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lunedì 3 agosto 2020

Nel Maine, che è come il mio mondo

Arrivato all'ultima pagina mi sono voltato indietro: e ho capito che c'ero stato anch'io a Crosby, in questo pugno di case nello Stato del Maine, piccolo dimenticato angolo di America bagnato dall'Atlantico. 

C'ero stato anch'io e avevo camminato per le sue strade, passeggiato lungo il fiume, fatto la spesa al supermercato, conosciuto il farmacista e tutti gli altri.

C'ero stato anch'io in questo territorio dell'anima, in questa scacchiera di esistenze, in questa radura di sentimenti ed emozioni illuminati dallo straordinario sguardo di Elizabeth Strout, scrittrice che con Olive Kitteridge  (Fazi) mi ha incantanto e commosso.

Uno dice l'America, i gialli e i noir, il pulp e il fantasy, i libri buoni per diventare film, intanto sicuri best seller. Ma l'America sempre di più per me sono scrittori come Raymond Carver, Jonathan Franzen, e da un po' di tempo, necessariamente, Elizabeth Strout.

Scrittori che da un microcosmo raccontano un mondo più ampio. Che entrano dentro di noi senza forzature, senza eccessi, senza vendere passioni di carta un tanto a rigo. Scrittori straordinari nell'illuminarci dall'interno quell'universo che è la famiglia, misurando i distacchi, i silenzi, le possibilità che segnano il cammino di ognuno; straordinari anche nel rianimare quella scrittura per racconti che fino a non troppo tempo fa pareva morta e sepolta, magari proponendoli come tasselli di un mosaico. 

Le correzioni, di Jonathan Franzen, ma ora anche Olive Kitteridge: lo stesso respiro, lo stesso pulsare del sangue.

Questo ci regala Elizabeth Strout. Crosby, Maine, ovvero il mondo che è anche nostro. Olive Kitteridge, professoressa di matematica in pensione, ovvero ognuno di noi: con le sue reticenze, le sue idiosincrasie, le sue occasioni perse, la sua voglia di dare un senso alle cose ricercato con ostinazione, malgrado tutto.

mercoledì 21 ottobre 2015

Nel Main con la grande Elizabeth Strout

Arrivato all'ultima pagina mi sono voltato indietro: e ho capito che c'ero stato anch'io a Crosby, in questo pugno di case nello Stato del Maine, piccolo dimenticato angolo di America bagnato dall'Atlantico. C'ero stato anch'io e avevo camminato per le sue strade, passeggiato lungo il fiume, fatto la spesa al supermercato, conosciuto il farmacista e tutti gli altri.

C'ero stato anch'io in questo territorio dell'anima, in questa scacchiera di esistenze, in questa radura di sentimenti ed emozioni illuminati dallo straordinario sguardo di Elizabeth Strout, scrittrice che con Olive Kitteridge  (Fazi) mi ha incantanto e commosso.

Uno dice l'America, i gialli e i noir, il pulp e il fantasy, i libri buoni per diventare film, grande saper fare al servizio di sicuri best seller. Ma l'America sempre di più per me sono scrittori come Raymond Carver, Jonathan Franzen, e ora, necessariamente, Elizabeth Strout.

Scrittori che da un microcosmo raccontano un mondo più ampio. Che entrano dentro di noi senza forzature, senza eccessi, senza vendere passioni di carta un tanto a rigo. Scrittori straordinari nell'illuminarci dall'interno quell'universo che è la famiglia, misurando i distacchi, i silenzi, le possibilità che segnano il cammino di ognuno (Le correzioni, di Jonathan Franzen, ma ora anche Olive Kitteridge); scrittori straordinari anche nel rianimare quella scrittura per racconti che fino a non troppo tempo fa pareva morta e sepolta, magari proponendoli come tasselli di un mosaico. Dall'uno all'altro, lo stesso respiro, lo stesso pulsare del sangue.

