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lunedì 12 dicembre 2016

L'uomo che ha letto troppo e la lettrice scomparsa

Mi ero ammalato di letteratura.

Così ammette, ma solo dopo duecento pagine di narrazione in prima persona, Vince Corso, lettore accanito e professore precario che si inventa la professione di biblioterapeuta, con esiti incerti.

Io ci avrei scommesso fin dall'inizio, su questa malattia, anche senza riuscire a mettere in fila i sintomi: Si comincia analizzando ogni circostanza come se fosse la trama di un romanzo: se ne indagano i significati taciuti, i rimandi interni, le eventuali incongruenze, poi si  prende a ballare con l'improbabilità.... Ci avrei scommesso, perché solo a uno come Vince Corso, uomo malato perché ha letto troppo, poteva venire in mente di curare gli altri con i libri.

E' lui il protagonista de La lettrice scomparsa, l'ultimo libro di Fabio Stassi (Sellerio), romanzo che è molte cose, persino un giallo, ma che soprattutto ha la forza di riproporre la questione mai risolta del rapporto tra vita e letteratura.

Su tutto questo gioca, Stassi, anche quando il gioco si fa maledettamente serio. Anche quando saltando di questione in questione si inizia a provare una certa vertigine.

La parola scritta può davvero dare un senso alla vita? E quanto vale la pretesa di dare un ordine?

A creare l'universo non può che essere stato uno scrittore fallito, afferma a un certo punto il protagonista del libro. Vai a sapere come è andata davvero e se anche queste non sono altre parole con cui proviamo a darci una giustificazione.

Meglio abbandonarsi a questa storia, dove le terapie e persino gli indizi che la lettrice scomparsa ha lasciato dietro di sé sono titoli, letture amate, suggestioni di frasi e pagine. Tanto si capisce che pure l'autore, Stassi, è uno che si ammalato della stessa malattia - incurabile - di Vince Corso (e sarà un caso che per Sellerio abbia seguito l'edizione italiana di uno splendido libro per malati di libri come Curarsi con i libri?). Tanto si capisce che pure noi, che questo libro lo abbiamo preso e letto, vaccinati proprio non siamo.

sabato 22 febbraio 2014

Quando la recensione ti trasmette la voglia di leggere

Perchè mi è piaciuto Shakespeare scriveva per soldi, libro che raccoglie le note di lettura (non so come altro definirle) di Nick Hornby?

Boh, che dire: il caro vecchio Nick non è certo un critico letterario (né pretende di esserlo), i suoi giudizi sono tutt'altro che folgoranti e riguardano libri mai tradotti in italiano e che difficilmente mi capiterà anche solo di annusare in una libreria.

E allora? Allora quello che queste riesce a comunicarmi è proprio il piacere di leggere per leggere, di leggere come si può bere una bella birra dopo una grande sudata. E non importa leggere tanto o leggere per... l'importante è solo abbandonarsi a questo piacere, senza troppe fisime o storie...

Per dire, guardate come maltratta (ma non è vero) Thomas Hardy:  

Sono contento di aver letto i romanzi di Hardy, ma sono altrettanto contento di poter vivere il resto dei miei giorni senza dover affrontare mai più quella particolare e originale tristezza.

Guardate come diffida da ogni bis di libri e film importanti:

Forse la cosa migliore da fare, con i film e i libri preferiti, è lasciarli stare: se sono riusciti a esaltarci tanto, significa che sono arrivati nel posto giusto e al momento giusto della nostra vita, e queste sono condizioni che non si ripeteranno mai.

Mi sa che continuerò a leggere le sue recensioni che non pretendono di essere recensioni

lunedì 4 novembre 2013

Pennac: l'uomo scrive libri perché si sa mortale

L'uomo costruisce case perché è vivo ma scrive libri perché si sa mortale. Vive in gruppo perché è gregario, ma legge perché si sa solo.

La lettura è per lui una compagnia che non prende il posto di nessun'altra, ma che nessun'altra potrebbe sostituire. Non gli offre alcuna spiegazione definitiva del suo destino ma intreccia una fitta rete di connovenze tra la vita e lui.

