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mercoledì 25 marzo 2020

Veglia per raccontare un padre e un confine

Era finalmente tornato a Itaca, toccandone le "sacre sponde". E Itaca lo aveva riconosciuto. Quando la guardia al confine gli chiese cosa avesse da dichiarare rispose: "solo un ramo di foglie rosse, per tenere accesa la memoria nei giorni che verranno". Era ora di tornare a casa.

Itaca non è solo un'isola, Itaca è dove abbiamo la casa degli affetti e dei ricordi, Itaca sono le radici che proviamo a trattenere, malgrado le vicende della vita, l'irrequietezza dentro, i movimenti e le separazioni cui siamo costretti. E questa Itaca, l'Itaca degli affetti, dei ricordi, delle radici, c'è senz'altro ne La veglia di Ljuba di Angelo Floramo (Bottega Errante Editore). 

Di Angelo non mi stanco mai di consigliare vivamente Balkan Circus oppure L'osteria dei passi perduti, con le sue vicende di vita nomade per l'immenso Oriente europeo, racconti di varia umanità minore e perduta. Qui però è alle prese con il suo primo romanzo, anche se l'etichetta è generica, nel caso andrebbe completata con altre, dire per esempio che questo è anche un memoir familiare, una vicenda di confine, una storia con e senza la esse maiuscola. 

Comunque sia il compito che si è caricato sulle spalle è il più arduo di tutti, il meno invidiabile: raccontare la vita del padre e in questo modo regolare anche diversi conti, in primo luogo con se stesso. Cura, presumo, per amnesie, silenzi, rimpianti, sensi di colpa più o meno vaghi.

E così ecco questa storia che si dipana attraverso i tormenti del Novecento: il figlio di un ferroviere socialista che dalla Sicilia viene sbattuto al confino dove l'Italia è già confine, al Nord-Est. Il Carso e il Friuli, la guerra, la lotta partigiana, la vita che ricomincia, che deve ricominciare, un nuovo confine tra Italia e Jugoslavia che è muro, laddove dovrebbe essere cerniera, ponte... E tutto ciò che vale davvero, da difendere con le unghie: le radici, appunto, Ljuba, i libri.... 

Quante cose dentro queste pagine. Quante cose che la penna di Angelo ci restituisce nitide, luminose, vere e allo stesso tempo incantate, come immagino possa esserlo una mattina di primavera sul Carso.






lunedì 17 febbraio 2020

Nei paesi vuoti con Mauro Daltin, non solo per nostalgia

Non è un esercizio di nostalgia. Tutt'altro. Possiamo partire dai Paesi Vuoti per dare vita a una teoria utile a tempi presenti così sfilacciati.

Così comincia Mauro Daltin prima di accompagnarci in un viaggio nella geografia dell'abbandono, dove ciò che era non c'è più e rischia di non rimanere nemmeno come ricordo. Perché il passato a volte non ha nemmeno la forza di reclamare attenzione, eppure questa è una storia che ci riguarda. 

 La teoria dei paesi vuoti (Ediciclo editore) è  molte cose insieme, dentro c'è storia e memoir, antropologia e riflessione sulla contemporaneità, narrativa di viaggio e poesia, sì, anche poesia, perchè c'è un sentimento poetico che certi luoghi che non sono più riescono ancora a destare.

Quanto alla tassonomia dell'abbandono, è  certo più vasta di quanto ci venga solitamente da considerare: paesi in cui l'orologio si è fermato nell'istante di un terremoto o di una frana; paesi svuotati da una scelleratezza speculativa o da una follia urbanistica; paesi sommersi dai bacini artificiali, costruiti magari per portare altrove energia elettrica; paesi che semplicemente non hanno più avuto una ragione di esistere, dopo che le miniere si sono esaurite o la corsa all'oro per cui erano nate si è rivelata una pia illusione.

 Non solo sulla nostra montagna, poi, perchè ci sono anche le storie di altri continenti, dal Quebec all'Argentina, fino al Giappone dello tsunami. E quante storie in ognuna di queste comunità svanite. Quante voci che ancora si possono percepire - parlano ancora le case abbandonate, parlano sempre - se solo si è capaci di tendere l'orecchio. 

E Mauro Daltin, che del terremoto è figlio (era nella pancia della mamma la terribile notte del Friuli), l'orecchio lo sa tendere bene. Per assicurare ancora diritto di parola a quelle voci.

lunedì 26 marzo 2018

Cambiare vita, in quella casa a Nord-Est

Per fortuna ci sono libri che riemergono dal tempo, malgrado l'inerzia, l'oblio, la tentazione del macero. E per fortuna si lasciano ancora scoprire, benché nessun anniversario sia alle porte, benché nessun editore ci scommetta sopra con qualche operazione più o meno ardita. A volte è il passaparola di un conoscente, a volte è la curiosità che si accende tra i titoli di una bancarella dell'usato.