Ed è questo che ci regala qui Elizabeth Strout. Crosby, Maine, ovvero il mondo. Olive Kitteridge, professoressa di matematica in pensione, ovvero ognuno di noi: con le sue reticenze, le sue idiosincrasie, le sue occasioni perse, la sua voglia di dare un senso alle cose ricercato con ostinazione, malgrado tutto.

domenica 17 maggio 2015

Provate Jonathan Franzen, nel giusto tempo

Ci sono libri belli di cui ti vien voglia di scrivere fiumi di parole, fosse solo per condividere il piacere di quella lettura. Ci sono libri bellissimi di cui invece non ti senti capace di dire praticamente niente, sarà che dovresti dire troppo, sarà che ti sembra di sciupare qualcosa, sarà che in effetti non c'è niente da aggiungere e l'unica cosa che puoi fare davvero è un'opera di sottrazione, per lasciare che parli solo il libro, direttamente, senza filtri.

Le correzioni di Jonathan Franzen (Einaudi) per me è un libro così. Un libro che mi ha regalato emozioni che da tempo non provavo e di cui non riesco a parlare, sarà che per parlarne in realtà dovrei parlare di me stesso.

In queste pagine ho visto la mia vita e la vita di tante persone che mi sono vicine. Ci ho trovato il mondo di oggi, la sua economia, la cultura che va per la maggiore. Allo stesso tempo sono entrato prepotentemente dentro la storia di una famiglia, inferno e squarci di tenerezza.

Pensare che per anni è rimasto dalle parti basse della pila di libri "in attesa di lettura", come una pratica burocratica che si cerca di non evadere, rimandandola alle calende greche. Una volta l'avevo perfino attaccato, due o tre paginette di approccio e poi l'immediata resa, per pigrizia: troppe pagine, caratteri troppo fitti, e poi che sarà mai, solo un altro buon scrittore americano.

(a dimostrazione che ogni libro ha il suo tempo. Mi era successo anche con l'Ulisse di Joyce)

Poi ho scoperto che Le correzioni aveva la dimensione ideale per un viaggio in aereo e una vacanzina in bicicletta. Ora l'ho finito da qualche giorno ed è sempre qui, accanto al mio computer. Non ho il coraggio di rimetterlo sullo scaffale.

E rifletto sulle "correzioni" del titolo, sulle traiettorie che non sempre sono quelle di una palla di biliardo, sui diversi movimenti che a volte dovremmo imprimere alle nostre vite, sulla triste constatazione che quasi sempre non siamo noi a correggere la vita, piuttosto è la vita che ci corregge: refuso da cancellare, variabile dipendente, discolo da rimettere in riga.

sabato 4 gennaio 2014

Jonathan Franzen e i libri che si potrà ancora leggere

A Philadelphia cominciai a fare calcoli inutili, moltiplicando il numero di libri che avevo letto l'anno precedente per il numero di anni che potevo ancora ragionevolmente aspettarmi di vivere, e scorgendo nelle tre cifre del risultato non tanto un preannuncio di mortalità (anche se le notizie da quel fronte non mi tirarono su di morale), quanto una misura dell'incompatibilità  del lento lavoro della lettura con l'ipercinesi della vita moderna.

D'un tratto ebbi l'impressione che i miei amici che un tempo leggevano non si giustificassero neanche più per il fatto di avere smesso.

Una giovane conoscente che si era laureata in Letteratura inglese, quando le chiesi cosa stesse leggendo, rispose: "Vuoi dire lettura 'lineare'? Come quando leggi un libro dall'inizio alla fine?"

(Jonathan Franze, Come stare soli, Einaudi)

martedì 24 luglio 2012

Quando le "correzioni" hanno trovato il giusto tempo

Ci sono libri belli di cui ti vien voglia di scrivere fiumi di parole, fosse solo per condividere il piacere di quella lettura. Ci sono libri bellissimi di cui invece non ti senti capace di dire praticamente niente, sarà che dovresti dire troppo, sarà che ti sembra di sciupare qualcosa, sarà che in effetti non c'è niente da aggiungere e l'unica cosa che puoi fare davvero è un'opera di sottrazione, per lasciare che parli solo il libro, direttamente, senza filtri.

