diminuire la sua popolarità, un fenomeno comune a molti scrittori famosi, forse troppo famosi in vita per continuare ad esserlo da defunti.

Ma nel caso di Bruce c'è anche un altro fattore: i suoi libri riflettevano talmente la sua persona - noi lo immagimavamo sempre in maglietta e calzoncini, di aspetto molto più tedesco che inglese, con The Road of Oxian di Robert Byron ficcata nel sacco da montagna, mentre attraversava il Taklamakan, il deserto in cui si entrava, ma dal quale non si usciva - che senza di lui i libri non avevano più il sex appeal.

Abbiamo molti amato le storie di Chatwin, ma è sempre stato un affetto riservato alla nostra generazione, che si riconosceva in lui nell'irrequietezza di quel viaggiare, sempre alla ricerca di qualcuno o di qualcosa.

Adesso non so se il vecchio e un po' abusato fascino del grande viaggiatore riesca ad attrarre a sé i ragazzi di vent'anni (che vedo piegati da mane a sera sull'Iphone) in modo tale da farli entrare in libreria. 

Ma loro viaggiano in internet, i veri protagonisti del grande ritorno dello stanziale e del sedentario. 

(Stefano Malatesta, Bruce Chatwin, lettere spedite dalla fine del mondo, da Repubblica)

martedì 24 settembre 2013

Mani, libro perfetto per chi sogna la Grecia

Sono le cose strane dell'editoria: nel giro di un niente Bruce Chatwin viene tradotto in Italia e diventa un autore di culto (oggi un po' meno), oggetto della venerazione di tutti gli appassionati di letteratura di viaggio; lo stesso non succede con Patrick Leigh Fermor, altro scrittore viaggiatore inglese, a mio parere ancora più grande e autentico di Chatwin, in ogni caso maestro e amico di quest'ultimo. Poco importa che Chatwin debba molto a Fermor: siamo ancora alle prese con il  Che ci faccio qui? del primo e trascuriamo il secondo.

C'è modo di rimediare. Cominciando magari con Mani, forse il libro più bello di questo singolare inglese che percorse interi continenti a piedi. Mani, cioé uno dei più aspri e inaccessibili lembi di Grecia, penisola del Peloponneso che penetra nell'Egeo. Roccia e mare e popoli antichi che non hanno mai ceduto di un palmo dinanzi a qualsiasi esercito che ha provato ad assoggettarli. Un mondo a parte.

Perfetto da leggere in un viaggio in Grecia - io l'ho divorato a Creta. Perfetto per chi comunque sogna questa terra che, volenti o nolenti, fa parte della nostra storia e prima ancora del mito che ci ha reso ciò che siamo. Perfetto per abbandonarsi alla luce e alle ombre del Mediterraneo, per cullarsi ai venti che rendono meno torride le estati, per respirare gli odori della macchia mediterranea e della salsedine. Perfetto per abbracciare le storie che arrivano da lontano e ancora ci appartengono - ereditate con le parole di Omero e di tutti gli altri.

E poco importa se anche la Grecia di Fermor non è più la nostra Grecia... o forse sì, se anche a noi, come a Fermor, capiterà in dono di incantarsi, ascoltando due pastori parlare come saggi di Bisanzio o guardando un cameriere indicare l'isola di cui raccontò Omero. 

sabato 17 novembre 2012

Chiacchiere e sudore, dal Tirreno all'Adriatico

Se Chatwin avesse avuto la tua stessa apertura mentale, non avrebbe mai scritto una riga. Sarebbe rimasto direttamente a bere birra al pub sotto casa

Quanto ad apertura mentale, invece, Enrico Brizzi non dovrebbe davvero lamentarsi. In Nessuno lo saprà - 420 pagine e quasi altrettanti chilometri di faticoso camminare - ci dimostra che si può fare un grande viaggio anche senza puntare all'"altrove" della Mongolia o della Namibia, perché c'è un "altrove" anche dietro l'uscio di casa, fatto di sentieri poco battuti, borghi medievali dimenticati, pascoli in altura e paesini con un bar e poc'altro.

La montagna che non ha nemmeno i titoli di nobiltà che spettano alle Alpi, perché di Appennino si tratta.

Un viaggio a piedi dal Tirreno all'Adriatico, vesciche ai piedi e chiacchiere nel silenzio.