Piccolissime, segrete connovenze che dicono la paradossale felicità di vivere, nel momento stesso in cui illuminano la tragica assurdità della vita. Cosicché le nostre ragioni di leggere sono "strane" quanto le nostre ragioni di vivere. E nessuno è autorizzato a chiederci conto di questa intimità.

I rari adulti che mi hanno dato da leggere hanno sempre ceduto il passo ai libri e si sono ben guardati dal chiedermi cosa avessi "capito".

A loro, naturalmente, parlavo delle loro mie letture. Vivi o morti che siano, a loro dedico queste pagine.

(Daniel Pennac, Come un romanzo, Feltrinelli)

venerdì 16 agosto 2013

Il dottor Ingravallo, che filosofava a stomaco vuoto

Qualche collega un tantino invidioso delle sue trovate, qualche prete più edotto dei molti danni del secolo, alcuni subalterni, certi uscieri, i superiori, sostenevano che leggesse dei libri strani: da cui cavava tutte quelle parole che non vogliono dir nulla, o quasi nulla, ma servono come non altre ad accileccare gli sprovveduti, gli ignari.

Erano questioni un po' da manicomio: una terminologia da medici dei matti. Per la pratica ci vuol altro!

I fumi e le filosoficherie son da lasciare ai trattatisti: la pratica dei commissariati e della squadra mobile è tutt'un altro affare: ci vuole una gran pazienza, della gran carità: uno stomaco pur anche a posto: e, quando non traballi tutta la baracca dei taliani, senso di responsabilità e decisione sicura, moderazione civile; già: già: e polso fermo.

Di queste obiezioni così giuste lui, Don Ciccio, non se ne dava per inteso: seguitava a dormire in piedi, a filosofare a stomaco vuoto, e a fingere di fumare la sua mezza sigheretta, regolarmente spenta.

(Carlo Emilio Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, Garzanti)

martedì 6 agosto 2013

Non si legge più nelle piscine dell'estate

Giorno d'agosto, torrido come sempre a Firenze, giorno libero che per una volta, sorpresa, passo in piscina. Perché ve lo racconto? Perché la piscina, come il mare è uno dei luoghi dove più volentieri esercito l'arte dell'indiscrezione - o il piacere della curiosità - legata ai libri. A dire il vero funziona anche sul bus o in treno. Ma volete mettere, a bordo vasca o sotto un ombrellone?

Lo sguardo vaga verso ogni potenziale lettore, a caccia di ogni volume, abbandonato su una sdraio o sollevato sopra gli occhi nella più pigra delle letture. E' la mia personalissima rilevazione statistica: cosa si legge d'estate?

Oggi alle Pavoniere - deliziosa piscina al parco delle Cascine - c'erano diverse centinaia di persone: ovvio, con questo caldo. Libri non ne ho visti che cinque - e tre valgono e non valgono, perché erano edizioni straniere, evidentemente di turisti in cerca di refrigerio. Tra tutti spiccava un Calvino in edizione economica Mondadori letto con i piedi a mollo da una ragazzina: evidente obbligo scolastico. Per inciso, anche di giornali ne ho visti solo due: il mio e il quotidiano cittadino al bar.

E dunque, ci sto rimuginando. Sarà che solo l'altro giorno ho scorto i dati riportati da Internazionale sugli italiani che leggono, anzi, che non leggono: e fa male quel 54 per cento di italiani che non ci provano nemmeno con un libro in un anno intero.

Com'è possibile, mi ero domandato: nemmeno un gialletto comprato in edicola, nemmeno Moccia o Harry Potter? Come può essere vuota una vita in cui non riesce a entrare niente di tutto questo?

In genere faccio fatica a convincermi di certe statistiche, ma oggi, in piscina, mi sa che ho cominciato ad aprire gli occhi.

ps: e non ditemi di e-reader e tablet. Non mi stanno simpatici perché fregano il mio voyeurismo libresco, ma oggi ne ho visto solo uno.

 

sabato 13 luglio 2013

Sono qui perché avevo letture arretrate

L'ultima cassa è piena di libri. Se qualcuno mi chiede perché sono venuto a rinchiudermi qui, risponderò: "Perché avevo delle letture arretrate".