Le correzioni di Jonathan Franzen per me è un libro così. Un libro che mi ha regalato emozioni che da tempo non provavo e di cui non riesco a parlare, sarà che per parlarne in realtà dovrei parlare di me stesso.

In queste pagine ho visto la mia vita e la vita di tante persone che mi sono vicine. Ci ho trovato il mondo di oggi, la sua economia, la cultura che va per la maggiore. Allo stesso tempo sono entrato prepotentemente dentro la storia di una famiglia, inferno e squarci di tenerezza.

Pensare che per anni è rimasto dalle parti basse della pila di libri "in attesa di lettura", come una pratica burocratica che si cerca di non evadere, rimandandola alle calende greche. Una volta l'avevo perfino attaccato, due o tre paginette di approccio e poi l'immediata resa, per pigrizia: troppe pagine, caratteri troppo fitti, e poi che sarà mai, solo un altro buon scrittore americano.

(a dimostrazione che ogni libro ha il suo tempo. Mi era successo anche con l'Ulisse di Joyce)

Poi ho scoperto che Le correzioni aveva la dimensione ideale per un viaggio in aereo e una vacanzina in bicicletta. Ora l'ho finito da qualche giorno ed è sempre qui, accanto al mio computer. Non ho il coraggio di rimetterlo sullo scaffale.

E rifletto sulle "correzioni" del titolo, sulle traiettorie che non sempre sono quelle di una palla di biliardo, sui diversi movimenti che a volte dovremmo imprimere alle nostre vite, sulla triste constatazione che quasi sempre non siamo noi a correggere la vita, piuttosto è la vita che ci corregge: refuso da cancellare, variabile dipendente, discolo da rimettere in riga.

venerdì 2 settembre 2011

Quell'angolo del Maine, il mio mondo

Arrivato all'ultima pagina mi sono voltato indietro: e ho capito che c'ero stato anch'io a Crosby, in questo pugno di case nello Stato del Maine, piccolo dimenticato angolo di America bagnato dall'Atlantico. C'ero stato anch'io e avevo camminato per le sue strade, passeggiato lungo il fiume, fatto la spesa al supermercato, conosciuto il farmacista e tutti gli altri.

C'ero stato anch'io in questo territorio dell'anima, in questa scacchiera di esistenze, in questa radura di sentimenti ed emozioni illuminati dallo straordinario sguardo di Elizabeth Strout, scrittrice che con Olive Kitteridge  (Fazi) mi ha incantanto e commosso.

Uno dice l'America, i gialli e i noir, il pulp e il fantasy, i libri buoni per diventare film, grande saper fare al servizio di sicuri best seller. Ma l'America sempre di più per me sono scrittori come Raymond Carver, Jonathan Franzen, e ora, necessariamente, Elizabeth Strout.

Scrittori che da un microcosmo raccontano un mondo più ampio. Che entrano dentro di noi senza forzature, senza eccessi, senza vendere passioni di carta un tanto a rigo. Scrittori straordinari nell'illuminarci dall'interno quell'universo che è la famiglia, misurando i distacchi, i silenzi, le possibilità che segnano il cammino di ognuno (Le correzioni, di Jonathan Franzen, ma ora anche Olive Kitteridge); scrittori straordinari anche nel rianimare quella scrittura per racconti che fino a non troppo tempo fa pareva morta e sepolta, magari proponendoli come tasselli di un mosaico. Dall'uno all'altro, lo stesso respiro, lo stesso pulsare del sangue.

Ed è questo che ci regala qui Elizabeth Strout. Crosby, Maine, ovvero il mondo. Olive Kitteridge, professoressa di matematica in pensione, ovvero ognuno di noi: con le sue reticenze, le sue idiosincrasie, le sue occasioni perse, la sua voglia di dare un senso alle cose ricercato con ostinazione, malgrado tutto.

lunedì 20 giugno 2011

Se anche Franzen non ce la fa con La Recherche

Se anche Jonathan Franzen non ce l'ha fatta con Marcel Proust, forse possiamo tutti essere più sereni: abbandoniamo ogni senso di colpa per non aver finito e a volte nemmeno cominiciato uno dei capolavori più citati e mi sa anche meno esplorati della letteratura moderna.