Il passo del pellegrino, la suggestione del trekking, il tempo che diventa esplorazione della natura ma anche di se stessi.

Poi un cambio di marcia quasi inatteso, quando si aggiungono altri compagni di spedizione. Allora il pellegrinaggio diventa qualcosa di assai prossimo al Marrakesh Espress di Salvatores, tanto per intendersi: e c'è la crisi generazionale, l'amicizia che affonda in altre vite e si fa nostalgia ma anche sindrome di Peter Pan.

C'è perfino l'esperienza del qat, le foglie "euforizzanti" che accompagneranno un bel po' di tappe, ci sono le due ragazze incrociate per strada che finiranno per portare via anche le carte di credito, c'è l'amico di sempre, detto il Viet, che vorrebbe solo suonare la batteria e non avere mai più una fidanzata farmacista.

E diventa un'altra cosa, certo, ma il viaggio può essere anche questo. E può diventare anche un libro come questo, capace di regalarti pure una bella dose di buon umore.

Tanto che alla fine perdoni pure quella scelta, faticosa, ma faticosa davvero, più del sentiero appenninico, di scrivere tutto il libro in seconda persona. Cosa che in passato avevo trovato solo in Rex Stout. Che era Rex Stout, appunto.

mercoledì 5 settembre 2012

Quel viaggio aveva il marchio indelebile dei commiati. Ovunque ci dirigessimo, sempre al sud del 42° parallelo, la gente ci diceva che tutto stava cambiando molto in fretta, e non in meglio. Se negli anni Settanta scomparivano le persone ingoiate dalla macchina dell'orrore, in quei giorni scomparivano cose che fino ad allora erano sempre naturalmente esistite, come parte indiscutibile della vita.

E' facile convincersi che in Patagonia niente possa cambiare. E' facile, se guardi il suo cielo stellato, se macini gli infiniti chilometri delle sue distese, se semplicemente ti abbandoni al vento che non cessa un attimo, vento che passa, vento che dura più delle rocce.

E' facile, però succede che un giorno, bevendo mate a Parigi, uno scrittore come Luis Sepulveda e un fotografo come Daniel Mordinski concepiscano un viaggio in Patagonia. Scenderanno l'Argentina fino a Capo Horn, risaliranno il Cile fino all'Isola Grande di Chiloè. Tremilacinquecento chilometri, più o meno, da cui distillare un libro come un atto di amore.

Poi per anni quell'idea - il libro, non il viaggio - rimane lì, come sprofondata in un sonno che è meglio non disturbare. I libri sono davvero bestie molto strane, imprevedibili, non li puoi forzare, devi attendere che si sveglino da soli.

E quando il momento arriva, il libro è già diventata un'altra cosa. La Patagonia è cambiata, non è più quella di Bruce Chatwin o di Francisco Coloane, si respira un'aura di inesorabilmente perduto.

E queste pagine sono allora un inventario delle perdite, un prezzo esoso pagato al tempo, l'ennesima domanda che insegue il verso di Kavafis:

E ora che faremo senza i Barbari?

venerdì 15 giugno 2012

Tre buoni propositi per questo viaggio


Rügen, finalmente: la nostra isola al termine di questo ponte che non finiva più, chissà come sarà con il vento contro. Ernesto, tanto per fare il buffone, si distende e bacia la terra. Io mi sento meglio.
Ora che siamo dall'altra parte, ora che il mare è distanza che separa e rassicura, è già più semplice rispondere a certe domande. Per esempio quella dell'altro giorno, vigilia di partenza: ma chi me l'ha fatto fare? Che, tra l'altro, è quanto si domandava pure Bruce Chatwin, con la sua domandina usata e abusata: che ci faccio qui?
Potrei rispondere che ritrovarmi qui con Ernesto già basta e avanza.