Monto una mensola di pino sopra la spalliera del letto e vi sistemo i libri. Ne ho una sessantina. A Parigi mi sono impegnato a fondo per stilare una lista ideale. Chi non ha troppa fiducia nella ricchezza della propria vita interiore deve portarsi dietro dei buoni autori: potrà sempre riempire quel vuoto. 

Lo sbaglio sarebbe scegliere solo testi difficili, nella convinzione che la vita nei boschi permetta di tenere sempre alta la tensione spirituale. Il tempo non passa mai quando si ha a disposizione solo Hegel per affrontare un pomeriggio di neve. 

(Sylvain Tesson, Nelle foreste siberiane, Sellerio)

mercoledì 17 aprile 2013

Il libro che quella notte salvò Primo Levi

Era l'11 gennaio 1945, nel lager di Auschwitz. Una notte di gelo, con l'Armata rossa che si stava avvicinando e i nazisti che avevano appena annunciato il trasferimento di tutti i reclusi per il giorno dopo, presumibile anticamera della morte.

Primo Levi, proprio lui, era ricoverato in infermeria. Sapeva bene che il giorno dopo per lui avrebbe potuto essere l'ultimo. E se non il giorno dopo forse il giorno dopo ancora. Un medico passò davanti alla sua cuccetta. Cn un gesto che forse non era nemmeno di pietà gli gettò un libro: "Tieni, leggi, italiano".

Cosa successe dopo, lo ha recentemente raccontato sulle pagine di Repubblica il poeta Valerio Magrelli, uomo che conosce a fondo il valore delle parole e il dono che esse possano rappresentare:

Cominciano così dieci giorni che Levi trascorre sprofondato in quel libro, il primo dopo tanto tempo, leggendolo e rileggendolo, finché avviene il miracolo: i tedeschi non c'erano più.

Primo Levi ne parla in Se questo è un uomo. Non mi ricordavo di questa pagina, lo confesso, però è una storia che mi commuove. E che mi convince, ancora una volta, che i libri possono essere perfino salvezza.

Per curiosità: il libro in questione era La tempesta di Roger Vercel (in queste settimane ripubblicato dall'editore Nutrimenti): pagine in cui si parla di un capitano di rimorchiatore che, insieme ai suoi uomini, salva all'ultimo momento coloro che stanno per essere sommersi.

I sommersi, come I sommersi e i salvati di Primo Levi. Come quel libro che, all'ultimo, forse è stata la spinta per la sua salvezza. 



sabato 1 settembre 2012

A Chesil Beach, prima che tutto succedesse

Che dire, se non che va letto, un libro come questo, poche pagine e tutto un mondo che si squaderna davanti, ogni parola che è quella che deve esserci e non una di troppo, ogni parola una pennellata, un'emozione, un tassello per raccontare una storia e un paese....

Chesil Beach di Ian McEwan: pensare che per almeno due anni è rimasto lì, nella mia solita pila delle "letture in attesa", impermeabile anche al caloroso suggerimento di qualche amico.

Sarà che non mi tentava, la trama. La prima notte in un luna di miele, il naufragio di una coppia.

Eppure, eppure, non è quello che succede che conta davvero. Piuttosto quello che non succede.

Inghilterra, anno del signore 1962, prima della rivoluzione sessuale, dei Beatles, delle minigonne di Mary Quant, prima di tutto, quando anche tenersi per mano in pubblico è un oltraggio alla morale e in camera di letto vincono inibizioni e imbarazzi.

C'è ciò che rimane dell'Inghilterra vittoriana, con le sue convenienze e ipocrisie, in questo libro. C'è un mondo che indugia sul ciglio della storia prima di trapassare del tutto, come il sole al tramonto.

E c'è ancora di più, molto di più, in queste pagine virate sul sentimento del rimpianto, con un'intensità che poche altre volte ho incontrato.

La Terapia del bar: Massimiliano Scudeletti racconta il circo che si fece bar

  Ho dodici anni e passo spesso dietro il bancone , posso prendere qualsiasi cosa tranne gli alcolici naturalmente, ma mi piace guardare il ...