Perchè è così, dici La Recherche e vai in confusione. Arrossisci e provi a dileguarti dalla domanda con qualche frasetta di circostanza. Ma tu l'hai letta? Fossero tutti sinceri con se stessi e con il prossimo, ammettendo la propria ignoranza, magari rivendicandola.

C'è anche chi rivendica letture remote, parziali, rabdomantiche, frettolose (con La recherche?), ma sempre con qualche imbarazzo, perché Proust, si sa, è Proust.

Afferma Angelo Aquaro su Repubblica, a proposito dell'outing di Jonathan Franzen:

L'opera di Marcel Proust incute un rispetto così sacrale che perfino i più grandi ci si rapportano con lo stesso senso di colpevole inadeguatezza che attanaglia il comune lettore

Sarà per questo che il grande Franzen subito dopo l'outing si è lasciato andare a una mezza sorpresa? Ancora no, però questa estate, sapete, magari sarà la volta buona.

martedì 28 settembre 2010

Quanto è depressa l'America di Franzen


In Italia uscirà solo a febbraio, eppure se ne parla di già molto, con quel senso di attesa che spetta solo ai capolavori annunciati. Quasi sempre la delusione è appena dietro l'angolo. Però se l'autore si chiama Jonathan Franzen è doveroso concedere il massimo del credito. Per quanto mi riguarda mi porto ancora dietro le emozioni che questa estate mi ha regalato la lettura de Le correzioni. E dunque non posso non aspettarmi molto anche da Freedom (a proposito, come si tradurrà questo titolo in Italia, se si tradurrà?)
E dunque, ho letto la riflessione che David Brooks fa su questo libro che sta appassionando e dividendo. Pare che ancora una volta venga fuori un'America popolata da gente infelice e spiritualmente immatura. Pare che la storia sia piena di personaggi che hanno vite lasciate a metà (e in effetti non c'è niente di nuovo in questo, bisogna davvero essere bravi per usare questi ingredienti: ma Franzen senz'altro lo è)

Ed ecco la riflessione di David Brooks: Freedom è più rivelatore della cultura letteraria americana che dell'America in sè.

Il ragionamento dovrebbe essere questo: ormai è scontato che l'America raccontata nei libri debba essere un'America depressa, cinica, infelice. Fatta di periferie e sobborghi dove la vita è desolazione, di posti di lavoro dominati da una competizione assassina, di uomini pubblici falsi come i trucchi dei maghi televisivi.

Questo è quello che da un bel po' di tempo passa la letteratura americana, da così tanto che non possiamo immaginarci altro. Per esempio lo sport: c'è sempre un ambiente marcio e casomai un eroe solitario - giocatore o allenatore - che vince contro tutto e tutti. Provate a trovare un libro (o un film) che si limita a esaltare i valori dello sport in America (nel caso, forse, non ci sarebbe nemmeno la storia, ma questo è un altro discorso).

Conclude David Brooks: Freedom è un libro brillante ma nonostante ciò intrappolato in un cul de sac intellettuale, il suo sguardo sulla vita americana è troppo feroce.

La pulce nell'orecchio è servita.

venerdì 25 giugno 2010

Franzen e l'amore che si tiene a distanza


Ci sono libri belli di cui ti vien voglia di scrivere fiumi di parole, fosse solo per condividere il piacere di quella lettura. Ci sono libri bellissimi di cui invece non ti senti capace di dire praticamente niente, sarà che dovresti dire troppo, sarà che ti sembra di sciupare qualcosa, sarà che in effetti non c'è niente da aggiungere e l'unica cosa che puoi fare davvero è un'opera di sottrazione, per lasciare che parli solo il libro, direttamente, senza filtri.

Le correzioni di Jonathan Franzen per me è un libro così. Un libro che mi ha regalato emozioni che da tempo non provavo e di cui non riesco a parlare, sarà che per parlarne in realtà dovrei parlare di me stesso.