Però visto che ci sono aggiungo altri tre alibi. O se volete, altri tre propositi.
Proposito numero uno: dimostrare che non è vero che per i grandi viaggi sia sempre necessario il trampolino della solitudine. C'è un mio amico, Tito Barbini, che dopo una vita di impegno politico e di incarichi pubblici a un certo punto ha deciso di mollare tutto. Zaino in spalla si è messo a girare per il mondo raccontando le sue esperienze in libri bellissimi, come Le nuvole non chiedono permesso, Antartide, I giorni del riso e dell'oblio.
Tito sostiene che viaggiare da soli è una condizione necessaria per incontrare gli altri sulla strada. Capisco cosa vuol dire, ma io non sono lui. Mi piacerebbe partire per rimanermene solo, potendo contare, tra l'altro, su un decente livello di convivenza con me stesso. Però mi vedo ancora meglio a tuffarmi nell'altro che è al mio fianco semplicemente perché è venuto via con me. Anche se è un bambino: è un intero universo, un bambino.
Proposito numero due: dimostrare che ci sono grandi viaggi che non hanno bisogno di voli transoceanici, di drastici mutamenti di civiltà, di giornate a dorso di cammello. Che insomma posso rimanere nel mio continente senza passare per il forzato del villaggio turistico, escursione con guida, grazie. Viaggiatore vero anche a un'ora di volo da casa, se non a un'ora di cammino.
Proposito numero tre, peraltro strettamente collegato al proposito numero due: provare che se non è necessario finire in Birmania o in Namibia, non lo è nemmeno macinare chilometri e chilometri ogni giorno. Ci sono viaggi importanti che non si nutrono di grandi spazi, ma di movimenti lenti. Ci sono terre che per accogliervi esigono solo la capacità di scavare nelle loro profondità.
Rügen è una di queste terre, lo so. Sono qui per questo. Anche per questo. E crepi la pigrizia.

(da Paolo Ciampi, Le nuvole del Baltico, Mauro Pagliai editore)

mercoledì 4 aprile 2012

Ancora Chatwin e la sua domanda: che ci faccio qui?

Ancora mi sembra di vedermelo davanti, con i suoi pantaloni corti da ufficiale britannico in missione nel deserto, la sahariana, lo zaino sulle spalle. Bruce Chatwin: giramondo avventuroso, curioso, persona a suo modo fortunata ma soprattutto inappagata.

Un uomo che sembra fatto apposta per regalare sogni da tenersi stretti, per riscaldare il cuore.

Dalla Patagonia che ha contribuito a trasformare in un mito letterario ai deserti dell’Australia dietro le vie dei canti immaginate dagli aborigeni e all’Afghanistan prima delle follie della guerra e del fanatismo. Dalla Toscana dove a lungo è stato ospite, in un castello del Valdarno, alla leggendaria Timbuctù.

Chatwin ha viaggiato per molti buoni motivi, ma soprattutto sospinto da un’irrequietezza esistenziale che a un certo punto gli ha fatto lasciare tutto per non fermarsi più. E proprie nelle pagine di questo libro, raccolte prima di una morte che è arrivata troppo presto, l’uomo con lo zaino sulle spalle ci racconta la sua straordinaria esperienza.

Ovunque nel mondo e ovunque accompagnato dalla solita domanda.

Che ci faccio qui?

Ieri l'occhio mi è cascato sullo scaffale dove custodisco tutti i miei libri dell'Adelphi. Mi è venuto naturale prendere in mano il volume che per titolo porta proprio questa domanda. Sfogliarlo e indugiarvi sopra.

Domanda che non è solo di Chatwin. Che è di tutti noi che camminiamo su questa terra. Fa bene, una domanda così.

giovedì 9 febbraio 2012

Il viaggiatore che parlava solo di se stesso

Parlo eternamente di me

Così afferma perentoriamente Francois-Auguste de Chateaubriand nell'introduzione al suo Itinerario da Parigi a Gerusalemme, pubblicato nel lontanissimo 2011, libro che molti indicano come inizio della letteratura di viaggio moderna, capostipite di una genealogia che nel tempo ci regalerà i Chatwin, i Bouvier, i Leigh Fermor.

E come nota Stenio Solinas nel suo bel libro (Da Parigi a Gerusalemme, Vallecchi) su questo nobile fuori dal tempo e dalla storia, che seppe essere diplomatico della Francia reale e vagabondo senza una meta, Chateuabriand era certo uno molto pieno di sè. Di lui il perfido Talleyrand assicurava:


Da quando non sente più parlare della sua gloria, si è convinto di essere sordo

Eppure la nostra letteratura di viaggio nasce proprio da lì, da quel parlo eternamente di me, somma vanità dell'uomo che si mette in viaggio. E che si permette di parlare dei paesi che incontra parlando solo di se stesso.

