Metti che una volta parti davvero, zaino in spalla e gambe che non aspettano altro che di macinare la strada. Metti che davanti hai qualcosa come 1.600 chilometri e l'idea che questo possa essere davvero il viaggio della vita, perché non è che il viaggio della vita debba per forza implicare un altro continente, una meta esotica. Metti che il modo per regolare diverse cose con te stesso sia quello di inseguire le tracce di viandanti e pellegrini di secoli fa, ombre di un cammino che solo negli ultimi anni è ritornato in voga.... e si parla ovviamente della Via Francigena, ma non di un pezzo della via Francigena, proprio di tutta la via Francigena, da Canterbury a Roma.
E' quanto ha fatto, qualche tempo fa, Enrico Brizzi, insieme a Marcello Fini, al fotografo Valerio Gnesini, e di volta in volta qualche altro compagno di tappa. I diari che sono frutto di questa esperienza, pubblicati da Ediciclo, sono una bella lettura: insieme guida e suggestione, riflessione e proposta.
Comincia con una strada che non domanda altro che essere percorsa. Tre mesi e 33 città dopo rimane l'emozione di una viaggio strano e fertile: stipato come fu d'incontri con sant'uomini e personaggi bislacchi, viaggiatori autentici e semplici turisti, e arricchito dagli ultimi richiami del sacro e del selvaggio nel cuore dell'Europa occidentale.
Poi uno sistema questo libro sullo scaffale ed è già via con l'immaginazione: quale sarà il mio cammino, il mio viaggio della vita?
E' quanto ha fatto, qualche tempo fa, Enrico Brizzi, insieme a Marcello Fini, al fotografo Valerio Gnesini, e di volta in volta qualche altro compagno di tappa. I diari che sono frutto di questa esperienza, pubblicati da Ediciclo, sono una bella lettura: insieme guida e suggestione, riflessione e proposta.
Comincia con una strada che non domanda altro che essere percorsa. Tre mesi e 33 città dopo rimane l'emozione di una viaggio strano e fertile: stipato come fu d'incontri con sant'uomini e personaggi bislacchi, viaggiatori autentici e semplici turisti, e arricchito dagli ultimi richiami del sacro e del selvaggio nel cuore dell'Europa occidentale.
Poi uno sistema questo libro sullo scaffale ed è già via con l'immaginazione: quale sarà il mio cammino, il mio viaggio della vita?



Quanto ad apertura mentale, invece, Enrico Brizzi non dovrebbe davvero lamentarsi. In Nessuno lo saprà - 420 pagine e quasi altrettanti chilometri di faticoso camminare - ci dimostra che si può fare un grande viaggio anche senza puntare all'"altrove" della Mongolia o della Namibia, perché c'è un "altrove" anche dietro l'uscio di casa, fatto di sentieri poco battuti, borghi medievali dimenticati, pascoli in altura e paesini con un bar e poc'altro.
La montagna che non ha nemmeno i titoli di nobiltà che spettano alle Alpi, perché di Appennino si tratta.
Un viaggio a piedi dal Tirreno all'Adriatico, vesciche ai piedi e chiacchiere nel silenzio.
Il passo del pellegrino, la suggestione del trekking, il tempo che diventa esplorazione della natura ma anche di se stessi.
Poi un cambio di marcia quasi inatteso, quando si aggiungono altri compagni di spedizione. Allora il pellegrinaggio diventa qualcosa di assai prossimo al Marrakesh Espress di Salvatores, tanto per intendersi: e c'è la crisi generazionale, l'amicizia che affonda in altre vite e si fa nostalgia ma anche sindrome di Peter Pan.
C'è perfino l'esperienza del qat, le foglie "euforizzanti" che accompagneranno un bel po' di tappe, ci sono le due ragazze incrociate per strada che finiranno per portare via anche le carte di credito, c'è l'amico di sempre, detto il Viet, che vorrebbe solo suonare la batteria e non avere mai più una fidanzata farmacista.
E diventa un'altra cosa, certo, ma il viaggio può essere anche questo. E può diventare anche un libro come questo, capace di regalarti pure una bella dose di buon umore.
Tanto che alla fine perdoni pure quella scelta, faticosa, ma faticosa davvero, più del sentiero appenninico, di scrivere tutto il libro in seconda persona. Cosa che in passato avevo trovato solo in Rex Stout. Che era Rex Stout, appunto.