A me è capitato ora, con un libro che nel 1992 aveva addirittura vinto il Campiello, per quanto questo possa contare. Vincere premi, evidentemente, non assicura di durare nel tempo, soprattutto in questo tempo accelerato, che non sa più fermarsi, smanioso di novità da bruciare una dietro l'altra.

Sergio Maldini, La casa a Nord-Est (Marsilio, con una delle donne di Vermeer in copertina). Edizione tascabile acquistata a nemmeno quattro euro. Attaccato l'altro giorno, durante un mio giro di presentazioni in Friuli e divorato fino all'ultima pagina.

Uno di quei libri che forse capita di scegliere in previsione di un viaggio, per accordarsi con gli umori della terra che ti accoglierà. Questo lo avevo messo in conto. Ma poi molto, molto di più.

C'è la provincia italiana raccontata da grande autore, c'è tutta una terra che sembra come sospesa nelle sue atmosfere, nei suoi riti, nelle sue foschie, c'è il paesaggio e c'è la storia. C'è un uomo che lavora come giornalista a Roma, stanco, demotivato, preso da uggie di cambiamento. C'è una casa lassù, al Nord-Est, che oggi è un rudere ma che un giorno forse sarà la casa che davvero potrà accogliere un'altra possibilità, contentando sia il desiderio di rarefazione che l'aspirazione a un a nuova comunità. E c'è una donna, certo, una relazione che c'è e non c'è, ma intorno alla quale cominciano a girare i giorni.

C'è soprattutto il respiro della narrazione che ho avvertito nei racconti del grande Anton Cechov.  C'è il sentimento della separazione e quello della nostalgia. C'è una grande scrittura, che tiene incollati alla pagine. Parole lucidate, dopo tanto tempo.

E io che Sergio Maldini  non lo conoscevo. Lo scambiavo con un calciatore.

lunedì 9 ottobre 2017

Storie e cammini accesi nell'osteria dei passi perduti

Adoro l'inverno fangoso e brumoso. Perché chiama alla mensa. Invita a godere del tempo al riparo dal freddo, mentre fuori infuria la tempesta...

La tempesta, tra l'altro, a volte può anche non essere meteorologica, può essere delle cose che si abbattono sulla vita. E allora davvero bisogna fare come Orazio, il poeta, che chiedeva alla sua Leuconoe di gettare senza risparmio la legna sul fuoco e di mescere altro vino, tanto vai a sapere del domani.

Camini accesi, bicchieri generosi e con loro buoni sapori. Più parole, a tenere compagnia. Le parole di chi ti accoglie  fradicio di pioggia e di vento, le parole di chi con te intende condividere bevute e storie.

E quante storie ci sono dentro L'osteria dei passi perduti  (Bottega Errante Edizioni) di Angelo Floramo, scrittore friulano che ebbi modo già di conoscere qualche anno fa, con il bellissimo Balkan Circus (Ediciclo) libro di peregrinazioni e incontri per le distese del mondo slavo.

E quante terre ci sono anche qui, a mescolarsi oltre la porta di un'osteria, in sere di libagioni e chiacchiere, riposo e piacere del viandanti. Ci sono terre e c'è soprattutto questa terra del Friuli, naturale incrocio di popoli, terrazza con vista su altri mondi.

Posti dove ti accomodi e c'è un piatto di salumi o di formaggi a darti il benvenuto e vino fresco di cantina per sciogliere la lingua: così che venga facile raccontare di zingari e partigiani, poeti dimenticati e osti scorbutici. E ci sono nomi che sono come tronchi che i fiumi portano con sè, ci sono miti che non smettono di parlare al cuore, come quello degli Argonauti. Ci sono sere felici, in cui il male di vivere è ben rintuzzato, la solitudine messa via come un abitro al cambio di stagione.

Memorie e geografie, odori di buono e palati forti, per quattordici storie da godersi tutte, fino ai ringraziamenti, da leggere anche loro, un inno agli osti e ai viandanti, agli zingari e agli avventori affratellati nel vino.

E anche agli amici, certo, agli amici con cui sedersi e brindare e conversare: né tanti né pochi, il giusto. Perché è vero:

D'altronde di quanti amici ha bisogno un uomo libero? Non uno di più delle sedie che circondano il tavolo della sua cucina. 








La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...