Eppure è così: prima c'erano i diari di bordo, i resoconti scentifici, i cataloghi naturalistici, le relazioni. Dopo c'è l'uomo, c'è lo scrittore, che sta nel mondo che attraversa, che lo racconta attraverso i suoi sguardi e le sue emozioni.

Perché il viaggio è questo: scoprire incidentalmente il mondo scoprendo se stessi.

domenica 9 ottobre 2011

L'India formato famiglia di Andrea Bocconi

Mi ha sempre irritato chi scrive dell'India al singolare. Per cui non parlo dell'India, ma di un'India, una delle tante: l'India non esiste, se non come spaziotempo a dieci dimensioni che si dipana in mille direzioni, si riavvolge su se stesso e contiene infinite Indie, una matrioska gigantesca....

Ha ragione, Andrea Bocconi, scrittore viaggiatore che con i suoi libri mi ha già altre volte portato lontano, anche quando in realtà non andava poi troppo distante (penso per esempio all'intrigante In viaggio con l'asino). Ha ragione perché in realtà è sempre così: un paese sono i paesi, un plurale come i corpi che lo attraversano, gli occhi che si posano.

Lui, che tante volte è stato in India, che in India ha trovato molte cose diverse, non ha conosciuto l'India, ma le Indie.

Ogni volta era diversa nei molti viaggi, cambiava lei ed ero cambiato io: ci sono stato ragazzo di vent'anni, ci sono tornato giovane uomo in viaggio di nozze, poi fuggiasco, cercatore, e oggi ci vado con la famiglia, da padre

Allora, eccolo qui, lo sguardo diverso, quello che mancava nella parabola di vita di Andrea Bocconi. Un nuovo viaggio, con la famiglia: con la moglie e con i due figli, bambini con cui guardare di nuovo il paese conosciuto e accogliere il dono della sorpresa.

Non sarà un viaggio avventuroso - non lo vuole essere, ed è già tanto partire pochi giorni gli attentati dei fondamentalisti a Mumbai (mi immagino cosa si agiti nel cuore di un padre, benché di un padre viaggiatore).

Ma dove è scritto che i libri di viaggio devono infliggerci in continuazione avventure? Dove è scritto che lo stile deve essere sempre quello di Bruce Chatwin?

Così va bene, va benissimo. Un'altra India si distende davanti a noi. Illuminata dall'amore per un paese e prima ancora dall'amore di una famiglia, che in un viaggio non si perde e nemmeno deve ritrovarsi, tanto è già dove deve essere.

venerdì 7 ottobre 2011

Paul Theroux e i libri di viaggi oggi

Non mi va di chiamarlo l'erede di Bruce Chatwin, primo perchè le questioni di eredità sono sempre complicate  e secondo perché dubito che sia davvero un complimento. Però questo è sicuro, Paul Theroux è uno dei grandissimi scrittori viaggiatori dei nostri tempi. E ci dice:


Sono dell'idea che il viaggio migliore e il libro di viaggio migliore - antico o moderno che sia - debba essere una sorta di sconfinamento abbinato a un'autentica scoperta, che lascia sorpreso chi viaggia e riporta notizie dal mondo esterno

Ma allora, quali sorprese ci può riservare il mondo oggi?

Naturalmente, molti aspiranti scrittori di libri di viaggio stanno ricalcando lentamente e faticosamente le orme di coloro che già hanno viaggiato prima di loro, per ripeterne e correggerne le impressioni

Che ci riescano o meno è un altro discorso. Meno male però che alla fine il posto in cui ci si dirige è meno importante di molte altre cose. Come l'umiltà, per dirne una.

Meno male che ha ancora ragione uno come Somerset Maugham, che la diceva così:

Dopotutto perché uno scrittore non può ottenere tutte le emozioni che vuole da una stazione ferroviaria?

lunedì 22 agosto 2011

Quello studente a piedi fino a Costantinopoli

Cambiare panorama: abbandonare Londra e l'Inghilterra e andare in giro per l'Europa come un vagabondo... Ad un tratto, questa non era solo una cosa ovvia, era l'unica da fare

Non ha nemmeno vent'anni e deve fare già i conti con una vita di promesse mancate e di macerie, Patrick Leigh Fermor, quando prende la decisione che la vita gliela cambierà sul serio, portandolo sulla strada giusta, quella che porta lontano.


