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mercoledì 26 agosto 2015

L'Italia di Paolo Rumiz, sui treni dimenticati

Si stringe il cuore, a vedere come si sono ridotte le ferrovie italiane: mica quei missili sparati nelle gallerie dell'Alta Velocità, ma i treni che un tempo sugli orari erano detti locali, linee secondarie che generazione dopo generazione hanno accompagnato i cambiamenti del nostro paese, tirando su a bordo pendolari e famiglie dirette in villeggiatura. Si stringe il cuore, perché tra tagli, linee cancellate, stazioni abbandonate non è solo un pezzo dell'Italia del passato che se ne va, è anche un pezzo di futuro.

Però no, L'Italia in seconda classe di Paolo Rumiz (Feltrinelli) non è un atto di accusa contro lo stato comatoso, con poche lodevoli eccezioni, dei nostri treni. Magari è anche questo, ma è soprattutto un viaggio, un grande viaggio nato da un'"idea corsara": percorrere con quei treni 7.480 chilometri, la stessa lunghezza della mitica Transiberiana dagli Urali a Vladivostoc
k. Un viaggio in seconda classe, in un'altra Italia, senza fretta e in effetti anche senza una vera meta, se non quella di volta in volta consentita da (mai facili) coincidenze.

Incontri e pensieri lungo i binari. L'Italia che non è mai come vorremmo e l'Italia che riesce ancora a sorprendere per le sue riserve di bellezza e gentilezza, malgrado tutto. Il treno, dice Rumiz, è una grande macchina della verità. Entra nei luoghi sempre dal retrobottega, li svela impietosamente. Più di tanti saggi documentati, più delle inchieste dei giornali.

Che poi non si tratta solo di capire un paese, guardando da un finestrino. Mi viene in mente  Strade blu di Least Heat Moon, straordinario libro di viaggio attraverso un'America percorsa attraverso le strade minori. Allo stesso modo i trenini di Rumiz: un viaggio per capire qualcosa della stessa arte del viaggio e delle sue possibilità.


martedì 28 agosto 2012

Questi sono i destini di frontiera

Da Vladivostock a Tirana, dal Golfo Persico all’Indocina, dal Bangladesh al Sudan, più viaggi che in realtà sono un viaggio solo, il viaggio dell’uomo che vuole capire e raccontare.

Ed è questo che fa Federico Fubini, giornalista che ha macinato migliaia di chilometri per decifrare il cambiamento del mondo, per dare un senso a ciò che è sempre più complesso, intrecciato, instabile. E che poi ci ha raccontato tutto questo in Destini di frontiera (Laterza).

Quante cose che ci sono in queste pagine. Frontiere che spariscono e altre che si innalzano, anche a dispetto dei confini della geografia politica. Dinamiche economiche che cancellano tradizioni millenarie, creano fortune e più facilmente infliggono disastri. Paesi che ignoriamo a cuor leggero, con l’incoscienza di chi chiude gli occhi alle possibilità e alle minacce che riguardano tutti.

Quante cose. Le donne al timone dell’economia vietnamita che applicano la saggezza del buddismo con i più grandi e cinici banchieri, perché questo aiuta a trovare il miglior potenziale negli altri. Singapore che sta allargando i suoi confini creando terre artificiali con la sabbia portata via alla Cambogia. La pace sociale che certi stati arabi riescono a garantirsi facendo dell’Indocina il granaio dell’Impero. I risciò del Bangladesh e i disastri che in questo paese stanno provocando i cambiamenti climatici.

Gli eventi della globalizzazione e i destini individuali. Ben legati insieme: ed è precisamente di questo che abbiamo bisogno, se vogliamo dare un senso a questo mondo

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...