In queste pagine ho visto la mia vita e la vita di tante persone che mi sono vicine. Ci ho trovato il mondo di oggi, la sua economia, la cultura che va per la maggiore. Allo stesso tempo sono entrato prepotentemente dentro la storia di una famiglia, inferno e squarci di tenerezza.

Pensare che per anni è rimasto dalle parti basse della pila di libri "in attesa di lettura", come una pratica burocratica che si cerca di non evadere, rimandandola alle calende greche. Una volta l'avevo perfino attaccato, due o tre paginette di approccio e poi l'immediata resa, per pigrizia: troppe pagine, caratteri troppo fitti, e poi che sarà mai, solo un altro buon scrittore americano.

(a dimostrazione che ogni libro ha il suo tempo. Mi era successo anche con l'Ulisse di Joyce)

Poi ho scoperto che Le correzioni aveva la dimensione ideale per un viaggio in aereo e una vacanzina in bicicletta. Ora l'ho finito da qualche giorno ed è sempre qui, accanto al mio computer. Non ho il coraggio di rimetterlo sullo scaffale.

Rifletto sulle "correzioni" del titolo, sulle traiettorie che non sempre sono quelle di una palla di biliardo, sui diversi movimenti che a volte dovremmo imprimere alle nostre vite, sulla triste constatazione che quasi sempre non siamo noi a correggere la vita, piuttosto è la vita che ci corregge: refuso da cancellare, variabile dipendente, discolo da rimettere in riga.

Ma soprattutto mi lascio ancora accompagnare dai personaggi di questa famiglia che Franzen racconta per quasi seicento pagine fitte fitte. Sono ancora con me i figli, Gary, Chip, Denise, sono con me la madre Enid, il padre Alfred. Soprattutto quest'ultimo direi, l'arcigno, impenetrabile, insopportabile Alfred, l'uomo chiuso nella torre d'avorio dei suoi principi e allo stesso tempo inerme nella sua malattia.

Ricordo una frase:

Quelle erano sere, e ce n'erano state centinaia, forse migliaia, in cui nulla di così traumatico da lasciare era accaduto al nucleo famigliare. Sere di semplice intimità alla vaniglia sulla poltrona di pelle nera; dolci sere di dubbio tra notti di squallida certezza. Gli venivano in mente adesso, quei controesempi dimenticati, perché alla fine, quando si stava cadendo in acqua, l'unica cosa solida a cui aggrapparsi erano i figli

E soprattutto un'altra (buffo, leggendo qualche commento su Anobii, in diversi hanno pescato proprio queste due righe nelle seicento pagine, qualcosa vorrà dire)

La strana verità su Alfred era che l'amore, per lui, non era questione di avvicinarsi, ma di tenersi a distanza


Quanta verità, in questa strana verità. Ma qui mi fermo, perché di questo libro sto già parlando.

domenica 2 agosto 2009

New York, c'eravamo tanto amati


Se trovate le parole giuste, si può viaggiare anche rimanendo nella penombra della propria casa, senza sfidare l'asfalto rovente fuori, magari semplicemente sorseggiando qualcosa di fresco. E di "parole giuste" ce ne sono diverse sul numero speciale di Internazionale che come ogni agosto è dedicato al viaggio.
Tra le tante cose io vi segnalo Jonathan Franzen (l'autore di Le correzioni, e non solo) che ci racconta lo stato di New York. Lo fa a modo suo, inanellando una serie di interviste immaginarie che cominciano con l'addetta stampa dello Stato di New York e si concludono con lo Stato stesso. Lo fa come un atto di amore, meglio, per testimoniare la possibilità di un amore che, chissà, forse si potrebbe rinnovare, forse potrebbe non essere solo un ricordo che si accomoda nel passato, dopo aver provocato incomprensioni e sofferenze. "Riusciranno a ritrovare le emozioni di un tempo?" ci si chiede rammentando l'amore a prima vista di una volta... Un modo originale di raccontare un paese che, malgrado tutto, ti è entrato dentro.

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