E' il 1933, dicembre - la peggiore stagione, in effetti, per partire. Munito solo di uno zaino da alpinista, di un cappotto dell'esercito, di un passaporto che lo certifica come studente (senza denunciarne i fallimenti) e di tante buone letture alle spalle, Fermor lascia l'Inghilterra e lascia le sue prime orme sui campi innevati dell'Olanda.

Un obiettivo: raggiungere a piedi Costantinopoli - allora si chiamava ancora così - seguendo il corso dei grandi fiumi della civiltà europea, il Reno e il Danubio. Un viaggio da chierico vagante, da nomade, da sognatore. A casa tornerà solo dopo diversi anni.

E che bello questo libro che racconta le storie, le persone, i paesi e i popoli della prima parte del viaggio, fino all'Ungheria. Intenso, raffinato, autentico.

Immergetevi in esso, con il bagaglio di pensieri più leggero che potete. Magari considerate solo la data: il 1933. L'Europa sospesa tra i due macelli della guerra mondiale. L'Europa che oggi non c'è più e quella che ancora resiste, forse.

I tedeschi sembrano ancora solo dei pacifici bevitori di birra, persi dietro i loro canti e le loro storie di gnomi e di principi, ma le camice brune di Hitler già proiettano le loro lugubri ombre. Non si contano i cimiteri militari, eppure Fermor può sorprendersi (e noi con lui), per la gentilezza e l'ospitalità che incontrerà per tutto il viaggio:

Sembrava che di ogni mondo mi toccasse in sorte la parte migliore


Quando l'ho finito non mi è nemmeno dispiaciuto, perché ho pensato ai passi che continuerò a fare con il seguito, sempre pubblicato da Adelphi. Per inciso, la stessa casa editrice di Bruce Chatwin. Ed è curioso che per tanto tempo ci si sia dimenticati di Fermor, per osannare Chatwin: che poi di Fermor si considerava, giustamente, quasi un discepolo.

domenica 14 agosto 2011

Che ci faccio qui? La domanda delle domande

Ancora mi sembra di vedermelo davanti, con i suoi pantaloni corti da ufficiale britannico in missione nel deserto, la sahariana, lo zaino sulle spalle. Bruce Chatwin: giramondo avventuroso, curioso, persona a suo modo fortunata ma soprattutto inappagata.

Un uomo che sembra fatto apposta per regalare sogni da tenersi stretti, per riscaldare il cuore.

Dalla Patagonia che ha contribuito a trasformare in un mito letterario ai deserti dell’Australia dietro le vie dei canti immaginate dagli aborigeni e all’Afghanistan prima delle follie della guerra e del fanatismo. Dalla Toscana dove a lungo è stato ospite, in un castello del Valdarno, alla leggendaria Timbuctù.

Chatwin ha viaggiato per molti buoni motivi, ma soprattutto sospinto da un’irrequietezza esistenziale che a un certo punto gli ha fatto lasciare tutto per non fermarsi più. E proprie nelle pagine di questo libro, raccolte prima di una morte che è arrivata troppo presto, l’uomo con lo zaino sulle spalle ci racconta la sua straordinaria esperienza.

Ovunque nel mondo e ovunque accompagnato dalla solita domanda.

Che ci faccio qui?

Ieri l'occhio mi è cascato sullo scaffale dove custodisco tutti i miei libri dell'Adelphi. Mi è venuto naturale prendere in mano il volume che per titolo porta proprio questa domanda. Sfogliarlo e indugiarvi sopra.

Domanda che non è solo di Chatwin. Che è di tutti noi che camminiamo su questa terra. Fa bene, una domanda così.

sabato 18 settembre 2010

La Patagonia e il nostro deserto dei Tartari

Alle volte mi viene da chiedermi cosa sia stato il viaggio per Chatwin.  Da ragazzo amavo passare ore intere davanti al mio mappamondo. Tracciavo itinerari di viaggi immaginari. Erano sempre le terre estreme a imprigionare la mia fantasia. La Patagonia, assieme alla Terra del Fuoco era sempre in mezzo. Giochi di un ragazzo che, tuttavia, nascevano dal bisogno di scoprire il mondo là dove il mondo sembrava finire.


Tito Barbini è uno scrittore-viaggiatore (o un viaggiatore-scrittore?) che spero tutti abbiamo modo di conoscere, perché è un piacere usare i suoi libri come tappeti volanti per arrivare lontano. È anche un amico, con cui spesso ho parlato di libri e di viaggi. Per esempio della Patagonia che lui conosce come le sue tasche (giusto così, è un posto che si portava nel cuore fin dall'infanzia) e che io ho annusato solo attraverso le pagine scritte. Oppure di Bruce Chatwin, che a entrambi piace, e che pure a entrambi desta qualche perplessità.

Ora, sul suo bel blog, Tito mi lancia un altro spunto, che non posso non raccogliere, perché non solo parla di Chatwin, ma lo incrocia con uno dei libri che  da sempre porto con me (pensate, letto per la prima volta per l'esame di terza media, velo pietoso sugli anni passati): ovvero Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati.

Non ci avevo mai pensato, ma la suggestione funziona e la Patagonia si arricchisce di incanto di nuovi nomi: il tenente Giovanni Drogo, la fortezza Bastiani... pensare che il film che Valerio Zurlini ha tratto dalle pagine di Dino Buzzati regala le sabbie e il vento dell'Iran...

Scrive Tito, raccontando anche la sua Patagonia:

Come Chatwin il tenente Giovanni Drogo arriva in una terra estrema. Un’esplorazione fatta di lucide visioni, di ombre, di sussulti e misteri, di miti avulsi strappati a qualsiasi riferimento storico, universali perché fuori da ogni tempo. La Patagonia come la fortezza Bastiani. La fortezza è un avamposto al confine con il deserto. La Patagonia è il deserto. E come Drogo, Chatwin arriva in quella solitudine convinto di ripartirne presto. È sicuro di sé, di avere tutta la vita davanti. Trascorreranno molti anni prima di rendersi conto che il tempo è fuggito e con esso la sua idea iniziale di Patagonia. Ho pensato spesso al bellissimo racconto di Buzzati. Vale la pena rileggerlo in queste terre, per riflettere e guardarsi dentro.

Non avevo mai pensato che le sconfinate distese della Patagonia potessero essere l'equivalente dell'avamposto che guarda altre distese, quelle che non attraversi, ma da cui un giorno potrà arrivare qualcosa (o qualcuno) che ti cambierà la vita.

Non ci avevo pensato, ma fa bene pensarci, fa bene capire che anche il viaggio può essere attesa, che dietro tanto movimento si può nascondere una strana vertiginosa inquietante immobilità.

mercoledì 15 settembre 2010

Il pittore e quel balordo del cacciatore

Com'è accaduto che Manet, così spirituale, sia giunto a fare il ritratto di questo zotico dallo sguardo spento?

Ci sono libri che nascono da una nota in fondo a una pagina, oppure da uno sguardo distratto a un quadro.

Libri che non hanno alle spalle nient'altro che un moto di curiosità. Pare poca cosa, però è per questo che riescono a procedere lievi. E vanno avanti ad ampie falcate, liberi di scegliersi il loro cammino, senza bagaglio sulle spalle.

Ed è così, Un cacciatore di leoni di Olivier Rolin (Barbès edizioni)

Pensare che l'ho trascurato a lungo, nella pila riservata ai libri da leggere "prima o poi", più poi che prima però, tanto che sarà mai, roba per i patiti di storia dell'arte. Abbandonato lì, per questo pregiudizio e anche per un difetto di memoria. A Olivier Rolin, infatti, dovevo già un'altra bella lettura a sorpresa, Port Soudan. Uno di quei libri di cui a distanza di anni serbi un buon ricordo cassando il nome dell'autore, succede anche questo.

E che sorpresa anche questa volta. Questo è un libro che ti fa girare la testa da quanto racchiude. Come un albero carico di frutta matura che non resta che cogliere a piacimento. Prova provata che davvero può bastare quel moto di curiosità, basta per partire, perché poi tutto il resto si trova per strada. E' nell'ordine delle cose: connessioni che non si vedono solo per scarsa immaginazione.

E dunque c'è Edouard Manet, pittore  tra i grandissimi del grandissimo Ottocento francese. C'è la Parigi Secondo Impero, decoro e affari, onorificenze e bordelli, colazioni sull'erba e fumi di assenzio. C'è la guerra con i prussiani e il sogno della Comune, le barricate e le fucilazioni. Ci sono albe livide, risvegli difficili, partenze che sono strappi al cuore. Ci sono le colonie di un mondo disegnato a uso e consumo di poche potenze europee, materie prime e riserve di caccia, missionari e avventurieri di ogni risma, ragion di Stato e richiami del basso ventre. E c'è la Patagonia, prima di Bruce Chatwin, anzi, prima ancora che il genocidio delle popolazioni indigene sia portato a compimento con la più grande disinvoltura.

Poi c'è questo Eugène Pertuiset, il soggetto del ritratto, l'uomo che attraversa tutte le storie. Il sedicente cacciatore di leoni. L'uomo che insegue la fortuna e si appiglia a quello che trova. Il fanfarone. L'uomo che vorrebbe fare la storia e si accontenta di tirare avanti. Come può. Senza troppi scrupoli di coscienza: i conti semmai li farà più tardi, come si fa a fine mese col negoziante sotto casa.

Manet ascolta, divertito, queste inezie gonfiate. Peccato, pensa, che non si possano dipingere i discorsi. Non potendo dipingere le parole, dipingerò un giorno la bocca che le proferisce

Ci riesce benissimo, il pittore. Poi arriverà Rolin e lo dipingerà con le parole, quest'uomo il cui lignaggio non è nobile, ma antico sì, perché mi porta dalle parti del Plauto e del suo miles gloriosus.

Quest'uomo che forse è addirittura un po' migliore di come si presenta, perchè l'arte, almeno l'arte l'ha annusata. Ha incrociato le vite degli artisti come un elefante in un negozio di porcellana, in realtà senza nemmeno sapere cosa sia l'arte, ma ha comunque avuto abbastanza sensibilità da ammirarla, da lontano, come chi contempla un paesaggio.

Insolito balordo a cui mi sento più vicino di quanto vorrei.

Brava la casa editrice Barbès, bravo il curatore e traduttore Tommaso Gurrieri, per il coraggio e l'intelligenza con cui ci hanno proposto queste pagine.

martedì 31 agosto 2010

Bruce Chatwin e le note a margine della moglie


Succede quasi sempre così con i miti, non ci sono mezze misure. Quando vengono meno, non si limitano a scivolare via in punta di piedi. Di solito cadono facendosi male, tanto più quanto più in alto sono arrivati. E anche se non c'è la caduta rovinosa, la strada è faticosa e costellata di situazioni più o meno sgradevoli.

Succede più o meno così, con Bruce Chatwin. Per anni e anni prototipo dello scrittore-viaggiatore, o del viaggiatore-scrittore (che non è esattamente la stessa cosa), autore da infilare nello zaino o da leggere e rileggere sognando orizzonti lontani. Autore imitato, anche, nei pensieri, nei gesti, nei tentativi di scrittura. E quante moleskine che si sono vendute, sperando che potessero accogliere pensieri degni del grande Bruce...

Da qualche tempo però il vento è girato. Non so se i suoi libri si vendono come prima, ma è chiaro che è stato messo nel mirino. Dopo è arrivata la risacca delle invidie, delle critiche, dei risentimenti. E delle accuse, compresa la peggiore per uno come Chatwin: aver trasfigurato, se non falsificato, la realtà. Accusa che se salva lo scrittore – che altro è la letteratura? - mette senz'altro più in difficoltà il viaggiatore.

E dunque, ecco ora una nuova botta, assestata dalla pubblicazione del suo epistolario, curato da Nicholas Shakespeare. Il problema non sono le lettere. Sono i commenti scritti ai margini delle lettere dalla moglie Elizabeth Chanler (ebbene sì, Chatwin era sposato). Sorta di controcanto che sembra studiato apposta per smentire, dissentire, precisare, riportare con i piedi per terra. Ne parla oggi Gabriele Pantucci su Repubblica.

Per esempio, ecco che Chatwin scrive di un'enorme festa organizzata per il fidanzamento. E la moglie gelida: non abbiamo mai dato nessun ricevimento. Oppure c'è lui che racconta di aver declamato ai russi i sonetti di William Shakespeare, pur avendo trangugiato più vodka di loro. La moglie aggiunge che in realtà ha vomitato sulla sua vestaglia.

E non lo so, mi sembra che anche questo non faccia bene al Chatwin che vogliamo nomade irrequieto. Però succede anche questo, succede che in questo modo mi stia anche più simpatico.

giovedì 1 luglio 2010

Una penna e un quaderno nel bagaglio


Moleskine e zaino in spalla, alla Bruce Chatwin. O più semplicemente penna e quaderno. Nel mio immaginario del viaggiatore c'è anche questo: gli strumenti della scrittura, parte essenziale del bagaglio leggero di chi si muove per scoprire, vedere, cambiare se stesso attraversando il mondo. Itinerari che si trasformano in parole, prima ancora che in ricordi. Sere pigre o affaticate concluse tracciando qualche pensiero sulla carta.

Luciano Del Sette ha scritto in Quella volta che in viaggio... Piccole storie dai diari di un turista:

C’erano una volta, ma non è passato neppure molto tempo, una penna e un quaderno che amavano moltissimo finire nelle tasche di chi si metteva in viaggio. La penna cominciava a scorrere sulle pagine bianche del quaderno e ne riempiva ogni spazio... cronache, aneddoti, fatti, pensieri, riflessioni. Riparare al torto, restituire a penna quaderno il loro nobile ruolo è ancora possibile. C’è bisogno che ciascuno di noi accetti di nuovo la bellissima fatica di far scorrere l’inchiostro sulla carta e si rimetta a pensare in proprio. C’è bisogno che ciascuno di noi cominci di nuovo a raccontare, perchè il racconto è l’anima del viaggio. E la penna e il quaderno ne sono, da sempre, l’unica vera espressione.

Mi chiedo se si continua a scrivere in viaggio. Se usano ancora i diari di viaggio. Se la vecchia penna è stata sostituita dal portatile, con tanto di Internet e posta elettronica. Se tutto questo sta cambiando - e come - la letteratura di viaggio.

venerdì 12 marzo 2010

Kapuscinski e la sottile frontiera della verità


Ecco, dopo Bruce Chatwin è toccata anche a lui, a Ryszard Kapuscinski, al grande giornalista che non solo ci ha raccontato il mondo, ha fatto anche molto di più, perché ci ha insegnato il viaggio come stupore, come immedesimazione, come rivelazione in cui si perdono le proprie certezze per confrontarle con quelle altrui.

Appena un uomo così muore scatta subito il processo di beatificazione, poi le orazioni funebri terminano, il ricordo sbiadisce, altri nomi e altre pagine pretendono l'attenzione. E finisce che c'è sempre qualcuno che si alza in piedi per segnalare magagne, difetti, torti. Il mostro sacro non è più poi tanto sacro.

Insomma, ora succede anche con Kapuscinski, colpito (ma non affondato) da una robusta biografia uscita in Polonia e che già fa discutere in giro per il mondo. Dateci oggi la nostra polemica quotidiana. E questa è bella grossa.

I termini della questione sono bene illustrati su Repubblica di oggi, in una bella pagina di Timothy Garton Ash, ma stringi stringi l'accusa è sempre quella: quanto ha inventato, quanto ha messo di suo Kapuscinski nei suoi libri? Abbiamo preso i suoi reportage come oro colato, come verità che parla attraverso la penna di un grande giornalista: e se invece dovessimo iniziare a spostarli negli scaffali della fiction?

Non ho ancora elementi per entrare nella questione. Però mi chiedo, c'è un mondo (e c'è una storia) che può essere raccontato da un autore senza che "ci metta del suo"? La realtà non è sempre realtà colta attraverso uno sguardo? Dov'è il confine tra fiction e non fiction?

Da queste domande potete capire già come la penso. La frontiera della verità è sottile e tendo a collocare in un altro paese, un paese che non mi appartiene, solo le falsificazioni consapevoli, le menzogne nude e crude, le strumentalizzazioni.

E ci sarebbe da discutere in tutto questo. Però lo confesso, l'istinto sarebbe quello di andare oltre, di dirla con le stesse parole di Lawrence Weschler, uno scrittore americano citato oggi su Repubblica: "Cosa importa in che scaffale riponiamo Il Negus e Shah in Shah: fiction o non fiction? Saranno sempre libri meravigliosi"

E poi ricordare il sorriso di Kapuscinski, quel sorriso che nemmeno l'autore della biografia, peraltro suo amico, ha saputo e voluto cancellare: quel sorriso caldo, disarmante.

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  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...